L’amore ti spoglia

Pietravairano, 14 ottobre 2012

***

Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Pietravairano, 14 ottobre 2012

Monastero S. Maria della Vigna

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario/B

***

Saluto iniziale

Alla gioia dell’Eucarestia domenicale – spero anche vostra – si unisce la celebrazione del 60° di Matrimonio, tappa difficile da raggiungere nella normalità, di Luigi e Viola, che sono i nonni di Suor Chiara Luce, che vengono qui dove il seme del loro amore, attraverso la terza generazione, si è radicato nel Monastero S. Maria della Vigna, per dire grazie al Signore per questa tappa memorabile del loro amore. Ci disponiamo a celebrare i Santi Misteri con sentimenti di riconoscenza e di pentimento, sentendoci indegni di celebrare i Santi Misteri.

LETTURE
Sap 7, 7-11
Eb 4, 12-13
Mc 10, 17-30

Omelia

Sostituisco il vostro parroco in pellegrinaggio alla Diocesi di Monsignor Castrillo, gloria di Pietravairano e di questo convento, perché è stato anche frate qui. Per quelli che pensano che la domenica si tratti di una evasione per i credenti e per quelli che ancora vanno a Messa, la Seconda Lettura di oggi è di una chiarezza tagliente.

La Parola di Dio – dice il testo della Lettera agli Ebrei – è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio, cioè venendo in chiesa, noi maneggiamo armi. E usciamo sempre feriti. Lo dico per coloro che pensano all’Eucarestia come a una sorta di oasi, di fuga dal mondo. La Parola di Dio fa male. La Parola di Dio ferisce. La Parola di Dio taglia, recide, è un bisturi, ne usciamo sempre sanguinanti. Qualcuno potrebbe pensare che ci gloriamo di questa sofferenza, in realtà non è un male fine a se stesso, ma è quel dolore salutare che ci libera da quegli aspetti di noi che rischiano di diventare cancro, cellule impazzite, metastasi.

La Parola del Vangelo di oggi appartiene a questa categoria di Parola tagliente, perché racconta uno dei tanti incontri di Gesù di cui è disseminato il Vangelo – il Vangelo è una serie di incontri – ma neanche uno fra tanti, perché nell’economia degli evangelisti e, in particolare del Vangelo di Marco che abbiamo appena proclamato, questo incontro ha una sua caratteristica, tanto da essere rimasto impresso nella mente dei discepoli. In realtà, a ben pensarci, è il racconto di un fallimento, perché Gesù non riesce a convincere quel “tale” a diventare una persona. Non a caso il testo si apre dicendo: Mentre Gesù andava per la strada – e noi potremmo aggiungere per la sua strada – un tale gli corse incontro. Il mondo, cari fratelli e sorelle, è pieno di “tali”. Come si chiamava?

Nel Vangelo, a volte, si riportano i nomi delle persone più insignificanti, ma di quest’uomo non si riporta il nome, perché non lo ha mai avuto, perché è un aborto. Non è mai nato. È un tale. Un tale che poteva essere un uomo, un tale che poteva essere un prodigio, un tale che poteva essere un luminare, un tale che poteva essere un rivoluzionario, ha scelto di rimare un tale.

Se ne andò via afflitto – dice la nuova traduzione che abbiamo utilizzato. Si fece scuro in volto davanti alle esigenze di Gesù, taglienti. Si fece scuro in volto, a dire: Ma mi conviene? Ma è pazzo a chiedermi tanto? Ma non gli avevo formulato la domanda in modo corretto, chiedendogli di poter aggiungere qualcosa, ora che Egli mi chiede di togliere tutto?

Il problema è proprio qui, carissimi fratelli e sorelle, che noi siamo un po’ capitalisti e – permettetemi questo termine non proprio appartenente al nostro vocabolario, ma tanto per intenderci – capitalisti naturalmente, anche i più poveri tra noi, e credo che lo siamo tutti qui: è uno stare aggrappati alle proprie sicurezze, alle proprie ricchezze, alla propria vita, alla propria giovinezza, ai propri piccoli agi e quest’attaccamento ci impedisce di aprirci all’amore.

Perché oggi non ci si sposa? Perché si sposano in pochi? Perché nessuno vuole spogliarsi. È scomodo sposarsi. È più comodo vivere liberi, non essere legati a orari, a un uomo, a una donna, ai figli, al loro ciclo di vita, ai loro capricci… Qui sta il nostro peccato di capitalisti, cioè di persone che hanno conquistato un piccolo o grande – normalmente piccolo – numero di agi e se li tengono ben stretti. Una cosa sola ti manca – dice Gesù a questo tale che sta lì lì per nascere, che ha già assunto la posizione giusta per uscire dal ventre, per uscire dall’anonimato -: Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri. Si nasce nudi. Sì, qualcuno nasce con la placenta e allora si dice che è nato con la camicia. Ma si nasce nudi e Giobbe dice: Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo vi ritornerò.

La vita ci spoglia, a meno che non abbiamo lasciato che a spogliarci sia l’amore. Il mio parlare sembra un po’ allusivo, e forse anche un tantino osé, ma non lo è nelle mie intenzioni. L’amore ti spoglia.

Qui ci sono Luigi e Viola che sono stati insieme 60’anni. Non un anno, due, dieci, venti, ma 60’anni! È una grazia, dicevo all’inizio della celebrazione, poter essere insieme, ancora in piedi, ancora lucidi a sessant’anni di Matrimonio. Ma se potessero parlarci, cosa ci direbbero dell’amore, essi che ne sono un monumento, oggi che non si riesce a stare con una donna, un uomo, neanche un mese di seguito? Ci direbbero: l’amore ci ha spogliati, man mano. Ci ha spogliati dei nostri desideri, delle nostre velleità, dei nostri progetti, del modo con cui pensavamo la nostra vita al singolare e poi al plurale come coppia, e poi in una maniera allargata come famiglia, e poi la seconda generazione e poi la terza… E ognuno è venuto a prendere dal nostro paniere. Noi deprediamo i nostri genitori, e non solo nei mesi di gestazione. Li deprediamo: sempre a chiedere, mai a dare. E così con i nonni, sempre a chiedere: Mi serve! Entriamo nelle case, prendiamo gli oggetti e ne usciamo magari senza neanche chiedere il permesso. E chi è in questa dinamica dell’amore dà, dà senza contare, senza scrivere nel registro delle uscite, come se nulla gli appartenesse. È questo l’amore. Voi dite: “Ma che c’entra l’amore?” C’entra, perché tutto poi, tutto il Vangelo trova il cuore, il suo punto risolutivo e la sua chiave interpretativa in questo inciso che è al centro: Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui e lo amò. Più sinteticamente la traduzione precedente – ormai sono invecchiato anche io e comincio ad essere nostalgico di certe traduzioni – in maniera più sintetica diceva: Allora Gesù, fissatolo, lo amò, cioè lo ha guardato. Lo ha guardato perché l’amore è uno sguardo. Così si sono conosciuti Viola e Luigi, magari 70’anni fa, o 65 anni fa, con uno sguardo. Lo sguardo è il primo vettore dell’amore. E Gesù cerca di convincere questo tale a nascere, a uscire dalla sua cella, dalla sua prigione, la prigione dei suoi averi, come Mazzarò del Verga, amandolo, facendogli comprendere che c’è qualcosa di più importante dei beni: il Bene. Il Bene o i beni? Spesso i beni impediscono il Bene. E il Bene consegna volentieri i beni, siano essi materiali, affettivi, spirituali, ricordi. Il Bene si lascia defraudare. Invece il “tale” conosce bene il suo conto bancario, conosce bene il suo asse patrimoniale, conosce bene le sue sicurezze e non se ne vuol lasciar defraudare e così non nasce. E così, tristemente, se ne va, girando le spalle all’amore. Se questo si potesse comprendere, soprattutto da parte dei giovani che posseggono la ricchezza più grande che esista, la giovinezza! Non esiste ricchezza più grande. Lo stesso Mazzarò che ho citato, un personaggio di una novella del Verga, all’atto in cui sente che la morte incombe su di lui, va rompendo gli orci col bastone perché comprende che tutta quella roba è perduta, e inutilmente dice: “Roba mia, vientene con me!”. Ma non porteremo nulla con noi. Il Bene sì. L’amore sì. L’amore resta. L’amore lo troverai sul tuo conto, in accredito in una banca che mai fallisce che è il cuore di Dio. L’amore, per cui ci siamo spogliati, ci riveste con l’abito nuziale.

Grazie a voi due che avete resistito tanto tempo. Non è facile, né da giovani né da adulti né da anziani, quando intervengono gli acciacchi, i piccoli egoismi cui sono sottoposti gli anziani. Grazie soprattutto perché dal vostro seme, dal seme del vostro amore sono nati i vostri figli e poi una luce. Perché siete venuti qui a celebrare? Non solo perché vostra nipote non avrebbe potuto partecipare alla festa del vostro Sessantesimo, ma perché riconoscete in Chiara Luce un dono che viene dal vostro seme. E quel dono ha lo stesso denominatore, identico. E questo denominatore si chiama “spogliarsi”. La clausura ti spoglia anche della possibilità di andare in giro a fare shopping. Non so se mai le monache hanno nostalgia di fare shopping, di andare in giro, di andare in montagna, di andare a passeggiare lungo il mare. Ti spoglia. Anche Chiara Luce, vostra nipote, senza saperlo, avendo visto voi, avendo imparato da voi – e voi dite: Ma noi non c’entriamo nella sua vocazione! No, c’entrate, c’entrate! – quando il Signore l’ha chiamata a questo stato particolarissimo e assurdo da un punto di vista umano, che è la vita consacrata della clausura, pensando al giovane ricco e paventando, temendo di restare una “tale” per sempre, ha lasciato spogliarsi ed è entrata in monastero. In quella storia ci siete anche voi. Voi siete le radici di quella fioritura. Grazie.

Un amore è sempre fecondo anche dopo 60’anni di Matrimonio. È fecondo nei figli, è fecondo nei nipoti, è fecondo nei vicini di casa, è fecondo in tanti aspetti di cui ci renderemo conto solo nell’eternità e di cui oggi intravediamo solo qualche ombra.

Grazie, Signore, che ci chiami, che ci reclami a Te. Grazie per il coraggio e la follia dell’amore, perché l’amore è sempre folle, non è saggio l’amore. Grazie per la follia dell’amore che ci pone nella disponibilità a farci spogliare di tutto, di qualsiasi bene per avere Te, unico e sommo bene. Auguri.

Auguri per il vostro cammino. Auguri a Chiara Luce che risplende, che riflette la luce di questo Matrimonio che è alle sue spalle, che ha resistito 60’anni. Che miracolo!

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

Annunci