Chi ama veramente non si accontenta mai

church france

Teano, 15 giugno 2013

Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Mons. Arturo Aiello

per le esequie di Suor Aurora

Benedettina del SS. Sacramento

del Monastero S. Caterina

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Omelia

Ci ritroviamo per un’ennesima celebrazione esequiale in questa chiesa nel monastero di Santa Caterina, un monastero che vede affollarsi la comunità del cielo e impoverirsi sempre più quella della terra. Non si smette di appartenere ad una comunità, ad un Presbiterio, ad una diocesi, ad una parrocchia, ad una famiglia, all’atto in cui si varca la soglia del cielo.

La nostra patria è nei cieli”, abbiamo ascoltato nel versetto dell’alleluia, annunci come questi, che nelle orecchie, sul cuore dei nostri padri, avevano immediata comprensione, rischiano di scivolare addosso a noi che viviamo in un’altra dimensione, per cui queste stesse parole rischiano di allontanarsi sempre di più e perdere significato.

La nostra patria è nei cieli.

Siamo qui per pregare per suor Aurora, che ha varcato la soglia della patria ed è tornata a casa. Siamo qui per ravvivare la speranza che c’è un posto anche per noi. Siamo qui per ridimensionare i disagi che ci legano in questi luoghi e in questi tempi, perché questi luoghi e questi tempi non sono la nostra patria, noi staremo bene in un altro luogo e in un altro tempo senza tempo, in quella patria che Gesù ci ha invitati a guardare, sognare, desiderare come la patria dei cieli. E noi, ancora in quest’Eucaristia, con le parole di Gesù diremo: Padre nostro che sei nei cieli.

Non è una dimensione astronomica, quella dei cieli, dov’è la nostra patria, ma una dimensione di valore, assiologica. Per questa patria i religiosi vivono come esuli, tutti noi, devo dire, viviamo come esuli, anche voi laici, voi, ancora più di noi, dentro alle vicende, alle preoccupazioni, agli assilli della vita quotidiana, rischiando di perdere la direzione, il senso, le dimensioni della realtà. E allora i consacrati vengono a ricordarvi con la loro vita strana, sì, proprio strana, con la loro vita radicale – speriamo! – con la loro vita ruvida, sì, davvero ruvida, che siamo di un altrove.

La vita consacrata in tutte le sue forme ha questa caratteristica di tensione, di attenzione, di sofferenza, di nostalgia, per una patria che ci attende, che non fa dormire. E si tratta di una patria di comunione, più legata a relazioni che a situazioni: la relazione col Padre, con Gesù il Redentore, con lo Spirito Santo, con Maria, con i Santi, con i nostri defunti che ci hanno preceduto, con quelli che verranno dopo di noi.

La nostra patria è nei cieli.

Suor Aurora ha testimoniato questa semplice verità in tutta la sua lunga vita da consacrata, l’ha testimoniata come Suora degli Angeli, innamorata della Trinità, come la sua fondatrice, l’ha testimoniata varcando, in età pensionabile, la soglia del monastero di Santa Caterina. Che cosa abbia spinto suor Aurora, che aveva già vissuto una vita intensissima di opere, di preghiera, a scegliere di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in questo monastero, lo sapremo chiaramente nell’eternità. Azzardo un’ipotesi a cui ho pensato in questi giorni, quando si preannunciava la partenza anche di suor Aurora.

A volte voi guardate la nostra vita, ci invidiate, e avete ragione di farlo, ma la idealizzate anche, pensando: Beato il vescovo, beati i sacerdoti che concelebrano quest’Eucaristia, beate le Suore degli Angeli, le monache di Santa Caterina, che non hanno altro cui pensare se non a Dio. Avendo questa visione, ci provocate ad essere quello che ancora non siamo, pensate la verità così come dovrebbe essere, ma non così com’è nella nostra vita, perché ci sono delle preoccupazioni anche nella mia vita di vescovo, anche nella vita di questi presbiteri, di questi diaconi, anche nella vita delle Suore degli Angeli, anche nella vita delle monache. E queste preoccupazioni, a volte, possono distogliere dall’unica cosa necessaria – questa pagina di vangelo fa fremere tutti i consacrati – concentrata soprattutto nell’espressione posta sulla bocca di Gesù nel vangelo di Luca, quando rimprovera Marta, che a sua volta si lamenta di essere stata lasciata sola a servire. Marta, Marta, tu ti agiti e ti preoccupi per molte cose, ma una sola è la cosa necessaria. Ecco, questo ha fatto fremere suor Aurora fin dalla sua giovinezza: cercare l’unica cosa necessaria. E lei l’ha cercata nella forma delle Suore degli Angeli, a servizio degli ammalati per tanti anni, nelle giornate intense degli ospedali, nel nostro ospedale di Teano. Mi verrebbe da dire: C’erano una volta le suore negli ospedali, c’erano una volta gli ospedali.

Quale ipotesi, dunque, azzardo per questo passaggio ulteriore da una vita già consacrata (fatta di povertà, castità, obbedienza, e servizio agli ammalati), quale idea a un certo punto è sorta nel cuore di suor Aurora per entrare qui in monastero, dopo aver concluso gli anni del suo servizio e della sua professione di caposala? La voglia di recuperare. Ecco, io penso così, forse mi sbaglio, ma credo sia proprio la voglia di recuperare, perché in giro tra i malati a preoccuparsi degli infermieri, dei medici, dei degenti e poi delle sue sorelle, a un certo punto, forse, suor Aurora ha ritenuto di non aver realizzato ancora in pieno il desiderio per cui era partita. E – attenti! – il desiderio per cui partiamo non si realizza mai, mai, il desiderio per cui voi vi sposate, andate all’altare, unendovi a un uomo, a una donna, non si realizzerà mai. Il desiderio per cui noi siamo diventati diaconi, presbiteri, vescovi, non si realizzerà mai. Questa parola sembra una condanna, in realtà, se riesco a esprimerla bene e voi a seguirmi, è una parola di grande consolazione, perché significa che i nostri desideri, per fortuna, per grazia, sono più grandi di ogni forma storica, di ogni realizzazione; per voi d’amore coniugale, familiare, per noi di dedizione incondizionata al Signore.

E allora suor Aurora, che varca, già avanti negli anni, già suora, la soglia del monastero di Santa Caterina, è un’anima presa dal magis, catturata dal magis: di più, di più, di più …

Oggi sono tornati dal Seminario i nostri seminaristi, alcuni definitivamente, perché hanno concluso il loro iter, il loro cammino di studi, di formazione, ecco, essi sono nella condizione – ce ne sono due qui presenti – di chi parte. Ma non sono partiti sei anni fa, sette anni fa? Sì, ma adesso stanno davvero partendo, perché poi si avvieranno all’Ordinazione diaconale e presbiterale. Se potessero sentirmi, e non sempre quando si sente si ascolta, capirebbero che quello che hanno nel cuore non troverà alcuna realizzazione storica. Ripeto, sembra una condanna, è come dire: desideri una cosa che non si potrà mai realizzare, non si potrà mai realizzare qui, ma si realizzerà pienamente nell’eternità.

Probabilmente, suor Aurora, in questi anni di clausura, dove ha bussato, portando la sua pensione, a questo monastero, si è accorta, anche qui, anche a Santa Caterina, che non c’era tanto tempo per il Signore. Dunque ha fallito? No, no, semplicemente ha dato ascolto a quella voglia di essere di più per il suo Sposo, di essere non  nell’Amore, ma di essere l’Amore. E spero che tutti noi, in forme diverse, abbiamo questo desiderio di essere Amore, ma immagino che tanti di noi lo sperimentino come un martirio, perché è un desiderio irrealizzabile qui, perché è più grande del nostro cuore, delle nostre possibilità, delle nostre giornate, dei nostri mesi, delle nostre corse, fino a che non giunge un invito: Ecco lo Sposo, andategli incontro!

Quando avverrà per noi, non lo sappiamo, è avvenuto ieri per suor Aurora dopo alcuni giorni d’incoscienza, di sofferenza, di lontananza dalla sua comunità. Una monaca di clausura fuori è come un bambino appena nato, che non si rende conto di dove sia capitato, ma ieri per lei, finalmente, il grido che squarcia la notte, che squarcia il cuore e lo ferma finalmente: è Gesù. È quello che si è sognato per tanti anni e che, finalmente, comincia ad essere non solo la misura dei sogni, ma di più.

Ecco un orologio, che suona e ci ricorda il tempo, gli orologi suonano anche nei monasteri, come vedete. E allora tutti noi desideriamo, agogniamo un tempo senza orologi, un amore senza fine, una preghiera senza “Ite, Missa est”, un’adorazione senza dover andare in cucina. Questo si realizzerà un giorno per noi, questo è già realtà per suor Aurora.

Un’ultima parola su questa pagina di vangelo, anche un po’ scandalosa, rispetto alle vergini stolte (siamo noi o possiamo diventarlo, esserlo) che non portano con sé olio a sufficienza. Questa parabola non parla dell’oggi, ma dell’ultimo istante, anzi del primo istante dopo l’ultimo istante, quando – ma noi siamo ancora nella condizione ottimale – non potremo più chiedere preghiere agli altri, non potremo dire a una monaca, a una suora, a un prete, a un’amica: prega per me. Spero che lo diciate a tante persone, che bussiate a tanti monasteri per chiedere quest’olio.

Suor Aurora è stata sempre a premere quest’olio, la pressura della preghiera. Il Getsemani, la parola Getsemani significa luogo del torchio, perché il vino e l’olio avvengono attraverso la pressura, e le monache e le consacrate e i sacerdoti sono questi uomini, queste donne dell’olio da distribuire, ma non solo noi, anche voi avete dell’olio da produrre, avete, nel vostro piccolo, una preghiera da fare, un’Eucaristia cui partecipare. Ecco, questo è il momento in cui ci possiamo scambiare i doni della preghiera, dell’intercessione, in cui io non ho olio e te lo do, tu lo prendi, e ci scambiamo l’olio, ci scambiamo i meriti e la santità che non abbiamo.

Bernanos, nel Diario delle Carmelitane, racconta di monache che muoiono disperate, perché dei laici possano morire santamente. Ecco lo scambio della santità. Io ti do la santità e tu mi dai la tua disperazione. Adesso, qui, lo possiamo fare, perché siamo nel tempo, ma verrà un momento, ed è terribile, ed è bene che io ve lo dica, carissimi fratelli e sorelle, in cui saremo fotografati nella nostra condizione, senza poter più chiedere neanche una goccia d’olio a un altro. Questo è il momento degli scambi, del mercato spirituale: io ti do, tu mi dai, prega per me, il tempo delle indulgenze, dei meriti, dei sacramenti, il tempo della preghiera, dell’olio che ci scambiamo, poi viene un momento, e vorrei essere preparato a quel momento, e vi auguro di essere preparati al vostro momento, in cui non potremo più chiedere nulla a nessuno.

Beati noi se avremo fatto incetta di preghiere, di sacramenti, di amici ed amiche, di santi e sante, cui siamo ricorsi, soprattutto il santo per eccellenza, Gesù. Beati noi, se avremo ammassato, come delle formiche, piccole briciole di grazia. Quindi speriamo che vergini stolte non esistano, che non ci sia uomo o donna che, all’atto in cui si squarcia il cuore, al grido: “Ecco lo Sposo”, non abbia almeno una briciola d’olio, una briciola di grazia, per presentarsi al cospetto di Dio ed essere ricolmato di grazia.

E allora grazie, suor Aurora, per quella inquietudine – mi piace pensarla così – che dalle Suore degli Angeli ti ha portata in questo monastero. Trasmettila a noi che siamo così placidi, tranquilli nelle nostre mediocrità, donaci la passione del magis, che non s’accontenta mai, perché chi ama veramente non si accontenta mai. Grazie per quello che sei stata, per l’umiltà che ci hai rappresentato anche con le tue mani nascoste sotto la pazienza – gesto tipicamente monastico – per il tuo essere piccola come una bambina. Grazie! E adesso, che sei e hai le chiavi dei forzieri della grazia, come tutti i nostri defunti, mandaci ancora tanto olio, tanti meriti, tanta grazia.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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