Non perdete il gusto delle cose grandi!

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Teano, 7 febbraio 2013

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Monastero Santa Caterina

Giornata Eucaristica Riparatrice

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Tra i motivi di ringraziamento, al primo posto questa sera c’è il ritorno dall’ospedale di madre Enrica, la madre abbadessa di questo monastero, anche se nella tradizione delle Monache Benedettine Adoratrici l’abbadessa è la Madonna. D’altronde, un monastero senza madre è un po’ allo sbando, come quando voi mancate da casa vostra.

Ci sono presenze, anche se non fattive, importanti per il loro valore simbolico. Quindi, grazie al Signore perché alla festa e alla Giornata della Riparazione si è unito il dono della madre che torna.

La Prima Lettura, su cui vorrei fermarmi un tantino con voi, è un po’ misteriosa. Stiamo leggendo – per quelli fra voi che hanno il vizio d’andare a Messa anche nei giorni feriali –  la Lettera agli Ebrei, e siamo ormai verso la conclusione. La Lettera agli Ebrei è una grande omelia, un grande trattato. Non è una Lettera, è un trattato sul sacerdozio antico, che trova realizzazione nel sacerdozio di Gesù. E in questa parte, che si chiama “parenetica”, cioè di esortazione, l’autore vuole dire – questo è il messaggio centrale, detto poi con tante immagini – ai suoi ascoltatori o ai suoi lettori: Badate che state accanto a Dio stesso! Ecco, fate attenzione che vi trovate al cospetto di Dio.

“Voi infatti non vi siete accostati a un luogo tangibile e a un fuoco ardente, né a oscurità, tenebra e tempesta,  né a squillo di tromba e a suono di parole”.

E queste erano le modalità con cui Dio si rivelava nell’Antico Testamento. Quindi è cambiato qualcosa, non siamo di fronte a descrizioni delle apparizioni di Dio, a  “teofanie” – si chiamano in termini tecnici – ma: “Voi vi siete invece accostati al monte di Sion e alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a miriadi di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti portati alla perfezione, al Mediatore della Nuova Alleanza e al sangue dell’aspersione dalla voce più eloquente di quello di Abele”.

Tutte immagini – adesso contrapposte al modo con cui veniva percepita la presenza di Dio nell’Antico Testamento – rivolte agli ascoltatori del Nuovo Testamento, alle nuove comunità cristiane, a dire: Attenti, eh, perché non stiamo scherzando, attenti che qui c’è il sangue dell’aspersione più eloquente di quello di Abele, che è il Sangue di Cristo. È come scuotere un’assemblea assopita, e ce ne sono tante in giro o tante inesistenti, difficili da scuotere.

Se io adesso venissi qui nel banco dove state e vi  scuotessi, per dire: Attento, qui ci sono miriadi di angeli! A voi sembra che siamo quattro gatti, ma in realtà ci sono gli iscritti dei primogeniti nei cieli, c’è Dio, c’è il Mediatore della Nuova Alleanza, c’è il Sangue di Cristo.

Perché già duemila anni fa l’autore della Lettera agli Ebrei ha sentito il bisogno di scuotere la comunità, peraltro di gran lunga più fervente della nostra? Perché – sapete – l’abitudine è il nemico delle cose grandi. Lo sperimentate voi per l’amore. Tutte le cose che si fanno, si rifanno, si ripetono, e anche le più importanti, anche le più sante, le più sacre, rischiano di sfaldarsi quando entra il cancro dell’abitudine.

E quindi a Messa ci andiamo sempre, da quando eravamo bambini, dalla prima Comunione magari non siamo mancati neppure una Domenica, ed è bene, ma tutto questo potrebbe essere appesantito da una sorta di routine. A volte si pongono delle obiezioni da parte dei giovani, e una delle obiezioni che ho sentito tante volte è: ma voi dite sempre le stesse cose!  Come se si dicesse: Ma tu baci sempre alla stessa maniera! Vorrebbero che magari un giorno ci fosse uno spettacolo al posto della Messa, un altro giorno un concerto …, perché a volte pensiamo che cambiare serva a ridestarci, in realtà dobbiamo ridestare la motivazione.

Perché mi sono fermato su questa lettura? Perché è la Giornata della Riparazione, che le monache hanno vissuto, ma in realtà, come ho detto gli altri anni, è tutta la loro vita che ha questo timbro riparatore, riparatorio. E in vista di tutti i peccati loro si accollano, si addossano, ovviamente in Gesù (da sole non ce la farebbero) tutti i peccati del mondo, degli uomini, riparando, essendo presenti davanti a Gesù Eucaristia in adorazione per tanti lontani, per tante persone fredde, ma anche in modo particolare io immagino che esse sentano questo impegno di riparazione nei confronti dei peccati commessi contro l’Eucaristia. Sono Benedettine Adoratrici del Santissimo Sacramento, cioè hanno come timbro specifico, come carisma – si dice in termini tecnici –  un’ attenzione all’Eucaristia nell’adorazione.

Sant’ Alfonso nel 1700 – molti di voi ricorderanno questa preghiera, era una delle visite al Santissimo Sacramento – diceva: Signore Gesù Cristo, che stai giorno e notte aspettando, chiamando e accogliendo tutti coloro che vengono a visitarvi.

Ma voi tutte queste folle che vengono a visitare, che vengono a fare adorazione, le vedete? No! Per la verità, non si vedono neppure le folle durante la celebrazione. E allora, si vive una sorta di freddezza, come un marito che non senta più nulla per la moglie e viceversa. Una freddezza. Un freddezza, spesso, ripeto, dovuta all’abitudine, al ripetere il mistero senza l’attenzione, l’amore e lo stupore della prima volta.

A me piace sempre riandare con il pensiero al giorno della Prima Comunione – ognuno di noi ne ha un ricordo molto chiaro – e alla fede che in quel momento mi sembrava di avere, e che oggi, guardando indietro, diciamo, di cinquant’anni, rivedo, risento. E mi dico: quel bambino ha tanto da insegnare al vescovo di oggi. Ecco, quello è lo stupore della prima volta! C’è sempre una bellezza e uno stupore nelle cose inedite, vissute per la prima volta. Ma noi dovremmo conservare lo stupore sempre, e invece va calando, diventiamo frettolosi, guardiamo l’orologio: oggi non vado, non me la sento, non è la giornata adatta, e poi una settimana, poi un’altra e poi ci si allontana.

Folle immense vivono una sorta di anoressia eucaristica. Come per il cibo, non c’è più gusto. Questa è l’anoressia, che hanno spesso le donne, le ragazze, ma a volte anche i maschi. Si siedono a tavola  e non mangiano e masticano sempre la stessa cosa facendo innervosire i genitori. Questo riguarda anche la Messa. Anoressia. Sei andato a Messa? Tra poco la parola “Messa” sarà svuotata anche del suo significato, perché per alcune generazioni non avrà alcun riferimento. Ecco perché, magari, ve lo sto dipingendo in una maniera un po’ tragica secondo voi (ma non sono tanto lontano dalla realtà) c’è bisogno di riparare, perché non ci siamo accostati a bazzecole, a teorie, a parole, ma all’adunanza festosa, all’assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli, a miriadi di angeli.

Voi li vedete qui? Dovremmo vederli con gli occhi della fede, mentre noi siamo freddi. Pensiamo: stasera, che cosa cucinerà mia moglie? per esempio, oppure: adesso che vado a casa ho tutto pronto?

Mentre noi siamo presi da tante cose che non hanno niente a che vedere con quello che stiamo celebrando, qui ci sono degli angeli, arcangeli, cherubini, serafini,  che stanno in adorazione, presi, che ci invidiano la nostra condizione di uomini, che possiamo accostarci all’Eucaristia e ricevere il Corpo e il Sangue del Signore. E noi, che abbiamo questo dono, invece, non lo valutiamo abbastanza o non lo valutiamo per niente.

Allora vengono le monache a pregare, a dire: Gesù, sono qui anche a nome di quelli che non vengono. Sono qui anche per i lontani. Sono qui anche per gli anoressici eucaristici. Sono qui anche per quelli che non vanno a Messa da dieci anni, vent’anni, trent’anni, cinquant’anni … Sono qui per quelli che passano davanti all’Eucaristia – senza offesa per la categoria – come certi sacristi, d’altronde la malattia dei sagrestani è anche la nostra.

Un sacrestano il primo giorno che viene fa la genuflessione ogni volta che passa davanti al Santissimo: è di casa, perché poi passa cinquecento volte davanti all’altare, soprattutto in una chiesa aperta per più tempo, e allora magari farà un inchino, poi dimenticherà che lì c’è Gesù, mette i fiori, accende le candele, ma come se Lui non ci fosse.

È anche la nostra malattia, cioè di tutti quelli che stanno così vicini da rischiare d’essere tanto lontani.

E le monache riparano anche per tante Messe che noi celebriamo in una maniera un po’ rocambolesca, frettolosa, superficiale. Ecco, io ho chiamato Giuseppe, spero non si sia offeso, ma il vescovo lo ha invitato a dire una messa per piacere di dirla. Ecco, questa è la cosa bella, perché a volte diciamo la Messa: eh, devo dire la Messa, invece la Messa per il piacere di dire la Messa.

Sapete, dovete pregare molto per noi, perché passando e ripassando davanti all’altare, celebrando e ricelebrando, presiedendo e incensando, non abbiamo a perdere noi, per primi, il gusto, perché chi ha il gusto fa venire il gusto, chi il gusto lo ha perso non potrà mai entusiasmare nessuno. Guarda che questo dolce è particolarmente buono, è profumato, è fatto con le mandorle, riporta il sapore della Sicilia e l’odore dei limoni …  Una descrizione del genere perlomeno ci fa nascere un desiderio: Ma voglio assaggiarlo questo dolce! o fa nascere – come diciamo – un “languorino” nello stomaco. Questo è il nostro compito: ridestare un appetito che non c’è più, ma l’appetito dobbiamo conservarlo noi per primi. Quello che dico di noi lo dico anche di voi che siete – come dire? – fedelissimi e sempre presenti e sempre in prima fila.

Chiediamo la grazia di non perdere il gusto delle cose grandi.

E allora possiamo dire: Abbiamo conosciuto, Signore, la tua misericordia, come abbiamo ripetuto nel Salmo responsoriale, e allora la Chiesa diventerà veramente missionaria, come abbiamo ascoltato dal Vangelo, ma questo lo riservo alla prossima puntata.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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