Poche vite perdute per la salvezza di tante

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Teano, 28 novembre 2012

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In punta di piedi in Episcopio

Riflessioni di

S. E. Rev.ma Mons. Arturo Aiello

“Poche vite perdute per la salvezza di tante”

Salone dell’Episcopio di Teano

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Musiche di Don Battista Scialdone

Soprano Maria D’Ambrosio

Violino Fabiana Sirigu

Violoncello Vladimir Kocaqi

Flauto Nicola Fiorillo

Pianoforte Maria Teresa Roncone

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Caro Gesù

Seguiamo due piste, quella musicale con Don Battista, e quella poetica, che ha come titolo “Poche vite perdute per la salvezza di tante”. Cercando un motivo ispiratore per questa serata, ho tentato di capire come mai domenica, lunedì e martedì abbiamo compiuto un pellegrinaggio spirituale, senza neanche averlo programmato, nei tre monasteri di clausura della nostra diocesi. E quindi domenica eravamo a Pignataro, dalle Clarisse, per il venticinquesimo di fondazione del loro monastero, lunedì dalle Benedettine Adoratrici, qui a Teano, per Santa Caterina, e ieri a Pietravairano, dalle Clarisse dell’Immacolata, per il quarto compleanno della loro venuta, quindi in una comunità ancora bambina. E così ho pensato di dedicare a questa dolcissima testimonianza della vita claustrale la nostra serata.

Immaginavo una vostra reazione di delusione: che c’entriamo noi con le monache di clausura? In realtà, le monache stanno a farci da specchio e ci rimandano delle immagini della vita ogniqualvolta ci rechiamo alle loro grate o anche, semplicemente, pensiamo alla loro presenza, al loro respiro.

Per quanto riguarda il secondo itinerario poetico, ho pensato di utilizzare i testi di Peppe Rotoli, che ha appena pubblicato sul piano nazionale una sua raccolta di poesie “Porta luce il dolore”, da cui ho tratto i testi che hanno la numerazione uno, due, tre, sei, otto. In tutto sono dieci composizioni sulla clausura, per lo più riferite alle monache di San Pasquale. A queste ho aggiunto altre due poesie di Maria Rosaria Altieri. Allora, qual è il comune denominatore? È questa nostra terra. Da un lato, abbiamo le musiche del maestro Scialdone, nate qui, e dall’altra, questi nostri poeti. Peppe è – come dire? – più nella maturità, anche dolorosa, della sua esperienza poetica; Maria Rosaria è una giovane poetessa, ma dalle felici intuizioni – il vescovo ne è un grande ammiratore e lei lo sa – ai primordi, per certi aspetti, ma appunto con grandi intuizioni.

Seguirò l’ordine così come lo avete sui vostri foglietti.

1.

Non si barcamena la clausura

tra il bene e il male, la clausura

è storia di misericordia.

La clausura non sciupa le ore,

né galleggia sui lividi giorni,

non li dissipa in frastuoni

o in corse affannate, né li precipita

nei corpi insensati, nei fendenti

allusivi. No! le monache nel calmo

movimento delle mani e delle labbra

raggiungono il mondo.

Con i semplici versi della pazienza

del gesto sanno farsi un lungo

racconto, racconto

dell’umano respiro.

Partiamo da questa prima, per così dire, stazione di vita claustrale, in cui inizialmente Peppe Rotoli mette in evidenza la misericordia che questi luoghi contengono. A volte abbiamo paura di varcare la soglia della clausura, fosse anche semplicemente per chiedere un’intercessione, perché ci sentiamo all’estremo opposto della vita claustrale, noi magari così infangati, loro in una sorta di aristocrazia spirituale, noi nel pieno del caos, e le monache raccolte nel coro, nel silenzio più assoluto. In realtà, dice il poeta, la clausura “è storia di misericordia”.

Non c’è un luogo nella Chiesa dove la misericordia sia meglio celebrata. Attenti, innanzi tutto la misericordia per sé, cioè delle monache per se stesse. E non parlo delle nostre, ma se andate in giro, in particolare per i monasteri maschili, penso ai Trappisti, a volte anche i Benedettini, ma in questo momento avevo in mente i trappisti, trovate persone provenienti dalle esperienze più strane, più insolite anche da un punto di vista esistenziale, che non vengono – per dirla con il nostro vocabolario di una volta – dal Seminario minore, ma approdano, in particolare a quegli Ordini, molto duri, magari a quarant’anni, a trent’anni, e spesso dopo  una vita dissoluta. Voi starete pensando che queste vocazioni sono più autentiche, ma sono solo due strade diverse che Dio utilizza per chiamare i suoi testimoni dell’Assoluto. Ecco, innanzi tutto, vi parlavo di una misericordia per sé, ma esiste anche una misericordia per gli altri, perché non c’è  luogo dove ci sentiamo così accolti e protetti, dove anche la persona più lontana, e nei termini della vita morale e nei termini della fede, possa trovare ospitalità. Quindi, primo messaggio: la clausura storia di misericordia.

Alle monache possiamo parlare anche delle nostre depravazioni, sapendo di non scandalizzarle, perché stanno lì per questo, rappresentano una sorta – non mi fraintendete – di luogo di confessione. Ricordo, in particolare ad Orvieto, un’abbadessa, ora defunta, che mi raccontava di un signore della città che andava da lei a confidarle le cose più strane, non diciamo quali, che neanche al sacerdote riusciva a dire, però con lei, peraltro molto avanti negli anni, apriva il suo cuore come non gli riusciva con altre persone, diciamo abilitate, per così dire, al sacramento della Riconciliazione. E infine aggiungiamo la nostra esperienza del monastero come primo luogo di vicinanza, stanno qui tutti i monasteri, ci aiutano a vivere e a mantenere alta la fede. D’altronde, anche la nostra esperienza qui, stasera, è fondamentalmente un’esperienza claustrale. State tranquilli, uscirete di qui, non si chiuderanno le porte e non resteremo come in un incantesimo altri cinquant’anni finché venga il principe azzurro a scioglierlo, ma l’aspetto contemplativo, tra l’altro proprio della musica, è in qualche maniera un’ esperienza claustrale. Il poeta Peppe, il musicista, l’artista vivono, almeno nel momento dell’esecuzione, una sorta di astrazione dal mondo. Gli artisti avranno le loro preoccupazioni, i loro problemi, uno di loro sta per partire e mi ha detto: “Sento come una benedizione poter suonare le musiche di Don Battista prima di questo momento importante della mia vita”, ma poi, all’atto in cui comincia l’esecuzione, è come se si creasse una grata tra noi e il chiasso, e qui il chiasso – permettetemi questa aggettivazione –  è profano, nel senso più deteriore, dirò di più, è volgare. C’è il silenzio dell’arte, della musica, della poesia, e poi c’è il chiasso del volgo, nel senso deteriore del termine. Magari in quest’ora e mezza saremo claustrali anche noi!

Adesso mettiamo insieme i brani musicali Justitia e Madre d’amore.

2.

Nella voce primaria della clausura

la vita non è una semplice ora,

un mai, un attimo acuminato

o una confusione di sillabe,

la clausura è persistente preghiera

che accende il cielo.

Qui, nei versi di Peppe Rotoli, c’è il tempo. Ovviamente anche la clausura ha i suoi tempi, che sono i tempi canonici, i tempi della Liturgia delle Ore,  Lodi, Mattutino, Vespro, Sesta, Nona, Terza, ma poi c’è un tempo dell’anima e ancora il tempo delle vicende, delle vicende della comunità, come della Chiesa, del mondo, ma ancor più le vicende di coloro che vanno a deporre nei monasteri i loro veleni, perché la clausura è un buon deposito, diciamo, di rifiuti tossici, senza effetti letali per l’agricoltura. C’è il tempo di tante storie, che si riversano con familiarità nelle mani delle monache, e anche a questo bisogna dare un senso. Il problema del tempo per noi è della eccessiva distinzione: ieri, oggi, domani; sono stato, sono, sarò. Una distinzione che ci portiamo dietro dalle scuole elementari, ovviamente ci aiuta a scandire i tempi, ma crea anche delle lacerazioni, soprattutto quando il deposito dei ricordi si fa più forte, e il tempo che ci resta da vivere più esile. Rotoli parla qui di “un mai, un attimo acuminato o una confusione di sillabe”, cioè di un tempo lacerato, polverizzato. È come se le monache, ma questo è frutto della preghiera, anche di questa nostra esperienza di preghiera, restituissero il tempo nella sua integralità: i miei ricordi, quello che sono adesso, in questo momento, quello che potrò diventare con l’aiuto di Dio.

Vedete, anche la scelta di eseguire le musiche di don Battista è un modo per recuperare memoria, per recuperare delle radici. Probabilmente molti degli artisti qui presenti non sarebbero tali, se non fossero entrati in relazione con lui. E allora, in questo momento, don Battista è qui, e non solo nei termini spirituali della preghiera, ma nei termini artistici, perché un’opera sopravanza colui che la realizza, che la scrive in questo caso. Don Battista scriveva gli spartiti, quanti anni fa?, dieci, venti, trent’ anni fa, ma adesso è qui, e con la preghiera offre uno sguardo non più segmentato, non più sincopato, ma lineare o, se volete, nella curva del tempo, dove tutto in qualche maniera è pacificato.

“La clausura – dice il penultimo verso – è persistente preghiera / che accende il cielo”, perché noi stiamo sotto un cielo spento, e non mi riferisco al cielo di oggi che faceva paura, ma al cielo sopra le nostre case, sopra le nostre famiglie, fra i nostri cuori, un cielo pesante, un cielo addosso, non un cielo aperto, dal grande respiro.

Adesso ascoltiamo Melodia, che è un brano strumentale, e poi Ave Maria di Buttiglieri. Si tratta di un testo, di uno spartito recuperato da don Battista. Gli amanti della musica sono autori, ma vanno anche in cerca di autori, magari perduti, e noi stasera recuperiamo una memoria, e quindi anche questa Ave Maria che eseguirà Vincenzo Casertano. Vincenzo è stato battezzato, come vi ho detto, da don Battista, è un frequentatore dell’Arena di Verona e – potete immaginare – non dalla parte della platea.

Melodia

Ave Maria (Buttiglieri)

Mi sembra che stiamo tessendo un romanticismo, per così dire, casertano.

3.

Da loro è sempre offerto. Il dono

di trasformare il pianto in speranza,

l’asma di quattro mura

nella luce del cielo aperto.

A loro è sempre ovvio. Ovvio

di aspettarci all’ultimo tumulto,

nei morsi dell’essenza, di un’esistenza

al minimo.

 

E loro mai disperse dalle ansie

del banale, ci offrono l’indicibile

che avanza oltre il buio

dentro l’essenza nostra, di noi

sogni e sbadigli.

 

Abbiamo innanzi tutto l’ immagine delle mani aperte e delle porte aperte. Paradossalmente, questo luogo, che nell’immaginario è un luogo chiuso, forse, è il luogo più aperto che esista al mondo. Mani sempre aperte, possibilità di ascolto; addirittura, benché povere, queste comunità sono assalite da poveri, ed elargiscono a volte quello che non hanno. Ma qui Peppe fa riferimento piuttosto al dono dell’ascolto, che sa trasformare il pianto in speranza, l’asma in cielo aperto.

Quello che mi colpisce di questa terza composizione è il termine “ovvio”: “A loro è sempre ovvio”. Attenti che l’ ”ovvio”, l’ovvietà, normalmente, nel nostro linguaggio, ha una connotazione negativa. La problematizzazione dell’ovvietà è propria di alcune filosofie, che cercano  di complicare cose facili, invece l’ “ovvio” delle monache è il mio presentarmi lacero, imbruttito dagli eventi della vita, dalle scelte, e sentire, avvertire che tutto questo non le scandalizza, perché per loro è “ovvio”, e dunque è un’ovvietà che mi fa bene, fa bene a me, ideale visitatore del monastero.

Ciascuno di voi pensi ai monasteri che conosce, alle monache, ai loro nomi, soprattutto agli occhi. Gli occhi e le mani delle monache di clausura hanno sempre un grande fascino. Gli occhi e le mani. Non c’è altro da vedere, d’altra parte. Gli occhi sono sempre attenti, dolci, luminosi; le mani pacate, ma al tempo stesso creative, non fosse altro per l’aspetto più materiale che si avverte nei ricami.

“Ovvio di aspettarci all’ultimo tumulto”, cioè per loro è ovvio che arriviamo sempre a riserva, sempre disperati, penalizzati dalla vita, eppure  ci rimandano un’immagine di, non dico imperturbabilità, perché sarebbe negativa, ma di  serenità. “E loro mai disperse dalle ansie / del banale, ci offrono l’indicibile / che avanza oltre il buio / dentro l’essenza nostra …”. L’immagine è questa, almeno nella mia lettura dei versi di Peppe Rotoli, poi anche nell’esperienza: noi andiamo con un vaso rotto, andiamo con i cocci, e loro ci restituiscono l’opera d’arte; andiamo con la statua mutila e ce la restituiscono perfetta; andiamo dicendo “è tutto sbagliato” e loro ci aiutano a non a buttar via, ma a recuperare questi aspetti di noi, che sembrano cancerogeni, ma che hanno dentro un’essenza: “l’indicibile / che avanza oltre il buio”.  Perché, sapete, Dio si fa strada anche nei nostri fallimenti, anche nei nostri peccati, anche nelle nostre depravazioni. “… di noi – è bellissimo quest’ultimo verso – … di noi / sogni e sbadigli”. Perché “sogni e sbadigli”? Perché i sogni indicano la nostra voglia di credere ancora in un mondo diverso, pacifico e pacificante, da fiaba, ma poi “sbadigli” esprime meglio la nostra condizione. Secondo alcuni, lo sbadiglio è l’espressione del ‘900, cioè di quella noia di cui hanno parlato romanzieri e filosofi. Sogni e sbadigli. Ma forse questo grande sbadiglio, che qualcuno ha detto essere il creato, è una bestemmia. Il creato è un grande sbadiglio. Se fosse così, Dio mio, non avrebbe senso quello che voi state suonando, quello che è scritto qui, e invece Dio è all’opposto dello sbadiglio, perché è armonia, è mettere insieme le note facendo in modo che si bacino. Ecco lo sbadiglio ci è restituito in sogno, anche qui, anche adesso, benché non ci siano monache di clausura in questo momento a parlarci.

E giunge a proposito “Pace”.

Pace   

6.

Non dormono mai le monache,

neanche nei sogni, non dormono

per le preghiere da donare: tanti

sperano nella loro sintassi

con il cielo, nella frequentazione

degli accordi con Dio.

Accolgono dentro le palpebre

il dolore dei corpi, il male banale

delle cifre impazzite. Lo caricano

il dolore delle parole nelle

bocche di fuoco buono come quello

del sole e delle stelle e lo appoggiano

sul palmo della luce con stupore,

stupore santo per i miracoli

dei loro bisbigli.

Qui è presente uno spaccato sulla dimensione di veglia della preghiera e delle monache. Altre volte vi ho detto che gli antichi monaci venivano chiamati “gregori”, i veglianti,  da vegliare, “gregorein”, per cui il simbolo dei monaci erano gli uccelli della notte: la civetta, il gufo, cioè quelli che non dormono, che ci vengono sempre presentati con gli occhi aperti, che rappresentano l’umanità che veglia, mentre gli altri dormono. Non parliamo di una “veglia” e di un dormire in senso fisico, ma in senso spirituale, cioè alcuni sono attenti alle cose di Dio, altri si assopiscono, si adagiano, si perdono, si snaturano. E quindi le monache stanno sempre con gli occhi aperti per noi, per il bene della Chiesa. A volte ho detto: Ci acquistano il sorgere del sole, per questo si alzano prima di noi, come se ce lo contrattassero, e noi ci svegliamo e non sappiamo che il sole è frutto di una contrattazione, una lotta anche con Dio da parte loro.

Seguiamo un po’ adesso il processo del dolore accolto: “Accolgono dentro le palpebre / il dolore dei corpi, il male banale / delle cifre impazzite … /”. Quindi  lo “accolgono” – guardate i verbi – poi lo “caricano” il dolore delle parole nelle / bocche di fuoco buono come quello / del sole e delle stelle /  poi  lo “appoggiano” / sul palmo della luce con stupore”. C’è un processo, un cammino spirituale: innanzi tutto c’è l’ assorbire. Tu vai a raccontare la tua storia, un cancro, la tua malattia, il tuo tradimento, il tuo essere stato tradito, e loro li accolgono, poi caricano il dolore delle parole nelle bocche di fuoco buono. Qui il “fuoco buono” è “il caldo buono” di Ungaretti nella poesia  Natale del 1916. Le monache accolgono il dolore e poi si comportano come se lo infornassero, perché la bocca di fuoco buono (Peppe dice come quello del sole e delle stelle), nella nostra esperienza, diciamo infantile, era la bocca del forno. Il dolore accolto è dunque infornato. Magari se Peppe mi ascoltasse, potrebbe dire: Eccellenza, stia attento, a chiarire quello che io volevo dire! Tuttavia, sempre ci si impossessa dei versi degli altri e li si impasta con la propria sensibilità. Il dolore quindi è infornato in questo fuoco ad altissima temperatura, che è il loro cuore, che è la preghiera, che è la preghiera di Gesù, che è il canto dei Salmi. Immaginatele nei loro cori al sorgere dell’alba, magari con l’abside rivolta ad oriente, come nei monasteri antichi, mentre appoggiano il dolore, una volta che è pronto – ed è bellissima questa immagine – sul palmo della luce. Le vedete le monache che fanno il gesto di appoggiare il dolore? Il pane che adesso è appena uscito, croccante, è il mio dolore, quello che io volevo mandar via, e che adesso è diventato un pane. E loro lo appoggiano sul palmo della luce. Con stupore. Stupite esse stesse di questo miracolo, stupite che un dolore accolto, impastato, infornato ad altissima temperatura, possa poi produrre questo pane. E tutto ciò avviene, dice il poeta: “per i miracoli dei loro bisbigli”. Cos’è la preghiera se non un bisbiglio, soprattutto se cantata in gregoriano, sottovoce, magari anche in poche, come succede spesso nei cori monastici? Ma questi “bisbigli” hanno la potenza di un tuono.

Ascoltiamo adesso “Vengo, Signore” e “Preghiera”.

Vengo, Signore

Preghiera

Delle dieci composizioni di Peppe Rotoli, piccola silloge sulla vita claustrale, siamo ora all’ottava.

8.

Colme di strade lontane,

di viandanti muti

sotto le mura del monastero, le monache

sono fuoco dalle mille braccia,

che sanno accoglierci

per sciogliere il gelo pieno

di linee infrante, di angoli

chiusi con soprassalti di fiamme,

di fiamme umane ed universali

che sanno di carne e di cielo,

che sanno dar senso alle vie

dell’amarezza.

E qui l’immagine è di una fortezza, perché sempre i monasteri, pensiamo a Montecassino, che abbiamo tutti davanti, si presentano così. Qui nella valle c’è un proverbio che dice: Chi Montecassino non vede, Paradiso non vede. Queste fortezze, ovviamente nell’antichità, erano costituite in tale maniera per motivi di sicurezza, ma poi hanno assunto un’altra valenza, una sorta di architettura spirituale, di castello interiore, per dirla con Santa Teresa d’Avila. Ai monasteri conducono strade di viandanti muti, strade lontane che, come delle onde, s’infrangono sulle loro mura maestose, ovviamente consideriamo un monastero ideale, a cui arrivano mareggiate che non intaccano minimamente la solidità della loro struttura. Torna qui l’immagine del fuoco, che era nella poesia precedente, allora era la bocca del forno, ma adesso “sono fuoco dalle mille braccia”, perché gli uomini che arrivano e anche le mareggiate che s’infrangono, che urtano i bastioni del monastero, i viandanti, tutti sono infreddoliti dalla notte, congelati, con il cuore che sta lì lì per cedere. E il “gelo” è espresso con immagini: linee infrante, angoli chiusi. Sono storie che dovevano evolversi, invece, sono state staccate, sono diventati segmenti. Se ci fate caso, le nostre vite sono come i film che vedete, mentre state su un canale, poi passate ad un altro, poi ad un altro ancora, e alla fine della serata avete visto dieci film e non ne avete visto nessuno, perché manca la continuità. Beh, sì, adesso vediamo che cosa succede da quest’altra parte … Così sono le nostre vite, segmentate, linee infrante, non c’è continuità, un’arcata di violino, sono, in termini musicali, i pizzicati, beh, quando va bene, magari fossero i pizzicati artistici, ma un’arcata, che è anche l’arco del ponte, è difficile trovarla. Ecco, sono vite così, ma anche, dice Peppe, angoli chiusi, impossibilitati a generare, a partorire, ad avere figli, ad avere futuro. Ciascuno si chiude tanto più in questi tempi, in cui le cose vanno male a tutti, e allora meglio non aprirsi eccessivamente ai bisogni degli altri. Al contrario, trovano le braccia incandescenti delle monache. E, mentre le mareggiate cercano di distruggere il bastione, la roccaforte, in realtà, sono le fiamme delle braccia delle monache che fanno arretrare la forza del male. “Con soprassalti di fiamme, / di fiamme umane ed universali / che sanno di carne e di cielo, /  – com’è bello questo verso per una monaca! – che sanno di carne di cielo”. Non bisogna pensare alle monache come angelicate, no, loro sanno di carne e di cielo. Come nella carne di Gesù c’è l’umanità e la divinità insieme e non si possono dividere, così anche nella nostra. Guai ad essere spiritualisti, bisogna essere spirituali! E l’uomo spirituale è anche un uomo carnale, sanamente, santamente carnale. Noi ritroviamo in queste presenze di consacrazione il divino sposalizio, loro sanno di carne e di cielo, sanno dare senso alle vie dell’amarezza, perché i nostri segmenti, gli angoli chiusi, sono attraversati dall’amarezza. E forse anche noi stasera siamo arrivati qui amareggiati da tante cose, invece la musica ci sta cullando, il ricordo di don Battista, gli artisti, il legame spirituale con i monasteri, non solo i nostri, ma anche i tanti monasteri che conosciamo in Italia, dove si fa pane buono, dove ancora c’è fuoco per i nostri freddi, per quest’inverno che ci sta piombando addosso in un attimo, ebbene, loro, le monache sanno dar senso alle vie dell’amarezza. Adesso ascoltiamo “Bone Pastor”, che è un testo che don Battista Scialdone dedicò a Mons. Diligenza (Mons. Diligenza è stato un grande vescovo di Capua, arcivescovo di Capua, un grande pastore della nostra regione campana, e ovviamente il sacerdote-compositore ha sentito il bisogno di dedicare al suo vescovo una composizione).

Bone Pastor

Io mi ritrovo nel mio ginocchio

piegato davanti a Te:

non saprei fare un inchino

ai potenti di turno

ai profeti impazienti e barbuti

a intelligenze che passano

e neppure mi vedono.

Ma davanti a Te

èun bacio scoccato alla terra

questo abbassarsi di altezze,

è farsi inginocchiatoio vivente

per tutto il mondo che non sa.

Sono i versi di Maria Rosaria, che magari non sarà venuta per non arrossire, dato che il vescovo le commentava i testi. Passiamo – e credo che questo si senta –  da una sensibilità maschile ad una femminile. Adesso a scrivere è una donna, che parla delle donne che sono vite perdute per la salvezza di tante vite.

Questi versi sono tutti nel ginocchio che tocca, nel tonfo, proprio della vita claustrale, toc: è qui che troviamo il suono e anche l’intonazione di questa poesia. “Io mi ritrovo nel mio ginocchio / piegato davanti a Te”. È un gesto fisico, ma esprime un gesto dell’animo: l’essere prostrati. Maria Rosaria pensa ad altre prostrazioni, ad altri inchini, ad altre liturgie, verso le quali la monaca non saprebbe avere la stessa attenzione, la stessa devozione, fare lo stesso inchino, toccare la terra allo stesso modo con il ginocchio. “A intelligenze che passano / e neppure mi vedono”: perché queste vite di luce sono perlopiù misconosciute, addirittura disprezzate. Che faranno mai queste monache che perdono tempo, anziché fare del bene? Come se non ne facessero in abbondanza! Attenti, che la grandezza sta in quest’immagine: “davanti a Te”, non davanti ai potenti (“Vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”, diceva Manzoni ne “Il cinque maggio”), “ma davanti a Te / è un bacio scoccato alla terra”. È sempre il ginocchio che tocca (ma non si fanno male, non soffrono di artrosi queste monache?) eppure il loro è un bacio. Davanti a Te è un bacio scoccato alla terra, cioè il ginocchio tocca la terra ed è come se la baciasse. “Questo abbassarsi di altezze …” e poi – bellissimo! – “è farsi inginocchiatoio vivente / per tutto il mondo che non sa.” Restare con il ginocchio sul pavimento della chiesa, della cella, del Coro, del luogo del Capitolo, è – prima immagine – un bacio, non a Dio, alla terra, perché Dio stesso bacia la terra attraverso il ginocchio che tocca, come le labbra sul pavimento, il tonfo della rotula sul pavimento. “Abbassarsi di altezze”, cioè Dio stesso s’incarna, bacia la terra, anche la nostra, anche la tua, la tua casa, la tua famiglia, che sembrano maledette. Dio le bacia, e le bacia in questo tonfo del ginocchio della monaca, che poi resta così, in questo atteggiamento, per un minuto? per un’ora? Per una vita! Si era inginocchiata lei, ma poi si è inginocchiato Dio, ma poi il suo gesto è diventato il gesto, tanto da renderla un inginocchiatoio vivente. Com’è bello! Non è più una persona inginocchiata, è un inginocchiatoio. E chi ci si deve inginocchiare?: “Il mondo che non sa”.

Vedete, questa musica è stata prodotta qui, per dire che non siamo “brutti, sporchi e cattivi”, questi versi sono nati qui, quelli di Peppe Rotoli e questi di Maria Rosaria. E un verso, come una musica, non nasce mai solo dalla persona, ma nasce da un popolo. L’artista si fa voce, raccoglie,  come raccoglieva Eduardo, che andava in giro per i vicoli di Napoli per sentire i suoni e le parole fiorite delle donne che bisticciavano, è così che un artista si fa voce. Se nasce un verso qui, se nasce una nota, siamo tutti in qualche maniera implicati, possiamo metterci anche la nostra firma. Non vi sembri presuntuoso quello che sto affermando, è per dire: a questo inginocchiatoio vivente, che è la vita claustrale, si aspetta, forse inutilmente, che venga ad inginocchiarsi il mondo. Questa immagine così potente, così solenne, parla di una fede, e parla di una ipersensibilità, perché io questi versi non li potrei scrivere e neanche tu, ma al tempo stesso implicano me e te, chiamati in causa da Maria Rosaria, che, forse, in un semplice tonfo, da un semplice tonfo di ginocchio ha tirato fuori una sinfonia, perché la musica è questo, l’arte è questo: trasformare un rumore in un suono. Ci sono delle note anche nei rumori, ma occorre saperle tirare fuori, saper partorire il rumore del suono di cui sono incinto, così anche per i versi.

Interludio dalla Messa Virgo Immacolata

Adagio per l’elevazione

Sarò più telegrafico per queste ultime battute. D’altra parte, l’ultima poesia ve l’ho già proposta in un itinerario precedente, barattandola come opera di Anonimo, ma adesso, mettendo insieme questa silloge della vita consacrata, era importante riproporla.

Una monaca ha gli occhi pieni di

pianto

senza aver pianto.

Questa è la clausura,

ragazzo,

un grembo delle cose mai vissute.

Tutti i pensieri che pensi

tutti i baci che dai

tutto quello che vedi

va in deposito in quella banca dei

sorrisi

e loro custodiscono ciò che non

conoscono

ed è per questo che lo covano strette

senza curarsi delle spine.

Divido il testo in due parti. Innanzi tutto, sottolineo il verso che definisce la clausura. È rivolto ad un giovane distratto, uno dei tantissimi che non valorizzano la presenza claustrale nella Chiesa: “La clausura, ragazzo, è un grembo delle cose mai vissute”. Da chi? Dalle monache. Tu porti, loro accolgono e impastano e infornano, come abbiamo detto, e rendono pane ciò che è dispersione. “Un grembo di cose mai vissute”. Vorrei che assaggiaste questo verso: la clausura è un grembo delle cose mai vissute. La prima lettura è: mai vissute dalle monache, ma anche un grembo di futuro, delle cose che tu non hai ancora vissuto e che vai a prendere da quel grembo, perché –  vedete – una monaca mai, mai dovrà rinunciare alla sua femminilità e mai e poi mai dovrà rinunciare alla sua sponsalità e alla sua maternità, per questo è grembo. Grembo di cose mai vissute. E il nostro futuro si sta covando nei monasteri, nei nostri monasteri di clausura.

Ascoltiamo “Fammi Santo”, che tra l’altro è stato scritto proprio per Vincenzo, porta la dedica; evidentemente don Battista aveva intuito in lui il tenore, quindi gli ha dedicato questo brano, e poi “La gioia di un volo”.

Fammi Santo

La gioia di un volo

Don Tommaso mi ha detto a pranzo che, quando aveva da far orchestrare un canto anche all’ultimo momento, si rivolgeva a don Battista e lui neanche la sera prima, nel giro di poche ore, gli presentava un’armonizzazione, un’orchestrazione di un canto per i vari strumenti. Per far questo c’è bisogno di una perizia, non solo, ma anche del dono della creatività.

Chiudiamo con l’immagine della banca dei sorrisi. È la seconda parte. “Tutti i pensieri che pensi / tutti i baci che dai / tutto quello che vedi / va in deposito in quella banca dei / sorrisi”. È questa la clausura. Quindi, se hai un amore da custodire, se hai un figlio da accompagnare, vai in questa banca: Mi raccomando, c’è questa difficoltà, c’è questo dono, c’è questa cosa bella che non vorrei perdere, c’è questo dolore che vorrei si risolvesse. E l’altra immagine, che mi piace molto, è resa dal “covare”. Le monache non sanno, non conoscono, quello che tu hai loro consegnato, perché non lo vivono, ma lo covano, “e loro custodiscono ciò che non / conoscono / ed è per questo che lo covano strette / senza curarsi delle spine.” Perché il dolore che io sento, che tu senti da sposato, da padre, da moglie tradita, loro lo custodiscono. Ci chiediamo: Non si fanno male? No, perché non ne conoscono le spine, per questo si stringono anche su questa covata di uova coronata di spine, mi verrebbe da dire.

Adesso ascoltiamo l’ultimo brano che avete sul programma che è “Ninna nanna: Sii il caro benvenuto”. Anche questo porta una dedica, a Maria. Come vedete, qui siamo in famiglia, con don Battista.

Qualcuno di voi già sa (perché è capitato anche un altro anno che un incontro si sia tenuto il 28 novembre) che il 28  novembre del 2005 il mio vescovo mi chiamò. Il giorno prima mi disse: “Vieni, ma non venire con la neve in tasca”. Pensai di aver fatto un ennesimo errore, perché il mio vescovo aveva molto non da rimproverarmi, ma insomma arricciava il naso per diverse cose che l’attuale vostro vescovo fa oggi e che faceva anche prima, e quindi feci un esame di coscienza per prepararmi. Mi presentai piuttosto dimesso a questo incontro, invece si trattava di tutt’altro nel senso che, dopo aver parlato del più e del meno, volle confessarsi per legarmi al segreto e mi disse: “Io ho dato il tuo nome per l’Episcopato”. E quindi io passai da una situazione di “vediamo dove ho sbagliato” a un’altra “forse si apre un orizzonte diverso per me”. Ecco vi affido questo ricordo personale. Proprio stasera a quest’ora tornai a Piano di Sorrento piuttosto imbambolato: che succede? che succederà? Non era sicuro nulla, perché sappiate che il 90% degli itinerari delle candidature finiscono senza esito. Sì, si comincia, si fanno quattro chiacchiere, ma poi  la cosa finisce lì. Purtroppo, per voi e per me, nel mio caso, non è finita lì, ma è cominciata quella sera, cioè è come se da allora, da quel 28 novembre 2005 io mi fossi messo in cammino, pellegrino, per qualcosa che non sapevo se sarebbe accaduta e dove sarebbe accaduta: lo seppi il 10 di maggio, dopo pochi mesi, e voi lo avete saputo il 13 di maggio.

Quindi ascoltiamo, perché anche la mia fu una nascita, “Ninna nanna”. La  facciamo a questo vescovo che non si sapeva se sarebbe nato o meno. Poi vi darò la benedizione e ascolteremo l’ultimo brano “Salutaris Ostia” di Salvadore: un altro testo tirato fuori dall’oblio da don Battista.

Ninna nanna “Sii il caro benvenuto”

Vi do la benedizione, restate seduti, e diciamo grazie a questi artisti che si sono dati convegno qui per affetto nei confronti di don Battista. C’è anche una nipote, che saluto, accorsa per questo memoriale musicale.

Spero che il nostro salotto spirituale vi faccia tornare fuori dalla clausura, perché tra poco si apriranno le porte e ciascuno ritornerà nel caos, ma con un cuore più pacificato. Anche noi cerchiamo di baciare, di far baciare ogni tanto la terra, il cielo e la terra, piegando il nostro ginocchio nel tocco e facendoci noi stessi inginocchiatoi. 

Salutaris Ostia

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

 

 

 

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