Sentirsi scelti

Aversa, 21 marzo 2013

“Sentirsi scelti”

Intervento di S. E. Mons. Arturo Aiello

Seminario di Aversa

Buona primavera! La sentono tutti la primavera, ma i giovani in modo speciale. Non è un caso che la Pasqua coincida con la primavera, perché c’è una vita che risorge, anche da un punto di vista semplicemente naturale, una vita che si rimette in moto.

Vorrei che guardaste un attimo con me lo specchietto riassuntivo dei nostri quattro incontri, in modo da fare una sorta di riassunto delle puntate precedenti. Abbiamo cercato di indicare – poiché il tema era la fede – alcune definizioni non teoriche o di contenuto, ma che fossero un po’ evocative. E quindi il nostro primo incontro è stato: la fede è uno sguardo; il secondo (prima di Natale): la fede è attendere,  attendere Dio, perché l’amore atteso è più importante dell’amore stesso; e l’ultima volta che ci siamo incontrati:  la fede è dire Abbà, perché quella sera si chiudeva il portone di Castelgandolfo. Ricordate? Abbiamo vissuto insieme il disagio di essere orfani e quindi, nell’assenza del Papa, poi scoperto e riscoperto nel volto del Papa Francesco, abbiamo scoperto la paternità. Gesù è venuto a parlarci di questa paternità, vi dissi in maniera riassuntiva,  cioè il vangelo è il messaggio di Gesù su Dio Padre,  su Dio cui ci si può rivolgere con il semplice, affettuoso, immediato termine di Abbà.

Questa sera la fede è: sentirsi scelti.

Disponiamoci ad ascoltare la Parola che ci guida e che ci introduce anche nel mistero della Pasqua, che ci accingiamo a celebrare. Ci sediamo.

Dal vangelo secondo Luca (24, 13-35)

I giovani non amano i testi lunghi, ma questo vale la pena di ascoltarlo e riascoltarlo. Potremmo riassumerlo con l’ultimo versetto, l’ultima strofa del Salmo 125, che dice così – non vi chiedo di ricordarlo a memoria il Salmo 125 -: “Nell’andare, se ne va e piange, / portando la semente da gettare, / ma nel tornare, viene con giubilo, / portando i suoi covoni”. Ovviamente il Salmista, quando ha composto questa preghiera, quest’Inno, che è pervaso di gioia, ma è il ricordo di un disagio, non aveva minimamente in mente che sarebbe diventato la struttura di questa pagina di vangelo, in assoluto la più evidente, la più bella che ci racconti la Pasqua.

La Pasqua è fatta di due movimenti: un andare e un tornare. Guardiamo un attimo questi due movimenti. Innanzitutto un andare. Ed è un andare sconsolato, da falliti, di persone che hanno sognato qualcosa di bello e però l’hanno visto frantumarsi tra le dita. Sarà capitato anche a voi, immagino, pur nella vostra giovane età; dei fallimenti li avrete avuti anche voi a carico, o anche semplicemente avete subito un palo, come si diceva una volta, sul piano affettivo.

Cosa significa “nell’andare, se ne va e piange”? Pensate ai due protagonisti nella sera di Pasqua, la sera di quello stesso giorno, quindi immaginate una scena vespertina. Cosa stanno facendo? Stanno scappando, come molti di voi, molti di noi, stanno scappando, ma da che cosa? Da una realtà che ci aspettavamo venisse in una certa maniera ed è venuta in un’altra, cioè in un modo diametralmente opposto rispetto alle attese. Quali erano le attese dei due? Il trionfo di Gesù di Nazareth; Gesù prende il potere a Gerusalemme; i sacerdoti si convertono e diventano suoi discepoli; si instaura il regno di Israele secondo la visione meravigliosa del regno davidico. E invece non è andata così: è stato tutto un fallimento.

Gesù si mette in cammino con loro, ed è interessante che entri in punta di piedi nelle nostre vite, occupandosi di noi. Voi vi aspettate da noi, i vostri preti e i vostri vescovi, che ci interessiamo alle vostre vicende. Vorreste che qualcuno vi pensasse, che vi prendesse a cuore, che potesse raccogliere le vostre lacrime. È andata male! – questo raccontano i due. Perché siete così tristi? Perché siete così mogi? Dove state andando? In vacanza? A Pasquetta? (non era ancora nata la Pasquetta). No, non è una Pasquetta! Stiamo scappando da una terribile esplosione, che ha fatto a pezzi i nostri sogni. Può darsi che qui ci sia qualcuno che viva tale condizione sul piano scolastico, affettivo, familiare: i miei genitori si sono divisi, il mio migliore amico mi ha preso la ragazza … e storie di questo tipo, cioè persone reduci da un grande fallimento. Vedete, si tratta di una indicazione molto importante, perché ci dice la Pasqua, ce la racconta attraverso un tornare indietro da parte dei due che avevano preso un’altra direzione. La direzione era: allontaniamoci da quello che abbiamo vissuto, dimentichiamo, compriamo un biglietto d’aereo e  trasferiamoci in un altro emisfero, in modo tale da non vedere più i volti, le strade, chiunque possa ricordarci che siamo stati discepoli di Gesù. Sì, è stato bello, ma noi speravamo in altro. Dicono questo quando Gesù chiede loro: Ma che è successo? Non ti vedo bene stasera – potrei anche dirlo a qualcuno di noi, a qualcuno di voi. Cosa fa allora Gesù? Cosa fa il Risorto? Ascolta, ascolta innanzitutto, e ti accoglie. Non ti dice immediatamente: Ah, hai sbagliato! Questo è un metodo del tutto negativo, che vi fa detestare gli adulti. Gesù ascolta. E se ci fate caso, i due protagonisti hanno tutti i termini della fede, anche della fede pasquale, ma non hanno tirato le somme. Sapete che questa è la condizione di tanta parte di Chiesa? Noi, infatti,  sappiamo tante cose, ma non riusciamo a metterle in fila, a disporle in una maniera consequenziale. In fondo, dicono delle cose vere. “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole,  davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele, ma sono passati tre giorni  e non è successo niente”. Questa comunità – perché due formano una comunità – sa tutto, ma le manca la sintesi, che metta in ordine tutto quello che già sa. Questa è l’opera dell’educatore.

Gesù è un educatore, anche Gesù pasquale, che si fa raccontare le cose che già sai. Qui ci sono anche degli insegnanti. Il loro compito – lo diceva già Socrate –  è quello di tirar fuori non quelle poche cose (questa a volte è un’opera diciamo impervia), ma qualcosa che l’allievo già sa. In realtà, tutta l’opera educativa è così: tu sai tutto, dentro di te hai delle forze, hai delle luci, delle aspettative, ma hai bisogno di un altro che dall’esterno ti rimandi l’immagine di te, vera, perché tu la vedi capovolta,  ti occorre un altro che te la rimetta in piedi. Questo fa Gesù con i due. Allora, se vengo da un fallimento e porto questo fallimento a Gesù, anziché gettare i cocci nel primo bidone dell’immondizia che trovo, può darsi che il fallimento si trasformi in un evento di bene. Attenti a buttare i cocci! Voi siete bravissimi, appena finisce una storia: queste sono le tue foto, i tuoi regali, togliamo i poster, tutti i riferimenti ; poi, seconda storia: di nuovo stesse operazioni; poi cambiamo scena … insomma, fate questo continuamente. Probabilmente già in alcuni cocci che avete buttato via c’era una verità che vi è sfuggita. Allora attenzione a cambiare pettinatura, look, gruppo d’amici, bar, cose che ragazzi e ragazze fanno quando è finita la storia, per trovare un’altra collocazione. Forse in quella storia c’era una verità, forse in quei cocci c’era un futuro che non sei riuscito a vedere. Allora attenti a buttar via i cocci della vostra vita.

Gesù è un grande restauratore, continuamente ci rimette insieme. Noi ci meravigliamo, io stesso, per quanto riguarda la mia vita, mi meraviglio di come Lui possa dare un valore a cose che io gli consegno dicendo: questo è tutto da buttare, tutto sbagliato, mentre Lui mi rimanda la stessa vita, lo stesso evento, lo stesso incontro, le stesse parole, lo stesso fallimento, riorganizzandolo in una maniera tale che dico: Bello, ma guarda che lo hai fatto tu! Ecco, questa è l’opera  che Gesù fa quando prende la parola, come un catecheta, come uno che accompagna un catecumeno verso il Battesimo. Attenti che i due hanno anche i temi della risurrezione: “Alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli …” hanno tutto, ma non sanno niente. Allora Gesù si mette con pazienza a rimbastire i pezzi volanti.

Oggi più che mai la nostra cultura è una cultura a pezzi, perché il vostro testo di riferimento è quello che scaricate da Internet all’ultimo momento, cioè è una cultura molto superficiale, fatta solo di tanti pezzi. Così è anche la nostra vita. Gesù, però, di questi pezzi fa una storia. “Ed egli disse loro – qui si ha una svolta nel racconto – Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava …”, cioè questo che mi state raccontando come una disgrazia, forse non era necessario? Non ne aveva parlato? Non aveva detto “Croce” per tre volte, andando verso Gerusalemme? Non vi aveva preparati al fallimento? Non vi aveva detto: Adesso saliamo a Gerusalemme … E quindi i due cominciano a sentire un’altra storia, in realtà, è la stessa che essi conoscono, senza conoscerla.

In questo brano – ed è quello che stasera mi interessa comunicarvi – succede che i due, prima di tornare indietro, prima di correre nella notte, senza dormire, lasciando il letto intatto, come i libri che non si aprono mai, perché devono correre, avvertono un’urgenza, prima di tutto questo sperimentano che uno ha posto attenzione alla loro  vita, li ha ascoltati, e in qualche maniera li ha scelti, al punto che, quando Gesù fa finta di andare oltre (è stato un incontro casuale anche il nostro, ma niente è casuale nella fede), essi hanno sperimentato la bellezza del suo parlare: “Nessuno parla come quest’uomo” – abbiamo ascoltato dal vangelo un po’ di giorni fa – “perché non l’avete preso?” dicono i capi alle guardie,  perché nessuno parla come parla quest’uomo.      Gesù aveva un modo di affabulazione, si dice in termine tecnico, cioè un modo di raccontare, di avvincere, di entrare nel cuore, nel vivo delle persone, anche delle più dure, delle più lontane, che destava l’attenzione. Non ci si distraeva quando parlava Gesù, e quindi i due si sono un po’ rappacificati, come se non pensassero più al fallimento da cui sono reduci.

Intanto si sta facendo sera – immaginate questa scena bellissima, dolcissima, una delle più belle del vangelo – il sole comincia a tramontare dietro le colline di Emmaus, i fumaioli delle case hanno già il loro pennacchio di fumo, perché le persone stanno preparando la cena, c’è una piccola locanda, e a sera noi vorremmo un amico. La sera non deve sorprenderci da soli, e a questo punto, avendone trovato uno d’eccezione, che non parla a vanvera, che quando parla – si dice a Napoli – ti pitta, cioè ti fa il quadro,  pronunciano quella preghiera, che è una delle più belle del vangelo: “Resta con noi perché si fa sera”. Mane nobiscum, Domine, quia advesperascit, lo dico per quelli fra voi che frequentano il liceo Classico. Resta con noi perché sta calando la sera.

Virgilio – lo dico sempre per quelli del liceo Classico – nella prima ecloga, in cui è protagonista un certo pastore che si chiama Melibeo, (nessuno di voi lo ha mai incontrato) dialoga con lui, che poi è un poeta, perché gli racconta del suo stato di grazia (“quello che noi viviamo ce lo ha donato un dio” dice ad un certo punto, e badate che Virgilio era un pagano!), e alla fine conclude con questa descrizione meravigliosa, che mi è rimasta impressa da quando frequentavo, forse, il primo liceo: Maioresque cadunt altis de montibus umbrae, le ombre cadono dai monti più grandi, più forti. È il buio che cade, Maioresque cadunt altis de montibus umbrae, cioè è come se il buio la sera ti cadesse addosso. È sperimentato il fatto che la sera si avverte dietro le spalle, come un nemico. È importante il “cadunt”, cioè le ombre cadono. Dice un canto: le ombre si distendono … è il canto Gen, che rievoca questo brano di vangelo: Resta con noi perché si fa sera.

Allora vi propongo un piccolo esercizio. Pensate a un momento di fallimento recente, vissuto, fate mente locale: quella storia, quell’evento, che vorreste rimuovere, resettare, non ci pensate più, adesso li mettete tutti nelle mani di Gesù, perché Lui ne dia una lettura. È come se diceste a Gesù psicoterapeuta, a Gesù maestro, a Gesù amico: Ma leggimi un po’ questa storia, perché non ci ho capito niente e mi sono fatto male non poco. Quindi prendete un momento di fallimento, recuperate i cocci e dateli a Gesù. In fondo facciamo così ogniqualvolta ci confessiamo, sperando che qualche volta celebriate il sacramento della Riconciliazione. In quel caso prendiamo i cocci e li diamo al prete, ma intendiamo darli a Gesù attraverso il ministero della Chiesa. Facciamo dunque memoria di un fallimento,  prendiamo una  storia: non la capisco, non la voglio, vorrei dimenticarla, adesso il vescovo, parlando, me l’ha ricordata, mi sta venendo un bruciore di stomaco, mi sento male, sto sudando … E invece lasciamola guardare a Gesù, e diciamogli: Gesù, me la leggi tu questa storia? Me lo leggi tu questo fallimento? Me lo leggi tu questo lutto? Perché, come ai due, tu possa dirmi che tutto questo può essere necessario per la mia crescita, per il mio diventare uomo, donna, credente. Era necessario – sto in vena di latino stasera – oportebat, era necessario.

Un ultimo punto, vi do soltanto qualche minuto, poi magari con più calma fate l’esercizio da soli, quando avete un momento più disteso di preghiera: mi sento guardato. Gesù ha tempo per me, e perché? Non ha altre cose a cui pensare? Altre persone a cui pensare? Se voi siete venuti qui stasera, è un caso? Voi e non altri. Avreste potuto fare mille altre cose più interessanti, più avvincenti, invece siamo qui nella cappella del Seminario di Aversa. A voi sembra che state facendo un piacere a qualcuno, in realtà state ricevendo un dono, un grande dono, cioè Gesù ha tempo per me, Gesù mi guarda, mi lascia parlare, mi ascolta, e tutto questo significa che non sono indifferente per Lui. Sono un amico? Un’amica? Un compagno? Per i due Gesù è uno straniero, uno che hanno incontrato per strada, e col quale hanno fatto quattro chiacchiere, ma poi nasce molto di più. Accade che il Maestro, che mi ha detto la vita, che mi ha ridato la fede che pensavo di aver perso, ma a cui mancava solo il collegamento, mi dice: Tu sei mio discepolo, o, se vi fa meno male, tu puoi essere mio discepolo. Ti scelgo, lo vuoi?

È possibile cominciare in questa Pasqua un’ amicizia con Gesù di questo tipo, dove, anziché parlare di sciocchezze, ci raccontiamo le cose vere, e lui ce le rimonta, facendocele vedere in una luce che da soli non avremmo mai scoperto.

Provate a fare almeno qualcuno di questi passaggi e poi diamo la parola a Zucchero.

Canto

Hai scelto me
Oh no
Quando capita.
Ho scelto te
non lo so
quando capita

so che mi sento diverso
quasi disperso
hai scelto me
e adesso che… e …

ho scelto te
amore mio
se ti capita fa
che sia tutto diverso…

Fa che sia tutto diverso
c’è un uomo perso
sul treno che
precipita…
che un cielo terso
accendi il blu
se tu…

Hai scelto me
passa di qui
se ti capita

Il testo, un po’ datato, quanto mai bello, non è immediatamente fruibile. Ha bisogno di qualche spiegazione, sembra addirittura banale a un primo ascolto o a una prima lettura. È il racconto di un incontro.

Hai scelto me: C’è un ragazzo che si sente scelto dalla ragazza più bella della serata, dalla principessa di turno, benché lui si deprezzi e ritenga d’essere un poco di buono. – Nessuno mi guarda, nessuno mi pensa, nonostante tutti gli accorgimenti, i piercing e quant’altro, per attirare l’attenzione. Neanche uno swarovsky all’orecchio o sul naso ha ottenuto l’effetto desiderato! Eppure, Hai scelto me. Inoltre c’è una sorta di difficoltà a mettersi in gioco: oh no, non è possibile, non è possibile che hai scelto proprio me, magari hai preso una svista, non ho capito bene.

Quando capita, ma capita a volte? Sì, capita. È capitato ai due di Emmaus. Non so quando capita, ma so che mi sento diverso. Quando scocca la scintilla, nella canzone è l’innamoramento, ma poi nella vita è qualcosa di più, è l’amore, allora mi sento strano, mi sento diverso, quasi disperso. Adesso che è successa questa cosa, adesso che qualcuno mi ha notato, e mi ha detto: tu!

Dice la poesia di un poeta spagnolo: “Io entro in un altro mondo”. È lo stesso, eh, ma in un’altra atmosfera, quando tutto sembra diverso.  Hai scelto me, ma adesso che mi hai scelto – e questo è il punto più importante – che succede nella mia vita? Qual è la conseguenza di tale scelta? È un’esperienza che avete fatto tante volte, magari con superficialità, ma alla quale vorrei che ripensaste, per capire ciò che il testo ci dice, per illuminare, se volete – anche se potrebbe essere blasfemo quello che sto dicendo – la storia dei due di Emmaus. Hai scelto me. Vedete, ci sono tanti puntini sospensivi in questo testo. Ho scelto te, io ci metterei un punto interrogativo: ho scelto te? Cioè tu mi hai scelto, ma io ti ho scelto? Tu mi hai chiamato, ma io ho risposto? Tu vuoi implicarti con me, ma io voglio implicarmi nella tua storia? Che tu sia un uomo o sia Gesù di Nazaret. Se ti capita, fa’ che sia tutto diverso, cioè per un attimo sperimenta questa nuova comprensione del mondo, secondo cui anche la pioggia è bella. Pensate alla sofferenza che abbiamo sopportato per giorni e giorni di pioggia: io ero a rischio depressione, non so voi, pioggia, pioggia, ma la primavera quando viene? Eppure, quando si è innamorati, è bella pure la pioggia, è bello anche il freddo, anche un incidente, tutto assume un valore ma, quando non c’è l’amore, anche una vincita a un superenalotto ( ho vinto centomila euro!) non ha senso – magari non siete d’accordo, capisco – eppure sto cercando di dirvi che l’amore dà una comprensione della vita totalmente diversa con gli stessi elementi. Questo è importante, non è che cambia la vita, sono io che mi sento diverso, quasi disperso, e vedo tutto bello: ah, anche Aversa, anche Teano … tutto bello! Perché? Perché lo guardo con occhi da innamorato.

La scena più bella è questa, attenti: “Fa’ che sia tutto diverso, c’è un uomo perso sul treno che precipita …”. Che significa? Significa che nella II Guerra Mondiale un modo per uccidere un numero esorbitante di persone era metterli su un treno e lanciarlo all’impazzata, sapendo che un ponte sarebbe crollato o era già crollato, e quindi il treno, con dieci vagoni, quindici vagoni, a tutta velocità, sarebbe precipitato nel vuoto. Sapete che questo è anche il pericolo che viviamo noi? Se voi salite su un treno – ne sono sicuro – pensate: è comodo? È di prima classe? È superaccessoriato? Arriva anche l’hostess a portarmi il bicchiere di Coca cola? E invece un giovane dovrebbe chiedersi: Ma dove va questo treno? No, questo non interessa a nessuno. Dove va? Qual è la finalità di questo treno? Invece di: è comodo? Uh, guarda, che meraviglioso spettacolo! A un certo punto comincia un sottofondo, perché c’è anche la filodiffusione, una canzone, la mia canzone preferita, e poi mi portano un vassoio … guarda, vediamo che c’è, come su un aereo. Ma nessuno si preoccupa di dove il treno vada.

Vi sto descrivendo la vostra vita, cioè per voi è più importante come vestire che il vostro corpo. Ne volete una prova? Quando correte sui motorini o su una moto di grossa cilindrata, non avete minimamente il senso del valore della vita, e vi schiantate contro un albero. È successo nella mia diocesi l’altro giorno: due giovani ubriachi sono andati a sbattere senza neanche un colpo di freno! Segno che a voi della vita non interessa nulla. A voi interessa: ma questo corpo com’è firmato, com’è griffato? È come dire: il treno è bello? C’è la filodiffusione? È possibile anche ascoltarla in cuffia? E poi c’è un piccolo video dove proiettano dei film? Questo treno è il massimo che ci sia, voglio vivere su questo treno! Intanto il treno va all’impazzata, e nessuno sa che non c’è il conducente. Il treno dunque non ha una destinazione, e nella motrice non c’è conducente. Lo sapete? Molti di voi vivono così. Abbiamo fatto queste premesse, che non c’erano sul testo, per comprendere la scena del treno che va all’impazzata nella notte. Nessuno si rende conto che tra cinque minuti precisi il treno precipiterà: arriva sul ponte, il ponte non c’è più, strapiombo di cento metri, tutti morti.

Questo sono io, sei tu, senza questo “tu” che mi dice: come stai? Come ti senti stasera? Che ti è successo? Perché sei triste?

Immaginate che io sia questo viaggiatore, molti romanzi del ‘900 sono ambientati su un treno e anche nei film c’è un viaggiatore che si è perso, a partire dall’Orient Express. A furia di guardare tante cose inutili, non ho chiesto: Ma io ho il biglietto? E questo biglietto reca una destinazione? E il treno ha un conducente? Nessuno di voi va mai a controllare, salendo su un treno, se ci sia un conducente, potrebbe non esserci. C’è qualcuno che, davanti a un pericolo, frena. Io sono un viaggiatore che ha perso la memoria, non so più chi sono: Alzheimer (se avete qualche nonno con questa patologia, sapete cosa significhi), quindi sono su un treno che viaggia all’impazzata, non so chi sono, e il treno sta per arrivare sul ponte tra tre secondi: uno, due, tre, … Boom! Comincia a precipitare, e ci sono io in questo treno che precipito nel vuoto, nel nulla, a meno che qualcuno non mi dica: TU.

Allora, guardate la scena che vi descrivo: io, senza memoria (tu, senza memoria) sto su questo treno destinato alla morte, e sto precipitando. Qualcuno mi dice: Tu, ed ecco che il treno comincia a sollevarsi, contro ogni legge di gravità, si rimette sui binari, l’ultimo vagone diventa motrice, comincia a camminare in senso inverso e io ricordo chi sono, come mi chiamo: Arturo Aiello.

Che è successo? È successo un miracolo, che non è il miracolo del treno che è risalito, è il miracolo di un incontro, di una persona che mi ha detto “Tu”, e mi ha ridato la memoria, mi ha ridato senso, la direzione della vita. Quindi risalgo da un baratro – noi speravamo che fosse lui a liberare Israele – e mi rimetto su un binario, adesso di vita, e non più di morte, lasciandomi la morte alle spalle e guardando la vita verso cui sono orientato.

Ecco, questo è espresso in una maniera bellissima nel verso: fa’ che sia tutto diverso, c’è un uomo perso su un treno che precipita … E adesso che riascoltiamo – andiamo verso la conclusione – c’è una voce di donna che interviene con dei gorgheggi: è lei, cioè la donna che lo ha scelto e che lo richiama dal  baratro.

Molti di voi, per guarire, hanno bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro: un uomo, una donna, un prete, Gesù.

Riascoltiamo di nuovo.

Hai scelto me

Se avete seguito quello che ho detto, potrete gustare cosa significhi Tu che accendi il blu, mentre prima era tutto nero, tutto sbagliato, tutto perso. È stato tutto un sogno, una chimera, ma adesso tu, risorto, accendi il blu, e la vita torna a risplendere.

Forse vi sarete chiesti perché il testo termina in una maniera apparentemente banale: Hai scelto me, passa di qui, se ti capita. È quel modo che abbiamo di dire: ma sì, ma passa, però non vogliamo apparire troppo interessati, se ti capita … Speriamo che passi, speriamo che mi telefoni. Ti chiamo? No, vedi tu: questo è il senso.

Passa di qui e resta con noi, resta con noi perché si fa sera.

Dicono i discepoli: Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre egli ci parlava, spiegandoci le Scritture?

Non so se voi fate questa esperienza, spero di sì, nelle vostre parrocchie, nei gruppi cui appartenete, dove, quando ci incontriamo per pregare, anche quando siamo più distratti o meno motivati, alla fine usciamo con il cuore che ci arde. Non ci ardeva forse il cuore nel petto? Perché Gesù mi ha rimesso in piedi, mi ha ridato una finalità, e tutto questo perché mi ha scelto.

E allora di questa sera dovete ricordare che la fede è: essere scelti, è la gioia d’essere stati scelti. Non voi avete scelto me, dice Gesù, ma io ho scelto voi, perché andiate e portate frutto e il vostro frutto sia duraturo e rimanga.

Come vedete, la fede è più quello che fa Lui di quello che possiamo fare noi. Noi possiamo solo corrispondere.

Hai scelto me, amore mio? Ho scelto te, e se ti capita passa di qui, e se ti capita rifacciamo questa cosa, ricreiamo quest’atmosfera, e se passi di qui, fermati, resta con noi.

Ecco, questa è la Pasqua, verso la quale andiamo con la gioia di una primavera spirituale. Ricomincia tutto daccapo, ex novo, in una maniera prodigiosa, come i nostri alberi fioriti che scoppiano, le cui gemme stanno per scoppiare.

Sono così, alle porte di questa Pasqua? O sono sonnacchioso, demotivato? No, non devi esserlo, perché sei stato scelto.

Attenti che questo vale per tutti, eh, qualsiasi sia la vostra vocazione: tutti siamo stati scelti. Non staremmo qui, non potremmo dire “Abbà” (cfr. penultimo incontro), “Padre”, se non fossimo stati scelti, se non ci fosse lo Spirito a suggerirci queste parole, non potremmo aspettare, non potremmo attendere, se Lui non ci mettesse dentro l’ansia di futuro, non potremmo guardare il mondo – perché la fede è uno sguardo – se Lui non ci avesse guardato per primo.

Ecco, vi auguro, cari giovani, di amarla la fede. La fede che è un andare piangendo e un tornare pieni di gioia, perché Lui ci ha spiegato tutto, ed è scomparso proprio quando stavamo per afferrarlo. Ci rimanda in parrocchia, a Gerusalemme, nelle nostre famiglie, laddove siamo chiamati a dire: Abbiamo incontrato il Signore, quel Signore, che mi ha scelto e mi ha tirato su da un treno che stava precipitando. La mia vita era un fallimento – lo dice la Maddalena, ma lo diciamo in tanti, direi tutti –  ma Lui ne ha fatto un capolavoro. Credetemi, parlo di me.

Spero che accada altrettanto anche nelle vostre vite.

Ci mettiamo in piedi.

Ci teniamo per mano e diciamo: Padre Nostro

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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