Stiamo ancora in tempo…

Teano, 5 agosto 2012

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Teano, 5 agosto 2012

Chiesa Cattedrale

Solennità di San Paride

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Saluto iniziale

Ringraziamo il Signore che ci dà la gioia di celebrare la solennità di San Paride 2012 – il ripetersi di una memoria che affonda le radici negli inizi della Teano credente – padre della fede, padre della Chiesa, padre del nostro popolo: lo invochiamo tutti i giorni, ma in particolare in questa solennità, per noi, per la città, per la Diocesi di cui è patrono, protettore, avvocato. Tutto questo avviene intorno all’altare su cui Paride ha celebrato i Sacri Misteri; ci incontriamo con Lui nell’unico mistero di Gesù, che egli è venuto ad annunziare da lontano e che ha costituito l’amore della sua vita, centro della sua esistenza. Per tutte le volte in cui Gesù è ai margini della nostra vita chiediamo umilmente perdono.

LETTURE

Es 16, 2-4.12-15

Ef 4, 17.20-24

Gv 6, 24-35

Omelia

Con le parole della Liturgia della Parola di oggi diciamo: Donaci, Signore, il pane della vita, il pane del cielo.

C’è una contraddizione apparente tra la parola “pane” e “cielo”: un pane viene dalla terra, viene dalla farina, viene dal grano, viene dal forno, e invece chiediamo un pane dal cielo. Com’è possibile, carissimi fratelli e sorelle, mangiare il pane “del” cielo o “dal” cielo? Il salmo responsoriale cominciava così: Ciò che abbiamo ricevuto e i nostri padri ci hanno raccontato, vogliamo raccontarlo ai nostri figli. Ci sono tre generazioni in questa espressione: i padri che hanno raccontato; noi che abbiamo ricevuto i loro racconti e siamo stati educati ad andare oltre i nostri bisogni; poi ci sono i nostri figli.

Carissimi fratelli e sorelle, questo va ricordato non solo nella solennità di San Paride, ma ogni giorno: siamo nel pericolo terribile di fermare un sapere. C’è una strozzatura, nella nostra generazione, tra doni grandi ricevuti e una sorta di impossibilità a dire, a raccontare con parole credibili, direi con la vita, ai nostri figli quello che abbiamo ricevuto e che i nostri padri ci hanno raccontato.

Tra questi padri, oggi, in prima fila, luminoso, vogliamo ricordare, guardare e contemplare San Paride: appartiene ai nostri padri, è il padre della fede, Pater Ecclesiae, padre della nostra Chiesa. Dunque anche lui ci ha raccontato e lo ha raccontato ai teanesi del tempo, alla comunità che ha guidato a lungo, lo ha raccontato ad Amasio e agli altri suoi successori, ma com’è che noi non riusciamo a raccontarlo?

Con una frase terribile, alcuni autori ritengono che noi siamo gli ultimi – e speriamo che non sia così – ad aver ricevuto un sapere, e i primi a non saperlo trasmettere. E qui “sapere” non riguarda solo la fede, ma il senso della vita, riguarda il sapore della vita, riguarda quelle cose spicciole che andavano sotto il nome di “senso comune” o di “buon senso” che i nonni raccontavano attraverso storie, attraverso proverbi, che facevano parte di un patrimonio – e senza patrimonio non si fa matrimonio – che dava la possibilità di vivere, di sopravvivere e di pensare anche alle generazioni future.

Com’è che noi non ci riusciamo? Com’è che il sapere del cuore di San Paride rischia di arenarsi? Com’è che tanti secoli di Cristianesimo ci vedono impossibilitati a trasmettere, balbettanti, impediti nel formulare parole significative che possano emozionare – perché ce n’è bisogno – il cuore dei nostri figli?

Mi sembra di trovare una qualche risposta a questa nostra difficoltà proprio nella Liturgia della Parola di oggi, che ho voluto si conservasse nonostante la solennità di San Paride, perché le letture di questa Domenica mi sembrano particolarmente significative rispetto ad una difficoltà. L’ha vissuta Mosè che aveva portato il popolo alla libertà, lo aveva trainato, trascinato fuori dalla schiavitù non senza problemi, che ora si sente additato come un malfattore da parte di coloro che egli ha liberato, perché hanno fame, perché non c’è pane, perché il deserto è inospitale; avrebbero voluto una terra promessa dietro la prima duna e invece questa terra si fa aspettare, perché deve maturare nel cuore degli israeliti, e deve maturare per 40’anni. Come si fa a camminare 40’anni senza pane? E allora c’è una sommossa. La nostra difficoltà, per quanto drammatica, ha riguardato anche Mosè: anche lui ha fatto fatica a “coscientizzare” che la libertà vale più di un pane. Magari molti di voi non saranno d’accordo e sarebbero disposti a barattare la libertà per un pane. La libertà vale più di un pane e questa fame che sentiamo, questi bisogni che avvertiamo, non possono essere letti, raccolti così, immediatamente senza una cultura, senza valori di riferimento, senza capire che sono portatori di qualcosa di più che, se non scoperto, si perde, si svilisce. Innanzi tutto c’è Mosè con la sua fatica a trainare un popolo che mormora, un popolo che è deciso ad ammutinarsi, un popolo che vuole tornare indietro, perché dice: Stavamo meglio quando stavamo peggio.

Poi nel Vangelo c’è Gesù, se ci fate caso, con lo stesso problema: ha moltiplicato i pani Domenica scorsa – spero non dimentichiate le puntate precedenti – e la gente lo ha cercato ma non lo ha trovato. Gesù non si è fatto trovare, perché la gente si è aggrappata al bisogno del pane. Voi mi cercate – dice Gesù nel Vangelo di oggi – non perché avete visto un segno, ma perché vi siete sfamati, cioè siete rimasti sul livello dei bisogni fisici, dei bisogni elementari – che, attenti, non stiamo qui a cancellare: siamo uomini e restiamo tali – ma questi bisogni sono vettori, portatori di qualcosa di più, e Gesù cerca di far maturare con fatica, con la stessa nostra fatica, nella gente che lo sta cercando, dopo aver mangiato, dopo aver avuto lo stomaco pieno, che c’è un vuoto nel cuore che nessun pane materiale riuscirà a saziare, a colmare. Voi mi chiederete un pane, ma vi darò il pane dal cielo, quello vero. Alla fine questa catechesi si conclude con una invocazione, che non sempre purtroppo noi raccogliamo, ovviamente per i nostri demeriti: Signore, dacci sempre di questo pane! Abbiamo capito… Cosa dovevano capire gli ebrei nel deserto e gli ascoltatori di Gesù? Dovevano capire che nel bisogno c’è un sogno. Ripeto: nel bisogno c’è un sogno.

Prendiamo il bisogno del pane, che è il bisogno di mangiare, il bisogno di stare insieme agli altri, ma immediatamente è un bisogno fisico, non prevede l’aspetto della mensa, dell’essere insieme: da questo bisogno nasce il sogno di una comunità. Noi, tra qualche ora, ci siederemo a pranzo, spero non da soli, perché mangiare da soli è assolvere a un bisogno, ma mangiare insieme con gli altri è cercare, nel bisogno comune, un sogno, che è il sogno di una memoria comune (ti ricordi?), che è il sogno di un amore, di un affetto che ci accomuna (ci guardiamo, brindiamo), che è il sogno di un futuro che bussa alle porte della famiglia, della parrocchia, della Diocesi, di ciascuno di noi, chiedendoci di più, invocandoci per un “altrove”, per un “di più” che è oltre il bisogno del pane. Il sogno, per Mosè, era la libertà nel bisogno del pane; il sogno per Gesù era il pane del cielo nel pane moltiplicato. Ma c’è anche San Paride con lo stesso problema, identico – sappiamo poco, ma il fatto che la fede si sia impiantata intorno al suo nome ci fa percepire con certezza che egli sia esistito e che abbia lavorato alle fondamenta, alle fondazioni della nostra Chiesa -: San Paride con la sua fatica cerca di far capire ai teanesi che il bisogno di protezione non può essere coniugato con la presenza di un drago.

Perché i teanesi si ribellano quando San Paride li libera dal drago? Perché si vedono sottratti un bisogno: il bisogno di protezione. Sì, il drago è cattivo, dobbiamo sacrificare ogni anno una ragazza… Sarà stato un drago, un malfattore, un don Rodrigo di turno, non è importante, ma mettiamoci nei panni dei teanesi di allora che si vedono denudati da San Paride: non avevano più il loro drago che li proteggeva. Sì, era brutto, ma li proteggeva rispetto ad altri draghi di altre località vicine, di altre città. E questo è il bisogno religioso anche, che non è ancora la fede, anche perché il bisogno religioso è un bisogno, la fede è un sogno, ma è un sogno che affonda le radici nel bisogno di protezione, nel bisogno d’essere rassicurati, per noi, per i nostri cari, per i nostri defunti, per il nostro futuro, per le nostre malattie, ma non ci possiamo fermare lì. Quando ho cercato di spiegare questa differenza tra religiosità e fede, mi è stata sempre utile questa semplicissima distinzione: la religiosità, che appartiene a tutti gli uomini (è un istinto), addormenta; la fede tormenta. Voi starete pensando: Allora è meglio la religiosità! E certo! Ma se decidete così, siete infantili, siamo infantili, perché ci accontentiamo del pane, ci accontentiamo del drago.

La fede non addormenta, la fede non ti fa dormire: tormenta. Se dopo una processione, come quella di ieri sera, o qualsiasi altra, se dopo una celebrazione, torniamo a casa tormentati, torniamo a casa forse anche innervositi – magari questa predica potrebbe sortire questo effetto e non solo per il caldo – è buon segno. Se torniamo tutti tranquilli e simpatici – Anche quest’anno abbiamo fatto la processione di San Paride! – San Paride è tornato nel suo cappellone, ognuno poi torna ai suoi affari, questa si chiama religiosità, perché addormenta. Anche i teanesi avevano il drago: era brutto, ma li teneva tranquilli; offrivano dei sacrifici, dovevano pagare tasse esosissime, ma dormivano tranquilli. Ecco la religiosità.

La fede è un’altra cosa: ti mette in cammino, ti fa attraversare il deserto, ti fa andare oltre il bisogno. La fede è un sogno: il sogno di me e di te santi, il sogno di una città futura, il sogno di una eternità, il sogno di un pane dal cielo.

Il simbolo che vi consegno oggi – e che non è mio, viene dalla Liturgia della Parola – esprime molto bene ciò che dobbiamo fare e ciò che dobbiamo riuscire a trasmettere ai nostri figli, che non sono qui, perché stanotte sono tornati tardi, forse sono tornati stamattina all’alba o non sono tornati per niente… Che ha fatto stanotte tuo figlio? Non sto invitandovi a sospettare, a pensare cose… Hanno cercato “pani” fino all’alba: hanno ballato, si sono ubriacati… Quante bottiglie vuote di birra vedo quando si raccoglie il vetro! Chi le beve? Hanno bevuto, ed è colpa nostra, non loro! È colpa nostra, che non abbiamo saputo educarli a trasformare un bisogno in un sogno, perché anche il bisogno sessuale può diventare il sogno di una comunione che è ben oltre. Questo chi lo deve insegnare? Noi! Quello che i nostri padri ci hanno trasmesso e che noi abbiamo ricevuto, lo insegneremo ai nostri figli. Stiamo ancora in tempo per fare come Mosè, per fare come Gesù, per fare come San Paride per educare i nostri figli a leggere dentro questo bisogno.
Quando hai mangiato, ti senti bene? No, ti senti appesantito.
Quando hai soddisfatto un bisogno di fame, di sete, di sesso, ti senti pacificato? No, ancora più assetato.

Ci sono dei bisogni che ci assetano, ci sono dei pani che ci affamano, ci sono delle acque che, anziché placare l’arsura, la centuplicano. Allora c’è qualcosa che non va, bisogna aprirlo questo bisogno come si apre una pietra, bisogna scalfirlo, capirlo. È un bisogno di Dio. Ogni bisogno è bisogno di Dio: il pane, l’acqua, il sonno, il riposo, la festa, l’amore, la mensa è sogno di Dio. Allora chiediamo l’intercessione di San Paride che queste cose è riuscito a farle capire a dei teanesi pagani. E noi, oggi, non riusciamo a farle capire – ed è colpa nostra – a dei teanesi cristiani? Voi dite: Ma non lo sono, non lo siamo! Quanta fatica si fa anche da parte di voi genitori a dire al figlio: Guarda che la felicità non è in quello che stai facendo, non è in quella notte bianca! Tutte le notti sono diventate bianche e tutti i giorni sono diventati neri. Che confusione tra giorno e notte!

Donaci, Signore, il pane del cielo. Pane-bisogno, cielo-sogno. Il cielo scende nel pane anche in questa Eucarestia tra qualche istante e voi riceverete il Corpo di Cristo che è quello che Gesù, attraverso i segni dei pani, voleva trasmettere come bisogno più alto ai suoi ascoltatori. Come ho detto all’inizio della Messa, anche San Paride, tante volte, ha celebrato questi Santi Misteri per la sua comunità delle origini.

Che Gesù dentro di te ti faccia tornare a casa tormentato. Se torni tormentato, hai fatto una buona comunione, si sarebbe detto un tempo; se torni pacificato, siamo ancora soltanto nei termini della religiosità.

La religiosità addormenta, la fede tormenta. Paride, continua a tormentarci.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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