Abbà

scuola della parola2013_b

Aversa, 28 febbraio 2013

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Seminario Vescovile di Aversa

SCUOLA DELLA PAROLA per giovani

Intervento di S. E. Mons. Arturo Aiello

“Abbà”

La nostra preghiera stasera comincia in un tempo importantissimo, molto solenne per la vita della Chiesa, che è l’inizio della sede vacante. Immaginate una sedia, meglio, il luogo della paternità in questo momento vuoto. Questo è il senso. E allora la Chiesa cosa può fare in questo momento, se non pregare? E questo è valido non solo per i grandi ma anche per i giovani, cioè sentire che c’è un distacco da celebrare, ma anche  qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico. Sta bollendo qualcosa nel cuore della Chiesa, che Dio solo conosce e che noi scopriremo nei prossimi giorni.

È bella questa coincidenza, è bello che ci incontriamo – ovviamente, quando don Stefano ha programmato questi incontri, le dimissioni del Papa Benedetto erano in mente Dei –  in questo momento di cerniera, anche se molti sono stati legati al televisore o agli impegni parrocchiali, quando vediamo un Papa andare via e salutare timidamente la Chiesa che ha servito. È una morte, per noi e per lui.

Al tempo stesso ci disponiamo alla paternità che Dio vorrà rivelarci in un volto, in una voce, in un accento, che ancora non conosciamo. Abbiamo invocato lo Spirito; in questi giorni fatelo spesso, e invocatelo sui Cardinali, anche se i Cardinali già lo hanno, invocatelo su questa famiglia, su questo gruppo di centodiciassette convocati a una scelta importantissima per il futuro della Chiesa.

Ho pensato di incontrarci su un tema, che è Abbà, che è anche il titolo della preghiera di stasera.

Cerchiamo, carissimi giovani, di andare dentro al disagio che anche le persone più lontane dalla vita della Chiesa avvertono in questo momento, hanno avvertito l’undici febbraio, e poi progressivamente in questi giorni. Anche il giovane più distratto, anche la persona più lontana ha sentito un disagio. Come si chiama questo disagio? Diamogli un nome: si chiama “essere orfani”.

Ci sarà tra voi qualcuno che, nonostante la giovane età, abbia già sperimentato cosa significhi il padre che se ne va, che muore o che parte o che si fa un’altra vita … Adesso le situazioni per cui sentirsi orfani oggi sono diverse da quelle di ieri. Ieri c’era una sola possibilità: muore il padre. Il mio è morto che avevo dodici anni. Adesso ci sono molte altre possibilità. Si può essere “orfani bianchi”, come si dice, cioè il padre è vivo, ma non c’è più. E perché, quando il padre muore o va via o scompare, ci si sente male, si sente un disagio, si avverte un dolore? Perché? Anche per chi fra voi non abbia fatto un’esperienza entusiasmante di paternità. Perché il padre dice “radice”. È un gioco di parole, ma esprime bene cos’è la paternità.

La paternità è avere un passato, avere le spalle larghe, diceva il testo della canzone “Spalle larghe” di de Gregori. Il padre è un uomo dalle spalle larghe. Il figlio è un uomo dalle spalle piccole. Il padre è un uomo dalle spalle forti. Il figlio è un uomo dalle spalle fragili. Il padre sa quello che è accaduto e lo racconta. Il figlio, anche alla vostra età, e non vi sentite offesi per questo, non sa ancora – diciamo in napoletano – come si “campa”. La cosa più difficile nella vita è imparare a campare. Adesso intendiamoci su cosa significa “campare”. C’è una versione, un’accezione di campare che significa “tirare a campare”. No, non intendo questo. Campare è imparare l’arte di vivere. La cosa più offensiva che si poteva dire alla mia generazione quando avevamo la vostra età: Tu non sai campà, cioè ti mancano gli elementi essenziali. Ma chi insegna a campare? Chi insegna l’arte di vivere? Ci sono due figure: quella materna e quella paterna.

Questa sera, con il tema “abbà”, e vivendo anche il disagio del Papa che è partito e che ha lasciato le sue insegne, dedichiamo la nostra attenzione alla figura del padre, così come la viviamo nella nostra esperienza, perché – vedete – la fede ha radici nella nostra umanità. Quando Gesù dice “Abbà”, si riferisce al Padre celeste, ma ha anche nella sua mente, nei suoi ricordi, delle esperienze che ha fatto quando era bambino, perché da bambini, da ragazzi si comprende chi è il padre. Allora  ho già dato una definizione. Il padre è radice, abbà dice radice. E una pianta senza radice alla prima tempesta viene sbalzata via, si sradica. Le radici dicono stabilità, possibilità di vita, di linfa. Le radici dicono una vita che c’era prima di me. Io sono un ramo di un albero che ha delle radici. Questa radice è il padre.

Ecco, questo e altro potrei dire, ma ogniqualvolta diciamo Padre nostro, rievochiamo la nostra esperienza di padre, bene o male. Spero che il vostro papà sia di quelli di cui dicevamo una volta con una canzone “sei forte, papà”, cioè un padre attento, un padre che ogni tanto una parola la dica, un padre che vi abbia insegnato la difficile arte di vivere.

Nella lettura, tratta dalla Lettera ai Romani che avete ascoltato, c’è un termine aramaico (ma questo potete dimenticarlo) che Paolo usa. Normalmente, non faccio un appunto alla lettrice, tuttavia succede sempre così, chi legge dice: Ma avete ricevuto lo spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo abbà padre. No! Per mezzo del quale gridiamo Abbà, padre, perché padre è la traduzione. Cosa vuole dire San Paolo? E che cosa dice questo a me che credo, a me giovane? E perché Paolo utilizza questo termine “Abbà”? Perché non ne utilizza uno preso dalla lingua in cui scrive la lettera, cioè il greco? Usa un termine antico perché questo termine lo ha utilizzato Gesù. È importante, perché potremmo dire tante cose come sintesi del messaggio di Gesù, ma se dovessi trovare una maniera elementare, e quindi comprensibile a tutti, direi che il messaggio che Gesù è venuto a dirci è: tu hai un padre. Dio è Padre. E poiché Gesù nel Padre Nostro, ricorre a questo termine “Abbà”, che è il termine del bambino, Paolo lo richiama qui nella Lettera ai Romani.

Che significa Dio Padre? Significa che posso fidarmi di qualcuno, perché del padre ci si fida. Posso dire che le mie radici sono fuori di me. Non mi sono fatto da solo. Non sono venuto miracolosamente alla vita. C’è qualcuno che mi ha generato. E questo qualcuno si chiama Abbà. E Gesù ci invita a rivolgerci a Lui con la stessa familiarità con cui ci rivolgiamo al nostro padre, con cui i bambini si rivolgono al padre, dicendo: Papà, papà. Abbà, in traduzione papà.

Tu diresti papà a Dio? O hai pregato qualche volta utilizzando questo termine di estrema familiarità? Voi non ci fate troppa attenzione, ma in una delle introduzioni al Padre Nostro che sono previste nel Messale si dice: con la semplicità e la libertà e la familiarità dei figli possiamo dire … perché i figli non fanno gli inchini, le genuflessioni, non dicono “dottore”, se il padre è un ingegnere: Ingegner Rossi? No, papà. E anche se il padre è il Presidente degli Stati Uniti, il bambino dirà papà.

Questo non è solo un nome, ma è il nome di una relazione. Vivo così – ed è la prima riflessione che mi va di comunicarvi questa sera – il mio rapporto con Dio? Dio è mio Padre? Paolo qui dice che questa paternità ce la rivela lo Spirito, e la paternità dice che, se Lui è mio Padre, quello che Lui possiede è anche mio.

È espresso in “eredi di Dio, coeredi di Cristo”. Perché se tuo padre ha un milione di euro in banca (voi starete pensando: Magari! Con i tempi che corrono, se  non finirà con lo spenderli in IMU, ecc. finché dovesse passare a voi il testimone) quel milione di euro è vostro, o se siete più fratelli ne partecipate. Se vostro padre ha una villa al mare e una in montagna e una a Saint Moritz, questo fa parte dell’asse patrimoniale. “Patrimonio” viene da padre, perché il patrimonio lo dà il padre. Ecco, e qual è il patrimonio di Dio? Cioè Dio cosa possiede? Cosa può darmi? Che cosa mi ottiene questa adozione che mi fa dire papà, rivolgendomi a Lui? Mi ottiene quello che ha.

Quindi non solo c’è da ricuperare un senso di fiducia, perché il Padre – dice Gesù nel vangelo, invitando alla preghiera fiduciosa – se il figlio gli chiede un pesce, non gli darà una serpe o uno scorpione, cioè il padre è affettuoso, si prende cura, pensa a me, mi accompagnerà nelle vicissitudini della vita, il padre, se la ragazza mi ha lasciato e torno in lacrime – non so se avete questa libertà a casa vostra – mi consolerà, mi dirà “coraggio”. Il padre del ragazzo (come si chiama?) che ha suonato il flauto, Olindo, ecco Olindo, forse, ha suonato l’Ave Maria di Caccini. Il vescovo quando l’ha sentito suonare ha detto: “Bravo, Olindo, sono contento, sono contento di te”. Vedete questa espressione ha una valenza educativa e psicologica enorme, cioè noi dal padre ci aspettiamo una sorta di sicurezza. Se in questo momento vi sto parlando un po’ sfacciatamente, probabilmente, devo avere avuto alle spalle qualche padre (perché i padri sono tanti nella vita) che mi ha dato sicurezza. Se io mi presentassi qui un po’ fantozziano, come ho detto altre volte, allora si riderebbe alle mie spalle, e dietro di me ci sarà stato un padre debole, insignificante, piatto, un padre ameba. Un padre assente.

Avere alle spalle un padre significa possedere grinta nella vita. E se questo vale sul piano psicologico nei confronti dei padri che ci accompagnano nel corso della nostra esistenza, quanto più non può essere vero nei confronti dell’Abbà, che Gesù ci ha invitato a riconoscere, a pregare, a cui ci ha chiesto di rapportarci per dirGli le nostre cose? Il pane quotidiano, l’esigenza di essere perdonati, la facilità a perdonare gli altri: quello che vi sto dicendo stasera in qualche maniera è riassunto nella preghiera del Padre Nostro. Ma del Padre nostro a noi potrebbe anche interessare solo la prima parola: Padre.

Adesso ci fermiamo un attimo. Riflettete un po’ sui vostri padri. Ne avete molti, e non è offensiva questa mia espressione, nel senso che anche il vostro parroco è vostro padre, anche il sacerdote che vi guida è vostro padre. Spero che abbiate anche un padre spirituale. Se c’è qualcuno a cui vi riferite, è un padre, e se avete avuto un insegnante che ha inciso nella vostra vita, nelle medie inferiori o adesso in quelle superiori o nel curriculum universitario, quello è un padre. Il vescovo Angelo per voi è un padre. Il Papa, che è appena andato via, è un padre. Voi dite: ma se n’è andato! La risposta ve la dirò dopo. C’è una soluzione per questo Papa che ci sembra essersi defilato.

Chi è il padre? Ciascuno di voi cerchi di rispondere a questa domanda: com’è mio padre? Chi sono i padri della mia vita? Che cosa mi ha dato mio padre? Qual è il patrimonio – non quello economico – che mi ha trasmesso? Pensateci, perché questo ci aiuta e ci facilita a dire “Abbà” al Padre. Non possiamo dire “padre” senza fare riferimento all’esperienza della paternità. Qualche istante di silenzio, magari se ci accompagnate con un sottofondo, e poi andiamo a Nino D’Angelo, che pure ha qualcosa da dirci sul padre.

O pate è ‘o pate di Nino D’Angelo

Qui ci sono dei ragazzi e delle ragazze. I ragazzi sono sfortunati. Da che punto di vista? Le ragazze – ve ne siete accorti già alle Scuole medie, ancora di più alle medie superiori, all’Università – sempre più pimpanti, più sicure, sempre come hostess negli aeroporti che sprizzano energia. Più che a un portamento, vorrei fare riferimento al fatto che le donne sono facilitate dalla natura rispetto a noi. Una donna, non dico nasca madre, ma non fosse altro che per il menarca comincia a contare, a fare il calendario, controllare il ciclo; noi non si capisce mai bene, insomma, quand’è che abbiamo tutto a posto, a volte cerchiamo qualche certificazione all’esterno, magari anche in tante vostre esperienze andate a cercare che qualcuno vi dica: sì, va bene, tutto a posto. Tuttavia ciò che voglio intendere in una maniera più problematica è la paternità e la maternità.

La maternità ha una serie di aiuti che stanno nel corpo della donna, ma un padre, se il figlio non nasce, se non lo vede, se non lo tocca ( i padri con i bambini piccoli sono una frana, hanno sempre paura di stritolarli) se non lo vede, non sa ancora: ma io sono padre? E questo è mio figlio? E a volte c’è bisogno di un cammino di anni. Voglio dirvi che c’è una maternità forte, dirompente, quasi nel Dna della donna, e poi  una paternità tutta da inventare, da imparare da parte dei maschi. Lo dico ai giovani maschi presenti: allenatevi per tempo, andate in palestra, fate le flessioni, perché diventare padre è una cosa difficilissima. D’altra parte, senza guardare avanti e sognarvi padri, guardate come si sono comportati i vostri papà e avrete già una chiara indicazione di quanto sia difficile.

Questa canzone di Nino D’Angelo – io non sono un tifoso dei neomelodici – esprime molto bene il dramma del padre. Innanzitutto in questa ripetizione, che non è una ripetizione, si chiama “tautologia”, in termini tecnici, cioè o pate è o pate, cioè il padre è il padre, che, tradotto, significa: il padre è sempre il padre. Si vede caricato di questa responsabilità e non può lamentarsi con nessuno.

Voglio applicare questi versi al Papa Benedetto, che adesso sarà tranquillissimo. Io me lo immagino che ha organizzato una festa con Georg, mentre qui siamo tutti a piangere, mette una maschera, salta, tutto quello che non ha potuto fare in questi otto anni. Perché il padre, che è anche il Papa, nun se po lamentà mai cu nisciuno. Se voi avete un problema: ah, papà … ma il padre con chi si lamenta? Ancor più il Papa con chi si lamenta? A chi si appoggia? Anche  noi vescovi se abbiamo un problema che non riusciamo a risolvere, possiamo ricorrere alla Congregazione  ( sono quelli che aiutano il Papa nel governo della Chiesa) o al Papa direttamente. Ma se il Papa ha un problema, con chi parla? Nun se po lamentà mai cun nisciuno adda fa sempe o forte, addà fa o pate, cioè è il padre, è aitante. Pensate tra l’altro che il Papa Benedetto è arrivato dopo l’aitante Giovanni Paolo II e ha cercato in qualche maniera di manifestare questa forza.

È capo, ma nun sape cummannà – bellissimo questo verso – è capo ma nun sape cummannà! È un capo, ma non sa comandare, cioè è in una situazione di potere o di dovere, ma forse non ne ha le doti, non ne ha il carisma, non riesce a spiccicare parola, però resta il capo.

Sempe annascuso, nun se vede maje. Questa vita nascosta è propria del Papa e del padre. La madre è sempre presente. In particolare poi nella nostra cultura partenopea, napoletana, le mamme abbondanti troneggiano. Una madre c’è sempre alla recita del figlio. Il padre no. Lo dice anche qui: ca fore ‘a scola nun ‘o truove maje. Ovviamente, gli orari non coincidono. Spezziamo una lancia in favore dei padri, ma ci arriveremo. Quindi sempre nascosto, ma sa più lui quello che succede.

Sapete cosa arriva sul tavolo di un Papa? Tutto. Tutto il peggio del peggio. Il Papa non ha bisogno di comprarsi le riviste per sapere i pettegolezzi, a lui arrivano dei dossier sul vescovo di Teano che ha fatto una magagna, arriva tutto. Il Papa tutto il male lo sa. E volete che questo non pesi, non pesi sul cuore di un padre, di un abbà, di un papà Papa? Basta che togliete l’accento alla “a” conclusiva di papà e avete Papa, perché il Papa è un papà, è un abbà. È uno che mi manifesta la paternità di Dio nel concreto.

e c’’a fatica ‘nfaccia e dint’ all’ossa / va cammenanno cu ‘e penziere appriesso”. Sempre preso da quello che è accaduto, da apprensioni. Mi hanno detto che mio figlio fuma lo spinello – tutti –  mi hanno detto che l’hanno visto in quel posto strano, mio figlio … “Va cammenanno cu ‘e penziere appriesso”. Bellissima quest’immagine del padre che cammina preoccupato. Non riesce a svestirsi delle sue preoccupazioni, dei pesi, delle responsabilità economiche, educative, delle tensioni che nascono tra fratelli e che irrimediabilmente si riflettono sul suo cuore e gli pesano. Questo nelle nostre piccole esperienze, ancora di più per il cuore del Papa.

Le divisioni della Chiesa chi fanno soffrire di più se non il padre, che avrebbe in mente, in cuore, che andassimo tutti d’accordo? Non so, immagino che anche nella vostra diocesi di Aversa ci siano quelli che alzano le bandierine: Noi siamo i catecumeni, noi siamo … Dio mio, mettere insieme tutta questa orchestra per il vostro direttore, che si chiama Angelo Spinillo, sarà un’impresa immane! In piccolo è lo sforzo che fanno i vostri papà di mettere insieme le esigenze del figlio universitario, dell’altro che protesta, della figlia che ha gli ormoni in circolo …

“se cresce ‘e figli dint’’o portafoglio”: anche questa è un’immagine molto meridionale. Che significa? Significa che il padre porta la foto del figlio, dei figli nel portafoglio. Come un talismano? No, perché sembra sempre un po’ freddo, un po’ lontano il padre, eppure manifesta così il suo affetto, perché porta con sé i figli, li porta nel cuore, in maniera da visualizzare l’ affetto. E allora i figli crescono nel portafoglio del padre, non nel senso della paghetta, che voi chiedete puntualmente a fine mese, cioè non è il portafoglio che si svuota per i figli, ma è il portafoglio che contiene le cose importanti della vita, e dunque anche la fotografia del figlio. Quindi si tratta di un portafoglio, ma questo vale per le famiglie numerose, sempre più ingrandito, infoltito.

Pensiamo al portafoglio del Papa, e non mi riferisco alle sue ricchezze, perché il Papa Benedetto è uscito povero e nudo, potremmo dire con un’immagine di Francesco. Il suo partafoglio è una serie interminabile di nomi, volti, situazioni, che egli porta nel cuore.

E poi parla da solo: “Nisciuno ‘o sente quanno parla sulo”. Con chi sta parlando papà? Quando qualche volta avete trovato, scoperto vostro padre che stava parlando … avete pensato: Forse ha l’amante? No, non è un padre che ha l’amante, è un padre che sta mormorando in un momento in cui si sente a suo agio, quando non ci sono i figli e allora protesta: non riesco mai a metterli insieme, non sono mai contenti, anche adesso che gli ho organizzato la festa per i 18 anni m’è tornata o m’è tornato supernervoso. “Nisciuno ‘o sente quanno parla sulo”. E se questo parlare da solo lo immaginate nei grandi saloni dorati, arabescati, con i cicli di Raffaello, capirete che la solitudine, anche dorata, è sempre solitudine, pesa, ha pesato al nostro Papa Benedetto.

E se fa viecchio sestimanno e guaje”. I padri invecchiano. E invecchiano non solo perché passano gli anni, ma perché  cercano di tamponare i problemi dei figli.

E si ‘o faje male s’astipa ‘o dolore areto a nu sorriso”, perché, magari, un collaboratore qualsiasi ha fotocopiato non una, non due, non dieci, non cento, non mille, ma faldoni e faldoni di documenti. E come reagisce il padre, il Papa? Il Papa è stato ferito tante volte in questi otto anni, più degli ottanta che ha vissuto prima, pur con grandi responsabilità nella Chiesa, eppure, se noi dovessimo intervistarlo stasera: Santità, come ti senti? Risponderebbe: Sono invecchiato, non ce la faccio più. Mi sono costati più questi otto anni degli ottanta precedenti. Tuttavia il padre non si vendica.

Mi fermo qui,  riascoltiamo prima di andare verso la conclusione. “E si ‘o faje male s’astipa ‘o dolore areto a nu sorriso”, cioè ti sorride anche se …, non ti fa pesare il suo disagio, il suo dolore, la sua difficoltà. Il Papa  è andato a portare la grazia al suo collaboratore, che lo ha messo in piazza. È uno dei tanti, gravi problemi che il Papa Benedetto in questi otto anni di calvario ha dovuto sopportare. Si è vendicato? Ha gridato come un ossesso? Ha rotto i piatti, come qualche volta fa tuo padre, quando è nervoso? S’astipa ‘o dolore areto a nu sorriso, cioè ti mostra sempre il volto clemente. Riascoltiamo.

Vi commento solo qualche verso e poi andiamo verso la conclusione.

’o truove sempe cu ‘o piacere ‘n mane / si nun vuò niente te vo’ dà coccosa”, cioè il padre sta nell’ atteggiamento del dono continuo, dono egli stesso. Non è importante quello che i padri ci danno, ma quello che sono per noi. Non è così? Ripeto, qui parlo dei padri in senso ampio, del padre che ti guarda parlare – dice Nino D’Angelo – e si meraviglia di vedere fiorite sulle tue labbra le parole che lui ti ha insegnato. Adesso le sente, come se fossero nuove. Questa è un’attenzione che si ha sempre verso i bambini che dicono una parola, una poesia, una filastrocca … e tutti pronti, come se stesse parlando Dante Alighieri, in realtà, dove le hanno apprese quelle parole? Dai genitori. Adesso i genitori vedono le parole, che erano loro, fiorire sulle labbra dei bambini. È come se i genitori, il padre, per quello che ci riguarda in questo momento, ci avesse insegnato delle cose. Adesso noi le diciamo, anche le cose che ci ha insegnato il Papa Benedetto, e lui è entusiasta di vedere che le sue parole sono sulle nostre labbra, che i suoi pensieri sono nella nostra mente, che i suoi sentimenti sono nel nostro cuore, cioè è avvenuto un travaso.

Il padre si svuota per riempire i figli. Se ci pensate, è un po’ così anche l’origine della vita da parte di un maschio. Svuotarsi. Questo è un paradigma. A dire che il padre si depaupera, si indebita, perché il figlio possa studiare. Era vero una volta, adesso per progettare vacanze esotiche e fare quello che magari non è neanche tanto necessario.

Acale l’uocchie quanno te saluta” sottolinea il pudore del padre. I padri non dicono mai “ti voglio bene”. Le mamme sono sempre tutte appiccicose, chiedo scusa alle donne presenti, lo faccio solo per chiarire in contrapposizione. I padri risultano sempre molto freddi, non sentono  niente, sono un po’ asfittici, in realtà, c’è un pudore della paternità.

I padri hanno timore, hanno paura dei sentimenti. È un po’ un fatto maschile che poi si rivela anche nella paternità. Le donne sono più espansive. Siamo in periodi un poco strani, ma ricordo, da parroco, che le ragazze si tenevano per mano, si baciavano senza pensare (non era ancora entrata la cultura gay) al contrario un ragazzo non lo farebbe mai. Per le ragazze era normale, cioè era un modo di manifestare l’affetto. Questa difficoltà noi ce la portiamo dentro, e ce la portiamo dentro da maschi diventati padri di altri figli.

Acale l’uocchie quanno te saluta / e sotto’ ‘e diente – tra i denti – dice statt’accorto”. Statt’accorto! Vorrei che raccogliessimo questa parola dal Papa Benedetto, che non è mai stato accorto. Al massimo direbbe: come sono contento in questi giorni che state pregando, mentre io sto facendo la prima cena in libertà. Però è bello che il Papa è il papà che va via e mentre saluta il figlio rint ‘e diente dice statt’accorto.

Questo è un tema molto forte della paternità partenopea, cioè il padre dice al figlio: statt’accorto, che significa: non crederai a tutto quello che ti si dice, guardati, guardati bene le spalle, guarda che la vita è difficile! “E chella mano ca te tocca ‘a spalla – questa è un’immagine bellissima – e chella mano ca te tocca ‘a spalla è ‘o coraggio ca tiene”, cioè, mentre ti dice statt’accorto, il padre tenta questo gesto timidissimo di contatto per quella difficoltà culturale, di cui vi dicevo prima, e poggia la mano leggermente sulla spalla del figlio: statt’accorto! Ma quel tocco unico, impercettibile, è un travaso di coraggio.

“E chella mano ca te tocca ‘a spalla è ‘o coraggio ca tiene

 e nun te miette cchiù paura

pecché saje can un si sulo

quanno ‘a vita è contro a te”.

Bellissima quest’immagine del padre che abilita: è una sorta di investitura, mettere una mano sulla spalla del cavaliere. È un’ investitura per dire: puoi andare nel mondo, però statt’accorto, io ti tocco e ti investo di divinità, ti investo, nel caso il figlio sia maschio, perché tu possa andare nel mondo e possa vincere tante battaglie.

Ricordatevi che davanti a una crisi noi o abbiamo il padre o, se siamo orfani, siamo perduti. Parlo del padre che sia vivo fisicamente, parlo di un padre, dell’abbà,  del vescovo, del parroco, di quella persona che per me è un riferimento, perché mi dà forza, perché, il solo fatto di sapere che c’è mi basta. Anche se non parla, anche se si è nascosto, anche se ha cominciato a giocare a nascondino nelle stanze di Castel Gandolfo insieme con Georg: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci … chi è dinte è dinte, chi è fore è fore , ricordate? Ecco, anche se non si vede, per me è importante che ci sia da qualche parte mio padre. Adesso starete pensando: Ma – e chiudo – questa tua, diciamo, poesia sul padre questa sera, in cui noi potremo fare esperienza di orfani, perché adesso la sedia è vuota, ha ancora senso?

Vi rispondo con una frase latina, semplicissima, ve la traduco subito, state tranquilli, ma è vero che il papa vede certe cose in una lingua diversa. L’espressione è: semel pater, semper.

È l’introduzione di un adagio che è nato nella vita monastica: semel abbas, semper abbas, cioè uno che è stato abate una volta – l’abate è il padre di una comunità monastica – anche se decade dal compito perché non viene rieletto  (l’abate nelle comunità monastiche è eletto dalla base) – uno che è stato abate una volta, semel, lo è sempre, anche se non ha, diciamo, l’esercizio concreto del potere, per così dire, ammesso che ci sia un potere.

Semel abbas, semper abbas. E allora io lo traduco, visto che l’abate è un padre, Semel pater, il padre che è stato padre una volta, pater semper, sottinteso est, per chi fra voi mastichi un po’ di latino. Colui che è stato padre una volta, è padre sempre, è padre per sempre. Ma questo ci mette in una grande pace.

La Chiesa sta manifestando in questo momento, in questi giorni e nei giorni che seguono, una grande maturità, una fede, un ottimismo, al di là delle tristezze e al di là delle nostalgie, del tipo non lo vedremo più. Perché  prima o poi il padre scompare, i padri scompaiono. Invecchiano, muoiono, vanno lontano. Tu vai lontano dal padre. Quello che è importante è sentire che ciò che ti ha trasmesso il padre è in te. Questo ce lo ha insegnato anche la psicologia freudiana e poi post freudiana. Il padre introiettato si dice: il padre prima era fuori di me, adesso ce l’ho dentro, è il padre che mi dice: non va bene. Superego, dice Freud. È il padre che mi rimprovera. Ma mi perseguita questo padre! Sì, meno  male, perché altrimenti faresti un sacco di guai (potevo dirlo in un’altra maniera, ma avete capito) invece il padre ripete: statt’ accorto, statt’accorto.

Ecco, così stasera noi pensiamo al padre, al Papa Benedetto libero. Bravo, bravo, Papa Benedetto! Perché questa scelta apre un nuovo filone per il futuro, ripensa il modo di esercitare il ministero petrino. Grazie, perché in questi otto anni sei stato padre appieno, e questo ci basta e ci sta dentro, ci parla, anche se non ti vediamo più, anche se sei morto, anche se morirai un giorno, perché semel padre, semper pater. Alla fine tutti questi padri, da quello che mi ha generato alla vita fisica ai tanti padri che incontrerò nella vita, saranno sempre dei sacramenti di un altro Abbà, quello di cui ci ha parlato Paolo nella lettura della Lettera ai Romani. “E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura”, paura degli orfani, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo “Abbà”, che significa padre.

Stasera andate a letto tranquilli, perché il padre c’è ancora. Il padre pensa a voi, vi dà forza per le vostre scelte, cari giovani, che di forza avete estremo bisogno. Se c’è una caratteristica che non è colpa vostra, ma è colpa nostra, della mia generazione, è la debolezza. Voi siete deboli, ma non di quella debolezza, che abbiamo avuto anche noi alla vostra età, ma di una debolezza più profonda, più drammatica, che è quella di non sapere che pesci pigliare, che è quella di non riuscire a conservare una relazione con una ragazza per più di tre mesi, per un anno. Magari una s’aspetta la pensione dopo un anno. Questa si chiama debolezza. Voi siete deboli per colpa nostra, ripeto, io vi assolvo tutti, la colpa è nostra, dei padri della mia generazione che non vi hanno messo la mano sulla spalla, non vi hanno dato la forza attraverso questo gesto, che non vi hanno lanciato nel mondo, dicendo: non ti preoccupare, anche se vai male, imparerai! Statt’accorto! Ecco, voi di questa forza avete estremo bisogno.

Adesso ci mettiamo in piedi, e la chiediamo insieme al Padre per eccellenza. Ci prendiamo per mano e diciamo insieme Padre Nostro.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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