Un’altra possibilità

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Pietravairano, 3 marzo 2013

III Domenica di Quaresima / C

3 marzo 2013

Monastero di Pietravairano

Omelia di S. E. Mons Arturo Aiello

 

Siamo, come vi dicevo all’inizio della Messa, alla nostra terza tappa della Quaresima dopo le due Domeniche iniziali, che sono comuni ai tre cicli dell’Anno liturgico. Adesso entriamo nello specifico di questo itinerario, che ha al centro innanzitutto la ferialità.

Questo è il primo messaggio, che mi sembra di raccogliere: Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, cioè stava svolgendo il suo lavoro, come degli operai stavano lavorando alla torre di Siloe, che crollava, come degli Ebrei stavano sacrificando degli Ebrei al loro dio e vennero trucidati. Tutte espressioni che attestano la nostra vita feriale.

Noi non diamo troppa importanza alla ferialità. In realtà, se qualcosa di buono e di grande sta crescendo nella nostra vita è proprio nella ferialità.

La ferialità è fatta di lavoro, di irruzione di Dio, attraverso segni semplicissimi, quale per Mosè un roveto che arde senza bruciarsi. La ferialità è fatta delle nostre occupazioni, di incidenti, di lavoro, di dolore.

Anche la mia presenza qui questa mattina serve a sostituire don Pasqualino, che non sta bene. Lo raggiungiamo con la preghiera, perché la preghiera di una famiglia per il padre è ascoltata davanti al Signore.

Ecco, questa è la nostra vita, fatta di tante difficoltà, tanti dolori, tanti incidenti. Dobbiamo fare attenzione perché Dio ci viene incontro proprio in questi eventi, in questi accidenti che, in una sorta di cronaca, quella di cui parla il vangelo, raccontano a Gesù dei fatti. Non c’era il radiogiornale allora, né il telegiornale, né i giornali, e quindi le notizie – ancora oggi sono più veloci di Facebook – passavano di bocca in bocca. Questa trasmissione era lo strumento più efficace grazie al quale raccontavano a Gesù dei fatti di cronaca.

Quando guardiamo, per esempio, un manifesto di lutto, consideriamo l’età: quello era ammalato, quell’altro era anziano, cioè applichiamo sempre la normalità delle difficoltà agli altri, ma non interpelliamo mai noi stessi. E invece dovremmo dire: ma questa cosa può capitare anche a me, anch’io posso trovarmi da un momento all’altro davanti al Signore, davanti al trono di Dio, per rendere conto della mia vita.

Questo, carissimi fratelli e sorelle, comporta una santa fretta a fare il bene, il bene possibile, qui e ora, una santa fretta di porre anche gesti di conversione, senza rimandare ad oltranza i cambiamenti.

Chi ci assicura domani? Siamo sicuri dell’oggi, adesso siamo vivi! È una bella giornata – ringraziamo Dio – limpida. Ci guardiamo negli occhi, tra poco saremo a pranzo con i nostri cari, approfittiamo di questo momento. Adesso siamo a Messa, ci confrontiamo con questa Parola, approfittiamo di questi momenti per manifestare a Dio il nostro amore, ma anche per manifestarlo agli altri. Rivolgiamo agli altri quelle parole che ci bruciano sempre nel cuore per non averle dette quando una persona a noi cara chiude la sua esistenza: Ah, se avessi avuto più tempo con lei! Ah, se avessi detto più volte “ti voglio bene”! Ah, se… Ma perché non lo fai ora? – dice l’autore dell’Imitazione di Cristo – testo che le monache conoscono molto bene – Perché non ora? Perché vuoi rimandare a domani l’unica opera importante, l’unico lavoro, per cui l’uomo è sulla terra? Siamo qui per convertirci.

Questo messaggio sembra un po’ duro – è vero – perché ci sembra d’avere poco tempo, in realtà, è proprio così, perché è come se ci arrivasse un avviso di garanzia, come se un referto medico, un incidente ci ricordasse all’improvviso la nostra fragilità. E allora, a consolazione dell’apprensione che proviamo sempre quando ci diciamo: ma, allora, ho poco tempo? Gesù racconta questa piccola parabola, che è una carezza, per quelli fra noi che sono preoccupati. Ce la farò a convertirmi? ce la farò a portare un fiore a Gesù? ce la farò a rendere migliore la mia vita? ce la farò a distendere quella relazione tesa? ce la farò a riagganciare quella persona, prima che sia troppo tardi?

In questa piccola parabola del fico ci sono due protagonisti e di mezzo c’è il fico (il fico sono io e siete voi).

I due protagonisti sono da un lato il padrone della vigna, che ha piantato il fico, ma che ogni anno arriva e resta deluso perché non vi trova frutto; dall’altro il fattore, il contadino, che intercede per il fico, prova pena, e dice: non lo tagliamo quest’anno, diamogli un’altra possibilità, aspettiamo un altro anno, magari porrò anche le condizioni per un suo rinvigorimento, vi scaverò attorno, concimerò il terreno…, se poi non risponde neanche a queste sollecitudini e a queste sollecitazioni, l’anno prossimo lo taglieremo.

Il contadino si chiama Gesù: è Lui il contadino! È colui che davanti al Padre continuamente fa il tifo per noi, fa il nostro avvocato, e Gli dice: abbi pazienza, è debole; non ce la fa, ma ce la farà; a te sembra che si sia perduto, ma vedrai che cambierà, che ti darà soddisfazione, che tirerà fuori da sé il meglio, che risveglierà l’angelo che è in lui. Sì, è vero, fino adesso ha presentato l’aspetto negativo, ma diamogli un’altra chance.

Gesù fa questo continuamente. Lo ha fatto e lo fa anche in quest’Eucaristia, che è ripresentazione di quell’evento, lo ha fatto sulla Croce, intercedendo per il mondo intero, altrimenti ci saremmo perduti tutti. Anch’io. Ma Lui si è interposto tra noi e il Padre, tra il peccato e la giustizia di Dio, e ha attirato su di sé gli strali, che, se volete, avremmo meritato noi, e ci ha riparati, come un parafulmine.

Anche in quest’Eucaristia Gesù svolge il ruolo di intercessore e allora abbiamo dalla nostra parte un avvocato di grande grido, il migliore che esista nell’Universo.

Se ci perderemo, carissimi fratelli e sorelle, è proprio perché ci siamo impegnati in una maniera forsennata a perderci. Se invece abbiamo dalla nostra parte questo avvocato, questo intercessore, Dio stesso che intercede davanti a Dio per noi, per l’uomo peccatore, allora utilizziamo al meglio questa giornata. Non quella di domani. Gli incontri, gli sguardi, le parole, i gesti, che, a partire da quest’Eucaristia, porremo fino a stasera, facciamo in modo che siano gesti di distensione, di perdono, a nostra volta, di accoglienza e di misericordia.

E in questo atteggiamento orante e di intercessione da parte di Gesù poniamo in questo momento anche la Chiesa.

Questa Domenica, per la prima volta per voi, a meno che non andiate a Messa anche nei giorni feriali – ma immagino che sia privilegio solo di pochi – voi soffrirete insieme con me l’assenza del nome del Papa, perché in questo momento non c’è. È vivo il Papa Benedetto, ma nella sua sapienza ha pensato di offrire alla Chiesa qualcosa di meglio. E allora soffrite l’assenza del nome del Papa. Sarà lunga questa sofferenza? Speriamo di no. Speriamo che in breve tempo i Cardinali possano presentare alla Chiesa colui che la guiderà nei prossimi anni.

Gesù intercede anche per la sua Chiesa, per don Pasqualino ammalato, per ciascuno di noi.

Non lasciamo cadere invano questa intercessione d’eccellenza, come oggi si ama dire.

***

Il testo, tratto dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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