Venga il Tuo Regno

DSCF3232 2

Fraterna Domus, 11 marzo 2013 – Sacrofano (Rm)
Esercizi Spirituali

Letture
Is 65, 17-21
Lc 11, 1-13
Omelia di S. E. Mons. Arturo Aiello

Rispetto a quello che abbiamo meditato oggi pomeriggio riserviamo a questa celebrazione l’invocazione: «venga il tuo regno». Il Padre Nostro costituisce una sorta di spartiacque, diviso com’è nelle sue grandi sezioni. Tre di queste riguardano, per così dire, i diritti di Dio, e tre riguardano i diritti dell’uomo, anche se questi due aspetti non sono contrapposti. Ci troviamo quindi ancora nella prima fascia, nella prima fase del Padre Nostro, dove lo sguardo è ancora rivolto al cielo, a Dio, alla santificazione del suo nome e all’avvento del suo Regno.

Come sapete, il Regno di Dio è stata la Passione di Gesù. È come se Gesù fosse stato attraversato da un fuoco divorante in tutti i suoi giorni, da una sorta di urgenza, di fretta, di voglia che il Regno si espandesse. D’altra parte, tutta la predicazione di Gesù senza il Regno di Dio non avrebbe significato. Stamattina vi ho citato un eretico del I secolo, ce n’è un altro che dice con una battuta terribile: Gesù si aspettava il Regno di Dio e invece nacque la Chiesa. La sua è una battuta amarissima che viene da una sponda ovviamente fortemente polemica. Certamente la Chiesa non rappresenta il Regno di Dio e qualche volta derive e identificazioni di questo tipo turbano anche la nostra mente. Il Regno di Dio è più grande, la Chiesa ne è solo un sacramento, è un segno perché la Chiesa vive nel mondo, nello spazio e nel tempo, attraversa la Storia come serva, non è la dominatrice né tantomeno è il Regno di Dio. Gesù non ha mai definito il Regno. E allora, quando diciamo “venga il tuo regno”, cosa intendiamo dire? Cosa chiediamo nel Padre Nostro e cosa Gesù ci fa chiedere? Potremmo esplicitar ere il Regno in tante maniere, ma forse la formula più semplice è questa: la persona di Gesù è il regno, che viene in semplicità, che è già in mezzo a noi.

Questa celebrazione eucaristica ripresenta il Regno di Dio nella sua manifestazione nella pienezza dei tempi, ci mette a contatto, e allo stesso tempo ci fa fare un passo avanti verso l’avvento del Regno nella Storia, proprio qui, tra queste mura, come nella mura delle nostre chiese e delle nostre parrocchie. Il Regno di Dio quindi è Gesù, è una persona, non è un luogo, non è un castello; è Gesù che entra nella Storia, che entra nelle nostre storie (come dicevo a proposito di “sia santificato il tuo nome”), e le organizza in una maniera del tutto nuova, utilizzando spesso materiale della vita precedente facendone una nuova architettura.

C’è un’espressione che non è riferita al Regno di Dio in maniera specifica, ma dice di quest’ansia di Gesù. Quando il Maestro afferma: sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che divampasse! È come se dicesse: sto qui, sono venuto per voi, ma questo fuoco fa fatica ad attecchire, è un fuoco che sembra morire, spegnersi. Gesù manifesta così, attraverso queste parole allegoriche, tutta la sua ansia e tutta la sua dedizione al regno: Sono venuto a portare il fuoco. Gesù non lo definisce, ma ne parla tante volte attraverso il linguaggio simbolico e allusivo delle parabole. Adesso metto l’accento su tre simboli che Gesù utilizza. Egli utilizza, per la verità, anche il banchetto, anche la festa, le lampade delle vergini stolte e quelle sagge. Tante parabole cominciano così: il Regno di Dio è simile al seminatore… Ma ci sono tre piccole parabole, tre piccoli gioielli, che esprimono del Regno alcune dimensioni importanti per noi che stiamo percorrendo il Padre Nostro.

La prima parabola è: il Regno dei Cieli è simile ad un granello di senapa. Quando si semina, si pianta il seme più piccolo ma esso poi diventa un albero e ospita gli uccelli del cielo, cioè il Regno di Dio, dunque Gesù, nella sua missione storica, ma anche Gesù oggi, in questo momento, interviene nella nostra Storia ma non lo fa in una maniera eclatante, non in modo da attirare l’attenzione. Spesso Gesù dice: si dirà che il Regno è qui, è là, ma voi non andateci, come avviene per le apparizioni e per quegli eventi sensazionali, cui andiamo incontro sempre e troppo volentieri! Invece il Regno di Dio avviene, interviene, si presenta, accede nella Storia con una sorta di piccolezza. Le cose grandi avvengono sempre così, come accade per lo zigote: nessuno vi dà particolare importanza, eppure lì c’è il bambino, c’è l’uomo, la donna, il colore e il taglio degli occhi, il colore dei capelli, insomma il patrimonio genetico. È tutto lì, non è una cellula, un grumo di cellule, no, è un bambino! Quindi la parabola del granello di senapa dice del il regno e del suo stile dimesso. Anche il regno nella vostra vita, nella mia vita, nelle nostre storie è iniziato così, con la piccolezza di una parola, una frase, un’esperienza, un’ora di preghiera, un corso di Esercizi, un Campo scuola, si è insinuato in una maniera molto soft, e poi ha cominciato a radicarsi e a ramificare. Dice Gesù che questo granello diventa come un albero e gli uccelli vi nidificano, cioè questa cosa piccola poi diventa grande. Questo avviene nella Storia, e noi siamo ancora nei tempi della piccolezza, cioè il Regno di Dio è ancora, come visibilità, un granello di senapa. Non ci sono cose spettacolari, grande adunate, grandi potenze, effetti speciali, c’è invece questa quotidianità, il seme che incontra  l’ovulo, e neanche la donna lo sa e poi il grembo incomincia a lievitare.

Nella seconda piccola parabola del Regno, quella del tesoro nascosto, Gesù dice: il Regno dei cieli è simile ad un tesoro nascosto in un campo, un uomo lo trova, va pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Qui è rappresentato l’aspetto gioioso del Regno, che agli occhi degli uomini e del mondo, come si diceva una volta, sembra chiederci chi sa quali prezzi esorbitanti, in realtà tutto è fatto con gioia perché sappiamo di compiere l’investimento più grande e più fortunato della nostra vita. E di questo aspetto gioioso, per esempio, dovremmo essere testimoni migliori. In questo regno sono già dentro, ne sono in qualche maniera interlocutore e poi promotore; il regno viene da sé, ma ha bisogno anche delle nostre vite, al contrario noi ci presentiamo all’uomo, voi laici e noi consacrati, sempre piuttosto scontrosi, tristi, mai luminosi, mai sorridenti, mai positivi e propositivi. Sempre reattive, mai proattive, si dice per quanto concerne le leadership.

Immaginate quest’uomo, sia pure nato dalla fantasia di Gesù (Gesù doveva avere una fantasia fervida, per inventarsi tutte queste storie), e proiettatelo in questi tempi in cui sono calati i prezzi, ecc., ecc., mentre non solo vende, ma svende tutti i suoi averi, e tutti lo deridono: è pazzo, è uno stupido, non capisce niente, non vede gli indici, non si rende conto che sta facendo un malaffare, invece lui sa bene che sta facendo l’affare del secolo.

Adesso questa gioia di vendere tutto, di disfarsi di tutto, di sacrificare per questa causa qualsiasi altro valore, qualsiasi altra relazione, qualsiasi altro bene, la gioia di vendere gli averi è sul nostro volto, è nelle nostre vite? Quando diciamo “venga il tuo regno” chiediamo allora anche di capire che questo regno è la nostra fortuna, che Tu, Gesù, sei la nostra fortuna e non la nostra rovina. “Mia dolce rovina” – dice padre Davide Turoldo in una sua poesia. Chiediamo dunque il dono della gioia.

Nel primo caso, quello della parabola del granello di senapa, chiediamo il dono, uno sguardo che vada oltre le apparenze, che non si lasci scoraggiare. In questo caso, chiediamo la grazia di una gioia che si veda, si noti, che attraversi le nostre vite, i nostri gesti, le nostre scelte e che diventi un segno, una testimonianza. Alcuni, quelli alle mie spalle, anche le suore e altri, sono chiamati a essere testimoni di questa gioia, vendendo tutto e rinunciando a ogni altra realizzazione perché hanno trovato questo tesoro. Essi diventano come dei sacramenti viventi, come degli indicatori della storia, per testimoniare che il regno viene, dal momento che questi giovani – penso ai cinque palermitani – non sono degli stupidi, non appaiono sprovveduti, né vittime di qualche lavaggio di cervello o pronte a rifugiarsi in maniera fantozziana nel ruolo del presbitero perché non hanno altra chance.

La terza parabola è ancora più piccola: un collezionista di perle preziose, trovata una perla di grande valore – dice Gesù – vende tutto quello che aveva collezionato, pur di averla. Qui, siccome ogni parabola evidenzia un aspetto del regno, è sottolineata la bellezza, cioè Gesù è bello, è bello il Regno di Dio, è bello ogni piccolo passo, in cui il passaggio del regno avanza e questo – capite bene – deve diventare anche uno stile nella vita del credente.

Guardate un attimo questa chiesa, queste strutture nelle quali siamo ospitati: che cosa vi viene da dire? Un’esagerazione, uno spreco! Quel sacerdote, che sta nel quadro in fondo, don Francesco, ha ideato tutto questo, la chiesa non l’ha nemmeno mai vista. Perché ha messo su questo impero, questa cittadella? Che idea aveva? Qui ci sono dei marmi, c’è tanto verde, perché il Regno di Dio, che è prezioso, una volta intravisto, oltre la gioia, porta anche all’ascolto, alla scoperta della bellezza nelle cose, negli oggetti, nello stile di vita, nell’abbigliamento… comporta in colui che vi accede un riverbero di bellezza. Allora, laddove vedete il brutto, anche nelle nostre chiese, lì il Regno di Dio fa fatica a procedere, così come nelle nostre persone, e qui non si tratta di andare dall’estetista, beninteso, si tratta di una regalità. Il re ha una reggia, e una chiesa dovrebbe far pensare ad una reggia, allo stesso modo la vita di un credente è l’architettura umana delle nostre famiglie, delle nostre case e dovrebbe trasmettere questo senso di regalità, perché il brutto a casa del re non c’è, non lo troverete mai.

Ho cercato alcune esplicitazioni perché l’invocazione del Regno non resti un po’ campata per aria, in domande del tipo ma questo Regno cos’è? cosa chiediamo? Potremmo anche dirlo con un’espressione del vangelo di Giovanni: io sono venuto – dice Gesù – perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.

Vorrei che ripensaste – in silenzio – mentre facciamo il pellegrinaggio di ritorno, a qualche momento della vostra vita, dove avete sperimentato una pienezza, un solo istante di pienezza, perché eravate in un momento di esaltazione estetica, per una lettura o un’opera d’arte o per una situazione che si è creata nella vostra vita.

Quegli istanti sono come stelle nel cielo buio delle nostre esistenze, dove si avverte la percezione che la vita vi scorre dentro voi stessi e siete dentro il flusso della vita. Ecco, direi che quelle esperienze, piccole, puntuali, passeggere, sono un sacramento del Regno di Dio, perché il Regno di Dio è questa pienezza, vita che esplode, e che è senza limitazioni. I nostri defunti sono già in quella dimensione, noi ancora andiamo, claudicanti, alla ricerca di questo sentiero, ma Gesù dice: è già dentro voi, il Regno di Dio è in mezzo a voi, è in mezzo a noi, non si vede perché abbiamo bisogno di occhi nuovi, di occhi di pazienza, di occhi di gioia, di chi ha trovato e che non vuole farsi più scappare questa gioia.

Ho trovato l’altro nel mio cuore – dice la sposa del Cantico – e non lo lascerò più. Vi auguro questa testardaggine, costi quel che costi. Fuori del Regno di Dio, fuori dello sguardo di Gesù non c’è felicità possibile. Nel suo sguardo, nel suo regno, nella sua casa, nella sua grazia, viceversa, anche una vita d’inferno diventa bellissima. Venga il tuo regno!

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

Annunci