Come l’artista che ha compiuto la sua opera

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Pietravairano, 12 febbraio 2013

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

Monastero S. Maria della Vigna

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Avvertiamo il dono di questa Eucaristia questa sera, che si pone a cerniera tra il Tempo che abbiamo vissuto, l’Avvento, il Natale, questo breve Tempo in verde, Tempo per annum, con il Tempo che comincia domani, quello di Quaresima.

C’è una parola che ricorrerà anche nella liturgia di domani, ed è il termine “ipocriti”. Ovviamente, è un caso, una casualità, ma nulla è casuale. Mosè dice qui nel vangelo: “Ipocriti, voi onorate, tenete fede alle vostre tradizioni, ma siete lontani da Dio”, e domani Gesù dirà: “Non siate come gli ipocriti, che amano sfigurarsi la faccia, assumere atteggiamenti esteriori per piacere agli uomini, per fare colpo”.

Ma vorrei partire un po’ da lontano, sia pur brevemente, considerando questa contemplazione delle cose che Dio ha fatto, che è il testo di Genesi, proclamato come Prima Lettura, con la scansione della creazione in settenario, in sette tempi, sette giorni.

Mi colpiva questa mattina: “Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro”. E mi son chiesto: ma è o non è un giorno di riposo? Dal momento che si dice che Dio portò a termine, a compimento il lavoro che aveva fatto, e che questo accadde nel settimo giorno, che poi diventa anche il giorno del riposo, sembra una contraddizione, in realtà non lo è, perché il distaccarsi dal lavoro, dall’opera delle sue mani – noi siamo opera delle sue mani – costituisce parte integrante del lavoro stesso. Forse, per capirlo dobbiamo pensare a un artista che, non senza sofferenza, perché l’arte partorisce sempre nel dolore, sia stato per giorni e per notti insonne accanto alla sua opera pittorica o scultorea e finalmente abbia dato l’ultimo colpo di pennello, l’ultimo tocco di scalpello: l’opera è finita. Ma è veramente finita? No, sarà finita quando, prendendo le distanze dall’opera, guardandola da lontano, come sogliono fare gli artisti, che si mettono a distanza dal quadro, dalla statua, per guardarne in prospettiva i difetti e i pregi, l’opera sarà compiuta, quando lo scultore guarderà a lungo in silenzio, ciò che egli ha fatto.

Mi piace pensare che sia stato così. È chiaro, ognuno di voi lo sa, che questa non è una rivelazione scientifica, ma di fede, eppure mi piace immaginare che l’autore sacro abbia pensato a questo distacco dall’opera, come un lavoro. È lavoro impastare, dipingere, scolpire, ma anche fermarsi e guardare. Dio si pone in contemplazione di ciò che Egli ha fatto. Dolores, che ha un pancione enorme e sembra che debba partorire da un momento all’altro, vivrà l’ esperienza bella, estatica, della maternità, della mamma che guarda il suo bambino, e dice: l’ho fatto io, e resta così a guardare, mentre magari Miryam dorme nella culla tra tanti fiocchetti rosa. Ecco, Dio fa così col creato, e ci invita a fare altrettanto con ciò che noi, poveramente, facciamo. Ovviamente non c’è paragone tra la sua opera creativa e la nostra, ma anche noi, nel nostro piccolo, produciamo delle opere, delle cose, generiamo dei figli, lavoriamo, intraprendiamo opere, ma, a volte, ci manca il compimento, che è il distaccarsi dai versi.

Virgilio – qui ci sono delle cultrici di classicità – diceva che dei versi non bisognava pubblicarli subito, ma dovevano restare a lungo nel cassetto. Non si trattava solo di labor limae, ma era un ulteriore tenerli lì, a riposo, come un dolce appena sfornato, come una pietanza ancora bollente, che deve stare a riposo. Adesso mi viene in mente la parmigiana – scusate questo riferimento, sembra che passiamo da livelli altissimi ad altri – ma è un’opera d’arte anche cucinare. La parmigiana di melanzane non si mangia subito, deve stare un po’ a riposare, in modo tale che la mozzarella si rapprenda un tantino, si asciughi la salsa. Ecco, questo è  il tempo tra la produzione e la conclusione vera e propria dell’opera, che non è mai l’istante in cui finisce l’opera, il momento in cui si chiude il libro, il momento in cui si mette il punto al romanzo.

“Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò da ogni suo lavoro”.

Chiediamo al Signore di avere questa facoltà, di cui le monache sono o dovrebbero essere maestre, che è quella contemplativa, quando l’opera non si fa più, ma la si guarda, la si ascolta, come un musicista che abbia composto una sinfonia, e adesso vi si ponga in ascolto e si riposa, e guarda e contempla.

Questa dimensione è del tutto assente nella nostra vita, continuamente presi da altro.  Stasera noi possiamo guardare quest’opera che va dalla Prima Domenica di Avvento, col Tempo di Natale, con queste cinque Domeniche, e guardarla un attimo prima di addormentarci, perché domani comincia la Quaresima, e l’opera che ha fatto il Signore – ma l’abbiamo fatta anche noi, poveramente, maldestramente – adesso bisogna archiviarla, ma prima bisogna guardarla, carezzarla. (Questo è un verbo che utilizzano molto i pittori. A noi un quadro sembra finito, ma io ricordo un pittore che mi disse: “No, no, adesso bisogna accarezzare i colori!”. Significa renderli più dolci attraverso pennellate supplementari, attraverso sguardi, cioè accarezzarli.)

Accarezziamo questo Tempo, come Dio accarezza la sua opera.

E chiediamo questi occhi, nonostante il freddo che impera in questi giorni e la primavera che verrà, per guardare questo miracolo, e dire con lo stupore dell’autore sacro: È una cosa bella, è una cosa buona, è una cosa bella.

E se Dio guarda quest’opera, è perché in qualche maniera se ne è innamorato, in particolare del capolavoro di tutta la creazione che è l’uomo. Dio si è innamorato di me, di te, di noi, dell’umanità. E quando ci si innamora, il cuore dell’amante è nell’amato, risiede nell’amato. Quindi possiamo dire che il Cuore di Dio è nella terra, nell’umanità,  nella storia,  nei fiori, negli uccelli, negli animali, ma soprattutto nell’uomo. E il nostro, e il cuore dell’uomo dov’è? Non è detto chiaramente, esplicitamente, ma potrebbe essere questo l’interrogativo per creare un ponte tra il quadro idilliaco della creazione e del riposo contemplativo di Dio e questa storia delle cose da lavare, delle tradizioni degli uomini, e questa parola “ipocriti”, che utilizza Gesù in una maniera tagliente. “Bene, ha profetato di voi, ipocriti”, perché, mentre il Cuore di Dio è nell’uomo, nell’umanità, il cuore dell’umanità non è in Dio. E allora si affanna a creare le tradizioni nelle processioni, nelle consuetudini, dando a esse un valore eccessivo.

Dove risiede il Cuore di Dio? Nell’umanità.

E dove risiede il cuore dell’umanità?

Il Tempo di Quaresima, che ci apprestiamo a vivere, sarà un fare attenzione di più al nostro cuore ballerino, al nostro cuore, che vuole stare dovunque, tranne che in Dio.

E infine mi piace pensare alla luce di questo versetto: “Allora Dio nel settimo giorno portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò da ogni suo lavoro”, al papa Benedetto, a cui stiamo guardando intensamente in questi giorni, a partire da ieri, e per cui stiamo celebrando anche quest’Eucaristia con il formulario che la liturgia ci offre per il Papa.

Cosa ha pensato, intelligentemente e sapientemente, il Papa Benedetto? Di offrire a se stesso l’opportunità di un settimo giorno prima di quello definitivo. Ce lo insegna la Lettera agli Ebrei, commentando il Salmo che le monache hanno cantato all’inizio: “Allora ho giurato nel mio sdegno, non entreranno nel luogo del mio riposo”, in cui l’autore dice: affrettiamoci a entrare nel suo riposo.  E quel riposo è Dio stesso, o come noi diciamo, il Paradiso.

Ecco, prima di quel riposo, cui tutti, volenti e nolenti, entreremo, il Papa ha pensato, a causa della sua stanchezza, dei problemi della Chiesa, che richiedono una persona più presente e più mobile, più in giro per il mondo: adesso guardo questi otto anni di pontificato da un’ottica di riposo.

Possiamo condannarlo? No, magari gli diciamo: “Bravo, Papa Benedetto! Grazie anche per questa lezione, per cui ci fai comprendere che si può servire la Chiesa nel ministero più alto e più impegnativo e più arduo anche – e questo le monache ce lo insegnano – estraniandosi da essa, allontanandosene, come l’artista che ha compiuto l’opera e adesso si mette a contemplarla.

È una provocazione anche per noi.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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