Cos’è la fede?

Piano di Sorrento, 4 giugno 2013

MESE DI GIUGNO

Celebrazione eucaristica presieduta da Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Arturo Aiello, Vescovo di Teano – Calvi

Saluto iniziale

Spalanchiamo il nostro cuore, come abbiamo cantato, essendo certi che il Cuore di Cristo è già spalancato per noi. Ne facciamo esperienza sempre, in modo tutto speciale nella storia di questa comunità, nel Mese di Giugno, dedicato, consacrato al Cuore di Cristo. Ci rifugiamo nel suo cuore già ora, sentendoci indegni, eppure accolti, peccatori, eppure perdonati.

Omelia

Trovandomi a passare, ho pensato di augurarvi “buon viaggio”, perché il Mese di Giugno è sempre un viaggio – lo è stato e lo è ancora – a volte senza ritorno, nel senso bello del termine, perché ci sono persone che partono da un luogo e arrivano e approdano a un altro, in questa navata, nave, che ieri ha salpato e che approderà da qualche parte. Ci fidiamo anche per questo. Perciò sono venuto a incoraggiare voi e don Pasquale, che vive la gioia e il peso della predicazione, ma non entro nel merito del Corso che farete insieme sul Credo, piuttosto, facendo stretching spirituale, mi fermo sul verbo: io credo.

Cosa significa “io credo”? Cosa significa credere? Cos’è la fede? Do una prima definizione: la fede è risolversi per Dio. L’espressione è un po’ strana, forse non troppo usuale, ma esprime bene l’atto di fede, che per noi è un risolverci per Cristo, diciamo per Dio, se allarghiamo il concetto a ogni credenza.

Cosa significa risolversi? Io, ad esempio, mi sono risoluto, trovandomi con i vescovi a Cava dei Tirreni, di venire qui, è come se avessi sciolto una resistenza, e, venendo, mi sono detto: vado, anche se la predicazione è all’inizio, e forse è bene che sia così, in modo da non essere motivo di distrazione.

“Risolversi” ha nella sua radice il verbo latino solvere. Da solvere viene assolvere, risolvere, risolversi, il verbo insomma indica uno sciogliersi.

Una soluzione, una medicina, che si sciolga in acqua, sciogliendosi, si perde, e, perdendosi, si affida in qualche maniera all’acqua, come se vincesse una resistenza e, da solida, ad esempio, diventa liquida. Stasera speriamo di addormentarci, e l’atto di addormentarci è un risolverci in una fiducia verso il sonno; se voi ci pensate troppo, se siete preoccupati, se avete un motivo d’ansia, farete fatica ad addormentarvi; se soffrite d’insonnia, non dormirete per niente e avrete difficoltà a lasciarvi andare. Ecco, “risolversi” è un po’ un lasciarsi andare, come noi al sonno, o un ammalato ai preparativi di un intervento chirurgico, a una terapia, a uno stato di sonno artificiale nel caso di un’anestesia, ma con la fiducia che gli infermieri e i medici faranno del loro meglio perché egli possa riprendere appieno la salute.

Come vedete, “risolversi” contiene una dimensione d’abbandono: mi consegno, stasera mi consegnerò al sonno, alla bontà, sperando di risvegliarmi domattina  (speriamo che accada per tutti noi!), ma questo atto di abbandono chiede uno sciogliere gli ormeggi, un lasciarsi andare alla corrente, al sonno, ai sogni. Speriamo di fare bei sogni stanotte!

Così è la fede, cioè essa è un tagliare gli ormeggi, non per la tempesta, come ci ha appena ricordato il vangelo, ma in nome della fiducia che è il rimprovero che Gesù fa ai discepoli, perché essi non sono riusciti a nutrirla: «Perché dubitate, uomini di poca fede?», cioè non vi siete abbandonati abbastanza, non avete creduto che io possa venire a salvarvi, che io, quando vi sembra che tutto precipiti, possa raccogliere la vostra vita.

Una delle espressioni del Salterio, che più riassume ed esprime bene quello che sto dicendo, e che mi è anche particolarmente cara, è: “Tu sei il mio Dio, nelle tue mani sono i miei giorni”. Ecco, questo è il senso di abbandono, a dire: Tu sai, e io mi abbandono a chi ne sa più di me, a chi decide della mia vita. A volte, mi sembra che questo avvenga in una maniera punitiva, diminutiva della mia vita, della mia dignità, ma mi fido, e quindi mi lascio andare. È una barca che ha lasciato il molo e adesso si lascia trascinare dalla corrente. L’abbandono implica tutta la persona, cioè non ci si risolve per Dio solo con un pensiero. Penso alla grande tentazione che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo in questi mesi dell’Anno della Fede, in particolare noi vescovi e sacerdoti, quando pensiamo che dalle spiegazioni (che abbiamo fatto abbondantemente sugli articoli della fede nelle nostre chiese, nelle nostre diocesi, come farete anche in questo mese), quindi dalla semplice esplicitazione “cosa significa credo in Dio Padre, in Dio Figlio, in Dio Spirito Santo, nella Chiesa, nei sacramenti” possa venire di per sé  un aumento della fede. Questo è un aspetto della nostra vita, è la mente, ma bisogna anche parlare al cuore. Se ascolto una predica precisa da un punto di vista teologico, non per questo mi sento incoraggiato a credere. Si leggono, a volte, le opere di grandi teologi, ma questo non induce di per sé alla fede, perché siamo mente, certamente, quindi dobbiamo guardarla la fede e cercare anche le ragioni interne della fede (questa è la teologia), ma dobbiamo pure sentire che c’è bisogno di un’adesione del cuore.

La Prima Lettura, nell’ espressione che trovate evidenziata anche sul vostro libretto, dice: Se tu crederai nel tuo cuore e professerai con le tue labbra che Gesù è il Signore, sarai salvo. A dire che c’è bisogno anche del cuore e delle labbra. A questo proposito il Salmo 130 è sempre utile, perché fa riferimento a quella piccola composizione che molti di voi conoscono a memoria. In esso c’è un asse: Signore, non si inorgoglisce il mio cuore, non si leva con superbia il mio sguardo (la mente), non vado in cerca di cose grandi, superiori alle mie forze. E i commentatori dicono che c’è il cuore, lo sguardo, l’espressione della mente, e le mani, e le mani sono le azioni, le scelte che facciamo. Bisogna risolversi per Dio su tutti e tre questi piani, cioè sul piano della mente, e qui più o meno ci siamo tutti; sul piano del cuore, e comincia a diminuire il popolo dei credenti; sul piano della vita e delle azioni: come vivi? Dalla tua vita emerge la fede, dalle tue scelte, dal modo con cui vivi il matrimonio, la famiglia, il lavoro, l’onestà professionale? Queste sono le mani! L’autore del Salmo ci consegna una piccola antropologia, cioè la concezione dell’uomo credente. È un uomo che ha un cuore, che si decide per Dio; ha una mente che non va in cerca di cose grandi, ma si affida; ha delle mani, e quindi delle azioni, che sono conseguenti a questa scelta fondamentale. Come ci troviamo? Già qui potremo fare un esame di coscienza. Dove difetta la tua fede? Ma tu credi solo da un punto di vista intellettuale? Credi solo da un punto di vista sentimentale? È chiaro che se uno di questi due parametri è debole, l’azione, l’agire, le scelte, che sono l’aspetto più problematico della nostra vita, vanno in direzione diversa dalla fede.

Quindi, primo aspetto di questa piccola lezioncina, se volete, un piccolo schema, che vi sto consegnando stasera: “Io credo” significa che mi risolvo decisamente per il Dio di Gesù Cristo. Ma come mi risolvo? Mi risolvo con la mente, aderisco con la mente, col cuore, nella vita, e poi – ma questo capitolo ve lo risparmio – vi aderisco con tutta la vita, cioè con il passato, le memorie belle e anche brutte, con il presente, così piccolo, ma anche così prezioso: quello che sto facendo, sto dicendo, sto pensando, soprattutto con il futuro.

I nostri giovani fanno tanta fatica a pensare di risolversi per Dio sul piano dei sogni, perché ognuno dice: ma questi sogni sono miei, Dio che c’entra con il mio futuro? Con quello che potrò fare? Sono fatti miei.

Alcuni di voi sono entrati in questa chiesa che erano bambini, adolescenti, adesso hanno i capelli bianchi, se ancora li hanno o li abbiamo (adesso devo inserire anche me tra quelli che perdono i capelli, speriamo non le idee insieme con i capelli) cioè siamo qui, eravamo qui come ragazzi, siamo qui come uomini, speriamo d’essere ancora qui con i capelli bianchi, da anziani: tutta una vita! E non soltanto: quando ero ragazzo facevo il chierichetto (lo sentiamo dire tante volte da parte degli uomini: una volta ho anche frequentato, ero addirittura assiduo, poi la vita …), no, perché se uno si risolve per Dio = io credo, si risolve per tutta la vita, qualsiasi cosa succeda, anche se Dio mi delude, anche se mi ammalo, anche se capitano delle cose dolorose nella mia famiglia, anche se il lavoro diventa incerto. Perciò sono belle le presenze di quelli fra voi, questa sera intorno all’altare, che possono dire: ma io stavo qui anche quand’ero ragazzo, anche quando mi sono sposato, anche quando sono venuto a portare a battesimo i miei figli, ero qui anche nei momenti di dolore, e sono qui adesso ad affidarmi ulteriormente, a confidare nel Signore, a risolvermi per Lui, qualsiasi cosa mi attenda.

Ecco, questa è la fede!

Occorre, tuttavia, aggiungere un secondo capitolo, vi assicuro, più breve del primo. E cioè: questo riguarda me e solo me, non lo può fare un altro al posto mio, io devo risolvermi per Dio, devo convogliare mente, cuore e mani, e quindi i pensieri, i sentimenti e le azioni nella direzione della fede, affidandomi, sciogliendomi, lasciandomi andare in qualche maniera, ma non posso farlo da solo, perché “io credo” non è possibile se non all’interno di un “noi crediamo”. E questo è, in realtà, il vero ostacolo della fede oggi.

Cosa significa “io credo” in un “noi crediamo”? Significa che io mi risolvo per Dio non da solo, ma insieme ad altri in una comunità, cullato, educato attraverso canti, gesti, appuntamenti, tanti Mesi di Giugno, Campi scuola, l’Acr, l’Acg, attraverso questi momenti, dove non sono stato da solo, ma sono stato aiutato, supportato, educato da una comunità, che si chiama la Chiesa. “Io credo” e mi risolvo per Dio, per il Dio di Gesù, nella misura in cui resto collegato, inserito in un corpo vivente, che è la Chiesa. Quale Chiesa? È il “noi” universale, perché la Chiesa è un “noi”, e allora in questo momento il “noi universale” è rappresentato dal Papa Francesco, che in pochi mesi, in due mesi ha fatto salire le quotazioni della Chiesa cattolica alle stelle, ricevendo ogni mercoledì centomila persone e più per le udienze. Noi stiamo godendo di questo effetto, sarà un effetto mediatico, ma è anche spirituale, perché rappresenta la Chiesa. Il papa, beninteso, non è solo, ma è – come dire? – il responsabile, il padre, il pastore della Chiesa universale, per cui questo “noi” in chiave generale, in chiave universale, porta il nome di Francesco. Sul piano diocesano, per voi, porta il nome del vescovo Franco (non ne potete fare a meno: è il vostro vescovo!) come la mia diocesi – purtroppo! – non può fare a meno di me. Forse un altro farebbe meglio, ma loro devono fare riferimento al vescovo Arturo. Quindi, vedete, questo “noi” si va sempre più radicando, concretizzando. Non potete fare a meno del “noi” parrocchia San Michele Arcangelo, e quindi don Pasquale, don Mariano, i padri Sacramentini, i padri Carmelitani, quella che è la storia di questa comunità non è un optional della vostra fede. Molti di voi credono grazie a queste mura, grazie a delle immagini, a delle processioni, al Mese di Giugno 1980, 2000, 1999, per dire che poi questo “noi” diventa molto concreto, è fatto di volti, storie,  canti,  immagini,  appuntamenti,  scansione di tempi, di pastori e di gregge. È la fede, che abbiamo visto sul piano universale e sul piano diocesano, situata in un luogo e in un tempo con una sua caratteristica.

Se dovessi dire (probabilmente da lontano le cose si vedono, forse, un po’ meglio) quali sono le caratteristiche della fede della vostra comunità, direi che è una fede cristiana micaelitica e gesuitica. Spiego questi due termini e concludo. Innanzitutto, micaelitica.

Considero il Michael ebraico, perché adesso li vediamo anche in fila; dietro di me c’è San Michele, in alto, perché la nostra comunità vive da secoli sotto le ali dell’arcangelo: “da secoli ricevi l’omaggio di culto affettuoso da questo popolo di Piano, che sempre tenesti come popolo tuo”, come diciamo nella preghiera a san Michele, e non solo, perché  la protezione è diventata anche una tonalità di fede. Voi dovreste sentirla, cioè la mia è una fede cristiana, che è maturata nel “noi” di questa comunità, che è micaelitica, che significa, per esempio, “adorazione”,  “primato di Dio”, “difesa dei diritti di Dio”. Potrei continuare a lungo, ma poi sbaglio file e comincio la Novena di San Michele.

L’altra tonalità, l’altro aggettivo si riferisce a una fede gesuitica, che non riguarda la Compagnia di Gesù, i Gesuiti, ma “gesuitica” nel senso di “centrata nella devozione al Cuore di Gesù”. Appena qualche giorno fa mi hanno detto che don Rito nella omelia per il matrimonio di Fabio e Marina ha esordito dicendo: Tu e io, Fabio, eravamo seduti qui, per tanti mesi siamo stati alla scuola del Cuore di Gesù. È stata solo un’espressione romantico-poetica da parte di don Rito? O, come credo, ha voluto cogliere delle connessioni: Fabio, ti sposi adesso il 1° giugno, e qui c’è la statua di Gesù, che non significa niente da sola, ma significa che noi tante volte siamo stati un intero mese, prima alle sei e mezza di mattina e poi di sera, a seguire dei cammini, a sostare alla scuola del Cuore di Cristo.

Ecco, questa tonalità nessuno ve la può togliere, ma non è un fatto automatico. Io penso che la fede della comunità parrocchiale di Meta debba essere più mariana, in questa caratterizzazione, no? Potrei citare altre parrocchie, ma l’importante è sentire che in “noi” io mi decido, mi risolvo per Gesù come persona, ma in questa comunità, nella Chiesa, perché se perdo il contatto, perdo la fede. Anche concretamente vedevo questo pericolo (immagino che lo vedano anche adesso e lo sperimentino amaramente don Pasquale e don Mariano) quando gli educatori lasciavano il servizio di animazione, per esempio. Automaticamente, quasi sempre, finivano col lasciare anche il gruppo ministranti e poi si mettevano nei banchi, e poi un po’ più dietro, e sempre più dietro e poi scomparivano. Che ne è di loro? Sono ancora credenti? Non lo possiamo dire, non possiamo dire né sì e né no, ma è certo che, se una persona rimane a lungo fuori del “noi” della Chiesa, non può essere più certa di dire “io credo”, io mi risolvo per Gesù.

Non so se vi siete persi o se mi sono perso io, imbastendo questo pensiero stasera, ma attenti: “io credo” – riassumo così – è risolvermi per il Dio di Gesù Cristo. Questa risoluzione deve essere completa: cuore, mente e azione, deve abbracciare tutta la vita: infanzia, adolescenza, giovinezza, maturità, età anziana, ma maturerà e rimarrà nella misura in cui resto collegato con il “noi” della Chiesa.

Nella celebrazione delle Cresime, che ho imparato a memoria adesso, dopo aver amministrato tante volte questo sacramento, diciamo: Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa, e noi ci gloriamo (don Pasquale ha messo come titolo: “l’orgoglio di essere cristiani) di professarla, ma è la fede della Chiesa, non è la mia personale, è la fede della mia Chiesa, della Chiesa del Papa Francesco, della Chiesa del vescovo Franco, della Chiesa dei miei sacerdoti, della chiesa micaelitica e gesuitica, che con termini un po’ strani questa sera il vecchio parroco mi ha presentato.

Attenti, è un dono, è un dono grande, è ciò che rende la nostra vita bellissima, che illumina anche le tempeste della nostra vita e della Storia, come abbiamo ascoltato dal vangelo, ma restiamo, restate collegati a questo “noi”: è vitale, per poter continuare a decidersi per Dio.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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