Sii testimone

Li chiamò a sé.
Poi li mandò
a due a due
senza grandi mezzi…

Località Saliscendi, 15 luglio 2012

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Cappella della Madonna del Carmine

XV Domenica del Tempo Ordinario/B

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Saluto iniziale

“Parva sed apta mihi” – dicevano gli antichi rispetto alla casa, ma questo vale anche per le chiese: piccola ma adatta a me. E, ricordando un discorso del Papa Benedetto a Verona, dovunque in Italia ci sia un’edicola mariana, si raccolgono delle persone in preghiera, e così anche per questa piccola chiesa del Saliscendi, dove ci incontriamo ogni anno sotto il manto della Madre, nei pressi della festa della Madonna del Carmine.

Ci disponiamo a questa Eucarestia dove, tra l’altro, c’è Giovanna che fa la sua Prima Comunione, partecipa pienamente all’Eucarestia per la prima volta, e c’è Arturo che riceve il Sacramento della Confermazione. Se ci fosse anche un Battesimo, avremmo insieme tutti i Sacramenti della Iniziazione cristiana che, come sapete, sono tre: Battesimo, Cresima e Eucarestia. Senza la Cresima non si conclude l’itinerario della Iniziazione; lo dico per quelli fra voi che non l’abbiano ancora ricevuta e che, benché cinquantenni o settantenni o quarantenni, devono a tutti gli effetti ritenersi ancora dei minorenni nella fede. Si raggiunge la maggiore età solo attraverso l’itinerario che dal Battesimo si conclude con la Cresima, passando per l’Eucarestia. Ovviamente, accompagnando Giovanna alla Mensa eucaristica e Arturo alla Cresima, intendiamo rivivere i Sacramenti della Iniziazione cristiana anche noi tutti. Ci disponiamo a celebrare i Santi Misteri riconoscendo i nostri peccati.

LETTURE
Am 7, 12-15
Ef 1, 3-14
Mc 6, 7-13

Omelia

Carissimi fratelli e sorelle,

raccogliamo alcune indicazioni per il nostro cammino cristiano di cui, come ho detto all’inizio della Messa, vediamo qui rappresentate due tappe importanti: l’ammissione all’Eucarestia e la maturità della Cresima. Ci sono tante annotazioni nel Vangelo di oggi, ma a causa del caldo cercherò d’essere sintetico, anche se per il Vescovo è un sacrificio non indifferente.

Innanzi tutto il brano si apre dicendo che Gesù chiamò a sé i Dodici. In questa Eucarestia Gesù chiama a sé Giovanna. “Chiamare a sé” significa: mettere vicino, chiamare ad una maggiore intimità. Ovviamente questa bambina è stata già educata nella fede prima dai suoi genitori e poi dai catechisti, ma questa Eucarestia è per lei importantissima e rimarrà un ricordo indelebile, perché viene ammessa per la prima volta ai Santi Misteri pienamente. Noi dobbiamo portare a Messa i bambini già da piccoli, educarli pian piano. Non porto mio figlio perché piange… No. Come li educhiamo alla mensa, a stare seduti a tavola, così dobbiamo educarli alla Mensa eucaristica. Ma oggi per Giovanna avviene qualcosa di straordinario, perché per la prima volta riceve Gesù nell’Eucarestia, nelle specie del pane e del vino. Gesù la chiama a sé, Gesù ci chiama a sé, ci reclama, e questo è proprio dell’amore, cioè l’amore non accetta le distanze. Lo sapete per le sofferenze che avvertite quando qualcuno, come diciamo noi, non vi pensa, oppure, a causa del lavoro o per altri motivi, sta lontano: è una sofferenza. L’amore vuole la comunione, vuole la vicinanza. Se questo lo sperimentiamo noi nella nostra piccola, povera esperienza, tanto più lo sente Gesù nei nostri confronti. Quindi Gesù non vuole cristiani lontani, cristiani che vengano a Messa di tanto in tanto, ma cristiani che stiano vicini: nella misura in cui noi staremo vicini a Lui, noi non ci perderemo. Ma lontani da Lui non c’è possibilità, non resisteremmo a tante tentazioni, a tante difficoltà, a tante prove della vita. Quindi, prima annotazione: dobbiamo stare vicini a Gesù. Speriamo che Giovanna, a partire da questa Domenica, non manchi mai all’Eucarestia. Anche quando i genitori dovessero dire (speriamo di no): Oggi non andiamo perché siamo in vacanza – tu, Giovanna, dovrai dire: No, oggi è Domenica e il Vescovo mi ha ricordato, il giorno della Prima Comunione, che non c’è Domenica senza Eucarestia!
Dobbiamo stare vicini a Gesù. A volte basta che ci allontaniamo una settimana che cominciamo a sentirci più pesanti, la vita ci sembra più avversa, i problemi ci soverchiano.

Li chiamò a sé e poi li mandò. Sembra una contraddizione: ma li ha chiamati a sé o li manda? li vuole vicini o lontani? Li vuole vicini. Ma quelli che sono vicini, poi, sentono il cuore così ardente da dover parlare di Gesù ad altri. È questo il senso, Arturo, legato in particolare alla Cresima dove veniamo costituiti testimoni. Non possiamo non parlare di Gesù, non possiamo lasciare ai Vescovi, ai preti l’impegno dell’evangelizzazione, ma ognuno di voi… Tu non parli di tua moglie, di tuo marito, dei tuoi figli ovunque tu sei? Sì, noi parliamo delle cose che amiamo. E com’è che non parliamo di Gesù? La conclusione è che probabilmente non l’amiamo, perché noi parliamo delle cose che amiamo. Se tu hai una bella casa e la ami, hai fatto dei sacrifici, quando incontri le amiche non fai altro che decantare la tua casa, per dire una cosa materiale. Ancor più un affetto. Dobbiamo tornare a parlare di Gesù: gli amici agli amici, sul posto di lavoro, a scuola, in palestra, dovunque andrete in vacanza ci andate non con singoli, uomini e donne, ma ci andate come credenti. Allora Gesù ci chiama a sé, Gesù ci manda perché altri, lontani, o che prima erano vicini e poi si sono allontanati, possano percepire la bellezza della fede. Io auguro ad Arturo di sperimentare, di sentire che la fede è bella, la fede ci realizza, la fede ci fa star bene, non è un peso: esalta la vita, esalta le cose belle della vita. E allora, se l’ho sperimentato, voglio che lo sperimentino le persone a cui voglio bene, voglio che partecipino di questo bene anche altri che al momento sono al buio.

Gesù manda non da soli. Dice l’evangelista: “Li mandò a due a due”, perché Gesù sa che noi, da soli, non ce la facciamo, non solo da soli senza Lui, ma anche da soli senza gli altri. Gran parte di voi sono sposati perché da soli non sareste stati in grado d’affrontare la vita, perché da soli non sareste riusciti a portare avanti l’impegno cristiano; allora il marito sostiene la moglie, la moglie è il bastone del marito, i genitori sostengono i figli, i figli sostengono i genitori. Questo è “a due a due”, cioè come comunità. Anche noi, anche Don Pietro ed io (e domani Giuseppe), che non siamo sposati a causa della vocazione che il Signore ci ha affidati, non possiamo essere soli, perché questo “a due a due” significa anche Chiesa. Infatti Gesù dice: “Dove sono due o più riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Non si può essere Chiesa al singolare, si è sempre Chiesa al plurale, e il minimo del plurale è due, meglio se sono tre, quattro, quindici, trenta, cinquecento… Però bisogna sentire che la fede (Gesù li chiama a sé, Gesù li manda) ha bisogno di questo supporto che è la Chiesa. Arturo oggi sceglie la Chiesa, oltre a scegliere Gesù. Molti dicono: Scelgo Gesù, però la Chiesa… No, no, queste cose non sono scindibili, questo matrimonio non è più separabile: Gesù è la Chiesa e la Chiesa è Gesù.

Infine il Vangelo dice che Gesù li manda senza grandi mezzi. Don Pietro si è tagliato i capelli perché sta per partire con gli scout di Teano per un pellegrinaggio a piedi verso Santiago di Compostela, in Spagna, e anche Giuseppe sta per partire con i suoi compagni di seminario per la stessa meta. Quando si cammina, sapete bene che bisogna avere pochi bagagli, perché se sei un turista fai da te, allora ti tiri dietro tanti bagagli e non ce la fai, e invece ci vuole uno zaino leggero. Quindi questa leggerezza a cui Gesù fa riferimento è un simbolo, a dire che i cristiani non vanno con grandi mezzi, non vanno con grandi effetti spettacolari, ma vanno semplicemente, così come questi pellegrini si metteranno in cammino avendo l’essenziale, riducendo al minimo il peso, altrimenti non si arriva. E questo perché la grazia di Dio possa risplendere, perché se avessimo mezzi potenti, se la Chiesa di Teano-Calvi avesse una TV che coprisse tutte le altre (siamo così poveri che non possiamo permetterci neanche una radio, immaginate una TV!), potremmo incorrere in un pericolo, che è quello di pensare che siamo forti, che la fede si propaga attraverso di noi: abbiamo un set televisivo, facciamo delle telenovelas anche noi, facciamo il Grande Fratello anche noi… No, abbiamo poche cose. Adesso vi sto parlando con un microfono che non è un granché – ma è sempre così – vi sto parlando con la voce e non abbiamo proiettato un documentario. Vi sto parlando col mezzo più debole che noi abbiamo, che è la voce. Chi la sente più la voce? Ci vorrebbe un grande altoparlante! Se voi andate a un concerto – i giovani lo sanno – trovate cinquecento altoparlanti e venite raggiunti da una musica assordante. Invece qui abbiamo poche cose e siamo in una piccola chiesa: questa è la realtà a cui Gesù fa riferimento, cioè persone che credono in Lui (li chiamò a sé), che vanno nel Suo nome, che vanno come Chiesa (a due a due), ma con strumenti leggeri. Si sarebbe detto una volta, in termini bellici, “artiglieria leggera” – che non sono i carri armati, che sono pesanti – per dire il minimo indispensabile, perché risplenda pienamente il dono che è stato riposto in noi. Non sarà la bravura del Vescovo, non sarà l’eloquenza di Don Pietro, non sarà la spettacolarità della chiesa del Saliscendi ad attirare l’attenzione, ma solo Gesù. Noi siamo degli strumenti e, più siamo poveri, meglio è. Quindi, Arturo, non ti scoraggiare della tua debolezza, sappi che attraverso la tua voce, la tua sensibilità, il Signore vuole parlare: tu renditi disponibile con i mezzi che hai.
Ma non so parlare…
Non fa niente!
Mi impappino…
Non fa niente!
Sii testimone. A questo siamo chiamati.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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