Piccole donne crescono

Pietravairano, 11 agosto 2012

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Solennità di S. Chiara

Pietravairano,  11 agosto 2012

Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

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Saluto iniziale 

Condividiamo con le Sorelle Clarisse la gioia, la luce e il chiarore di questa solennità di cui vogliamo essere intrisi: è come un bagno di luce, nella luce, già qui, all’inizio della celebrazione, a fronte delle nostre oscurità, delle ombre che ci portiamo dietro, i nostri peccati, che affidiamo con semplicità alla misericordia del Padre.

Omelia 

Ecco lo Sposo, andate incontro a Cristo Signore – abbiamo cantato più volte con il ritornello del salmo responsoriale. Qui ci sono i fiori di un Matrimonio che si celebrerà tra qualche ora: è una felice coincidenza – cerchiamo sempre di cogliere i segni positivi in ciò che accade – perché di un matrimonio si tratta nella vita di Santa Chiara che, in una maniera particolarmente fulgida, esprime la dimensione femminile della fede.

Ci sono due modi di aderire alla fede, come alla vita, come a tanti aspetti del nostro vivere umano: quello maschile e quello femminile. Certamente le distinzioni non sono così nette così come si suole presentarle, e come anch’io le presento per un motivo didattico, ma è certo che, al di là delle frammistioni, al di là degli elementi maschili e femminili presenti nelle donne e negli uomini, c’è un modo femminile di credere e c’è un modo maschile di credere, di aderire al Signore, di seguirlo, di credere al Vangelo, come dice Gesù all’inizio della sua predicazione.

Noi, oggi, raccogliamo un raggio che ci viene da Assisi da più di otto secoli fa, a rappresentarci questo genio femminile di credere, perché come ho già detto tante volte in questi anni, Chiara non è a seguito di Francesco, non è l’aspetto femminile di Francesco, ma ha una sua identità, una sua peculiarità, una sua fisionomia del tutto diversa da quella di Francesco; è unico solo il cielo sotto cui questi due miracoli accadono nello stesso tempo: il cielo di Assisi.

Com’è questa dimensione femminile del credere? È legata al chiostro. Questo lo dico per tutte le donne, non solo per quelle consacrate, non solo per le Sorelle Clarisse, particolarmente contente oggi, nella festa della loro Madre. Questa insistenza di Gesù a rimanere nel Suo Amore è particolarmente sottolineata dalla dimensione femminile del credere che, come nella sfera affettiva, è delimitata da uno spazio sacro, che nel Matrimonio è la famiglia e che nella vita claustrale è il chiostro, appunto. Scrivendo ad una sua figlia a Praga, Santa Chiara dice: “Adora Gesù nel chiostro del tuo cuore”. Questa è una dimensione molto femminile di interiorità, di delimitazione di uno spazio sacro, inviolabile, di un giardino chiuso, come dice il Cantico dei Cantici. Invece la dimensione maschile del credere è più missionaria, è più rivolta all’esterno, è più legata all’andare, come d’altra parte Francesco vivrà e come i suoi frati ancora oggi vivono, andando per le strade del mondo per una dimensione ad extra. Poi c’è una dimensione ad intra, che è clariana ed è femminile. Vorrei descriverla brevemente nella dimensione della maternità, perché qui ci sono piccole donne che crescono, come diceva un romanzo della nostra infanzia, ormai fuori moda. E crescono come? crescono verso dove? qual è il loro modello, il loro progetto?

Il loro progetto è Clara, il loro modello è Clara. Voi direte: Ma non è Gesù? Certo, ma Gesù nella versione clariana, Gesù con la voce di Chiara, Gesù con gli occhi di Chiara, Gesù con il chiostro di San Damiano, Gesù con i fiori piantati e lasciati crescere liberamente in un fazzoletto dell’orto di San Damiano, perché ci sia spazio anche per la creatività di Dio. Ovviamente quello che dico delle piccole donne che crescono qui, vale per tutte le donne che crescono (e speriamo che crescano anche fuori di qui).

La prima dimensione è la verginità. La verginità è scoprirsi donne chiuse, donne custodite, donne che attendono, donne che si specchiano, si guardano allo specchio. È questa la verginità: non è solo questa, ma anche questa. Allora una donna cresce come madre innanzi tutto nella dimensione verginale, e attenti che questa dimensione continua nel Matrimonio, quando vi si fa attenzione, continua anche in altri stati di vita, ma in modo tutto speciale continua nella vocazione claustrale. La donna innanzi tutto vergine, e continuerà ad essere donna nella misura in cui continuerà ad essere vergine, cioè fontana sigillata (è sempre il Cantico dei Cantici che ci offre queste definizioni così struggenti, così poetiche, così sintetiche).

Ma la verginità – e spero di non essere frainteso – può diventare un pericolo quando è solo lo specchio dove io mi specchio – penso alle adolescenti, almeno quelle di un tempo, non quelle di oggi – una sorta di vita sognata e non vissuta, specchio che mi rimandi un’immagine bella di me. Anche la verginità è un terreno di passaggio, non è un approdo per le donne che crescono, perché, alla verginità, segue la sponsalità che in qualche maniera ne è l’interruzione, ne è la morte. Voi che siete sposate, ricordate una qualche tristezza il giorno del Matrimonio all’atto in cui siete uscite di casa svolazzanti, con i vostri veli, con i vostri strascichi, con i vostri abiti da regine… Addio alla verginità: oggi sono sposa… Questo, ovviamente in una maniera spirituale, vale anche per le donne che crescono qui e che sembrano fissate nella verginità e invece sono chiamate alla sponsalità, perché c’è una verginità che può essere egoistica, può essere la vita da single, come oggi si dice, che può essere “io ed io”, e invece bisogna aprirsi all’altro. E l’altro è l’uomo, l’altro è lo sposo, l’altro è lo Sposo che viene, cioè Gesù. La sponsalità è una dimensione importantissima dell’evoluzione di una donna, comunque, sempre. Ci prepariamo, per esempio, qui, alla Professione Solenne di Suor Chiara Letizia, e sarà un giorno nuziale. Tra un po’ sarete invitati a questa Professione Solenne, sì definitivo, giorno nuziale.

La verginità è visitata. La verginità è come un giardino incantato che è stato curato, innaffiato, potato, seminato, poiché un principe azzurro possa entravi. Ed ecco che queste donne che crescono e che nascono dalla verginità, poi approdano alla sponsalità, che è “tu ed io”, non “io e tu”, che è diverso. Tanti matrimoni, ma anche tante vite consacrate falliscono per questo. Ci sembra che l’accento sia posto sulla nostra persona, sul giardino, sulle fontane, sulle statue, su ciò che adorna questo “orto chiuso”, ed è una strada sbagliata, perché – tu ed io – l’io è correlato al tu. Il principe è l’altro: è il marito, è il Signore.

Questo spazio, visitato dall’altro, diventa uno spazio che si allarga, ed ecco che mi trovo incinta, voi come loro, di altri: è un dramma.

È stato un dramma rinunciare alla verginità, è un dramma rinunciare alla sponsalità come “tu ed io”, quando non “io e tu”, perché gli altri, i figli, reclamano, piangono, frignano, piangono di notte, ci svegliano, non ci fanno dormire. Sono così i figli, comunque e da dovunque vengano: occupano uno spazio, lasciano i giocattoli per tutte le stanze, prendono possesso. Ci sentiamo defraudati: avevamo sognato una casa tutta in ordine ed ecco che la maternità pone il nostro corpo violentato, ma anche il nostro cuore, anche la nostra casa… Non c’è più spazio. A volte le mamme debbono rifugiarsi nel bagno per trovare un po’ di privacy e forse neanche lì, perché i bambini bussano, chiedono, hanno bisogno… Dobbiamo rinunciare a tutto.

La maternità ha delle fasi.
Il bambino in me, il figlio in me, dentro di me, è la fase più poetica della vita materna, vostra e loro, perché hanno tanti figli anche le monache, e guai se non l’avessero! Guai rinunciare alla sponsalità, guai rinunciare alla maternità!
Il figlio in me è il figlio sognato, è il figlio con cui parlo, è il figlio che dorme con me, che si alza con me, che sogna i miei sogni, che parla la mia voce, pensa i miei pensieri. Poi questo figlio in me – ed è l’aspetto della gestazione, ma attenti che questo vale pari pari nella vita spirituale – diventa il figlio in braccio: è uscito, è nato, mi ha squarciata, mi ha fatto soffrire, è il figlio da cullare (da consolare – dice Leopardi – d’esser nato, ma lui era un pessimista; noi pensiamo che la vita sia un dono). Il figlio in me è poetico, il figlio in braccio pesa, ma non è ancora la maternità piena, perché la maternità piena è il figlio davanti a me, magari che mi contesta, che va via, che sbatte la porta, che protesta, che mi fa piangere.

Tutto questo Chiara l’ha vissuto e lo vive, perché la sua maternità si estende ancora oggi: Chiara ha figli anche oggi, ha figlie anche oggi, dopo tanti secoli. E ha figli perché non si è innamorata della sua verginità, ma l’ha offerta allo Sposo più degno, al Cavaliere più bello, al Principe più nobile. È stata visitata: Qualcuno ha rotto i sigilli, l’ha fatta sua, ed ella ha girovagato nel chiostro del suo cuore che, pian piano, si è popolato di figlie. Tra l’altro – forse ve lo ricordavo già qualche anno fa – Chiara è diventata madre di sua madre, perché la mamma, dopo le “proteste di rito” – i genitori le fanno quando un figlio entra in seminario o una figlia in monastero – insieme ad altri familiari ha bussato alle porte, e Chiara ha dovuto far spazio a sua madre, così come sua madre aveva fatto spazio a lei da bambina. Questa è la maternità: in me, nelle mie braccia, davanti a me.

Chiediamo che siano allargati i nostri cuori, in particolare per voi donne, presenti per la maggior parte qui, che certamente vivete una vocazione diversa da quella delle monache, ma avete in comune con loro la femminilità che è ancora tutta da giocare e tutta da educare. Siate entusiaste, siate gelose del vostro modo d’essere e di credere, e aiutate anche noi maschi con la vostra diversità a compiere questo cammino. Quando le monache indicano, invocano Santa Chiara, dicono sempre “la Santa Madre Chiara”, perché è madre; è madre perché è vergine, è madre perché sposa, è madre perché ha figli e i figli li ha portati in sé, sulle sue braccia e li ha trovati grandi davanti a sé. Che il Signore ci aiuti in questo itinerario così difficile.

Che nessuno di voi si invaghisca della sua verginità senza farne un dono, nessuno di voi stia una vita intera davanti a uno specchio; i figli non vengono così, bisogna passare da uno stadio all’altro e, allora, quello che abbiamo cantato diventa vero: Ecco lo Sposo, andategli incontro.

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Saluto finale 

Speriamo di non aver sgualcito questi fiori con i nostri occhi, ma di averli avvalorati e, più che i fiori, ciò di cui essi sono cornice, cioè la celebrazione nuziale che avverrà qui, tra un’ora.

A segno che si produce, che c’è una fecondità, ci sono qui delle vite di S. Chiara a fumetti, che potrebbero farvi fare qualche sorriso. Quello che non si riesce a leggere nei libri, a volte diventa più fruibile con i fumetti, di cui tra l’altro, le monache Clarisse dell’Immacolata stanno diventando esperte. Per cui, uscendo, prendete la bomboniera di questo matrimonio, che è la vita di Santa Chiara, appena uscita, profuma di stampa. Siete i primi lettori in assoluto.

Ringrazio anche la colonia dei preti di Pignataro, che è venuta ad allietare questa celebrazione; li ringrazio a nome delle monache, ma anche a nome mio personale: per il Vescovo, poter concelebrare con i propri presbiteri – e “propri” non è un aggettivo possessivo – è sempre una gioia.

Auguri a tutte, in particolare a voi donne: possiate portare avanti questo programma di un credere al femminile.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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