Un grido di vittoria nel bel mezzo di una sconfitta

Napoli, 18 settembre 2012

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Solennità di San Gennaro

Vescovo e Martire

Patrono di Napoli e della Campania

Primi Vespri

Napoli, 18 settembre 2012

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Basilica di San Lorenzo Maggiore

Saluto di S. E. Mons. Arturo Aiello ai pellegrini

Carissimi fratelli e sorelle,

solo una parola che ci aiuti a compiere santamente questo breve pellegrinaggio verso la Chiesa Cattedrale di Napoli. Innanzi tutto ringraziamo il Signore che ci dà questa opportunità di visibilità. Non è la cosa più importante, ma a volte – e forse particolarmente oggi – i cristiani pensano d’esser pochi, perdenti, insignificanti. Allora è importante per una Chiesa diocesana convenire in un pellegrinaggio o in altre modalità simili, non per rendersi visibili agli altri, ma dare una visibilità a se stessa, come se stasera dicessimo: Chiesa di Teano-Calvi, ci sei!, ovviamente in alcuni rappresentanti (saluto le autorità civili e tutte le componenti della nostra Chiesa).

Siamo qui per un gesto di fede. Domani è la Solennità di San Gennaro, Solennità per la Chiesa di Napoli, ma anche Festa per tutta la nostra regione, poiché è Patrono della Campania. I Santi Martiri ci ricordano il dovere della testimonianza, lo abbiamo appena ascoltato dalla voce di Gesù nel Vangelo che è stato proclamato.

Non abbiate paura di dire la vostra fede. “Martire” significa questo in greco: testimone. In qualche maniera tutti siamo chiamati al martirio oggi, un martirio non cruento ma non meno difficoltoso, perché il mondo nel quale siamo chiamati a vivere e ad annunziare la fede è un mondo pagano, come per le prime comunità cristiane che annunciavano il Vangelo. Dunque coraggio! Interceda per noi San Gennaro e i Santi Patroni delle nostre Diocesi, perché la fede non si estingua nelle nostre chiese, nelle nostre parrocchie, nelle nostre famiglie, nel cuore di ciascuno di noi.

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Cattedrale di Napoli

Celebrazione dei Vespri

in occasione dell’offerta dell’olio della Diocesi di Teano-Calvi

per la lampada votiva di San Gennaro

Commento alla lettura breve di

S. E. Rev.ma Mons. Arturo Aiello

Rm 8, 35.37-39

«Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? In tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore».

Ringrazio di cuore il Cardinale Crescenzio che mi dà la possibilità di prendere la parola in questa gloriosa Cattedrale. Saluto voi, Eminenza carissima, i cari fratelli nell’Episcopato, i Vescovi ausiliari Antonio e Lucio, e tutti voi qui convenuti. Oltre al miracolo atteso domani in questa Cattedrale, viviamo già in questo momento un miracolo.

È un miracolo, un prodigio, ogniqualvolta due Chiese si incontrano. E l’aspetto bello, direi anche entusiasmante di questa sera, è la possibilità di dialogo, fosse anche solo con lo sguardo, che viene data a due Chiese, la Chiesa di Napoli e la Chiesa di Teano-Calvi che indegnamente servo, per incoraggiarsi.

Perché due Chiese si incontrano? Si incontrano per ripetersi, per comunicarsi vicendevolmente l’annuncio di Gesù, morto e risorto, che continua a operare nei Santi. Questo che viviamo, carissimi fratelli e sorelle, è un incontro tra Santi. Starete pensando che è un incontro tra Sant’Aspreno, San Gennaro e i Santi Casto e Paride. Sì, c’è un incontro anche a quel livello, ma parlo di Santi come ne accenna Paolo nell’indirizzo introduttivo delle sue Lettere: Ai Santi di Dio che sono in Roma, ai Santi di Dio che sono in Corinto.

Questa sera si incontrano i Santi di Dio che siamo noi, delle Chiese di Napoli e di Teano-Calvi. Ci incontriamo nella memoria grata, devota e luminosa del Santo Martire Vescovo Gennaro, Patrono di questa città, di questa Diocesi e dell’intera nostra regione. Nei Santi, carissimi fratelli e sorelle, continua a scorrere il sangue di Gesù, continua ad essere edito il Vangelo, anche nei santi di oggi, anche in tanti di noi che, nonostante tutte le difficoltà, i pesi, le fatiche, le sconfitte, continuano a ritenere che si debba sperare, così come ci ha ricordato Paolo nella Lettura che abbiamo appena ascoltato, tratta dal grande trattato sulla grazia che è la Lettera ai Romani. All’interno di questa Lettera, c’è un brano inserito nel capitolo 8 che ne è il cuore e che vi consiglierei come antidepressivo gratuito. Quando vi sentite più oppressi – e ci sono tanti motivi per esserlo oggi – leggete il capitolo 8 della Lettera ai Romani e immediatamente ricevete una grinta, una forza per andare avanti nonostante tutto, perché Paolo ci ricorda, in quel capitolo meraviglioso dove sono chiamate a raccolta anche le forze della natura (la creazione stessa geme e soffre nelle doglie del parto), che stiamo vivendo un parto. E il parto è sempre doloroso, ma è prologo di una nascita. Paolo vede così l’Universo, vede così le rotte delle stelle, delle costellazioni, guarda in una maniera riassuntiva la storia e ci consegna questo grido di vittoria che abbiamo appena ascoltato, che comincia con una domanda retorica: Chi ci separerà dall’amore di Cristo?

C’è qualcosa, qualcuno che possa porre ostacolo fra noi e Gesù, il Salvatore, che risplende nella Chiesa, che comunica alla Chiesa la Sua grazia, la fonte che parte dalla Sua croce? C’è qualcosa che può oscurare questo Sole e questo ottimismo che deriva dalla percezione della Resurrezione di Cristo? È una domanda retorica, perché la risposta che l’apostolo aspetta da noi è: Nulla!

C’è qualcosa che può separarti dall’amore di Cristo? La risposta è no.

Questo annuncio, oggi, quando i profeti di sventura continuamente ci scoraggiano, quando pensiamo che la felicità e la salvezza possano dipendere dall’aumento dello spread nazionale o internazionale, in questo momento di grave congiuntura dove tanti rischiano la disperazione, questo è un grido di vittoria nel bel mezzo di una sconfitta. Attenti, ciascuno di voi sa che Paolo non ha scritto questa Lettera, non ha pronunziato queste parole e non ci ha lasciato questo grido di vittoria in un momento facile della sua vita e della vita della Chiesa; si era in momenti difficili, perché la Chiesa è sempre nelle doglie del parto. Ebbene, nonostante quello che Paolo vive, nonostante le mille prove cui è sottoposto, dice: Noi siamo più che vincitori.

Non si è vincitori mentre le cose vanno bene. Si è vincitori all’atto in cui si guarda avanti con fede tra mille difficoltà.

In un versetto precedente il brano appena letto, Paolo ha detto: Tutto concorre al bene per coloro che amano Dio. Tutto concorre al bene: anche le difficoltà, anche le prove, anche i dolori, anche le sofferenze, anche le tentazioni, anche le crisi. Tutto concorre al bene e nulla può oscurare questo bene, che è il bene di Dio in Cristo Gesù. I Santi, carissimi fratelli e sorelle, hanno sentito questo amore, hanno attraversato anch’essi la nostra valle di lacrime nei loro tempi, nelle congiunture cui sono stati sottoposti, ma hanno avuto uno sguardo di speranza, e la speranza affonda le radici nella fede, in una fede che ci fa vittoriosi, anche in questo momento, anche dinanzi alle prove cui Paolo fa riferimento: tribolazione, angoscia, persecuzione, fame, nudità, pericolo, spada… Questo riguarda in particolare il Martire Gennaro che avrà pensato a questo brano e al grido vittorioso di Paolo nel momento in cui, alla Solfatara, vedeva conclusa la sua vita nel martirio: la spada non ti separa, Gennaro, dall’amore di Cristo, anzi, ti avvicina ad esso, ti immerge ancora di più nel Suo amore.

Carissimi fratelli e sorelle, non possiamo uscire di qui disperati, perché la disperazione, forse, è un peccato di cui dobbiamo chiedere perdono, in particolare noi credenti che non possiamo permetterci scoraggiamenti e disperazioni dinanzi a questo amore, l’amore che tutto vince. Noi abbiamo creduto a questo amore e per questo siamo qui: noi, Chiesa di Napoli e Chiesa di Teano-Calvi, ce lo vogliamo comunicare.

Ho pensato, venendo qui, perché si portava l’olio, alla parabola delle vergini prudenti e di quelle stolte, dove c’è il grido: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. Nella parabola, Gesù non permette uno scambio d’olio, ma non lo permette perché la parabola parla di quel tempo in cui non ci sarà possibile scambio, cioè dopo la morte. Ma qui, adesso, noi dobbiamo scambiarci l’olio della consolazione e il vino della speranza, siamo qui perché le lampade di alcuni di noi sono lucignoli fumiganti, direbbe Gesù. Siamo qui per dire l’uno all’altra Chiesa, Napoli a Teano e Teano-Calvi a Napoli: Coraggio! Siamo vincitori! Questo amore è così forte che nulla lo può oscurare!

Concludo facendo un brevissimo escursus sulla parola amore. Non vado alla parola ebraica né a quella greca, ma parto dalle nostre lingue che affondano le radici nel latino. Amor, dicevano i latini, quasi con una sorta di pudore, a dire di più: Omnia vincit amor. Ma noi cristiani dovremmo dire: Omnia vicit amor, cioè l’amore ha vinto ogni cosa. Nella lingua italiana l’amor latino si appoggia alla dolcezza di una vocale: amore. È come un approdo: dall’amor timido dei latini, perché ancora immersi nella paganità, tra gli dei falsi e bugiardi, direbbe Dante, entriamo nell’amore che con la “e” chiude in dolcezza e in bellezza questo amore. Parlo dell’amore di Dio, ma parlo anche dell’amore di Dio che si fa manifesto e concreto in tante relazioni, anche nelle relazioni che intercorrono in una Chiesa diocesana e tra Chiese, come in questo momento.

Ma come non pensare al termine – e qui mi viene in aiuto Erri De Luca, gloria di questa città – nella versione napoletana, dove c’è un rafforzativo, dove la doppia “m” è un incitare ulteriore, un credere all’ammore? Noi della Campania siamo quelli dell’ammore, ed è lo stesso amor che muove il sol e le altre stelle, è l’amore che ci tiene insieme, è l’amore che ha spinto San Gennaro a dare la vita per Gesù e per la sua gente, è l’amore che spinge tanti di noi a offrire l’olio e il vino a coloro che incontriamo sul nostro cammino.

Voglio concludere questa breve dissertazione sull’amore – amor, amore, ammore – con i versi di una canzone.

Napoli canta e Napoli è cantata. Dovunque andiamo nel mondo, appena ci riconoscono napoletani ci chiedono di cantare, perché la solarità della nostra terra diventa un fondamento naturale della speranza e non si può cantare senza speranza. La canzone che conoscete (forse i giovani non tanto, ma quelli di una certa età sì) è una delle tante che ricorda, racconta, descrive il ritorno di un esule a Napoli, perché le nostre terre hanno conosciuto grandi migrazioni, grandi flussi di persone che andavano lontano per il pane.

Ogge sto tanto allero

ca, quase quase, mme mettesse a chiagnere

pe’ ‘sta felicità.

Ma è overo o nun è overo

ca só’ turnato a Napule?

Ma è overo ca stó’ ccà?

‘O treno steva ancora ‘int’ ‘a stazione

quanno aggio ‘ntiso ‘e primme manduline.

Eminenza carissima, questo è il paese del sole, è il paese del mare, ce lo invidiano in tanti. Ma questo mare e questo sole, come ha già detto, dicono bene, dicono la solarità della nostra gente, dicono un orizzonte all’interno del quale le nostre Chiese si muovono con una loro vivacità e creatività che, magari, altrove, in altre regioni non si riscontra. Allora voglio concludere con un augurio per voi, Eminenza, e per questa Santa Chiesa di Napoli, ma anche per la nostra piccola, preziosa Chiesa di Teano-Calvi. Nel ritornello si canta: Chist’è ‘o paese d’ ‘o sole, chist’è ‘o paese d’ ‘o mare, chist’è ‘o paese… Lo auguro alla Chiesa di Napoli e alla Chiesa di Teano-Calvi:

chist’è ‘o paese addó’ tutt’ ‘e pparole,

só’ doce o só’ amare,

só’ sempe parole d’ammore.

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Il testo, tratto dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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