Che cosa conta veramente nella vita?

Teano, 13 giugno 2012

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Teano, 13 giugno 2012

Convento di Sant’Antonio

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Saluto iniziale 

Dopo i tredici martedì, dopo la tredicina, eccoci al 13 giugno, per alcuni, per i devoti di Sant’Antonio, una sorta di Capodanno. C’è sempre una festività, un evento al centro di un calendario, diverso da quello oggettivo, esterno, che è il calendario del cuore. Per tanti della nostra Diocesi, Sant’Antonio è come un “superprotettore”: lo incontro in tutte le parrocchie, in tutte le salse, e tra l’altro in tanti giorni dell’anno liturgico, non solo nel mese di giugno. Sant’Antonio divide l’anno, il tempo di tante persone, ci convoca intorno all’altare dove egli stesso ha celebrato i Santi Misteri, dove ha predicato, dove ha trovato fonte di ispirazione per la sua prolifica predicazione. Sono gli stessi Misteri, quelli che celebriamo, fratelli e sorelle, di cui si sono cibati i Santi. E perché noi non lo siamo ancora? Chiediamo perdono per questa distanza, per tanta grazia che entra in noi e per una corrispondenza sempre debole alle sollecitazioni che ci vengono dalla Parola e dai Sacramenti. Per questo e per altro chiediamo umilmente perdono.

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Omelia

Sant’Antonio, mio beato, tutto pieno di santità,
tredici grazie fate al giorno,
fatemene una, per carità!

Anche l’infanzia del vostro Vescovo è stata scandita da questa preghiera popolare, e comincio con questa annotazione. Anche tra i santi ci sono i fortunati e gli sfortunati – lo dico sorridendo – nel senso che sono tutti santi, tutti pieni della grazia di Dio, ma alcuni, per un motivo imponderabile, entrano nel cuore delle persone in una maniera così forte che anche santi di grande statura scompaiono alla loro presenza, al loro ricordo. Penso – e l’avrò detto anche qualche anno fa – a Sant’Antonio rispetto a San Francesco che è il padre cui egli si è rifatto, il fondatore dell’Ordine, sia pure ancora nelle prime battute, in cui egli è entrato; e, per fare un esempio molto più vicino a noi, penso a Padre Pio: dovunque andate, voi trovate statue più o meno belle, a volte brutte, di Padre Pio, più o meno sparse nei luoghi più impensati. Come c’è fortuna nella nostra vita, così ce n’è anche nella vita dei santi. Sant’Antonio è stato fortunato, perché come dicevo all’inizio della nostra Eucarestia, solo nella nostra Diocesi ci sono statue dappertutto, feste che cominciano a giugno fino al mese di settembre o addirittura a ottobre.

Perché ho voluto iniziare con la preghiera litanica: Tredici grazie fate al giorno, fatemene una, per carità? Perché è riduttivo, carissimi fratelli e sorelle, che noi stasera siamo qui a chiedere una grazia a Sant’Antonio, al Signore per intercessione di Sant’Antonio. Io vi auguro di tornarvene a casa con la grazia che siete venuti a cercare, ma il testo della Sapienza su cui vorrei fermarmi, che è la Prima Lettura che spero abbiate ascoltato con attenzione, sembra dirigere la nostra attenzione in un’altra direzione, perché l’autore – c’è un autore d’onore, Salomone, che è un po’ lo “sponsor” di tutti i libri sapienziali – dice: Io pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito della sapienza. Ovviamente la scelta di questo testo nella solennità di Sant’Antonio è motivato dal fatto che, nella sua predicazione, nella sua vita, Antonio è stato attraversato da questa sapienza, tanto da attirare l’attenzione di folle immani e di farsi ascoltare anche dai pesci. Oggi si fa tanta difficoltà a farsi ascoltare dalle persone, immaginarsi fare una predica ai pesci! Ma che cosa ha reso grande Sant’Antonio? Certamente il dono di Dio che si chiama santità, che noi invochiamo e che è la grazia delle grazie, non la guarigione, non una vincita al superenalotto (in questi tempi ce ne sarebbe particolare bisogno), ma l’autore del Libro della Sapienza dice: La preferii a scettri e a troni – quindi gloria mondana, il potere – stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro, al suo confronto, è un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte ad essa l’argento. Allora la vincita al superenalotto potrebbe essere una cosa fortunata, ma forse potrebbe perdermi, perché mi monto la testa, perché con tutti quei soldini non so cosa farne, finirei nel vizio…

Che cosa conta veramente nella nostra vita, cari fratelli e sorelle? Questo dobbiamo chiederci stasera, concludendo la solennità di Sant’Antonio del 2012. Cosa conta veramente, dal momento che l’autore della Sapienza, Salomone o un altro non è importante, dice che è più importante degli scettri e dei troni, è più importante dell’oro e dell’argento, è più importante di qualsiasi ricchezza? Cos’è questa sapienza?

Più avanti dice: L’amai più della salute e della bellezza. Se io interrogassi su cosa è più importante, da buoni napoletani rispondiamo che quando c’è la salute c’è tutto. Non è vero, non è vero! Certamente stare in buona salute è un’aspirazione per molti di noi, ormai senza speranza, ma per qualcuno ancora viva. Ma è proprio la salute il bene più importante? la bellezza? Quindi andare in un centro di benessere, andare dall’estetista, andare dalla parrucchiera? E adesso anche gli uomini non sono da meno… Questi sono beni, ma qual è il Bene?

Nella vita ci sono i beni e c’è il Bene, e i santi hanno avuto l’astuzia di capire cosa veramente contasse e cosa fosse secondario. Bisogna saper distinguere un bene primario da un bene secondario. Direi, tra parentesi, che se ci troviamo nella situazione disastrosa nella quale stiamo da un punto di vista economico, è perché nessuno ci ha aiutati – anzi, hanno cercato di metterci le bende – nella distinzione di questi beni: bene primario e bene secondario, bene superfluo; bene essenziale e bene di cui si può fare a meno. Il bene essenziale non è neanche la salute, neanche la ricchezza e neanche il potere. Il testo della Sapienza lo esprime così: il bene più grande è la sapienza. Forse ricordate che, nel Libro dei Re, è raccontato che  Salomone, il giorno in cui, appena adolescente, fu intronizzato, e quindi Davide gli passò lo scettro, tutto ad un tratto, per l’intrigo di sua madre e del profeta Natan (lasciamo stare i particolari della storia), si trovò re in ventiquattr’ore senza sapere come e senza aver studiato, era troppo piccolo, avrebbe voluto ancora giocare, galoppare, e allora si addormenta davanti all’Arca – bellissimo questo testo – perché trova rifugio presso il Signore. Forse è preso da angoscia, da difficoltà che oggi si chiama “angoscia da prestazione”. Andò a rifugiarsi ai piedi dell’Arca, davanti al Signore: era stanco di tutti i cortei, si addormentò e fece un sogno. Il Signore gli andò in sogno e gli disse: Salomone, oggi sei diventato re. Auguri! Cosa vuoi? Tutti ti hanno portato dei doni: aromi, gioielli… Anch’io voglio farti un dono.

Attenti, perché se questa cosa la chiede un ricchissimo, allora tu ci pensi due volte; se te la chiede l’Onnipotente, ci penserai a lungo: cosa devo chiedere? Il Signore mi dà carta bianca: firma tu, metti tu la cifra. È già firmato questo assegno. Salomone non chiese la salute, la forza contro i suoi nemici, sgominare gli eserciti avversari… Chiese: donami la sapienza del cuore. Probabilmente, questo episodio è tra le righe del testo scelto come Prima Lettura nella giornata della solennità di Sant’Antonio, perché ad un certo punto dice che insieme alla sapienza ebbe anche tutte le altre cose (Insieme ad essa mi sono venuti tutti gli altri beni), perché poi, quando si svegliò e si accorse che il Signore gli aveva parlato, Dio gli disse: Hai chiesto una cosa saggia e allora ti do anche tutto il resto.

Sapete come si chiamava in dialetto napoletano la sapienza? L’arte ’e campa’. Qualcuno la insegna ancora l’arte ’e campa’? A volte si dice di una persona che non sa campare, non sa vivere; magari ha tanti soldi, è anche un professore universitario, ma è un piantagrane, non è riconoscente, non sa campare. Forse vi sembrerà un po’ riduttivo che la sapienza di cui parla il testo dell’Antico Testamento sia l’arte di vivere. L’arte di vivere non è solo l’arte napoletana di arrangiarsi, ma è l’arte di capire cosa è veramente importante in una vita, ciò per cui valga la pena di spendere anche una somma esorbitante, ciò che nessuno dovrà rubarci. E c’è una sapienza che nessun ladro potrà mai sottrarci. Ci sono dei beni spirituali, dei ricordi della nostra infanzia, una percezione d’essere stati amati, una percezione della presenza di Dio, una facilità nella preghiera, nel rivolgerci al Signore come bambini, che sono beni inalienabili e intoccabili. San Francesco chiamava Sant’Antonio così, riconoscendogli anche una magisterialità: mio dottore.

Sant’Antonio non deve farci le grazie – e voi starete pensando: speriamo che ce le faccia! Sì, lo spera anche il vostro Vescovo… – ma deve farci la grazia della sapienza della vita. E a volte la sapienza della vita è nelle piccole cose, la sapienza della vita è nelle piccole gioie, la sapienza della vita è nella famiglia raccolta intorno alla mensa, la sapienza della vita è la gioia della mensa senza esagerare, è accontentarsi di piccole cose, ma nella pace, evitando questioni, evitando processi inutili. La sapienza è l’arte di vivere.

L’arte di vivere in pace è dono di Dio e i santi l’hanno sperimentata. Noi, mettendoci dietro di loro, guardandoli – magari venite qui e siete presi da questa che è un’immagine di Sant’Antonio, ma non è Sant’Antonio – chiediamo questo dono: aiutami a vivere, aiutami a godere della vita in una maniera sana. Come ho già detto altre volte, probabilmente c’è un bene in questa crisi che sta attanagliando l’Occidente, ed è sfrondare tante cose inutili, tante sovrastrutture, tanti bisogni indotti che per noi erano vitali: se non si va in vacanza all’atollo numero 532, non si può essere felici. Puoi essere felice anche senza andare in vacanza questa estate, si può essere felici facendo una passeggiata nel verde, utilizzando dei sentieri qui intorno a Teano, salendo a Roccamonfina; si può essere felici mangiando cose semplici, si può essere felici vestendo abiti che non siano firmati. Una situazione che preoccupa tanti, può diventare occasione per ripensare la nostra vita. La fede è molto legata alla vita, la fede è l’arte di vivere, l’arte di vivere bene, l’arte di vivere in pace, innanzi tutto con se stessi e poi con gli altri. Ricordatevi che quelli che piantano grane, innanzi tutto sono inquieti nei confronti di sé e poi finiscono d’essere delle frane continue nelle relazioni con gli altri. Questo il vostro Vescovo chiede per voi a Sant’Antonio: sì, fa’ tredici grazie al giorno – e spero di rientrare in questo numero, nel 13 di oggi, di domani – però la cosa più importante è la sapienza della vita che Gesù è venuto ad insegnarci. Su questo discorso Sant’Antonio e il suo maestro, San Francesco, erano molto sensibili: guardate gli uccelli del cielo, guardate i gigli del campo… guardate un campo di papaveri… Ne ho visto uno a Torricelle, stamattina: meraviglioso! Magari nessuno lo guarda. Guardate tutte queste bellezze e rendetevi conto che sono dono di Dio. E se non le guardate, voi commettete un peccato! Nella misura in cui queste bellezze vi entrano dentro, voi diventate belli e pacificati.

Quello che vi sto dicendo è in netta contraddizione con il chiasso che sentiamo da fuori e che è arrivato da 3, 4 giorni rimbalzando sull’episcopio: era come se io avessi avuto il letto sotto la collina di Sant’Antonio. Mi dicevo: “Ma che fanno questi che gridano come dannati, come il nostro folle che gira per Teano?”. Gridavano con un’ansia… Mettevano ansia, come i cronisti delle partite!

L’arte di vivere è l’arte di fare le cose pian piano, come dice l’autore del Piccolo Principe, di camminare adagio adagio verso la fontana, facendomi venire la sete, perché io possa gustare quell’acqua senza correre. Allora, passando in mezzo a questo caos, io non ne faccio parte, vado in un altro luogo dove si sta più tranquilli stasera, e magari vengo a Sant’Antonio domani sera, tra una settimana, dove finalmente passata è la tempesta: odo augelli far festa. Così speriamo da domani mattina. Immagino se i frati abbiano potuto chiudere occhio in questi giorni, quando avevano questo tam-tam dei bassi che senti nello stomaco e fanno venire la gastrite anche a quelli che non ne soffrono. Quindi, coraggio, la vita è semplice e la sapienza di cui ha parlato il testo nella Prima Lettura, la sapienza che ha vissuto Sant’Antonio, dev’essere anche la nostra. Torniamo a insegnare l’arte di vivere: l’arte ’e campa’.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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