Tre gradini nella storia di una famiglia

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Teano, 30 Dicembre 2012

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Chiesa Cattedrale

Festa della Sacra Famiglia

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LETTURE
1 Sam 1,20-22.24-28
1 Gv 3,1-2.21-24
Lc 2,41-52

 Omelia

La festa della Sacra Famiglia vede raccolte le famiglie della nostra diocesi, o almeno i rappresentanti delle famiglie di ogni parrocchia, per una celebrazione corale. Si è già vissuta nelle singole comunità, questa sera la celebriamo come Chiesa diocesana.

Ringraziamo il Signore per le nostre famiglie d’origine, per le famiglie a cui apparteniamo, per quelle che in qualche maniera abbiamo fondato, e rispondiamo nuovamente alla chiamata a essere famiglia, che è nel DNA dell’uomo e della donna. Ci disponiamo a celebrare i santi misteri, chiedendo perdono delle divisioni, delle volte in cui non ci siamo cercati.

Ringrazio Don Maurizio e i componenti dell’equipe della pastorale familiare diocesana, che ci hanno dato appuntamento, solennizzando con questa celebrazione la Giornata della Famiglia. Come vi ho detto gli altri anni, la contestualizzazione di questa festa nella luce del Natale, nell’Ottava del Natale, è guardare il Figlio di Dio dentro la famiglia umana, e non in senso ampio, ma in senso stretto.

La famiglia umana è fatta da un uomo, una donna e un bambino. I sociologi chiamano questa famiglia “mononucleare”. È la foto della famiglia dagli anni ’70 in poi, dove almeno ci sia l’essenziale. E il Verbo di Dio, che si è fatto carne, ha scelto la dimensione naturale e anche regale dell’ umanità, che è essere in una famiglia, crescere in una famiglia, imparare l’arte d’amare, non in astratto ma dentro le relazioni.

La famiglia è una serie di itinerari, di strade che si incrociano in senso orizzontale e in senso verticale, una sorta di cartina geografica delle relazioni. E noi siamo chiamati quest’oggi, guardando la Famiglia di Nazaret, a renderci conto dei legami familiari, come dicevo già all’inizio della Messa, con la nostra famiglia d’origine. Quando si va avanti negli anni, essa è problematica, perché i genitori invecchiano, perché hanno degli acciacchi, perché richiedono del tempo, perché tornano bambini. E comunque, anche quando la famiglia, almeno nelle sue colonne, cioè i genitori, è già nella gloria di Dio, già in Paradiso, almeno siamo chiamati a manifestare la nostra riconoscenza: Grazie, Signore, dei miei genitori; grazie della mia infanzia; grazie della casa dove sono cresciuto, e qui non si tratta solo della casa di mattoni, ma della casa degli affetti. E poi occorre guardare la nostra famiglia attuale, perché abbiamo un marito, una moglie, dei figli, dei genitori. E quindi dobbiamo chiederci se siamo al meglio all’interno di queste relazioni.

Normalmente siamo “bellini” fuori casa ma, quando varchiamo la soglia di casa, siamo terribili, tutti, perché eliminiamo i freni inibitori, ci togliamo gli abiti della festa e manifestiamo il peggio di noi. Spesso i genitori si lamentano dei figli: Tutti mi parlano bene di mio figlio, invece in casa è una peste. Gli altri stanno sempre a dire: Bravissimo, educatissimo, ma quando varca la soglia di casa, sembra trasformarsi.

Ma poi siamo chiamati a guardare anche avanti: che ne è della famiglia? E a considerarci da un punto di vista dell’impegno sociale, che poi diventa anche impegno politico, di promozione di questa palestra dell’umanità dell’essere uomini, dell’essere donne, che è la famiglia.

Molti, come sapete, e non da oggi, ritengono questo istituto (si chiama così, da un punto di vista giuridico, la famiglia) del tutto sorpassato, perché adesso sono comparse nuove forme di famiglia, le famiglie allargate, dove ci sono il papà e l’amico … insomma tutte quelle contorsioni che vedete ben rappresentate e di cui mi sembra stiate diventando ottimi imitatori nelle telenovelas, che ci propinano dagli Stati Uniti nelle riedizioni nostrane.

Quindi diciamo grazie per la famiglia da cui proveniamo. Cosa stiamo facendo? Come ci stiamo impegnando? Quanto tempo, quante energie, quanta attenzione mettiamo nella famiglia di cui facciamo parte in questo momento? Inoltre pensiamo anche alla famiglia di domani, e facciamolo guardando la Sacra Famiglia, che da sempre è stata un modello di relazioni, di crescita, nell’umanità, ma anche nella fede.

Se ci fate caso, c’è uno schema teologico nel nostro presepe. Ma perché il vescovo, quando allestisce il presepe in cattedrale, fa cose così complicate raffigurandolo? Perché ci sono tre ordini di legami, se volete. Innanzitutto un legame verticale, perché la statua più in alto è quella dell’angelo. A dire che Gesù, il Figlio di Dio, prima di incarnarsi in una famiglia, da sempre faceva parte della famiglia di Dio, da cui ogni famiglia riceve come l’imprinting. Quindi la dimensione celeste. Noi veniamo da una famiglia e ritorneremo ad una famiglia, laddove sono già i nostri defunti. Non smetteremo d’essere famiglia neanche dopo la nostra morte – spero che questo vi rallegri – ebbene, l’angelo sta lì a dire da dove viene. E quindi si tratta della famiglia di Dio, di cui gli angeli sono come la Corte, come i ministri, i messaggeri. Poi c’è la famiglia rappresentata nei vostri presepi: Maria, Giuseppe e il Bambino. Se scendete più giù, quest’anno appare un’altra famigliola, che fa bella mostra di sé in primo piano: una pecora madre e  un agnellino, forse nato durante la notte, ma che – come vedete – subito sa a chi guardare, dove rivolgere lo sguardo, qual è la fonte della sua sicurezza. E allora abbiamo la famiglia divina, la famiglia umana, e la famiglia anche nell’ordine naturale. Adesso ho fatto una lettura dall’alto in basso.

Potremmo operare anche una lettura dal basso in alto, dicendo: partiamo dalla dimensione naturale perché l’uomo appartiene ai mammiferi (una volta ci insegnavano queste cose a scuola) e quindi partiamo da quello strato, da quella base. Prima d’essere uomini e donne siamo maschi e femmine, come gli animali. Ecco ( e qui c’è anche un progetto di pastorale familiare), partiamo da una famiglia sul piano naturale, e quindi anche animale (non vi sembri offensivo questo termine, perché gli animali tante cose che facciamo di negativo noi uomini non le fanno). Partiamo da un’osservazione delle relazioni. Perché l’ agnellino sta guardando la mamma? Perché ha fame, ha bisogno di protezione, ha paura. Ecco, per diventare una famiglia umana, e umanizzare queste relazioni, ma in vista di qualcosa di più, siamo chiamati, come la liturgia di questa festa della Famiglia del ciclo C ci ricorda in una maniera particolarmente forte, a inserire nelle nostre relazioni anche Dio. Soprattutto nella Prima Lettura e nel vangelo questo è chiarissimo.

Era chiarissimo ai due genitori, che avevano aspettato inutilmente e a lungo un bambino: mi riferisco ad Anna nell’Antico Testamento, e che finalmente ricevono in dono questo bambino, che è Samuele. Adesso bisogna riconsegnarlo al Signore. Dice Anna: l’ho ricevuto da Lui, Lui ha corrisposto, ha risposto alla mia preghiera, e dunque io, dopo che l’ho svezzato, lo consegno al Signore, lo porto al Signore. Vedete che bei sentimenti? Ce l’hanno questi sentimenti le mamme e i papà di oggi? Ho ricevuto questo dono, mi viene dall’alto, e adesso che l’ho svezzato (certamente lo svezzamento oggi avviene a vent’anni, a trent’anni, a quarant’anni, perché significa autonomia) lo preparo a quell’incontro, lo consegno al Signore.

Nel vangelo la famiglia di Nazareth vive un momento drammatico, che però si conclude con l’attestazione da parte di Gesù che Egli deve occuparsi delle cose del Padre suo. E tutto avviene nel tempio di Gerusalemme, dove ci si recava per una celebrazione, cosa che avviene ancora oggi per gli Ebrei, quando il bambino, a dodici anni, può celebrare, può leggere per la prima volta la Parola nella sinagoga ed essere annoverato – come dire? – tra gli adulti del popolo, tra i maschi che entrano nella grazia del popolo d’Israele. È chiaro che anche Gesù reclama davanti ai genitori, che sono rimasti forse a un piano puramente umano, quella che è la sua relazione con il Padre. Io debbo occuparmi delle cose del Padre mio. Magari voi avreste dato un ceffone a Gesù che risponde in questa maniera, forse anche sgarbata, in realtà, dietro questo evento, nella filigrana di questo racconto, c’è già quello che Gesù farà, sarà, il “sì” che dirà al Padre. La bellezza di questo vangelo è presentarci non una foto idilliaca della Famiglia di Nazareth, come ci viene consegnata in altri vangeli, ma una foto drammatica.

Io immagino che voi viviate dei drammi: Come si è svegliato mio figlio? ha la febbre? Preoccupazione immani, a volte per piccoli acciacchi, a volte per pericoli seri, sul piano fisico, ma poi anche sul piano psicologico: il figlio dodicenne comincia a contestare, la ragazzina ha deciso di tornarsene a casa più tardi del dovuto, vuole far festa con gli amici. Drammi! Questi sono piccoli, ma ce ne sono a volte anche di enormi, che pesano sul cuore dei genitori. E spesso i genitori in questi frangenti si guardano, nel caso che vadano ancora d’accordo, perché a volte gli incidenti li dividono, e si dicono: ecco, abbiamo sbagliato, siamo dei genitori fallimentari, forse dovevamo utilizzare un metodo pedagogico diverso.

In realtà, i genitori sbagliano sempre. Noi sbagliamo, e se dico noi è perché anche il vescovo, lo ricordavo pure l’anno scorso, fa famiglia con il suo clero, con la sua diocesi … I genitori sbagliano sempre! Una delle parole più belle, che ricordo del magistero di Mons. Cece, che è stato vescovo anche qui, è questa: Il padre ha sempre torto! Così diceva, e io adesso penso: “aveva ragione Mons. Cece”. Il padre ha sempre torto. Quando, ad esempio, veniamo ad una discussione … Eh, eccellenza, ma voi … Ecco, succede così anche a casa vostra, no? I padri hanno sempre torto. E a volte anche noi ci diamo torto, perché sperimentiamo che quello che avevamo progettato per i nostri figli, ad essi non va bene, e cominciano le crisi, le divisioni, le lacerazioni.

Andate  a leggere questo vangelo, quando succedono di queste cose a casa vostra, perché la Famiglia di Nazareth non è una foto da mettere in copertina, tutti sorridenti, con i denti, dopo la macchinetta, belli in ordine, allineati e dritti, ma è una famiglia come tutte le altre. E quindi anche Maria e Giuseppe hanno avuto non solo quel momento, ma tanti momenti di crisi, di difficoltà. E il problema qui nasce dal fatto che hanno perso il figlio, lo hanno smarrito. I vostri figli si smarriscono sempre (qui c’è Valerio, che io conosco e che a volte è tornato a casa con il braccio rotto). Beh, piccoli incidenti, grandi incidenti, stiamo continuamente in apprensione, allora attenti a non farci dividere dalla difficoltà. La difficoltà deve unire i genitori: facciamo lega davanti a questa crisi, davanti a questa emergenza, davanti a questo problema. Immaginate, Gesù si è perso: lo abbiamo abbandonato noi? si è perso da solo? Il primo pericolo, che Maria e Giuseppe corrono, è di accusarsi a vicenda: ma non stava con te?, ma non … E invece no! I due fanno lega nella difficoltà e tornano indietro.

Tante volte, sapete, nella vita dobbiamo tornare indietro a cercare i nostri figli. E forse essi si aspettano che noi li andiamo a cercare. Tornare indietro. Tornare indietro alla loro infanzia. Tornare indietro guardando le foto. Tornare indietro guardando i filmini super 8 di quando si era ragazzi. Tornare indietro a quando ci siamo sposati – voi tra poco rinnoverete le promesse del vostro matrimonio – per cercare quello che abbiamo perso, perché i figli si perdono, ma ci perdiamo anche noi grandi. Ci perdiamo tutti. Tutti abbiamo momenti dove si oscura l’orizzonte e non riusciamo più a vedere chi ci vuole bene veramente, e dubitiamo anche che il marito, la moglie, i figli, i genitori possano volerci ancora bene. E allora capite che entriamo in un mondo tenebroso e lì c’è bisogno di qualcuno che venga a prenderci per mano.

È quello che fanno Maria e Giuseppe d’accordo, pur nel silenzio. Hanno compiuto, tra canti e suoni e danze, il percorso verso Gerusalemme, perché era una festa, era una gita scolastica, era un momento meraviglioso, ma immaginate adesso che tornano, che tornano indietro loro soli, non più il gruppo, e intanto la guida ha detto: Ah, mi dispiace, signori, noi dobbiamo andare avanti, c’è l’albergo che ci aspetta, abbiamo i pullman … e quindi restano soli. Questi due genitori, questo papà e questa mamma da soli fanno il tragitto all’inverso. Adesso non più cantando e con i tamburelli, ma in silenzio, chiedendosi: ma dove abbiamo sbagliato? ma che è successo? ma quand’è che l’abbiamo perso? ma quand’è l’ultima volta che lo abbiamo visto? Ma …, e quindi è come riguardare in moviola incontri, parole, silenzi … Voi lo fate continuamente. È questo il compito dei genitori: guardare in moviola.

A volte la sera anche il vescovo guarda in moviola gli incontri. Chi ho incontrato? Don Maurizio: vediamo che mi ha detto, come stava …; Don Geppino – cito quelli che stanno qui -; Don Vitaliano: com’era il tono della voce … Allora anche noi guardiamo in moviola per capire quello che il figlio voleva dirci, ma non è riuscito a dirci, per capire le parole oltre le parole, per decifrare i messaggi dentro il silenzio. Questo devono fare i genitori!

I genitori sono i grandi maestri, i grandi registi dell’incontro, ma questa cosa è possibile solo se sposo e sposa, marito e moglie fanno lega, e più arrivano difficoltà più si cementano. Io vedo come a volte la patologia di un figlio tanto può unire una coppia tanto può polverizzarla. Allora impariamo anche questo, che la difficoltà non è una disgrazia e non è un incidente di percorso, non è frutto dei nostri errori, ma è la quotidianità. Quando non avremo più problemi, saremo già insieme con i nostri defunti nella famiglia, dove non ci sarà uno screzio, non ci sarà una macchia di vino sulla tovaglia, non ci sarà un figlio che non mangi, non ci saranno capricci. Tutto meraviglioso! Così come lo sogniamo. Ma quest’idea che abbiamo di famiglia non è di qui, è all’ultimo piano dove sta l’angelo. Ma  ci arriveremo. Voi dite: Piano piano. Ecco, sì, se vogliamo arrivarci piano piano, intanto gestiamo queste relazioni, intanto impastiamo questi problemi, perché non abbiano a distruggere la nostra coppia, ma abbiano a cementarla.

Ecco, chiediamo questo al Signore per intercessione di Maria, di Giuseppe e di Gesù, che abbiamo contemplati, fotografati in un momento di crisi. La crisi è il pane quotidiano della coppia e della famiglia. Questo è il messaggio che ci viene dalla Parola di Dio, ma il messaggio lo recepiamo nella misura in cui comprendiamo che non ci siamo noi soli in casa, ma c’è anche un Crocifisso, c’è anche un’immagine sacra. Di più: c’è anche Gesù in persona! C’è lo Spirito Santo, che ci suggerisce la parole da dire e quelle da tacere. C’è il Padre, origine e fonte di ogni paternità, che ci indirizza a come essere padri al meglio.

E così i tre strati del presepe della cattedrale: quello animale, quello umano e quello divino, diventano un percorso educativo – noi non smettiamo di educare e di auto-educarci – e anche una direzione. Dobbiamo arrivare lì, ma bisogna partire da un agnellino, che ha bisogno della poppata. Dobbiamo partire dallo stato concreto, dallo stato animale, dallo stato di bisogno. Dobbiamo umanizzare questi bisogni, ma anche divinizzarli.

Ecco, vi auguro di percorrere questi tre gradini nella storia delle vostre famiglie. Auguri!

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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