Pennellate di fuochi

Immagine1

San Clemente di Galluccio, 17 gennaio 2013

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

San Clemente di Galluccio, 17 gennaio 2013

Festa di Sant’Antonio Abate

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Saluto iniziale

Fratelli e sorelle  carissimi,

la festa di Sant’Antonio Abate ci raccoglie intorno all’altare del Signore, ci fa chiedere la fede, la speranza e l’amore che Antonio ha vissuto, sin da giovane, con vigore nei confronti del Signore, lo stesso vigore che viviamo con freddezza alternando tempi di fervore con grandi deserti di lontananza. Per queste lontananze, di cui siamo colpevoli, dobbiamo chiedere umilmente perdono.

Omelia

Carissimi fratelli e sorelle,

i Santi hanno utilizzato le stesse grazie che sono a nostra disposizione, hanno celebrato i sacramenti, anche questo sacramento cardine della vita cristiana, l’Eucarestia, hanno ascoltato la Parola, si sono cibati del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Gesù facendo la comunione, hanno compiuto opere di misericordia, sono stati tentati, hanno avuto le stesse nostre difficoltà, logicamente in tempi diversi e in modalità diverse, ma voglio sottolineare come anche queste siano state delle prove. Quando noi eravamo bambini, forse anche alcuni di voi con i capelli bianchi, cantavamo una filastrocca su Sant’Antonio Abate, che tra l’altro è un santo molto conosciuto, molto dentro la vita dei credenti, e questa filastrocca cantata da bambini, che sembrava  uno scherzo, in realtà raccontava di tutti i dispetti, come diciamo noi in napoletano, che satana faceva al Santo per mettere alla prova la sua pazienza. Anche noi che siamo qui questa sera abbiamo visto nel corso di questa giornata mettere alla prova più volte la nostra pazienza. Come abbiamo reagito?  Ci siamo lasciati andare a reazioni isteriche, d’ira? O abbiamo pazientemente sopportato? E anche la Parola che ora abbiamo ascoltato, è la stessa, come vi ho ricordato gli altri anni, che Antonio appena diciottenne (quindi non parliamo di persone di 40 o 50’anni) ascoltò e prese sul serio. Allora chiediamo, per intercessione di Sant’Antonio Abate, di non lasciare cadere nessuna parola.

Antonio fu così affezionato alla Parola di Dio, diceva il testo che abbiamo pregato questa mattina nell’Ufficio delle letture, che imparò a memoria tanti brani della Bibbia. Se io vi interrogassi – tu che cosa ti ricordi del Vangelo, quale parola di Gesù hai in mente? – molti di voi, che pure vengono in Chiesa, che pure frequentano le catechesi, non riuscirebbero a tirare fuori neanche un episodio, neanche una parola del Signore. I Santi si sono affezionati  e hanno sentito dentro un ardore per Gesù, per le Sue parole, per la Sua vita. Lo stesso ardore dobbiamo chiedere anche noi questa sera. È un ardore sottolineato da questi fuochi che da sempre accompagnano la solennità di Sant’Antonio Abate. Ed è proprio del fuoco che vorrei parlarvi questa sera. Non di come si accende, non di come si vanno a cavare i “cepponi” (so che qui siete esperti per preparare il grande falò di Sant’Antonio), ma voglio parlarvi del fuoco, di come ha potuto collegarsi con la festa di Sant’Antonio e di cosa dice a noi.

Innanzi tutto dovete collegare il fuoco ad episodi dell’Antico Testamento dove Dio si rivela nel fuoco. Ve ne ricordo uno in particolare, al capitolo 3 del Libro dell’Esodo, dove Mosè incontra Dio nel roveto ardente, un roveto che ardeva senza consumarsi, a dire che il fuoco, da sempre, nella mente degli uomini, a qualsiasi tradizione religiosa appartengano, ha sempre contrassegnato la presenza di Dio, perché il fuoco riscalda, il fuoco illumina, perché il fuoco trasforma, perché il fuoco è potente, laddove giunge distrugge, perché il fuoco ha una forza. Ma il fuoco ha anche un’attrazione: chi tra voi abbia un camino a casa, magari trascorre le sere a guardare il fuoco nel camino senza stancarsi. Un autore dice che due cose non stancano mai: guardare il fuoco e guardare il mare. L’uno e l’altro hanno una loro vastità, ma anche un movimento continuo. Come c’è la risacca, che è il respiro del mare, c’è anche la risacca del fuoco se volete, movimenti sempre diversi del fuoco che ci incantano, incantano anche i bambini ed il bambino che è in noi. Dunque, il fuoco è innanzi tutto immagine di Dio. Gesù, volendo parlare  del Regno e della Sua Parola, ricorre nuovamente al fuoco dicendo: Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che divampasse. A dire: sono venuto ad accendere un fuoco, ma nessuno viene a riscaldarsi a questo falò, a questo fuoco… sono impaziente. C’è una santa impazienza perché questo fuoco possa trasmettersi a tante persone, ardere nel cuore di tanti uomini e donne, e risplendere. Tra l’altro, dal punto di vista liturgico, la festa di Sant’Antonio Abate si colloca un po’ a ponte. Il 17 gennaio ci troviamo un po’ a metà tra l’evento del Natale che abbiamo celebrato, anch’esso in qualche maniera un fuoco (nella lettura della notte di Natale, se qualcuno di voi lo ricorda, c’era: Il popolo che camminava nella notte vide una grande luce, vide un grande fuoco) e la festa del 2 febbraio, che ne è come l’estrema propaggine. Poi accenderemo il fuoco in tutte le comunità parrocchiali, la notte di Pasqua, durante la Veglia Pasquale: è il primo segno della veglia. Quindi entrano elementi che vengono dalla Bibbia, entrano simboli legati alla liturgia, e questo binomio tra Natale e Pasqua è segnato da fuochi. Il fuoco probabilmente, nell’antichità, in queste notti fredde di gennaio, doveva costituire un momento di festa e di aggregazione per le persone. Quindi, quando mi riferisco all’immagine di questa festa che fa da ponte, che probabilmente ha legato il fuoco alla festa di Sant’Antonio, dovevano esserci celebrazioni nell’antichità, quando ancora non c’era il Cristianesimo o nelle zone dove il Cristianesimo non era ancora giunto, dove nel periodo più freddo dell’anno si accendevano fuochi per aiutare le persone che non erano nelle possibilità di riscaldarsi. Come avviene anche da voi, immagino. Intorno ai fuochi accesi ieri sera si finisce col far festa, sperando non con eccessi: si beve, si mangia, si canta. È un luogo di aggregazione, quando il freddo sembra più pungente e sembra non calare di intensità. Tra l’altro il fuoco, anche dal punto di vista dell’evoluzione del tempo, è una promessa; i fuochi di Sant’Antonio sono un dire alle persone: sì, ora ancora hai dei brividi, siamo nel bel mezzo dell’inverno, ma verrà il tempo buono, verrà primavera. Spero che sappiate che il Natale stesso è nato così nella collocazione del 25 dicembre. Il Natale è stato collocato il 25 dicembre perché il 21, giorno in cui c’è la notte più lunga, c’era una festa antichissima dedicata al sole, al dio sole, che finalmente cominciava a tornare ad avere la meglio, perché da Natale e a gennaio le giornate si iniziano ad allungare. Dunque elementi biblici (il fuoco e Mosè), elementi liturgici (il fuoco di Natale, il fuoco di Pasqua), elementi, diciamo con una parola difficile, di “antropologia” culturale collegano la festa e la figura di Antonio con il fuoco, con i fuochi. D’altra parte non diamo a questi falò un significato spirituale, finiranno con lo scostarsi definitivamente e tragicamente, direi anche, dal motivo per cui li accendiamo. Non li accendiamo per fare la sagra, li accendiamo perché è segno di Dio, li accendiamo perché ci troviamo nel cammino tra Natale e Pasqua, li accendiamo perché i Santi sono delle fiaccole e questo è l’ultimo significato che vi affido del fuoco. I Santi risplendono nella loro vita, nel loro tempo, nel luogo dove il Signore dà loro di vivere come i fuochi nella notte. Non so se sapete (non siete obbligati a saperlo) che ogni Vescovo ha un motto che è una sorta di programma. Quello del vostro Vescovo suona con un interrogativo: Custos, quid de nocte? Sentinella, quanto resta della notte? Perché la notte è lunga. Diceva Eduardo De Filippo in una sua commedia: Addà passà a nuttata. Questa nottata è lunga è fredda, sembra non passare mai. La nottata è l’inverno, ma è anche il problema, la crisi economica, è anche mio marito che non torna, è anche la crisi della mia coppia, è anche mio figlio tossicodipendente, è difficoltà che noi ci auguriamo passi. Allora il Santo si pone come questa fiaccola, come una promessa. Tornando al motto del Vescovo, che è un brano di Isaia: Sentinella, quanto resta della notte? La risposta è: Poco! Nella Seconda Lettura che abbiamo ascoltato, Paolo dice (Lettera ai Romani, capitolo 8): Fratelli, se Dio è con noi chi sarà contro di noi? Cioè se siamo vicini a questo fuoco, quale gelo potrà raggiungerci? Possiamo morire assiderati? No, perché questo è un fuoco ardente. Ma anche quelli che si avvicinano con più coraggio a Gesù diventano, a loro volta, delle fiaccole. Allora l’augurio che ci facciamo questa sera è che questi fuochi che sono esterni a noi, da vedere, a cui riscaldarsi, accesi in onore di Sant’Antonio, possano diventare anche fuochi interiori. Nella sequenza medievale che si chiama Stabat, la sequenza della Madonna Addolorata (forse Jacopone da Todi, ne è l’autore, ma non è certo), tra le tante cose che chiede dice: Fac ut ardeat cor meum. Fa’ che il mio cuore arda. Ora il vostro cuore è ardente o freddo? Siete persone che hanno dentro un fuoco o persone frigide? Scalda ciò che è gelido, dice la sequenza di Pentecoste allo Spirito Santo. Siamo persone che illuminano o siamo persone che rendono ancora più pesante la vita di coloro che vivono con noi? Siamo persone come Sant’Antonio che accende fuochi, nel senso bello del termine, o siamo persone che appesantiscono la vita degli altri?

Non c’entra niente con quanto detto, ma per trasmettere questo fatto del fuoco, i medici antichi hanno dedicato un herpes a Sant’Antonio. Si chiama herpes zoster, detto popolarmente “fuoco di Sant’Antonio”, perché infiamma una parte del corpo facendo soffrire non poco. Ecco, questo fuoco che si chiama di Sant’Antonio non ve lo auguro, ma gli altri fuochi che si chiamano “ardori”, quelli spirituali, li chiediamo tutti, in modo tale che ciascuno di voi, passando in processione accanto ai falò, si ricordi che quel fuoco dice tutte queste cose, quelle che vi ho detto ma anche tante altre che vi ho risparmiato, così non abbiate a dire che il Vescovo quando inizia a parlare – lo pensa Don Augusto, lo pensa Don Francesco, lo pensano tutti – non la smette mai… Vi ho dato queste pennellate per ridare senso spirituale e di fede anche ai fuochi che si accendono nella notte di Sant’Antonio Abate.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

 

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