Il Sangue di Dio sulla terra degli uomini

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Teano, 22 marzo 2013

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Preghiera Giovani

guidata da S. E. Mons. Arturo Aiello

“Il Sangue di Dio sulla terra degli uomini”

Chiesa Cattedrale

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Canto: Nostra gloria è la Croce di Cristo …

Iniziamo questo nostro appuntamento pre-pasquale alzando lo sguardo alla Croce di Cristo.

Nell’Antico Testamento, lungo il cammino dell’Esodo, il popolo incontrò tanti pericoli, tra questi c’erano i serpenti velenosi, che mordevano i pellegrini che morivano, e quindi Mosè intercede per loro, e Dio gli dice: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque, dopo essere stato morso, lo guarderà resterà in vita”. Un’ anticipazione della Croce. Noi continuamente – ce lo siamo detti tante volte – facciamo esperienza del limite, della tentazione, anche della caduta nella tentazione. A volte corriamo il rischio di scoraggiarci, invece dobbiamo alzare lo sguardo alla Croce per essere salvati. Per questo ripetiamo di nuovo:

Nostra gloria è la Croce di Cristo …

È particolarmente bello, nella nostra cattedrale, alzare lo sguardo al grande e preziosissimo crocifisso medioevale che è in fondo all’abside. Spero che conosciate, magari i giovani no, la storia di questa immagine, che è venuta fuori misteriosamente dai bombardamenti. Di questo crocifisso così prezioso non si aveva notizia prima, ci sono voluti i bombardamenti, le bombe, la violenza, dunque il peccato, perché dalla cattedrale sventrata, da qualche ripostiglio o da qualche soffitta nascosta venisse fuori questa croce. Raccontano che avvenne per intuizione, perché ovviamente non era immediatamente fruibile allo sguardo di Mons. Sperandeo, che vide questo legno e  intuì che sotto potesse esserci molto di più. Mi sembra che questo possa essere per noi già un grande messaggio: una croce viene come dono dopo una distruzione, quasi una sorta di ancora di salvezza, una tavola a cui aggrapparsi nel naufragio, allora post bellico della Seconda Guerra Mondiale. Questo Cristo che parla è bellissimo nella sua semplicità medioevale, nella sua nudità, ed è il centro e il pezzo più prezioso, anche da un punto di vista artistico, della nostra cattedrale.

Allora alziamo lo sguardo a questa croce ritrovata, perché dobbiamo ritrovarla anche noi, perché a volte la perdiamo, presi da tanti aspetti secondari, da tante banalità; magari in un momento di dolore, di distruzione, quando tutto sembra perduto, viene fuori la Croce, come un faro che non ci fa perdere nella tempesta.

Nostra gloria è la Croce di Cristo …

Ti preghiamo, Signore, per questi giorni di grazia. Aiutaci a non sciuparli, a viverli intensamente per capire come siamo già salvati. Aiutaci a leggere il Libro della Croce, che è più di un’enciclopedia. È un racconto immenso, che attraversa i secoli e va anche oltre noi verso i millenni futuri, a dire a tutti il Tuo amore. Rendici attenti a quest’amore, e fa’ che nel nostro piccolo possiamo corrispondervi.

Tu sei Dio e vivi e regni con Dio Padre nell’unità dello Spirito Santo per tutti secoli dei secoli. Amen.

Ci sediamo.

Dal vangelo di Luca (22, 47-62)

È solo una piccola parte del racconto della Passione, che ascolteremo Domenica. Siamo nell’Anno C, e quindi seguiamo il vangelo di Luca, e dunque anche il racconto della Passione  tratto da quel vangelo.

Ho scelto questo stralcio, per così dire, ma di quel racconto ogni pietra meriterebbe una vita di riflessione, di preghiera e di pianto. Nel racconto della Passione di Gesù si scontrano le passioni degli uomini: le più basse, le più turpi e le più alte. I grandi ideali, e soprattutto il grande amore che si rivela in Gesù, che è l’amore di Dio per noi, e poi le piccole passioni, le paure, i timori, la pelle da salvare a tutti i costi, anche se dobbiamo tradire un amico.

Parto in questa riflessione innanzitutto dal bacio. Gesù è riconosciuto dal bacio che Giuda gli dà. Com’è possibile che un segno dell’amicizia e dell’amore possa trasformarsi in un segno di condanna? Qualche volta il bacio, nei linguaggi stravolti della mafia, per esempio, assume significati di morte o di affiliazione a confraternite di morte, mentre nella sua fenomenologia più vera e più bella è un segno di vita e di unità.

Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo? Gesù stesso è come se si ritraesse davanti a questo infangare il bacio (magari anche voi, anche noi, del bacio a volte facciamo un convenevole o un segno di possesso e non oblativo), è come se Gesù fosse scandalizzato dell’utilizzo di questo strumento e segno dell’amore. È come prendere una parola dal vocabolario, stravolgerla, e utilizzarla per il suo contrario.

Nei racconti della Passione, anche in quello di Luca, Gesù è sempre più solo, abbandonato dalle folle, da coloro che Egli aveva beneficiato, abbandonato pian piano dai discepoli, da Giuda. Gli altri scappano.

Ci fermiamo stasera anche sull’abbandono di Pietro, che tra tutti era quello che aveva manifestato maggiore sicurezza, aveva sempre la risposta giusta, era il primo della classe, un alunno da premio o da concorso letterario, da mandare alle gare che si fanno di greco, di latino, di matematica nei nostri Licei. Si chiamano “Certamina”. Pietro era uno da Certamen, tanto era appassionato, legato a Gesù, pronto a difenderlo: anche se tutti Ti dovessero rinnegare, tradire, io non Ti tradirò mai! Attento, Pietro, attento! Attenti alle parole!

È come se Gesù ce lo ripetesse stasera. Attenti alle parole, anche a quelle che pronunciate nelle preghiere, perché dopo un’ora possiamo smentirle. Lo dico anche a me, che alla Parola di Dio sono dedicato, più che dedicarmi, a cui mi sono dedicato da una vita. Attenti a mettere avanti noi stessi, la nostra bravura, la nostra forza, il nostro culturismo spirituale: ma io sono un ragazzo d’eccezione, un educatore di AC, una guida Scout, ho tutte le mostrine, ho percorso tutto l’itinerario. Attenti, attento, perché prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte.

Siamo chiamati a riconoscere l’amore, non a rinnegarlo. “Riconoscerlo” significa testimoniarlo, esserne fieri, significa, possibilmente, non tradirlo.

Giuda e Pietro sono sullo stesso piano (ve l’ho detto altri anni e ve lo ripeto anche stasera), perché si trovano ad aver fatto lo stesso errore con modalità diverse. Giuda ha consegnato Gesù ai nemici, ma anche Pietro non ha avuto il coraggio di dire: è mio amico! È questo il senso del triplice rinnegamento.

Allora stasera siamo posti davanti ai nostri peccati, ai nostri limiti, ai nostri fallimenti. E sono tanti.

Qui si aprono due strade di soluzione del problema e la prima è la strada che ha iniziato Giuda, quella dell’autodistruzione. Un peccato, un errore nella vita ci può distruggere. Non parlo di quelli che, per un tracollo finanziario o per altri errori commessi, si suicidano; non parlo di questi estremi, ma di altri suicidi, cioè di altri modi di suicidarsi, mettendo il proprio peccato davanti agli occhi come se fosse una mancanza rispetto alla nostra onorabilità: “Ah, io ho fatto questa cosa, non merito alcuna misericordia!”. Spesso i più atroci giudici di noi stessi siamo proprio noi. Giuda fa così, non guarda più Gesù, guarda se stesso e il suo male, quello che ha fatto e quello che ha provocato e vorrebbe fermarlo, ma non può.

Eppure ci sarebbe un modo per redimersi ed è presentarsi ai piedi di Gesù, dicendo: “Maestro, Ti ho tradito!”, così come facciamo in confessione tante volte. Forse lo ha condannato l’orgoglio, perché l’orgoglio è un terribile nemico della vita spirituale. Giuda dice a se stesso: ho commesso una colpa così grande che nessuno me la potrà mai perdonare, sarò il maledetto per eccellenza. Non a caso, nel linguaggio mondiale, almeno per influsso dell’Occidente, Giuda è sinonimo di traditore.

Sto qui a dirvi: Attenti, non prendete questa strada, che è una strada di autodistruzione, senza uscita; non rimanete per una vita intera a crogiolarvi nel rimorso di un errore commesso. Uno o tanti è lo stesso. Ecco, anche nel male, Pietro diventa un maestro. Perché diventa un maestro nel male? Non nel compiere il male, ma nella possibilità di uscirne.

Vi ricordo che Pietro sarà Papa. E noi in questi giorni stiamo riscoprendo il papato, vero? Un po’ per l’assenza vissuta, dopo le dimissioni del Papa Benedetto, e poi per l’attesa del Conclave, e per i tre giorni di parto del Papa Francesco. Un Papa non è impeccabile! Ce lo attesta proprio la storia del primo Papa, che è Pietro.

Pietro è stato un rinnegatore, ma poi, rientrato in se stesso, ha detto: Gesù mi aveva messo in guardia, e soprattutto si è lasciato guardare. Questa è una particolarità del vangelo di Luca, che troverete Domenica. Pietro disse (verso la fine): «O uomo, non so quello che dici. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò …»

Luca ha raccolto, forse, questo sguardo. Probabilmente Gesù stava uscendo da una porta laterale, con le mani legate, dopo un primo esame del suo caso, e s’imbatte in Pietro, che appunto sta dicendo: non lo conosco. E Gesù, invece, dice: No, io ti conosco, ti conosco e ti riconosco.

Mi sono chiesto tante volte, e non solo io: Ma Gesù, Pietro come lo ha guardato? Con disprezzo? Come chi coglie in fallo un figlio, un alunno? No. Lo ha guardato con uno sguardo attraversato dall’ira? Anche tu, come Giuda? Oppure l’ ha guardato con dolcezza, come si guarda un bambino che sbaglia? Come si guardano i bambini che sbagliano? Con estrema tenerezza. Un bambino, che sta imparando a camminare e che finisce a terra, lo si guarda con tenerezza, gli si dice: Rialzati, imparerai, attenzione! Così Gesù ha guardato Pietro. Così guarda noi. E questo toglie tanto dramma ai nostri peccati e ai nostri limiti, perché Gesù ci guarda e ci dice: Ti guardo e ti guarisco; ti guardo e faccio in modo che questa colpa non ti inchiodi alla tua debolezza, ma possa farti capire, perché c’è tanto da capire alla Scuola del peccato.

C’è un’espressione di Santa Teresa di Gesù Bambino  che vi consegno, sapendo che è  esplosiva: “Bisogna imparare alla Scuola del peccato”.

Il peccato è un maestro? Sì, non a priori, ma a posteriori, è un maestro, perché ti dice chi sei, ti dice che è inutile che ti dai tante arie, ti racconta la tua debolezza, e ti ricorda – e l’espressione è nuovamente di Santa Teresa Gesù Bambino – quanto è amara la mensa dei peccatori.

Voi sapete che questa santa, carmelitana, morta giovanissima, ha vissuto molto tempo in estrema aridità spirituale. E per una monaca di clausura questo è il massimo della condanna. “Aridità spirituale” significa che si prega e si mastica sabbia. Lei prega e non sente niente. Capita anche a voi, ma immaginate quando succede, a lungo, per anni – anche Madre Teresa di Calcutta ha vissuto quest’esperienza – avvertendo il buio. Immaginatelo per una monaca di clausura, che sta lì per la preghiera, e allora, quando qualcuno le dice: Ma com’è che il tuo Signore ti tratta così, proprio te che hai fatto una scelta così radicale? Lei risponde che le sta insegnando quanto è amara la mensa dei peccatori, cioè quanto il peccato non paghi, quanto sia una promessa mai mantenuta, quanto, essere in una dimensione di peccato faccia male a chi lo commette, no? Perché il peccato ci fa male, ci fa soffrire, ci rende insoddisfatti, ci rimanda un’immagine di noi frantumata, ci appare, ma non è così, una sorta di rottura di relazione con Dio.

Ecco, bisogna imparare alla Scuola del peccato cioè imparare dalle debolezze. Impara dalle tue cadute, impara dai tuoi errori! È proprio dei saggi, imparare dai propri fallimenti. Lo stupido ripete continuamente gli errori e non impara mai. Invece il saggio impara dagli errori. “Sbagliando, si impara” dice il proverbio, applicato anche qui alla vita morale.

Anche Pietro ha sbagliato. Gesù si è sentito ulteriormente tradito, come Uomo, come Maestro. Lui, che aveva riposto in questi Dodici tanta fiducia, adesso vede che anche il Papa lo abbandona, anche lui se la dà a gambe; anche il Papa davanti a una donna che gli chiede, che gli fa qualche domanda, qualche insinuazione, e lui, temendo per la sua pellaccia, dice: No, non Lo conosco. Ma, nonostante la delusione, Gesù è ancora misericordioso. Guarda Pietro, e gli dice: Tu non mi conosci, io ti conosco. Tu non vuoi morire con me – perché è questo che teme Pietro – io vado a morire per te. Tu non vuoi condividere con me, io condivido con te la grazia che sono.

Ecco, avviciniamoci così, carissimi giovani, alla Settimana santa, imparando dai nostri peccati, sentendo che questi personaggi, che si alternano sulla scena – perché è una scena, quella della Passione – dei racconti della Passione, parlano di noi, delle nostre debolezze e delle nostre manie di grandezza, che sono stupide, come tirar fuori una spada e tagliare un orecchio. Vedete, c’è anche, se volete, un senso di ironia.

Che cosa fanno i discepoli quando arriva Giuda con i soldati, i capi dei sacerdoti: «E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro». Vedete, non sappiamo fare di più! Ed è straordinario, come anche in questi momenti drammatici, Gesù resti se stesso e compia prodigi per il bene: eccoti il tuo orecchio, rimesso a posto! (adesso sto facendo il gesto dell’avvitare, per dire: a qualcuno adesso, glielo riavvitiamo, può tornare a casa con tutte e due le orecchie e stai tranquillo, io vado per la mia strada, che è una strada di dolore. Ecco, noi, al massimo, sappiamo fare di queste bravate, che non solo non dicono nulla, non risolvono nulla, ma parlano della nostra piccolezza, e del modo banale con cui difendiamo la nostra fede.

Ci fermiamo un attimo. Guardate un po’ in alto questo crocifisso ritrovato che, come vi ho detto, viene dalle macerie della II Guerra Mondiale, e che, forse, senza bombe, non avremmo mai potuto gustare.

Dio fa sempre così: riesce a trarre il bene anche dal male.

Al piano: Nada te turbe (S. Teresa de Jesùs)

Su queste note di “Nada te turbe”, nulla ti turbi, nulla ti spaventi, vorrei che insieme dicessimo grazie per il dono del Papa Francesco, perché non lo meritiamo. Dire non lo meritiamo significa sottolineare che i doni di Dio sono più grandi delle nostre attese, più grandi di quello che si pensava, si progettava, si profilava. E quindi dire grazie stasera significa: Noi, come Chiesa, e io, come singolo, non meritiamo un dono così grande, strumento e icona della immediatezza di Dio con noi.

Ma credo che anche i giovani di Ischia debbano dire grazie. Ho detto a don Mariano: Spero che sia l’ultima volta che veniate alla preghiera, che non è un modo da parte del vescovo di Teano di mettervi alla porta, no – lo capite bene – ma è l’augurio che faccio alla vostra Chiesa di non aver bisogno di fare tutti questi chilometri e queste miglia per mare per un incontro di preghiera per i giovani. E quindi, dicendolo a don Mariano, formulavo un augurio, ma di quest’augurio sono certo, ecco, non è un ottativo, cioè vorrei che …, è una certezza. Voi dunque dovete dire grazie per il vescovo Pietro, che è venuto di qui,  Vitulazio – almeno l’indicazione l’avete trovata uscendo dall’autostrada a Capua – è vicinissima alla nostra diocesi, è la prima parrocchia della diocesi di Capua che si incontra. Io, che allora non sapevo nulla, l’ultima volta che ci siamo visti, ho detto: Vi auguro un bel vescovo! E questo si è realizzato. E anche voi, e non solo voi, che siete qui, ma anche tutti i vostri fratelli e sorelle, compagni dell’Isola di Ischia, dovete essere contenti di avere don Pietro come vescovo. Allora noi diciamo grazie per il Papa che non meritiamo, e loro dicono grazie per il vescovo Pietro. Eh, magari volevamo un vecchietto, curvo, che facesse quello che diciamo noi … (ma questa è una cosa dei preti, non dei laici) e invece ci arriva un cinquantaduenne, che magari potrà rivoluzionare la nostra diocesi.

È bello, è bello aprirsi a questa meraviglia, perché a Dio tu chiedi dieci euro e te ne dà centomila, a differenza di come normalmente succede con gli amici: tu chiedi dieci e ti danno cinque, o con i figli, tu chiedi cinquanta e te ne danno due,  se va bene, no? Con Dio le cose sono stravolte, noi chiediamo quello che ci sembra essere bene, ma Lui è sempre magnifico, è sempre eccedente nei suoi doni.

Il titolo della preghiera di stasera è: “Il Sangue di Dio sulla terra degli uomini”. E magari di questa preghiera, in sintesi, potrebbe restarvi solo il titolo, che non è un titolo sanguinolento o proprio di un film particolarmente violento, ma è la sintesi della Pasqua. Pasqua è il Sangue di Dio, ovviamente il Sangue di Gesù, il Figlio, che scorre sulla terra degli uomini. E questo sangue c’è ancora, ancora circola, nei vulcani, in questa primavera che sta esplodendo, nella linfa degli alberi, nelle cascate delle Alpi, cioè questo sangue ha santificato la terra, la terra degli uomini, l’ha consacrata.

Questo è il pensiero che deve accompagnarci durante la Settimana santa: Sì, ci sono tanti problemi, ho commesso tanti peccati, ma questo sangue mi lava, mi rende nuovo, rende nuova la Chiesa. Questo sangue ancora circola nelle vene della Storia, nelle vene della Terra, e questa terra degli uomini diventa bellissima, come un po’ la canta Jovanotti.  Ascoltiamo.

 

TERRA DEGLI UOMINI di Jovanotti

 

Comincio con una battuta: credo che la fortuna di Jovanotti sia nella sua “s” sibilante. È in questo difetto di pronuncia, che gli dona così tanto e lo fa risultare simpatico.

C’è una forza, sia pure apparentemente in una banalità di questo testo, che innanzitutto canta il tema, cioè la Terra degli uomini. C’è un baratro sotto i miei piedi e sopra la testa ho gli angeli, ma intanto sto nel mezzo, nella terra degli uomini. Noi parliamo tanto della Terra, lo facciamo continuamente. Il discorso ecologico diventa sempre più forte nella nostra sensibilità, per fortuna anche ecclesiale, ma difficilmente diciamo  che la Terra degli uomini è l’orizzonte dell’umanità.  La Terra è qui dove cammino, dove state crescendo, dove v’innamorate, dove suona la chitarra e ci sono gli accordi armonici, e dove accadono delle cose semplici, ma belle. Questa visione positiva della Terra degli uomini è in contrasto con quelli che dicono: non c’è più niente da fare, va tutto a scatafascio, “e a volte i forzuti si accasciano, dimenticano ogni lezione, lo sai cosa intendo se dico che a tutto c’è una soluzione”. Ma no – dicono –  non c’è nessuna soluzione, il governo non si farà, e andiamo di male in peggio e torneremo alle elezioni e qui non si capisce più niente … Sono piuttosto questi i discorsi che sentiamo e che forse facciamo anche noi.

Non sono discorsi pasquali. Non affondano nelle radici della nostra fede, che invece ci porta ad amare la Terra degli uomini, dove è scorso il Sangue di Gesù, e non a caso non è andato perduto, dove si forma la lacrima, quella di Pietro. E si forma la lacrima, e governa la tecnica (questa volta assunta in senso positivo), suona la musica, cioè è un inno che ama la Terra, dal momento che vi è stata piantata la Croce di Cristo, come un piolo, un asse, una bandiera, che dice vittoria per la Terra, per l’ umanità, anche angosciata, affannata, in crisi economica, tra mille problemi. Questa Terra è una Terra amata.

“E l’amore si fa!!!” Magari è quello che i giovani ricorderanno di più di questo testo, ma mi piace leggere l’espressione non solo nella dimensione, cui ovviamente si riferisce immediatamente, ma dove l’amore si rende concreto. E la Croce è un luogo dove l’amore si fa. Gesù è venuto a insegnarci questo, a superare i nostri egoismi, il suo non è un amore che nasce e muore nella stessa giornata o in quindici giorni quando va bene, ma un amore solido. L’amore si fa!

E poi vedete che c’è un crescendo anche nel testo del cantautore, “dove suona la musica, / l’amicizia si genera, / dove tutto è possibile, / dove un sogno si popola”, cioè adesso andiamo in positivo fino alla conclusione: “Qualche volta ti libera, / e ti senti una favola, / e ti sembra che tutta la vita non è solamente retorica, / ma sostanza purissima, / che ti nutre le cellule, / e ti fa venir voglia di vivere fino all’ultimo attimo”.

Questo si chiama Pasqua. Si chiama Risurrezione. Si chiama vita appieno, perché dopo Pasqua, non intendo lunedì in Albis, ma dopo la Pasqua, avvenuta duemila anni fa, noi una vita banale non ce la possiamo permettere più. Allora, se c’è un peccato grave, direi ai confessori, siamo di fronte a una vita banale. E voi giovani correte questo rischio, cioè di vivere, di vivacchiare, di tirare a campare, facendo poche cose, mentre c’è “un futuro che si srotola” – bello questo verso – il futuro si srotola, cioè si dipana, viene avanti, si manifesta, e tu non puoi stare lì, piagnucoloso, ripetendo: tutti ce l’hanno con me. No, devi vivere appieno, e sentirti una favola, e avvertire che tutta la vita non è solamente retorica, anche quello che sta facendo il vescovo in questo momento non è retorica, ma “sostanza purissima, / che ti nutre le cellule, / e ti fa venir voglia di vivere fino all’ultimo attimo”, cioè non devi sciupare niente di questa vita redenta, della Terra degli uomini, che è anche Terra di Dio, perché qui Gesù è venuto a soffrire per te, e a dire a Pietro: Hai sbagliato, bravo! Tu non vuoi venire a morire con me. Io vado a morire per te.

Riascoltiamo un’ultima volta e poi concludiamo.

Terra degli uomini

Ci mettiamo in piedi.

Grazie a Gesù, che ci guarda e scioglie il grumo, che rischia di soffocarci, e lo scioglie in lacrime.

Grazie per questo sguardo che apre il futuro. Grazie per questo sguardo che dice: non fa niente, ti voglio bene lo stesso. Grazie per lo sguardo di Gesù che mi racconta che posso essere diverso, e, nonostante quello che sono stato, posso essere un grande, e vivere da favola, come cantava Jovanotti.

Grazie per questa Terra degli uomini. Ti chiediamo che sia sempre più degli uomini e Tua, e sarà Tua nella misura in cui sarà degli uomini e sarà degli uomini, se Tu vi regni in una maniera ancora più forte.

Ci teniamo per mano e diciamo insieme:

Padre Nostro …

Benedizione del Vescovo

Canto: Chi mi seguirà

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Il testo, tratto dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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