Anima nuda

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Teano, 30 aprile 2013

 

In punta di piedi in Episcopio

Riflessioni di S. E. Mons. Arturo Aiello

 ANIMA NUDA

 ***

W. A. Mozart: Overture “La finta giardiniera”

Pianoforte a 4 mani

 

Il nostro percorso stasera ha come titolo – e l’ immagine può anche aiutarci – “Anima nuda”.

Non lo troverete in nessuno dei versi che ho scelto di Renzo Barsacchi, ma mi è parso un titolo che potesse esprimere bene questo percorso. Abbiamo già vissuto insieme una serata qualche anno fa su alcune poesie di Renzo Barsacchi, un poeta poco conosciuto, tra l’altro un addetto all’anagrafe di un oscuro Comune dell’Emilia Romagna, ma non è certo la professione che dice della grandezza di un poeta. In questi anni ho trovato tante affinità con questo poeta defunto a fine del secolo scorso, e quindi mi piace riproporvi alcune sue poesie, quattro, che possano aiutarci a entrare un po’ dentro noi stessi.

Vorrei fermarmi un attimo sul titolo che ho scelto: Anima nuda.

Perché l’anima è anche vestita? Innanzitutto, i nostri incontri sono incontri d’anima. Incontriamo le anime degli artisti – e questo senza togliere nulla ai corpi, beninteso – le anime e i corpi dei musicisti che eseguono, e incontriamo anche le nostre anime. Quindi la prima sottolineatura è che possa esserci un’anima.

Molti oggi lo mettono in forse, ovviamente io sto qui a dirvi sì, che l’anima c’è, è il mio io spirituale, che forse si trova sotto un groviglio di preoccupazioni, di tensioni, di esigenze d’apparire, che non le sono congeniali, per cui c’è bisogno che l’anima sia libera. Qui “nuda” sta per libera, un’anima libera, finalmente liberata, e non parlo solo della morte. C’è, infatti, una liberazione progressiva nello scorrere del tempo, della nostra vita che, se ben vissuta, ci porta ad esaltare l’anima.

“Anima nuda”, quindi,  è l’anima che si toglie la maschera, come racconta l’immagine che vedete sul frontespizio, è un’anima non più carnevalesca, che scopre di essere bella in se stessa, senza aver bisogno di ornamenti, che non fanno altro che appesantirla. Il nostro è un incontro d’anime. E – ripeto –  utilizzo “anima” senza il peccato platonico e neo-platonico che, purtroppo, ha interessato anche la Chiesa e la fede cristiana, quando si è fatta attenzione all’anima quasi si potesse contrapporre al corpo. L’anima è nel corpo. Il corpo è nell’anima.

Questa sera ci aiuteranno la musica, la riflessione, i versi di Barsacchi a denudare l’anima, a liberarla, a tirarla fuori dalla soffitta della Storia, della cultura, dove si è accumulata tanta polvere e dove l’anima rischia di avere il respiro corto o di ammalarsi di silicosi.

 

F. Liszt: La campanella

Pianoforte a 4 mani

 

  1. 1.    UN FIORE SOSPETTO

Dirà il Signore prima di giudicarci:

“Questi sono i vissuti negli anni ’70,

quelli che non conoscono altro che amaro

prima dai loro padri ora dai loro figli”.

 

Per essi veramente la fede ha dovuto essere

una fiaccola da portarsi in corridoio di vento,

un fiore sospetto su cumuli di macerie

coi petali pesanti di lordure e di polvere.

 

Non hanno avuto grandezze da santi ma il fuoco

della sfortuna ha bruciato le loro miserie

lasciandovi solo la firma pulita del bene

che avrebbero in cuore voluto.

 

Questi siamo noi. Ovviamente non parlo dei giovani presenti, ma di noi, dai quarant’anni in su. Noi siamo quelli degli Anni ’70. Cerchiamo di spogliare quest’anima di me, di te, di noi che siamo nati nel secolo scorso, e che abbiamo vissuto gli Anni di piombo, ma ancor prima l’entusiasmo – ed è così difficile raccontarlo ai nostri figli, ai nostri nipoti – dell’ottimismo del progresso, del benessere che andava aumentando e diventava appannaggio di tutti.

Dell’entusiasmo io ricordo (forse mi avrete sentito raccontarlo altre volte nell’avvicinarsi del Natale) il fatto di poter comprare le palline per l’albero di Natale al costo di dieci lire, cosa che anche un bambino – parlo ovviamente di quelli come me, nati negli Anni ’50 – rinunciando a comprare caramelle e cioccolata, poteva permettersi, acquistando una pallina alla volta al costo esoso di dieci lire. Ecco, noi siamo quelli che hanno sperimentato questo entusiasmo, ma siamo anche quelli delle Domeniche a piedi, in bicicletta, e quello fu il primo annuncio di una morte, che sarebbe venuta, il primo avviso di garanzia, (ve le ricordate le Domeniche dove dall’Oriente non ci mandavano più i barili di petrolio?) quando ci siamo fermati più volte rigustando la gioia di andare a piedi o in bicicletta. La gioia del silenzio che già si era perduto nelle nostre zone, dove le auto correvano  strombazzando.

Siamo anche quelli degli Anni bui del terrorismo, quello degli Anni ’70 appunto, e nei versi del poeta ovviamente è riflessa una vena di tristezza. Un po’ ci cerchiamo, perché, se volete, ognuno cerca il poeta che esprime meglio la sua anima.

Barsacchi dice: quelli che non conoscono altro che amaro / prima dai loro padri ora dai loro figli. Questo è il motivo per cui il giudizio su quelli degli Anni ’70, che siamo noi, sarà particolarmente misericordioso, perché le abbiamo prese dagli uni e dagli altri, dai padri, che erano gli ultimi padri, e dai figli, che erano i primi figli a darle ai genitori. Siamo la generazione di cerniera, di fine tempo, di fine secolo (qualche nostro regista, se fosse stato in vita, ci avrebbe dedicato un film, mi riferisco a Luchino Visconti, che aveva amore per tutto quello che stava per finire, la Bella Epoque, e raccontava sempre, portava in scena le storie di un mondo al tramonto) noi siamo quelli del mondo che finisce, di un altro mondo che comincia, e il cui volto non è ancora chiaro, di cui probabilmente avranno percezione più chiara i nostri figli.  Barsacchi qui dice: siamo quelli che hanno preso amaro dai padri e dai figli, perché siamo stata l’ultima generazione ad obbedire e la prima, da padri, ad essere disobbediti.

Per essi, cioè per noi, veramente la fede ha dovuto essere / una fiaccola da portarsi in corridoio di vento. Vi lascio con questa immagine, con la fiaccola della fede controvento, che facilmente si spegnerà, perché siamo andati controvento, controcorrente, con la nostra fiaccola della fede. Essa non era più una fiaccola olimpionica da portare trionfalmente, ma da difendere, forse, con il nostro stesso corpo, perché gli attentati alla fede, che abbiamo vissuto, già diciamo negli anni ’70, ’80, ’90, e poi nel 2000, nel 2011, sono stati attentati fortissimi, per cui oggi, non so voi, trovarci credenti è un’esperienza meravigliosa, da profughi che sono tornati, da combattenti che sono reduci, mentre tanti sono ancora lì sui campi di battaglia. Ecco, noi siamo questi.

E cos’è il “fiore sospetto” qui nei versi di Barsacchi? È la fede, cioè un fiore strano, da cogliere sulle macerie di un secolo e di un millennio.

Un fiore sospetto su cumuli di macerie / coi petali pesanti di lordure e di polvere. Un fiore impolverato è una contraddizione, perché il fiore di per sé dice freschezza, e invece la fede, così come l’abbiamo vissuta, così come, permettetemi, l’abbiamo sopravvissuta, così come è sopravvissuta, è un fiore sospetto, pieno di polvere, come un fiore al margine di un campo di battaglia.

Non hanno avuto grandezze da santi – siamo sempre noi – ma il fuoco / della sfortuna ha bruciato le loro miserie. Qui compare una lettura provvidenziale di quello che è accaduto, come, d’altra parte, nella Lettera ai Romani, capitolo 8, “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”. Non c’è nulla che accada per un credente che non sia sotto lo sguardo di Dio, e quindi il fuoco della sfortuna, in fondo, è una grazia che ci ha denudati, ci ha decantati, ha tolto tutto quanto potesse sapere di splendore e ci ha purificati, come il fuoco, lasciandovi solo la firma pulita del bene / che avrebbero in cuore voluto. E dunque non è neanche un bene realizzato – ma su questo ci fermeremo tra un attimo – ma un bene solo desiderato.

 

Mozart: Adagio dal concerto K622

Per clarinetto

 

Mozart ci ha pacificati con questo adagio tratto da un Concerto, secondo alcuni il più bello, anche se è sempre così difficile fare una classifica, una Hit-parade della produzione di un autore di musica classica.

Quando abbiamo eseguito, credo, qualche anno fa, lo stesso adagio vi avrò ricordato – ma mi piace ripeterlo – che Hans Kung (è un grande teologo del ‘900, ancora vivente, collega di Ratzinger, e anche oppositore da un punto di vista ideologico, uomo di barricate teologiche) in una sua confessione racconta della sua prima giovinezza da studente universitario in una soffitta, in un sottotetto, dove tra mille ristrettezze ascoltava ogni mattina questo concerto per ricevere energia. Ricorderete – lo dico per chi non mi abbia sentito altre volte – che Karl Barth, il più grande teologo del ‘900, protestante tra l’altro, diceva che, una volta in Paradiso, prima di chiedere di Tommaso e di Agostino, i due grandi, avrebbe chiesto di Mozart.

Ci sono due date significative, relative alla nostra generazione degli Anni ’70. Ricordo chiaramente la fine degli anni ’80, quando si stava per entrare negli anni ’90 e quindi iniziava un nuovo decennio. Alcuni miei parrocchiani allora mi chiesero con insistenza di fare il 31 di dicembre una preghiera in basilica, perché erano successe troppe cose belle. Mi riferisco in particolare al crollo del Muro di Berlino, che avvenne proprio in quei mesi. Dissero: “Ma non possiamo chiudere questo decennio, archiviarlo senza un momento corale!”. Ricordo di aver organizzato la preghiera, perché quasi il crollo del Muro sembrava redentivo come evento dei due grandi crateri delle Guerre mondiali, che, come due orbite nel teschio del ‘900, stavano lì a testimoniare la violenza, la follia dell’uomo. Il crollo del muro era un po’ la testimonianza, il residuo, la reliquia di quella follia, e adesso che crollava quasi prodigiosamente ci sembrò – ovviamente ci illudemmo – che costituisse l’inizio di un’era di pace.

L’altra serata che ricordo è quella del 31 di dicembre del 1999. Tutti ne avrete un ricordo, perché allora si chiudeva il secolo, il millennio e cominciava un nuovo secolo, un nuovo millennio. Giovanni Paolo ci aveva da par suo preparati, suonando tutti i colori dell’orchestra del cuore, della fede, della cultura, della civiltà, per introdurre la Chiesa, e non solo, nel nuovo secolo e nel nuovo millennio, che sarebbero stati il secolo e il millennio, finalmente, di un nuovo Umanesimo.

L’11 settembre 2001, per noi, quelli degli anni ’70, ma mi riferisco anche a quelli più giovani tra voi, che ricordate questi ultimi eventi per averli vissuti, è stata una data memorabile, il simbolo delle Torri Gemelle e, nella violenza dell’attentato terroristico, il crollo di una chimera. Devo dire così, perché ci trovavamo dietro la curva, dopo la prima curva, e quindi eravamo ancora a fare le prime prove di come si pronuncia duemila, come si scrive duemila, duemilauno, quanti zero, invece quel giorno, in qualche maniera, ci siamo nuovamente misurati con il nostro cuore violento, con chi costruisce per tanto tempo e chi in un attimo demolisce.

Torno alla conclusione della poesia “Un fiore sospetto”, che è il fiore della fede. Tutti questi eventi – diamo una lettura anche di fede a ogni bruttura, ogni evento violento – nella visione del poeta credente sono un crogiuolo, il crogiuolo della Storia, dove le scorie vengono via a contatto con l’ alta tensione. Lasciandovi solo la firma pulita del bene / che avrebbero in cuore voluto. E questa è una grande speranza per noi, perché saremo grandi non per il bene realizzato, ma per il bene desiderato.

Per caso mi è capitato di dirlo oggi all’Economo della diocesi di Napoli per telefono. Ci sentivamo per cose molto più prosaiche, a dir la verità, come potete immaginare, però poi, non so come, il discorso è slittato su un ricordo comune e allora gli ho detto: “Beh, stai tranquillo, perché alla fine saremo giudicati non per il bene che siamo riusciti a realizzare, quanto per il bene che abbiamo desiderato, agognato, sognato”. E questo senza nulla togliere all’impegno che ciascuno di noi deve porre nel bene.

Ripeto i versi e poi passiamo di nuovo a Mozart.

 

Dirà il Signore prima di giudicarci:

“Questi sono i vissuti negli anni ’70,

quelli che non conoscono altro che amaro

prima dai loro padri ora dai loro figli”.

 

Per essi veramente la fede ha dovuto essere

una fiaccola da portarsi in corridoio di vento,

un fiore sospetto su cumuli di macerie

coi petali pesanti di lordume e di polvere.

 

Non hanno avuto grandezze da santi ma il fuoco

della sfortuna ha bruciato le loro miserie

lasciandovi solo la firma pulita del bene

che avrebbero in cuore voluto.

 

Questa sonata è a 4 mani con tre movimenti: allegro, andante, allegro.

 

Mozart: sonata in Re k 381

 

L’esecuzione di un pezzo a 4 mani è una verifica per quelli fra voi che sono sposati, perché il matrimonio è un pezzo a 4 mani, e non solo. Adesso parlo del matrimonio, che riguarda tanti di voi, ma anche di tante altre esperienze umane che possono essere richiamate guardando un’intesa, cioè due che eseguono un pezzo a 4 mani, perché loro devono armonizzare anche il respiro, oltre che lo spazio breve, perché sulla stessa tastiera ci sono due persone.

Non ci rimane un sospiro” è la seconda poesia che ho scelto per voi in questo percorso di Anima nuda.

 

2. NON CI RIMANE UN SOSPIRO

 

Potrei spogliarmi del mondo

come di una veste, volendo:

ma pur volendo non lo posso dei figli:

i figli sono la pelle.

La famiglia

dove anche tu ci abbandoni

in un groviglio di radici perverse,

nello star chini su libere crescite

che, sembra, solo il male trascini.

Sovrana legge il disamore, il pane

amaro dell’ingratitudine,

l’ansia spinosa, il correre nel nulla

che riempie le stanze.

 

Non ci rimane un sospiro pulito

da regalarTi: è tempesta di cenere.

Ci chiude gli occhi la voglia di vederTi.

 

Terribile! È terribile il testo nell’evocare, nel raccontare il legame crocifiggente con i figli, con i nostri figli.

Il poeta esordisce dicendo che potrebbe spogliarsi di tutto, liberarsi di tutto, come Francesco davanti al vescovo di Assisi. Potrebbe spogliarsi nudo, anima nuda, ma i figli no, quelli rimangono attaccati, come la pelle, ma è un attaccamento che qui Barsacchi ci presenta non nella visione idilliaca del rapporto genitore-figli, padre-figli, madre-figli, ma in una sorta di “groviglio”. È il termine che esprime meglio la complessità e a volte anche la perversità, perversione, un groviglio di radici perverse. “Groviglio di vipere” è il titolo di un romanzo di Mauriac. Groviglio di radici perverse. Qui ovviamente il rapporto non è quello paritario marito-moglie, ma quello dispari e sempre problematico genitori-figli, perché il poeta parla di uno star chini su libere crescite / che, sembra, solo il male trascini.

In qualche maniera il marito, la moglie li abbiamo scelti, i figli no, i figli vengono da soli, vengono diversi, non li scegliamo. E neanche essi scelgono noi genitori. Qui si avverte la preoccupazione del padre che veglia sulla crescita dei figli, intuendo, temendo, paventando che il male li stia trascinando: che, sembra, solo il male trascini.

Attenti, qui c’è una sorta di accusa a Dio: Tu ci abbandoni in questo dedalo, ci abbandoni nella famiglia dove Tu ci hai lanciati, dove sembri non prenderTi cura di noi. Quindi la famiglia è vista come una sorta di campo  di battaglia dove Barsacchi, come padre, è stato lanciato, e dove ha percepito, forse, l’assenza di Dio, dove avrebbe voluto Dio più presente, più interventista. Libere scelte, libere crescite.

E poi c’è questo sguardo oscuro sull’ingratitudine, sul disamore: Sovrana legge è il disamore, il pane / amaro dell’ingratitudine, / l’ansia spinosa … Anche questa, l’ansia spinosa, si allarga come un rovo, il correre nel nulla / che riempie le stanze. È una descrizione, certo, personale quanto volete, ma è piuttosto aderente alla realtà. I poeti ci parlano di sé per parlarci di noi. Ci descrivono la loro famiglia e hanno la libertà di denudare la loro anima per noi che abbiamo paura a raccontarci.

Anche nella tua casa c’è quest’ansia spinosa? Il rovo che cresce e ti ferisce? È questo correre nel nulla / che riempie le stanze. Sono i figli che escono, che sbattono le porte, che rientrano tardi, nelle cui tasche bisogna andare a frugare. È la preoccupazione di tante mamme rispetto al fumo, per esempio; figli che non rispondono al cellulare, che quando li chiamiamo entra sempre la segreteria. Su questo quadro piuttosto fosco, tuttavia, c’è sempre il credente. Mi piace Barsacchi perché ha una visione drammatica della vita, ma attraversata dalla fede.

Non ci rimane un sospiro pulito / da regalarTi.

Vorrei come padre regalarTi qualcosa di bello, ma forse neanche la foto della Prima Comunione di mio figlio appartiene a questo sospiro pulito, di cui poterTi far dono, vorrei presentarTi come un bouquet.

È tempesta di cenere, invece, dove non riusciamo a vedere, dove tutto è appesantito, dove i fiori – ricordate la poesia precedente?-  sono sporcati dal lordume e dalla polvere.

Ma il verso conclusivo è un poema: Ci chiude gli occhi la voglia di vederTi.

Ecco, se di stasera vi rimane solo questo verso, avete già avuto un universo in dono: Ci chiude gli occhi la voglia di vederTi.

Sapete, è come quando eravate fidanzati e aspettavate con ansia di addormentarvi per sognare di lei, perché era lontana, perché stavate facendo il militare … Stavolta non è una donna, un uomo, che io voglio sognare, ma qui c’è più di un sogno, c’è più del sogno, c’è la morte. Adesso c’è Dio, a cui inutilmente ho cercato di fare un dono pulito senza riuscirci. E allora mi viene voglia di chiudere gli occhi, anzi, la voglia di vederlo mi pesa sugli occhi, come la stanchezza. Bellissimo!

Ci chiude gli occhi la voglia di vederTi. È chiaro che c’è un di più, che la famiglia dove Tu mi hai condannato a stare, dove mi hai posto agli arresti domiciliari, il quadro fosco che il poeta ha descritto adesso diventa elemento di stanchezza, il peso sulle palpebre che mi invita a dormire. Dormi, dormi … ricordate La mia sera del Pascoli? E mi dicono, Dormi! mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi!

Vi bisbigliano, dormi, addormentati, ma è la voglia di vederTi che mi chiude gli occhi.

Ascoltiamo una sonata di Poulenc, che è un autore francese del ‘900, forse poco conosciuto. Ricordo di aver assistito alla Scala al Dialogo delle Carmelitane di Poulenc, che è la versione in melodramma del testo di Bernanos. Ovviamente i francesi sponsorizzano le loro cose, e quindi la storia trattava delle carmelitane francesi durante la Rivoluzione, ghigliottinate una alla volta; l’autore che ha scritto Dialogo è francese, Bernanos; e Poulenc si sente in dovere di mettere in scena (se avessimo noi questo spirito di corpo che hanno i francesi!), di scrivere una partitura su questo testo: quindi storia francese, autore francese, musicista francese.

Questo è solo un mio ricordo personale, e invece qui abbiamo, attenti, un movimento allegro tristemente. Come sarà un allegro tristemente? Ce lo spiegherà adesso il colore del clarinetto, poi romanza, dunque allegro.

 

Poulenc: Sonata

Per clarinetto

 

Incontriamo adesso sonorità molto più vicine a noi – non c’è bisogno neanche di sottolinearlo – bellissima, struggente, la romanza. Mi ricordava alcune colorazioni di Piazzolla, sebbene di un altro universo geografico-musicale, in particolare Oblivion. Anche nella musica del ‘900 c’è tanta ricchezza.

Sarò più veloce adesso perché ho preso più tempo del dovuto.

Speranza ed ottimismo: l’anima nuda, che si è espressa nel dramma della famiglia, ora ci si presenta nella distinzione un po’ più astratta, ma bella, tra la speranza e l’ottimismo.

 

3. SPERANZA ED OTTIMISMO

 

È perché non confondo

speranza ed ottimismo

che al mio lacerato cuore

non so offrire rimedi.

 

Sperare non è scendere

dal pianto verso il verde

di fuori ma resistere

nel pianto fino a Dio.

 

Sperare è questa lunga

pazienza che sia notte.

Altra luce non sfalda

le tenebre né anticipa

l’aurora. È il camminare

nel buio che giunga all’alba.

 

È già chiaro che Barsacchi non è un ottimista, e questo si deduce sia dalle poesie lette l’anno scorso sia da quelle che ho scelto stasera. Non ci troviamo davanti a un uomo che sprizza energia, ma è bella la differenza tra la speranza, ovviamente parliamo di una speranza cristiana, e il facile ottimismo, il buonumore a tutti i costi.

Dice il poeta che, proprio perché non confonde questi due aspetti, speranza e ottimismo, non riesce a dare rimedi al suo cuore lacerato, cioè resta nella lacerazione, nel dolore. E qui c’è la differenza: sperare non è scendere / dal pianto verso il verde / di fuori –  questo è l’ottimismo, una sorta di guardia abbassata; è inutile chiedere troppo a noi stessi; l’ottimismo è uno scendere dal pianto – ma resistere / nel pianto fino a Dio. Allora la speranza è intesa in senso ascensionale, in ascesa, l’ottimismo, invece, è in discesa. Il punto di partenza è sempre il pianto da abbandonare: basta, facciamoci una risata, ecco, l’ottimismo; invece la speranza è salire dal pianto verso Dio.

E poi ci sono le bellissime immagini sulla notte. Sperare è questa lunga / pazienza che sia notte, è accettare che sia notte, che non vada bene la nostra coppia, che ci siano dei mali nella Chiesa, che i nostri sogni si siano frantumati.

Altra luce non sfalda / le tenebre né anticipa / l’aurora. È il camminare (la speranza) / nel buio che giunga all’alba. Non dice neanche: che giunga l’alba, cioè l’alba non viene, tu le vai incontro. Vi auguro questa speranza oltre ogni facile ottimismo! Oggi, tra l’altro, è così fuori moda, e direi anche così fuori luogo, vivere un ottimismo.

Ho parlato nel primo intervento dei tempi in cui c’era veramente una visione positiva della vita, ma adesso ci troviamo in una direzione contraria, e allora è il caso di coltivare la speranza, che è camminare verso l’alba, e non aspettare che venga semplicemente.

Ecco, c’è un “mattino”.

 

E. Grieg: Il mattino

Pianoforte a 4 mani

 

Qui siamo nella musica descrittiva, dove compaiono le brume del mattino, gli uccelli, il sole che conquista l’orizzonte.

Non aspetta più i doni” è l’ultima poesia del nostro percorso “Anima nuda”.

 

4. NON ASPETTA PIÙ I DONI

 

L’albero che il boscaiolo

ha deciso di abbattere,

a poco a poco viene liberato

dei rami e di quant’altro

in essi era di effimero.

Assomma così il cuore

sulla cima. S’innalza.

Non aspetta più i doni

del cielo ma il cielo stesso.

E il suo tronco

non basterà per farne

il legno di una croce

o un albero maestro?

 

La morte, l’immagine della vecchiaia, del venir meno delle forze attraversa la produzione poetica di Barsacchi.

Pensate che, per avere queste poesie, che non si trovano più in giro da nessuna parte, neanche su Internet, un seminarista, che è mio figlio, ha chiesto alla moglie del poeta di fotocopiare l’unico libro che conservava. Sono testi che non si trovano neanche navigando.

Qui è presente il tema della vita potata, della vita che va impoverendosi, e l’immagine è quella di un albero che deve essere abbattuto. Come insegna anche l’arte di disboscare (qui ci sono dei giovani che hanno abbattuto alberi per un campo di calcio a Versano, S. Maria a Versano e stati riuniti, qui ci sono tanti stati riuniti nella nostra diocesi), l’arte di abbattere un albero, soprattutto grande, occorre prima cominciare a tagliare i rami, in modo tale che si possa poi dirigere anche lo schianto. Il boscaiolo, quindi, comincia a tagliare i rami, allo stesso modo l’opera di potatura avviene anche nella vita.

Dopo la giovinezza, i fiori, gli uccellini, i nidi che abbiamo ospitato da genitori, viene l’autunno, e l’albero bisogna abbatterlo, quindi si taglia prima tutto quanto in esso è di effimero. Ci chiediamo se i rami siano effimeri, se le foglie siano effimere, non lo erano, ma adesso sì, adesso sì che bisogna abbatterlo, e quindi si comincia a tagliare finché resta un palo. Ed è bella l’ immagine dell’albero che man mano che il boscaiolo taglia si riassume salendo verso l’alto: Assomma così il cuore / sulla cima. Le radici tra un attimo non serviranno più, e allora questo albero si dà appuntamento con tutte le sue energie sulla cima, assomma. È bellissimo questo verso: assomma così il cuore sulla cima. S’innalza. / Non aspetta più i doni / del cielo ma il cielo stesso. Qui i doni del cielo sono l’acqua, la luce, cioè tutto quanto è stato vitale per l’albero in primavera, in estate, in autunno; e se non sorge il sole, se non arriva la pioggia, se non c’è la rugiada, se non c’è la fotosintesi clorofilliana … ma adesso l’albero non aspetta più i doni del cielo, ma il cielo stesso.

Mi fermo qui, perché il tempo vola, quindi ascoltiamo il clarinetto.

 

A.Messager: Solo de concours

Per clarinetto

 

E il suo tronco / non basterà per farne / il legno di una croce/  o un albero maestro?

Ci siamo lasciati con la scalata dell’albero verso la cima. C’erano alcune scale del clarinetto che ci hanno riportato proprio in questa direzione di scalata. E alla fine – ed è anche la conclusione del nostro cammino – il poeta si chiede: il suo tronco, una volta che sarà completamente reciso da questo albero che ha chiesto non più i doni del cielo, ma il cielo stesso, di questo tronco che ne sarà? Basterà per farne il legno di una Croce o un albero maestro?

Sono due belle immagini su cui avrei voluto ricamare, ma vi risparmio tutto quello che avrei voluto dirvi su queste due immagini: un albero che diventa una croce, un albero che diventa l’albero maestro di un veliero, perché la Croce è un albero maestro e perché il veliero ha come albero maestro una Croce, su cui sventola una bandiera di vittoria, di risurrezione.

La risposta di Barsacchi alla domanda retorica è no, non basterà. Ma noi ci diciamo stasera che, anche se è una croce, anche se l’albero sarà ridotto a una croce o sarà l’albero maestro di un’alberatura, c’è una foresta su un veliero che permette la navigazione, lo spostarsi, la spinta, l’utilizzo della spinta del vento per la navigazione. Per giungere lì, forse in alto, questa vita basta, quindi, se tu sei un tronco che è diventato un legno di Croce, se sei un tronco come genitore, che è diventato l’albero maestro dell’alberatura, del veliero della tua famiglia, va bene per ora, per ora, ma è chiaro che dobbiamo chiedere di più, e questo di più è il cielo, di cui spero quest’anima nuda abbia un grande desiderio.

È il desiderio che giunga l’alba? (nella penultima poesia); è il desiderio di vederTi?(nella seconda); è il desiderio di questa firma pulita del bene, che avrei voluto e che non sono riuscito a realizzare? Tutto questo si chiama cielo. Non smettete di desiderarlo il cielo!

Ascoltiamo l’ultimo brano che avete sul programma: Fantasia sul Rigoletto per oboe. Adesso cambia voce, c’è la voce un po’ più dolente, ma poi le note di Rigoletto ci renderanno anche l’oboe dolente, simpatico. Infine vi darò la benedizione e poi c’è un fuori programma di variazioni su temi di canzoni napoletane, con cui concludiamo.

Ascoltiamo intanto Verdi.

 

G. Verdi: Fantasia sul Rigoletto

Per oboe

 

Benedizione del Vescovo

 ***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

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