Addio al Papa

162837142-65708_650x0

Teano, 26 febbraio 2013

 ***

In punta di piedi in Episcopio

“Addio al Papa”

Meditazioni di S. E. Mons. Arturo Aiello

Flauto: Fabio Di Lella

Pianoforte: Maria Teresa Roncone

 ***

Benvenuti. Iniziamo quest’esperienza di “In punta di piedi” esprimendo il nostro benvenuto a tutti, in particolare al maestro Fabio Di Lella, che è stato già qui altre volte a sostenere la nostra riflessione, e ovviamente a Maria Teresa. Ci inoltriamo in questa sorta di nostra “serenata”: “Addio al Papa” è il titolo. Seguiremo in tutto il programma scritto sul foglietto.

Nel nome del Padre …

 

D. Cimarosa

Concerto in Sol: Allegro, Andante, Allegro

 

Sarà contento il Papa del fatto che abbiamo deciso insieme – è come se lo avessimo deciso insieme, voi e io – di fargli una serenata questa sera? Credo che stia dicendo di sì, per due motivi. Il primo perché un’attenzione alla Sua persona non può che essergli gradita, poi per un motivo ancora più profondo: l’amore che il Papa Benedetto nutre per la musica. Suona egli stesso, erano musicisti anche i suoi genitori, il fratello, e dunque accetterà la nostra serenata. È come se in questa terz’ultima sera prima della Sua partenza ci mettessimo tutti seduti in piazza San Pietro per fargli una serenata.

Abbiamo iniziato con un brano di Cimarosa. Il maestro Di Lella è particolarmente legato, in quanto aversano, a questo autore che si sta cercando di far rivivere, una gloria del Sud e della città di Aversa. Vorrei cominciare con una riflessione a monte che riguarda la vita, su cui altre volte mi sono soffermato: l’arte di dire addio. È un’arte sempre difficile, ma importante per la nostra esistenza, perché continuamente siamo chiamati a dire addio. Sto rileggendo in questi giorni, dopo cinquant’anni, il libro Cuore e mi sono meravigliato, tra l’altro, di come l’autore faccia salutare tra loro – evidentemente doveva essere un’abitudine dell’epoca, fine ‘800 – gli alunni. Gli scolari si salutano dicendo “addio”, come se non si dovessero più rivedere.

Allora, dicendo addio al Papa, vogliamo cercare di percorrere, in queste sei tappe, il Suo cammino, il Suo ministero, e dire una parola nostra, perché di parole dall’undici febbraio se ne sono sprecate tante. I mezzi della comunicazione sociale si sono lanciati da ogni parte – lo immagino, perché sono vergine, come sapete, a queste influenze – come su un piatto ghiotto, cercando di interpretare la sua scelta. Ci sono persino quelli che si sono impressionati pensando che si stia avvicinando la fine del mondo, ma ovviamente sono sciocchezze, e di sciocchezze in questi giorni immagino se ne siano dette tante. Invece noi, nella preghiera, nella riflessione pacata – chiaramente l’addio non si pronuncia mai senza tristezza – pur nella consapevolezza che dire addio significa staccarsi, sia pure per un certo tempo, da una persona e poi da una persona speciale, qual è il Papa Benedetto, viviamo questo distacco come credenti e come uomini in una maniera pacata.

Partiamo dunque da questi che non sono versi, ma “spilli” che il Vescovo pone semplicemente per mantenere il filo del discorso, come quando una donna imbastisce un vestito prima di cucirlo. Questa è l’imbastitura.

 

“Nuntio vobis

gaudium magnum:

Habemus patrem!”

Dall’ombra potente

del Papa polacco sei venuto alla luce

padre tu stesso …

come umile servo …

 

Nella nostra vita abbiamo già assistito, nonostante il lungo pontificato di Giovanni Paolo II, alla trepidazione dell’annuncio del nuovo Papa. Ce l’abbiamo, l’abbiamo ritrovato, e rivivremo ancora questa sensazione sia pure con atteggiamenti diversi per un Papa non defunto, che giovedì sera non chiude con la morte, benché di una morte si tratti . Vivremo l’ entusiasmo, la trepidazione per un padre ritrovato. “Habemus” non è solo l’annuncio (ce l’abbiamo, l’abbiamo ritrovato!), ma è anche la sospensione di un tempo, che spero viviate drammaticamente, che è il tempo della sede vacante. Ricordate sicuramente la sede vacante nei giorni dopo la morte di Giovanni Paolo II, di Giovanni Paolo I, di Paolo VI, di Giovanni XXIII (la mia memoria arriva fin qui, la vostra non so se arriva a Pio XII, probabilmente sì), che è anche il silenzio soprattutto nella Messa. Il momento drammatico culminerà nella preghiera eucaristica, più che in altri, dove non ci saranno le parole “in comunione con il nostro Papa Benedetto”. Non si dirà nulla, solo “in comunione con il nostro Vescovo Arturo e il collegio episcopale”, e quel silenzio ci farà male per un po’ di giorni, costituirà una sorta di vuoto, di assenza e dunque senso d’abbandono che rientra nell’esperienza dell’essere orfani. Per questo ho sostituito il Papa con “patrem”, cioè abbiamo il padre, perché il Papa è l’Abbà, è il padre, e dunque è la scena della facciata della basilica di San Pietro il giorno dell’annuncio del Papa Benedetto.

 

Dall’ombra potente

del Papa polacco sei venuto alla luce

 

Questa è stata la prima caratteristica, certamente una situazione molto ma molto difficile, una partenza che chiunque avrebbe vissuto con disagio dopo un pontificato così lungo e in qualche maniera così glorioso. Il segretario di stato dell’epoca parlò di un papa “Magno”, come Gregorio, cioè un Papa grande. Dall’ombra di un Papa forte, vincente, attore, esce l’umile servo.

Attenti, io ho scritto “all’ombra”, perché all’ombra era stato anche prima. Lo dirà la storia in seguito, ma noi non abbiamo assoluta percezione di quanto Ratzinger, come Prefetto della Congregazione della Fede, abbia sostenuto da un punto di vista dei contenuti il magistero glorioso, osannante, da passerella, se volete, con un termine laico, di Giovanni Paolo. Lui ha tessuto nell’ombra il sostegno, ha dato il vigore, ha verificato anche i gesti, le parole, del lungo pontificato di Giovanni Paolo. Ma adesso che il Papa è morto, adesso che il Papa potente è venuto meno ( è diventato prima debole e poi è morto) ecco che viene alla luce colui che è stato sempre nell’ombra, solo che i riflettori sono puntati su di lui come umile servo.

Sono proprio queste le parole iniziali dell’annuncio: “un umile servitore della vigna del Signore”. In quel momento a noi sembrarono delle esagerazioni o un’espressione buttata lì per convenienza. In realtà, forse tutto questo pontificato va letto alla luce di quella prima volta, e cioè il Papa Benedetto ha sentito se stesso come uomo, come diacono, come presbitero, come vescovo, come cardinale, come Papa, come un umile servitore. Quando avete fatto tutte queste cose – dice Gesù – dite: siamo servi inutili. Quindi si è presentato così, in una maniera inerme, sapendo probabilmente fin dall’inizio che l’ombra del Suo predecessore, che le attese delle folle (non ci si abitua mai ad un padre nuovo in poco tempo), in qualche maniera avrebbero pesato su di Lui.

Questa è la prima scena di queste sei stazioni che vogliamo vivere insieme stasera. Allora, guardando la finestra illuminata da piazza San Pietro, ricordiamoci di quella sera, col cuore che batteva. Ricordo d’essere andato col mio viceparroco di corsa a casa di mio fratello, perché il vizio di non avere il televisore è antico, per assistere a questo “Habemus Papam”.

G.B. Pergolesi

Siciliano

 

Anche Pergolesi è una gloria del Sud, perché da Jesi ha vissuto i pochi anni della sua vita a Napoli. Se ci riusciamo, per il prossimo incontro “In punta di piedi”, con Maria Teresa e gli altri mettiamo su lo Stabat di Pergolesi.

Che succede a un uomo che è eletto Papa? A ben leggere – magari i mezzi della comunicazione diranno altro – succede l’esatto contrario di quello che è accaduto in questi giorni nelle elezioni politiche a quelli che sono inseriti nelle liste e vogliono essere eletti, d’altra parte ci si candida per essere eletti. Credo di non essere ingenuo se dico che per quanto concerne l’elezione del Papa accada l’esatto contrario. Immaginate questi cento e più cardinali che stanno in apprensione dall’undici febbraio. Ricordo di aver letto che il cardinale Wojtyla, quando sentì che era morto, a un mese, il Papa del sorriso, apparve al suo segretario e a quelli che gli stavano più accanto, più vicino, molto ma molto nervoso, così come non gli era mai capitato. Perché? Noi non sapremo mai nulla di quello che accade in Conclave, perché  c’è un segreto strettissimo (lì almeno si mantiene), ma è presumibile che il nome del cardinale di Cracovia fosse stato fatto già nell’ elezione precedente, per cui, morto il Papa, il cardinale Wojtyla avrà sentito l’apprensione, il timore, il tremore … Ecco, adesso è il mio turno! Quindi immaginate i porporati che – non come gli uomini politici, senza disprezzare nessuno beninteso – cercano di dire: Mi raccomando, non io! Voi non ci credete, ma se avete la percezione di cosa significhi portare la croce del ministero petrino – e tutti voi siete molto vicini alla vita della Chiesa e alla fede – vi renderete conto che le mie parole non sono così lontane dalla realtà.

È il senso di questi “spilli” sul vestito da cucire:

 

Una croce pesante

gettata sul cuore

dai fratelli frettolosi

di tornarsene a casa …

Tu no, tu devi restare

Cireneo …

 

Il ricordo mi è venuto da un discorso del Papa dei trentatré  giorni ai cardinali, prima di salutarli all’atto in cui partivano. Si avvertiva tutta la tristezza del Pastore che non può più tornare a Venezia.  ― Adesso voi ve ne tornate a casa, io no, e vi invidio, disse Giovanni Paolo I, con la semplicità che gli era caratteristica. Quindi i fratelli hanno fretta di concludere il conclave e di tornarsene a casa, perché un cardinale ha la sua vita privata, la sua privacy, può andare in vacanza, può perdere la pazienza. Il Papa no.

Il Papa è morto, è morto prima di morire, è morto all’atto in cui viene nominato. Quindi questa croce nessuno vorrebbe portarla, rappresenta – dice Paolo – l’ansia per tutte le chiese; non solo per la propria, ma per tutte le chiese. “Sarcina episcopatus”, dice sant’Agostino (sarcina ricorda le “sarcine” che nel nostro dialetto sono la legna che si porta sulle spalle). Questo peso, se è pesante per i pastori come me, si immagini quanto conti per chi porta tutte le chiese sulle spalle. Nessuno può desiderarlo. Tu no. I fratelli che hanno gettonato il tuo nome, adesso dicono con fretta: Basta, fateci uscire! Un po’ di claustrofobia ce l’avranno pure i cardinali in conclave!

Tu no, tu devi restare

Cireneo

Si tratta di un peso da sostenere non solo in procinto dell’elezione, ma poi anche nella serie dei giorni e in questi otto anni in cui il Papa è stato chiamato a portare la croce. Noi di questa croce percepiamo solo gli aspetti secondari, ma tutto quello che di marcio succede il Papa lo sa. Magari non conoscerà le nostre virtù, non saprà – o lo intuirà – quello che di buono si produce nella Chiesa, ma i problemi più seri, più drammatici, più insolvibili, quelli arrivano sulla scrivania del Papa, e questa è una croce. E se a questa croce aggiungiamo l’essere una persona defraudata di se stessa, di ogni diritto, dover misurare le parole perché comunque i detrattori ti aspettano al varco per ucciderti, allora abbiamo un’idea vaga di cosa significhi fare, essere il Papa. Perciò diciamogli grazie per aver detto sì.

Qualcuno si è scandalizzato perché questo “sì” è diventato un “ditelo a un altro”. Avremo modo anche di fermarci su questo punto, ma adesso diciamogli grazie per tutti i sì detti da quel pomeriggio fino a giovedì sera; sì la cui portata, il cui aspetto flagellante noi possiamo soltanto lontanamente immaginare. Il Papa è rimasto.

Perché Cireneo? Perché porta la croce di Cristo. Ogni pastore la porta, la portate anche voi. Chi vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Ci sono croci e croci. C’è anche la croce del Papa, pesantissima, che schiaccia, e Lui la porta. Come un Cireneo.

 

G.P. Telemann

Sonata in La minore: Siciliana, Spiritoso, Andante, Vivace

 

L’ascolto della musica ci immette anche in un linguaggio che ha dei colori. Non è solo il timbro del flauto, ma sono le colorazioni che l’esecuzione, quindi il concertista, dà alle frasi, come un lettore che legga un testo: ogni lettore lo leggerà, lo proclamerà in una maniera diversa. Poi, spero – ma molti di voi sono esperti – facciate attenzione ai titoli. Per due volte abbiamo ascoltato una “siciliana”, un genere letterario che spesso era associato a danze, per cui, oltre al testo, oltre allo spartito, c’è un andante, poi uno spiritoso, un simpatico parlottare del flauto che dialoga col pianoforte.

Torniamo al nostro tema, alla nostra serenata, che non è una marcia funebre, ma una serenata d’amore al Papa.

Noi abbiamo bisogno del Papa. Questa parola potrebbe sembrare banale, ma è importante comprendere come l’aspetto caratteristico della fede cattolica sia il ruolo del Papa nella Chiesa. Su questo aspetto, vivo da duemila anni, abbiamo lottato e anche pagato dei tagli fin dall’anno Mille, dal primo scisma, quello d’Oriente, ma poi anche in seguito. Voglio dire che è stato un elemento discriminante della fede, e ovviamente non si lascia andare una fetta così forte di credenti per una ipotesi, per una teoria “chissà se è vero”. Questi tagli dolorosi, le cicatrici che abbiamo ancora sul corpo, cui l’ecumenismo in qualche maniera da tanti anni cerca una soluzione, sono segno di una centralità, cioè il Papa non è un vescovo qualsiasi, benché abbia la stessa dignità episcopale del Vescovo di Teano, per dire un vescovello di nessuna importanza, ma è il Vescovo di Roma, è il Vescovo che presiede a tutte le Chiese, che è l’elemento discriminante dell’unità delle Chiese, e quindi mette insieme il Collegio (sono termini un po’ tecnici).

Ricorderete quel brano del Vangelo dove Gesù dice a Pietro: Ho pregato per te perché la tua fede non venga mai meno e tu, una volta ravveduto, confermi i tuoi fratelli. Ovviamente qui i fratelli non sono semplici credenti, ma sono anche i Pastori che hanno bisogno di essere confermati.

Questa terza stazione è sulla solitudine del Papa. Ricordo un passaggio del “Diario di un’anima” di Giovanni XXIII, Papa Roncalli, dove, forse nei primi mesi della Sua elezione, il Papa si svegliava di notte. Scrive: Anche prima mi svegliavo di notte e davanti a un problema che non riuscivo a risolvere dicevo: Lo dirò al Papa! E adesso a chi lo dico?

Un parroco va dal Vescovo, un fedele va dal parroco, il Vescovo va dal Papa. Ma il Papa da chi va?

 

Come rimbomba il silenzio

nelle stanze dorate e nel

cuore spesso smarrito …

Non giovano gli ori e

firme roboanti di pittori

ed artisti, non consolano

gli angeli il Papa che piange …

 

Per due volte nella visita ad limina – l’ultima volta appena un mese fa – ho attraversato i saloni vaticani dove non si sa dove poggiare lo sguardo tanto è l’imbarazzo, perché non ci sono “falsi d’autore”, come nell’episcopio di Teano, ma ci sono gli originali. L’incontro – c’era anche don Francesco – si è tenuto nella biblioteca del Papa dove c’è la Resurrezione del Perugino (infatti si chiama Sala del Perugino). Due sensazioni diverse mi hanno accompagnato la prima e la seconda volta.

La prima volta – forse alcuni di voi ricorderanno un mio commento a quel primo incontro – con negli orecchi e nel cuore “La storia siamo noi” di De Gregori (La storia non si ferma davanti ai portoni, dice De Gregori). Lì c’era la storia! La prima volta ho avuto la percezione d’essere nel cuore della storia, forse con una punta di presunzione: le prime volte è sempre così.

La seconda volta, invece, non mi attirava più tanto quella coreografia, perché in quelle stanze con le guardie svizzere, dove si mettono sugli attenti, e in cui i frac abbondano, con i dignitari che sostano in anticamera, poi scende il silenzio. È andato via il capo di stato X, Y, e il Papa che fa? Il Papa è solo. Per cui la sensazione che ho voluto trasmettervi in questi “spilli” è che tutto questo è addirittura oppressivo quando non c’è più nessuno. Invece restano i problemi, le parole da dire o quelle da tacere, gli interventi da fare e quelli da rimandare, le decisioni da prendere, le più importanti, per esempio, la nomina dei Vescovi.

 

Non giovano gli ori e

firme roboanti di pittori

ed artisti, non consolano

gli angeli il Papa che piange …

 

L’esperienza di Gesù nell’orto è un’esperienza probabilmente continua per il Papa, e non ci sono consolatori, non ci sono folle che possano gratificarlo. Forse Giovanni Paolo, più del Papa Benedetto, traeva forza dal bagno di folla. Il Papa Benedetto, per esempio, nel suo atteggiamento di saluto, voleva salutare o voleva dire: teniamoci a debita distanza? Che non è l’atteggiamento del superuomo, ma della persona mite, umile, che saluta mantenendo le distanze. Non era un saluto osannante il suo. Io lo ricorderò così il Papa Benedetto, con le palme aperte, a mantenere una distanza. Voi direte che i pastori non sono chiamati a questo, ma ciascuno poi è pastore con la sua umanità. Il Papa Giovanni XXIII con la sua mole, con i suoi occhi da contadino, con le sue orecchie grandi (questi tratti attiravano molto i bambini) dava la sensazione di un bravo nonno. Pio XII, non ne ho memoria ma dalle foto appariva un principe. Il Papa Benedetto non avrebbe voluto concludere così la sua esistenza, lo ha detto più volte (qui c’è anche Don Ciro che conosce le sacre stanze). Quando il cardinale Farina si insediò come bibliotecario, disse: Io avrei voluto concludere così la mia vita, facendo il bibliotecario della Biblioteca Vaticana. E invece adesso è lì sulla loggia, a salutare timidamente.

In questo saluto di stasera, vogliamo visitare le sue stanze non come si visita un museo, ma come si visita un carcere dorato. Ma un carcere dorato è pur sempre un carcere. Il Papa ha tutto, ma non gli appartiene nulla, vorrebbe avere una piccola stanza, una finestra a cui affacciarsi senza destare clamori nella piazza, vorrebbe essere un uomo come tutti, ma non gli è dato.

Consoliamo anche con la nostra preghiera e la nostra musica il Papa che piange.

 

J.S. Bach

Sonata IV in Do Maggiore: Andante, Allegro, adagio, Minuetto I, Minuetto II

 

State notando la grazia del maestro? Fabio, voglio dedicarti un’ espressione di Erri De Luca che spero tu conosca, almeno come autore. In “Nel nome della madre” Giuseppe dice a Maria: Sai cos’è la grazia? La grazia è duellare col mondo intero senza spettinarsi. L’ho pensato mentre eseguivi l’Allegro, che era particolarmente difficoltoso, ma questo valga anche per noi: la grazia è duellare col mondo intero senza spettinarsi.

 

Un uomo gentile tiene

con forza la barra alla

Barca vicina al naufragio …

“Avremmo voluto …”

ed invece …

 

Del Papa Benedetto io amo la gentilezza, la signorilità (anche tante altre cose, beninteso). Ho scritto qui “un uomo gentile” perché nel portamento, nell’affabilità, nel dialogo, nel contatto, ha manifestato e manifesta una signorilità d’animo enorme. Pensate che questo grande teologo ha parlato in una maniera semplicissima, il che è un’arte. Avrebbe potuto fare discorsi roboanti, e noi dire: Chissà, starà parlando ai dottori! Non troverete discorsi del Papa Benedetto, quando si passeranno al setaccio da qui a un po’, che non abbiano un ordito letterario e concettuale di una semplicità estrema, che è propria del genio: la sintesi, ma anche la capacità di rendere accessibile ciò che invece alcuni ritengono riservato agli addetti ai lavori.

Il suo ministero, pur nel travaglio – qui si dice “una barca vicina al naufragio”, cioè la barca di Pietro, la Chiesa – non naufragherà, state tranquilli! Le porte degli inferi non prevarranno contro di essa, dice Gesù nel Vangelo di Matteo. Quest’uomo gentile è stato con in mano la barra, il timone della nave in tempi veramente difficili, fortunosi. Attenti che tutti i problemi che si sono evidenziati, che sono scoppiati durante il servizio del Papa Benedetto, c’erano già prima, ma il Papa Giovanni Paolo col suo carisma aveva messo il silenziatore. Tutto qui. Non so gli altri cosa scrivano … ma i problemi erano vecchi, di essi probabilmente il Papa Giovanni Paolo era già a conoscenza, ma succede così: quando c’è una personalità carismatica, anche se si ha il mal di testa non si sente; poi si va via e … ah! Il mal di testa! Ho fatto questo esempio banalissimo per dire che le difficoltà che a una a una, senza che gliene fosse risparmiata alcuna, il Papa Benedetto ha dovuto affrontare e che si sono presentate durante il suo ministero, erano già tutte presenti prima, ma poi sono esplose. Tanti eventi gli sono esplosi in mano.

Quindi alla difficoltà di essere dopo il grande, si aggiungono tutte queste traversie, che hanno fatto soffrire, sgretolato il papa. Una tempesta è sempre una tempesta e non sappiamo mai da un punto di vista umano se ne verremo fuori. La fede ci dice sì.

Perché ho scritto “avremmo voluto” ? Perché in assoluto il discorso che mi è più caro del papa Benedetto è quello tenuto in occasione della conclusione dell’anno sacerdotale, dove esordì proprio così: Avremmo voluto … come un ritornello, per dire: ho pensato a quest’anno sacerdotale per – direbbe Don Francesco – l’esaltazione del sacerdozio cattolico. Avremmo voluto che, proprio adesso, proprio ora… e invece … Mi fece compassione, mi trasmise una tristezza, ovviamente di grazia, enorme quel giorno in piazza San Pietro. Intendeva dire: avevo pensato, ho sognato quest’anno sacerdotale così, come la riscoperta da parte dei preti della loro missione, della grandezza delle loro mani sante, e invece, proprio adesso …

Vivere tali contrapposizioni è durissimo, con tutta la fede che ha potuto sorreggere e ha sorretto il Papa Benedetto, e quindi vi lascio con questo contrasto, ricordando ancora la gentilezza d’animo, espressa nella cura dei gatti (ci sono dei gatti, come sapete, in Vaticano, nelle stanze), ma ancora di più nel suonare Mozart, Bach a pianoforte. Quest’uomo gentile è come Geremia, un profeta che aveva un carattere gentile e invece fu chiamato in un tempo terribile, tenebroso della storia di Israele a dire sempre cose brutte, e si sentì snaturato, violentato nella sua indole.

È stato così anche per il Papa Benedetto?

 

C.W.Gluck

The dance of the blessedspirits (dall’opera “Orfeo ed Euridice”)

 

Mentre veniva eseguito, avrei voluto descrivervi questo brano tratto dall’opera “Orfeo ed Euridice”. La prima parte è in maggiore,  ed evoca la danza degli spiriti beati. Orfeo ha compiuto un viaggio per riprendere la sua donna che è stata avvinghiata dagli inferi e vede l’ armonia degli spiriti beati (in maggiore). Poi c’è l’assolo di Orfeo che piange, e il suo è un pianto, in minore, con cui cerca di commuovere gli dei degli inferi perché gli restituiscano la sua Euridice.

 

Si può scegliere il

giorno della morte?

Chiudere il sipario

dolcemente col sorriso

sul volto?

Morire per amore

si chiama … martirio.

 

Entriamo adesso nel vivo della polemica scatenata anche dentro la Chiesa, ovviamente in una maniera silenziosa. Chi ha l’occhio, l’orecchio attento si è reso conto che molti, anche con ruoli di responsabilità, non hanno condiviso la scelta del Papa Benedetto di dimettersi. Giuridicamente il Papa può tutto, il Papa fa legge. Ma, dentro al dramma, ci troviamo davanti a un gesto di egoismo o a un gesto di amore?

Questo, detto in soldoni, sono le due ipotesi. Basta, lasciatemi in pace, otto anni sono più che sufficienti per questo pianto inconsolato e inconsolabile; oppure – ed è ovviamente ciò a cui vi spingo e a cui da soli siete giunti nella vostra riflessione personale – questo è un grande atto d’amore alla Chiesa e a Gesù.

Forse, quando in seguito, tra cento anni e più, si passerà al setaccio questa scelta rivoluzionaria, si comprenderà che apre un modo, probabilmente anche nuovo, di sentire, di vivere e di rappresentare il ministero di Pietro, che è lo stesso, ma che può cambiare nelle modalità e nelle forme.

Pietro è Pietro, è il Vescovo di Roma, è quello che deve pascere gli agnelli e le pecorelle (Giovanni 21). È come se – azzardo questa lettura – il Papa Benedetto ci stesse aiutando a leggere un po’ scisso il ruolo, il ministero, dalla persona, e lui sta per svestirsi del ruolo, che rimane. Il modo con cui si vivrà – ma questo lo vedranno i giovani – il ministero petrino, ovviamente, sarà lo stesso nei termini dei contenuti, ma varierà nel corso del tempo, e noi ci troviamo spettatori, attori in qualche maniera, di una grande rivoluzione, che non è il gran rifiuto, che neanche Celestino ha fatto (è la lettura dantesca, come sapete), ma la scelta di morire. Allora qui un po’ per intrigare ho scritto: si può scegliere il giorno della morte?

Il giorno della morte viene, nessuno lo sceglie. Il Papa lo ha scelto.

Chiudere il sipario dolcemente con il sorriso sul volto?

Probabilmente l’ultima immagine dalla finestra di Castel Gandolfo saranno nuovamente le palme con un sorriso timido, e poi più nulla. Si chiude il sipario, si apre il tempo della sede vacante e si prepara la croce per un altro Cireneo: questo non è scrollarsi di dosso una responsabilità, ma avere senso di responsabilità. Già con Giovanni Paolo si era prodotto qualche documento: se il Papa impazzisce? se il Papa ha un ictus? se il Papa entra in uno stato vegetativo? Che si fa? In passato il Papa, anche se in uno stato vegetale, era sempre il Papa. Ma il Papa non è solo un simbolo, il Papa sta dentro al cuore della Chiesa e questo cuore pulsa, non si può fermare per l’avanzare degli anni, per una malattia irreversibile, per un alzheimer incipiente, per qualsiasi difficoltà possa ledere le facoltà principali di un uomo e dunque del suo governo. In questo senso, la scelta del papa è eroica.

Nessun uomo, fuori della fede, scenderebbe da un trono del genere. Il suo è un gesto di grande amore. Ecco perché in una maniera sempre un po’ provocatoria ho utilizzato il termine martirio. Ci sono alcuni che scelgono di morire e sono i martiri: sono suicidi? Sì, per amore. Allora il confine tra il suicidio e il martirio, la discriminante, ciò che dice “questo è un suicidio, questo è un martirio” è l’amore. Perché l’ha fatto? Per porre fine alla vita o perché la confessione della fede in Gesù per lui è più importante della vita? Il discrimine è l’amore. E se guardiamo questo discrimine, questa divisione, questo confine incerto – lo si può intuire – se il Papa va via, va via per amore, non per paura. Di coraggio ha dato prova abbondantemente. Non è cambiato, è lo stesso; è lo stesso che, facendo i conti con i bisogni della Chiesa, in cui il Papa è sempre più visibile e deve essere sempre più lucido, ha detto: la Chiesa ha bisogno di un altro Papa, io mi ritiro. Dovrebbe venire fuori un applauso dalla Chiesa universale, ma anche dal mondo, nei confronti di questa scelta che magari adesso subiamo, che alcuni non condividono, ma che, col passare del tempo, ci apparirà in tutta la sua grandezza. Questa scelta vale più di cento encicliche, più di cinquemila motu proprio, più di viaggi intercontinentali. Vale, perché è un atto d’amore alla Chiesa.

Paolo VI, in “Pensiero alla morte” (ovviamente eravamo in tempi dove non si ipotizzava che il Papa potesse dimettersi) dice: Io sento che le forze vengono meno perché la Chiesa sia condotta a migliori sponde. Il Papa Benedetto lo fa, coscientemente. Tra l’altro – potrei parlare a lungo, ma non è il caso – mi sembra di leggere qui un segno di una vitalità della Chiesa che mi entusiasma e anche voi dovreste essere entusiasti: apparteniamo a una Chiesa il cui capo si è dimesso, e non per uno scandalo! Si è dimesso perché ritiene che a 86 anni non abbia più le forze per tener capo a tante cose. Allora la Chiesa, che ci viene presentata sempre come lenta, secolare, nel senso deteriore del termine, bacucca, dalla scelta di un ottantaseienne mi si presenta con una giovinezza inaspettata e questo, oltre a essere d’esempio a tanti di noi, ci entusiasma. Diciamo grazie. Grazie anche per questo gesto, Santità! Grazie anche per questo nascondimento, per questo chiudere il sipario dolcemente, con il sorriso sul volto, come a dire: ci sarò in un’altra maniera, continuo a pregare per voi, ma non posso più guidarvi.

La Chiesa andrà avanti. Il primo ad avere questa fede perché è insita nel gesto stesso è il Papa, che non teme il nulla dopo di sé, come tanti di noi: Dopo di me, chissà! Lo dicono sempre le mamme: Senza di me questa casa andrebbe in malora. La Chiesa vive in questi giorni una giovinezza, ma anche una libertà interiore. Davanti alla mia coscienza – ha detto più volte il papa. La sua è la libertà di morire, ed è una morte annunciata. Cronaca di una morte annunciata.

 

G.F.Handel

Giga op.1 N.11

 

Facciamo ora la sesta stazione di questa sorta di piccola Via Crucis, serenata al Papa che parte. Dopo darò solo la benedizione prima del brano di Bach.

 

Addio al Papa che

parte e si inabissa

nel silenzio dei fondali misteriosi:

“Orante, ricordati di noi!”.

 

Ho ascoltato da più parti questa espressione: Noi ci ricorderemo, la porteremo nel cuore, non la dimenticheremo – detta con i migliori sentimenti, ma non mi sembra la cosa più importante in questo momento da dire. Io direi il contrario al Papa, e cioè: ricordati di noi!

Sapete, si fanno sempre promesse quando ci si saluta, quando c’è un addio, quando c’è una separazione, e questa è una separazione, è un addio, è una morte. Chi resta al capezzale del genitore morente, della sposa, tira fuori sempre queste espressioni: Non ti dimenticherò. Probabilmente non sono vere – lo dico in una maniera provocatoria, beninteso – perché le immagini si uniscono alle immagini, lo sappiamo per esperienza. Noi abbiamo vissuto lutti terribili, ma poi la vita riprende, così come gli impegni.

L’immagine del nuovo Papa si sovrapporrà a quella del Papa Benedetto, che entrerà nella storia. Sì, lo ricorderemo. Mi ha innervosito terribilmente una giornalista – passavo davanti al computer che un seminarista aveva acceso il giorno undici – durante la prima rassegna stampa in Vaticano. La giornalista dice: Ma quando il Papa muore, si faranno i funerali come se fosse il Papa? Che stupidaggine! I giornalisti esprimono le nostre curiosità: come si vestirà? come si chiamerà? Come se queste fossero cose importanti! Ma come? In un momento così drammatico e solenne, sono cose da chiedere … Se fossi stato il direttore del giornale, l’avrei licenziata immediatamente! Non si fa una domanda del genere in un momento come questo. Ma – starete pensando –  i giornali vivono, si cibano di questi pettegolezzi, di queste inezie, di questi contorni.

A noi non interessa tutto questo, perché innanzi tutto il Papa rimane. E dopo il disagio della sede vacante, al Papa che viene, che noi non conosciamo, già vogliamo bene. Ma non vuoi bene anche al Papa che parte? Sì, ma vorrei che ce ne volesse Lui. E ce ne vorrà! Orante, ricordati di noi! Il Papa si inabissa come un veliero che in una tempesta scende nei fondali inaccessibili. Più nessuna intervista, nessun libro, nessuna visita. Dove va? Va nel silenzio. Lo ha detto: Vado a pregare, pregherò per voi.

Il buon ladrone – buono quanto volete, ma sempre ladrone – nel Vangelo di Luca dice: Gesù, ricordati di me quando sarai nel Tuo Regno. E noi diciamo stasera: Santità, ricordati di noi! Noi non ti ricorderemo, se non per le citazioni (il Papa Benedetto diceva e invece adesso questo dice … e le polemiche sicuramente si faranno) ma tu, che hai già scelto il martirio del silenzio, il magistero del silenzio, il magistero di scomparire, il magistero di dire: il Papa resta, anche se non si chiamerà Benedetto, avrà un altro nome, un altro accento, ricordati di noi.

Questo sento di dire al Papa stasera in questa serenata. In piazza San Pietro, da lontano, nella comunione dei santi lo raggiungiamo in queste ultime ore di una morte che Lui ha scelto coscientemente, una morte per amore, una morte di martirio e dunque una grande dichiarazione a noi Chiesa. Il Papa ci ama e per questo se ne va.

 

Vetromile

Adagio

 

Concludiamo con la benedizione. Grazie innanzi tutto al Papa Benedetto. Benediciamo il Papa Benedetto e  prendiamo da Lui, attraverso la voce del Vescovo, la Sua benedizione. Tra l’altro la mia nomina qui in episcopio porta la Sua firma (forse sarà la scelta meno felice del suo papato). Grazie anche a Fabio e a Maria Teresa, grazie per la grazia con cui la musica ci addolcisce, ci accarezza, rimette insieme i cocci della nostra vita.

Un piccolo spot pubblicitario. Ogni venerdì – ma riguarda chi il venerdì non è in preghiera – in “Ascolta, si fa sera”, dopo il GR1, alle 19:30, il vostro Vescovo formula un pensiero telegrafico per l’uomo della strada. Non sono arzigogoli teologici perché il tempo è brevissimo, l’uditorio è vasto e bisogna cercare di allargare le maglie della rete, ma in qualche maniera tutto concorre al bene e tutto edifica il Regno di Dio. Per ora, le registrazioni realizzate sono fino a maggio.

 

Benedizione del Vescovo

 

J.S. Bach dalla Suite in Si minore: Minuetto, Badinerie

 

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

Annunci