Siamo nella notte e attendiamo l’alba

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Marzano Appio, 11 febbraio 2013

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Giornata del Malato

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Omelia

Rosa e Patty, che hanno proclamato la prima Lettura e il Salmo Responsoriale, sono non vedenti. Non credo che sia solo un motivo coreografico far leggere a loro le Letture nella Giornata del Malato e negli altri incontri che viviamo durante l’anno con l’UNITALSI. Ovviamente, avrete compreso lo stridore, ma al tempo stesso la speranza nelle parole del Profeta Isaìa, poste sulle labbra di due persone che non vedono.

“Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate, sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto”.

È possibile in una condizione così limitata e limitante  – la vista è uno dei doni principali della vita, degli aspetti che contraddistinguono il nostro essere qui, sulla terra, nello spazio e nel tempo –aver fede e sperare di vedere? Perché, immagino – e lo spero, e glielo ricordo ogni anno – che Rosa e Patty sperino un giorno di vedere. Il vescovo non vi sta distribuendo una speranza a buon mercato, ma vi sta consegnando la Speranza, con la S maiuscola, che è la speranza cristiana, che ci dice che quello che viviamo qui è solo una prova generale, non è la vita, perché se questa fosse la vita, allora Rosa e Patty avrebbero mille motivi per recriminare nei confronti di Dio o per non essere credenti, per chiudere con la vita, se la vita fosse qui.

Il problema, cari fratelli e sorelle, è tutto qui: nel significato della vita che stiamo vivendo. E questo non vale solo per le due non vedenti o per gli altri ammalati, ma per tutti noi, tutti gli uomini e le donne, perché, se la vita è questa, il primo a dimettermi sono io. Non vi sto invitando a un suicidio collettivo, ma semplicemente, come è nel significato stesso della vita, vi sto portando a comprendere, a ricomprendere – non lo facciamo mai abbastanza – che qui siamo semplicemente su una pista di decollo, con tutti i limiti, tutte le restrizioni che una vita aeroportuale comporta. A volte per i ritardi degli aerei si sta seduti o in piedi per notti intere, e lo spazio che abbiamo nella carlinga, nell’aereo, è sempre così limitato: Mah, non potrebbero fare delle poltrone reclinabili, in modo che io possa stendere i piedi? Ognuno di noi l’avrà pensato le volte in cui ha fatto anche una breve tratta di viaggio in aereo. In realtà, se noi chiamassimo una hostess per protestare, ci risponderebbe: Ma guardi che il viaggio dura un’ora, due ore, dieci ore, quindici ore, poi, quando decolleremo, lei avrà tutto lo spazio a disposizione.

Ecco, vedete, tanti motivi di infelicità oggi, anche per i nostri giovani, affondano le radici in questo errore di pensare che sia tutto qui. Allora, se è tutto qui, com’è che alcuni sono fortunati, ricchi, e altri poveri? Se è tutto qui, com’è che poi cominciamo bene e finiamo male? E se è tutto qui, com’è che siamo così strattonati, provati, vessati, piagati, tormentati, in questi giorni di vita?

Ma, all’atto in cui, come la fede ci insegna, posponiamo la felicità in un tempo, in uno spazio che non sono qui, in un altrove, allora anche un viaggio scomodo può essere sopportato. In tempi in cui gli aerei non erano stati neanche immaginati, nel 1500 (forse mi avrete già sentito fare questa citazione) Santa Teresa D’Avila, grande mistica ma anche una donna molto concreta, dice così della vita: “La vita è una notte trascorsa in una pensione, oggi diremmo, di pessima categoria”. Ecco, la vita è una notte trascorsa in una pensione di infima categoria: Il lavandino che scorre, il letto che è scomodo, fa freddo, non ci sono i riscaldamenti, ecc. Immaginate una notte trascorsa così: non ho trovato l’albergo a dieci stelle e allora mi accontento dell’albergo della stella, cioè, insomma, quello che viene, pur d’avere il capo coperto. Ecco, così è la vita! Poi, dopo, avrai la tua villa, avrai la tua tenuta, potrai andare a cavallo, potrai galoppare sulle nubi, e le nostre due figlie, Rosa e Patty, potranno vederci. Potranno vedere anche loro.

Adesso siamo – dice un padre della Chiesa – nella “cognitio vespertina”. E qui non dovete pensare alla conoscenza, come adesso nella nostra chiesa super illuminata di Marzano, ma riandare alle case della nostra infanzia o di cento anni fa, dove c’era una candela accesa e si vedeva e non si vedeva. Questa è la “cognitio vespertina”, cioè a dire: le cose saranno così? Chissà! Vedo delle ombre. Poi c’è la “cognitio mattutina”, dove tutto è chiaro, dove sorge il sole, dove vedo le cose nella loro realtà. Ma la “cognitio mattutina” non appartiene a questa vita. Alla nostra appartiene la “conoscenza vespertina”, cioè quella nell’ombra. Stiamo un po’ tutti vagando nell’ombra, non solo Rosa e Patty. Come ho detto all’inizio della Messa, vogliamo raggiungere tanti ammalati, con il nostro affetto, con la nostra preghiera, che trascorreranno anche questa notte tra mille tormenti, aspettando che venga l’alba, chiedendo una sospensione delle loro sofferenze.

Ecco, siamo così, siamo un po’ nella notte e attendiamo l’alba. E ci siamo raccolti qui in preghiera, nella Giornata del Malato, proprio per dire che questa condizione non è un’eccezione, non è un pezzo venuto male, ma è la condizione della nostra vita.

Lo vedete che piangono anche i bambini, che pure, almeno nella visione romantica, stanno vivendo la loro stagione migliore? Sono infelici i nostri adolescenti e inquieti. Sono incerti e rabbiosi i nostri giovani. Sono alla ricerca i fidanzati. Quelli sposati si aspettavano che venisse la felicità e non è venuta, che i figli fossero in una maniera e invece sono in un’altra. E potrei continuare a lungo, dicendovi che la vita è questa teoria di disgrazia. Una teoria di disgrazia!

E che dobbiamo fare? – vi starete chiedendo.  Da un lato, dobbiamo aspettare, e quindi Rosa e Patty non perdano la fede – per noi sono un esempio – in questo buio, nel buio dell’essere non vedenti, in attesa dell’alba. Ma c’è anche di più. C’è una possibilità che ci è data, è il secondo motivo del nostro raccoglierci, ed è anche motivo della spiritualità dell’Unitalsi, la possibilità cioè di lenire, sia pure per un attimo, sia pure con un sorriso, sia pure con una parola buona, una visita, un viaggio a Lourdes, una vacanza, una telefonata, un SMS, le sofferenze degli altri.

Ed è il senso del vangelo che avete ascoltato, dove Maria si mette in viaggio verso la casa di Elisabetta.

Perché? Perché Elisabetta è bisognosa. Ha bisogno di un supporto, vive una maternità a rischio. Perché Elisabetta è la casa di ognuno di noi, dove viene a bussare qualcuno, per dire: “Sei vivo? Vogliamo trascorrere insieme un’ora?”. Questo si chiama conforto di una visita, prendersi cura – come a quelli dell’Unitalsi ho detto più volte in questi anni –  degli altri.

Vedete, qui in assemblea ci sono dei medici, almeno alcuni che conosco. I medici, quando erano giovani e studiavano all’Università, erano pieni di speranze, non solo per un guadagno, che magari non sarà venuto, ma perché dicevano: Ecco, mi impegno, la mia è una missione, riuscirò a lenire le sofferenze, possibilmente anche a risolverne qualcuna. È andata così? (Beh, non lo chiedo a Gian Carmine, là in fondo alla chiesa, che è una vita che fa il precario. Lo conosco da vent’anni, da prima di venire qui,  l’ho incontrato quando era studente in medicina). E adesso non mi riferisco tanto all’essere precari o all’avere una situazione stabile, solida, da un punto di vista professionale, ma piuttosto a quell’idealità che teneva in piedi i vostri esami, i vostri studi.

Dobbiamo riconoscerlo: nella Medicina c’è sempre una sorta di prosopopea, no? Come a dire: Adesso arrivano i nostri, veniamo noi e troveremo la medicina giusta per il cancro, verremo noi e … E poi vi siete accorti – e spero che conveniate con questa riflessione del vescovo – che, sì, qualcosa lo avete anche fatto, lo state facendo, ma potete fare molto di più, accompagnando quella che è la vostra professionalità con una umanità, che non sempre – dobbiamo riconoscerlo – ritroviamo nei medici (non mi riferisco ai presenti, beninteso, che conosco bene).

L’umanità dei medici, a volte, è una medicina più efficace di quella che ci prescrivono. Spesso vado dal medico a occhi chiusi o per telefono: Prenda questa pillola, faccia questa iniezione … senza neanche guardarmi. Mi guardi un attimo, dottore, mi guardi un attimo! Chi sono? Come mi chiamo? Vero? Ecco, questa forma di medicina si accompagna a quella ufficiale. E, per certi aspetti, è più efficace, perché laddove la medicina ufficiale alza la bandiera bianca, perché non si può fare più niente e si ricorre solo a cure palliative, alla terapia del dolore, e oggi succede di sovente, rimane questo spazio bellissimo dell’essere accanto, dell’essere insieme, del tenere la mano del malato, del dire “andiamo incontro insieme a questo intervento chirurgico, a questo cancro, a questa malattia autoimmune, andiamo insieme, facciamo una catena. Adesso a voi sembrerà romantico quello che sto dicendo, in realtà, nel vostro piccolo, immagino che sia quello che ciascuno di voi, medico, infermiere, ma anche persona normale fa nei confronti dei propri familiari.

In questo senso testimoniamo anche in presenza del dolore, perché è facile rimuoverlo, cancellarlo, resettarlo. Testimoniamo la nostra fede con questo nostro essere accanto, dicendo ciò che noi non diremo mai, ma lo dice il gesto: Guarda, ti sto accanto, perché tu, come me, sei in attesa dell’alba, perché tu, come me, come Rosa e Patty, aspetti di vederci, di guarire, di andare in vacanza, che il figlio torni, che passi il malore, aspetti … . Stiamo aspettando!

Lo sapete? Altro è aspettare da soli, altro è aspettare insieme.

Non è un caso che nei grandi momenti della vita familiare, ma anche ecclesiale, anche liturgica, noi viviamo le veglie. Le veglie sono aspettare insieme questo giorno. Aspettare insieme che si superi questa crisi. Aspettare insieme che passi questa malattia. Aspettare insieme che passi questo mondo.

I primi cristiani su questo erano molto più agguerriti di noi e avevano le idee più chiare, addirittura invocavano il passaggio di questo mondo: Passi questo mondo e venga la gloria futura! Vivevano una specie di impazienza.

Noi, figli del benessere, ci siamo adagiati in una sorta d’illusione, e abbiamo perso di vista dove stiamo andando. Stiamo andando verso la luce – consolatevi! – e allora Rosa e Patty possono rallegrarsi. “Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti l’amate, sfavillate di gioia con essa voi tutti che avete partecipato al suo lutto”.

E voi dell’Unitalsi, e voi medici, e voi infermieri, e voi, uomini e donne di buona volontà, aiutate chi è nel bisogno con la vostra amicizia, la vostra presenza, con un sorriso, una stretta di mano, un abbraccio, che sono un modo per dire: “aspetto con te”, perché quello che aspetti tu l’aspetto anch’io, anche se godo di ottima salute.

Non posso, questa sera, non fare riferimento, e non per allungare la predica, alla notizia, che ha girato il mondo in pochissimi istanti questa mattina, e che riguarda il nostro grande Papa Benedetto. Egli con questa promessa di dimissioni – dico “promessa”, perché potrebbe il giorno prima dire: ho fatto uno scherzo di carnevale, non è vero niente! – ci dà una grande lezione. Una grande lezione di coraggio.

Innanzi tutto, perché si dimette? Perché non ce la fa più. Perché è malato. Nella Giornata del Malato ricordiamo anche lui. E perché non rimane – alcuni l’avranno pensato o lo penseranno nei giorni prossimi – perché non rimane, nonostante tutto? Non rimane, perché – sapete – la Chiesa ha bisogno di un governo forte. In questi tempi difficili, e soprattutto in questi tempi diversi da quelli di cinquant’anni fa, vent’anni fa, il Papa deve essere presente.

Noi ricordiamo, ad esempio, Papa Giovanni: una volta uscì, e sembrò una rivoluzione. Paolo VI: ha girato di più. Giovanni Paolo: non c’è luogo dove non sia andato.

Il Papa oggi deve viaggiare, come nel suo piccolo fa il vescovo, girando per le parrocchie della nostra diocesi. Dico, a volte, scherzando, che – ma non è tanto uno scherzo – se io non girassi come una trottola, molte parrocchie si perderebbero, si staccherebbero dalla nostra diocesi, come un’isola dall’arcipelago, senza àncora. Se ci va il vescovo, ancora si ricordano: Ah, noi siamo della diocesi di Teano, apparteniamo a …, cioè diventa un modo per celebrare un’appartenenza, per stringere dei legami.

Cinquant’anni fa il vescovo di Teano stava in episcopio e nessuno lo vedeva. E così anche il Papa. Poteva essere arteriosclerotico, esaurito … Nessuno lo avrebbe mai saputo. Adesso no. Adesso il Papa è sotto l’osservazione dei mezzi della comunicazione sociale ventiquattro ore su ventiquattro. Per questo motivo, con un atto di grande coraggio – grande, grandissimo – il Papa Benedetto inaugura un tempo, in cui si può essere, si potrà essere papi temporaneamente.

Stiamo vivendo e vivremo in questo mese una svolta epocale anche nella percezione, nella cognizione del papato, che non sarà più “finché morte non ci separi”, ma sarà un servizio che un cireneo (perché il Papa è il cireneo per eccellenza, porta una croce pesantissima) porterà finché avrà le forze per svolgere il ministero al meglio. Ma quando vedrà calare la sua attenzione con il pericolo per la Chiesa, lascia.

C’è qui il sindaco, anche un amministratore provinciale, e loro lo sanno che, quando poi chi deve svolgere il suo compito non lo fa, arrivano gli altri, ci sono quelli dietro. Ma chi governa? Chi ha il titolo o gli altri?  Succede anche nella Chiesa. Può succedere anche nella Chiesa.

Allora il Papa Benedetto, con una limpidezza di responsabilità, non si toglie da un peso, non è una fuga la sua, ma è celebrare quello che ho appena detto: che stiamo andando verso. La Chiesa in questo viaggio tra mille marosi, in una tempesta terribile, come ognuno di voi si accorge, come anche nel suo piccolo sta vivendo, ha bisogno di un timoniere saldo, con gli occhi aperti, che non s’addormenta, che non ha le crisi ipoglicemiche.

Non so che malanno abbia il Papa. Il vostro vescovo lo ha incontrato appena quindici giorni fa, e ne ha riportato un sentimento  (lo vedrete sul manifesto della visita, che faremo lo stesso, eh!, allora incontreremo comunque il Papa, non sappiamo chi sia) di una grande tenerezza, ma anche di una grande compassione. Mi sono detto: Ma come fa? Come può andare avanti? Ecco, mi ha risposto stamattina. Allora, nessun disorientamento, come è capitato a certe comunità: Che è successo? Niente!

La Chiesa è guidata da Gesù attraverso i suoi pastori. E il Papa Benedetto con una giocata d’eccezione – dobbiamo dirgli “grazie” stasera per questa scelta, che certamente avrà meditato a lungo –  dice: Adesso arriva un corridore migliore di me, più in forza, più giovane, a portare la fiaccola della fede, io mi metto in un angolino lontano a pregare per voi. Bello! Noi siamo spettatori di questo momento eccezionale.

Preghiamo dunque anche per lui, per questo Papa malato, che ci saluta, entrando in uno stato di isolamento, e che, credo, abbia il diritto – è un diritto che ogni uomo deve avere, e a volte dobbiamo reclamarlo questo diritto – di morire in pace. A volte ci tolgono questo diritto. Lasciatemi morire in pace! Il Papa invoca questa nostra clemenza. Lo vogliamo condannare?

No. Grazie, Santità! Grazie, perché ci insegni come ci si congedi, come ci si possa congedare dalla vita, senza dramma, senza pensare d’essere insostituibili.

Molti di voi anche a casa: Eh, se morissi io, chissà questa famiglia! No, nessuno di noi è indispensabile!

Siamo tutti, alla fine, servi inutili, come dice Gesù.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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