Perché il Vescovo si preoccupa del ragù?

Immagine1Pietravairano, 25 dicembre 2012

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NATALE DEL SIGNORE

MESSA DEL GIORNO

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Monastero S. Maria della Vigna

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Saluto iniziale

Le monache hanno compreso bene che da soli non possiamo cantare. Allora, invochiamo l’aiuto, il supporto canoro degli angeli e dei santi, perché ci aiutino a cantare e sostengano il nostro canto incerto davanti al dono che ci è posto dinanzi, il Dio fatto Bambino. Ci inoltriamo con fiducia, carissimi fratelli e sorelle, nella luce e nella gioia soffusa, ma gioia intensa, di questo Natale del Signore. Come sempre, chiniamo il capo sentendoci indegni di tanto dono, di tanta grazia, di tanta luce. Confessiamo i nostri peccati.

Omelia

Carissimi fratelli e sorelle,

forse le monache hanno arricciato il naso perché il Vescovo non ha fatto cantare loro il Gloria. Per due motivi l’ho fatto, anzi due e mezzo (due importanti e l’altro di minore importanza, per cui non raggiunge la forza d’un motivo). Il primo: il vostro ragù. Il vostro ragù che sta bollendo, speriamo, a fuoco lento e allora, avendo visto il Vescovo, vi sarete detti: Oddio, il mio ragù! Che ne sarà del mio ragù? Avevo previsto un certo lasso di tempo per la celebrazione e invece è arrivato il Vescovo e il ragù rischia di bruciarsi! Il secondo motivo è aver intravisto Letizia affebbrata, probabilmente raffreddata, e allora il Vescovo s’è detto: Risparmiamole questo canto. Non è una battuta. Il mezzo motivo invece è avere la possibilità d’avere un minutino in più nell’omelia, che altrimenti avrei dovuto potare, tenendo presente l’economia dei tempi. Non è una battuta, non è un modo per farvi svegliare, dal momento che siamo tutti reduci dalla Messa di mezzanotte, e dunque con poche ore di sonno sulle spalle, o meglio, sugli occhi. Queste due cose, una monaca affebbrata e il ragù che borbotta nelle nostre cucine, sono elementi fortemente natalizi. Sentir parlare di ragù – magari già ne sentiamo il profumo, se non avete il raffreddore anche voi – di quel ragù che le nostre nonne addirittura facevano cuocere per ore e ore, a fuoco lento, quindi niente di frettoloso ma tutto preparato con cura, è un riferimento al cibo, al corpo. Come è riferito al corpo il raffreddore di Letizia, che rischia di contagiare tutte le Sorelle, perché quando in monastero una prende l’influenza, abbiate per certo che passeranno tutte sotto le “forche caudine”, perché è una famiglia chiusa e dunque i virus hanno maggiore possibilità di contagio.

Perché il Vescovo si preoccupa del ragù e di qualche linea di febbre, come dicevano le nostre mamme e nonne, di Letizia e forse anche delle sue Sorelle? Perché Dio si è fatto carne, cioè è entrato nella storia e dunque potremmo tradurre, come ho fatto nella preghiera di In punta di piedi in Episcopio qualche settimana fa, in tante maniere questa espressione. La più densa è “Dio s’è fatto storia”, ma potremmo anche dire: Dio s’è fatto pane, Dio s’è fatto cibo, Dio s’è fatto tramonto, Dio s’è fatto verso di una poesia, Dio s’è fatto diamante nelle miniere, Dio s’è fatto oro, Dio s’è fatto mare, Dio s’è fatto fiore, Dio s’è fatto sorriso, Dio s’è fatto sguardo.

Dio s’è fatto uomo (sarx, dice il testo del prologo di Giovanni). Dunque, se Dio è sceso al nostro livello, tutto quello che appartiene all’umano – anche il ragù che borbotta sul fornello a fuoco lento, anche la febbre che tiene Letizia avvolta non solo nel soggolo consueto e nello scaldacollo, ma in una ulteriore sciarpa, interessa. Interessa Dio. E se interessa Dio, interessa anche il cristiano. Troppe volte, purtroppo, nella storia siamo passati per quelli che, troppo protesi ai valori di Dio, facevano poca attenzione all’umano. E quando questo è accaduto, noi abbiamo travisato il messaggio del Vangelo, che è Dio vicino, che è Dio accanto, che è Dio sul mio pianerottolo, che è Dio al mio livello, che è Dio che si fa Bambino perché io smetta d’avere paura di Lui e mi faccia coccolare, coccolandolo. Il Natale è pieno di coccole, come il tintinnio che abbiamo ascoltato nel canto dell’Alleluia; è pieno di ninna nanna, è pieno di odore di latte. Quando si entra nelle case dei bambini appena nati, subito si è aggrediti da questo odore di latte, odore di pannolini, odore di nascita, odore di vita. Ecco, questo odore di vita Dio ha voluto annusarlo. Certamente starete pensando che insieme con questo odore ci sono anche tanti cattivi odori, ma non si è tappato il naso, Gesù, e Dio in Lui. Mi riferisco alla mia povertà, alla vostra, alla povertà di noi uomini, ai nostri peccati, ai nostri limiti, ai nostri tradimenti: nulla lo ha fermato. Nel Natale noi celebriamo una testardaggine di Dio nel volerci salvi, che per dannarci c’è bisogno d’un impegno non indifferente. Questo è il messaggio bellissimo e rivoluzionario che ci viene dal Natale. Abbiamo ascoltato che i pastori ricevono l’annuncio e si muovono – dice l’evangelista Luca che già ha utilizzato questo inciso – senza indugio (andarono senza indugio). È la stessa assenza di indugio, dunque fretta, che aveva preso Maria mesi fa, all’atto in cui, in fretta, si è messa in cammino verso la casa di Elisabetta, sua parente. Senza indugio. Perché i pastori vanno senza indugio?, e perché Maria si è mossa in fretta?, e perché la Chiesa oggi deve avere fretta di andare? (La Chiesa va nei nostri piedi, va attraverso la vostra azione di annuncio del Natale ai lontani) Perché Dio ha avuto fretta per noi. Di Noi. Fretta di incontrarci, di abbracciarci, di salvarci. È venuto per redimerci. È  venuto per portarci in Cielo, ma per far questo, senza indugio, in fretta, è sceso sulla terra, per incontrarmi, per incontrarti. Dio sta cercando in tutti i modi di attirare la tua attenzione. Allora vorrei coniugare con voi brevemente questo Natale. Innanzi tutto è il Natale della Trinità, che è un tema un po’ astruso, ma importante per sapere cosa succede in alto, e non è l’alto astronomico, ma è l’alto di Dio. Nell’antica iconografia, l’Avvento e il Natale venivano rappresentati in excelsis Deo con un trono vuoto: c’è qualcuno che se n’è andato – non come i nostri figli che vanno via sbattendo la porta -, è andato via, mandato. Chi manderò? Chi andrà per noi? (testo della vocazione di Isaia). Eccomi, manda me – ha detto il Figlio. C’era da andare, c’era da andare nel mondo perduto, nel nostro mondo. C’era da venire e Qualcuno doveva venire dei Tre. Il Figlio s’è reso disponibile e il Padre lo ha mandato e lo Spirito ha soffiato su di Lui e poi nel grembo di Maria perché potesse annidarsi, prendere carne. Dunque il Natale della Trinità e nella Trinità è un Natale dove manca qualcuno. Attenti che questo non è esatto teologicamente, perché Dio è dovunque e il Figlio, mentre è incarnato resta nel seno del Padre, ma è un modo umano per descrivere un vuoto. Che vuoto che mi hai lasciato dentro – dice Erri de Luca in un’opera che molti di voi conoscono, che si chiama In nome della madre. Chi fra voi abbia partorito lo sa: è quel vuoto che si sente e che a volte genera anche l’angoscia e la depressione dopo il parto. Erri De Luca pone sulla bocca di Maria Che vuoto che mi hai lasciato dentro, all’atto in cui ha messo al mondo Gesù, il Figlio di Dio incarnato, ma possiamo metterla – mi comprendete – sulla bocca del Padre: Che vuoto che mi hai lasciato dentro. Dunque c’è un Natale un po’ deserto, disertato, che è il Natale in alto. Perché si possa fare Natale giù, su Dio si priva, Dio si svuota, Dio si lascia ferire. C’è un vuoto in questo trono dove il Figlio sedeva e dove adesso gli angeli si guardano attoniti per dire: Dove è andato? Dove si è cacciato? Questo è il Natale della Trinità.

Poi c’è il Natale di Maria e Giuseppe. Questi due grandi protagonisti, attraversati e fasciati di silenzio, perché il mistero di Dio non si traduce in parole, come maldestramente il vostro  Vescovo sta cercando di fare in questo momento, ma si fascia di silenzio. Giuseppe: poche parole, tanti sguardi, tanti perché senza risposta, messo insieme con Maria in cammino per una maternità che non coincide con la sua paternità. Maria, che non può raccontare neanche a Giuseppe quello che le è accaduto, perché lei stessa, all’atto in cui lo dice a se stessa, soffre di capogiri. Il Natale di Maria e Giuseppe è un Natale per la strada, è un Natale imposto da Roma, perché le cose si impongono sempre da Roma. Ma attraverso il gioco dei politici e il gioco degli uomini potenti di turno, Dio agisce, attraverso mediazioni. I grandi di questo mondo progettano un censimento non solo per contare – vi rendete conto da voi – ma anche per estorcere. Questo Natale per noi è particolarmente difficoltoso sul piano economico, perché ognuno di voi si è svenato pagando l’IMU, per esempio, ma ovviamente il riferimento è meramente casuale per dire che quando si contano le persone non è mai per mandare dei doni, ma sempre per prendere, per avere delle entrate. Ma attraverso questa azione, che è un’azione di forza, che è un’azione di potere umano, Dio interviene perché Suo Figlio nasca per la strada. Quindi, mentre il Natale della Trinità è un Natale di perdita, di vuoto – pensiamo alle famiglie che in questi giorni sentiranno più forte il vuoto, l’assenza di una persona cara perché lontana nello spazio o perché lontana nel tempo, perché defunta – il Natale di Maria e Giuseppe è un Natale itinerante e, come contempliamo nel presepe, nonostante l’andirivieni e i pastori che il presepe del ‘700 ha ideato, è un Natale silenzioso dove si guarda, ci si guarda e – vi sembrerà un po’ strano – si dice: Boh! Non è il boh! degli ignoranti. È il boh! del mistero. Possibile che questo sia Dio? Questo bambino che fa la cacca, che piange, che ha bisogno del seno è Dio? E qui, nel Vangelo di Luca che ho appena proclamato, si dice che Maria da parte sua custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore. È come se la sua gestazione non fosse finita con la nascita del figlio. Lei deve ancora conservare dentro, poi capirà. E anche tu, anche io, dobbiamo conservare nel cuore quello che non comprendiamo dei nostri figli, della storia, degli eventi, dei dolori, dei fallimenti. Poi capirai. Anche noi diciamo “boh!”, ma davanti alla capanna di Bethlem diciamo: Mi fido di Te, Padre.

Poi c’è il Natale della Terra, con la T maiuscola, che è il Natale dove tutto è illuminato, dove nulla è destinato a perire, dove tutto ha futuro, dove tutto è santo, perché il Figlio di Dio calpesta queste nostre strade, queste nostre pietre, le fa fiorire. Tira fiori dalle rocce e acqua dai deserti. Il Natale della Terra è un Natale-primavera, non con la neve o, se volete, dove sotto la neve riposa il grano in attesa di germogliare. Poi c’è il Natale degli uomini, della storia, e – come dicevo stanotte in Cattedrale – questa storia finirà bene, nonostante tutte le previsioni catastrofiche, perché se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? (Romani 8, San Paolo). Se Dio è nella storia, potrà questa storia finire male? Potrà questa storia diventare una tragedia? No! È una storia che finirà bene.

Salendo, magari come me, vi sarete imbattuti nel carro funebre di una celebrazione esequiale appena celebrata nella chiesa parrocchiale. E qualcuno avrà detto: Anche a Natale? O addirittura avrà ritenuto di cattivo augurio l’imbattersi in un carro funebre nel giorno gioioso del Natale. E invece è dentro quel carro, è dentro quella bara, è dentro quella morte, ennesimo fallimento, ennesimo limite, che noi dobbiamo dire: Andrà bene. Finirà bene. E se lo diciamo del defunto o della defunta incontrati (non so se fosse di sesso maschile o femminile) – e il Vescovo che stava dicendo il Rosario ha segretamente benedetto quel feretro, una benedizione in più fa sempre bene – se lo diciamo di quella morte, tanto più delle nostre piccole grandi morti, dei nostri fallimenti, dei nostri cadaveri in putrefazione, dei nostri ideali sviliti, di quello che ritenevamo vivo e poi scopriamo morto, rigido, frigido.

Infine c’è il Natale nei nostri cuori che riassume tutti questi Natali, che è il Natale dove manca qualcuno, come il Natale trinitario, che è il Natale per la strada, come quello di Maria e Giuseppe, che è il Natale dove davanti al presepe anche noi diciamo “Boh!”, ma mi fido. Il Natale del mio cuore,  del tuo cuore, è il Natale della Terra dove nulla andrà perduto. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma (l’avrete studiato anche voi, a scuola). Ecco, in questo “tutto si trasforma”, alla luce della fede, c’è questa creazione ex nihilo, dicevano i filosofi e i teologi, ma che ha un futuro. Allora c’è un diamante anche nel mio cuore e c’è una pietra anche nel mio cuore, e c’è un paesaggio anche nel mio cuore, e c’è un albero anche nel mio cuore, tutto quello che riguarda la terra. E c’è il ragù che bolle sempre a fuoco lento – Eccellenza, la smetta!, altrimenti questo ragù finirà col bruciarsi! – e c’è il raffreddore di Letizia. Tutto questo si evolverà, si trasformerà. Come bolle il ragù, bolle la creazione. Dice San Paolo sempre nel capitolo 8 della Lettera ai Romani: La creazione stessa geme e soffre delle doglie del parto.

Coraggio, Buon Natale. Qualsiasi cosa, anche un macigno, anche una mole da mulino vi pesi sul cuore, ciascuno di voi dica: Ma sì! Vado avanti costi quello che costi. Non mi scoraggio. Non mi lascio togliere la corona regale che Dio è venuto a pormi sul capo. Non sarà satana a togliermi questa corona, perché Dio stesso me l’ha posta come segno di una figliolanza, figli nel Figlio. “Buon Natale” significa: tornate a casa e mangiatelo con gusto il vostro ragù. E tu, Letizia, cerca di guarire, perché queste cose umane sono al centro dell’attenzione di Dio. Questo è Natale. Ed altro.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

 

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