Una storia di mare

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Sorrento, 5 luglio 2013

Preghiera itinerante estiva del venerdì

Museo della Tarsia, 5 luglio 2013

Conduce Mons. Arturo Aiello

 

Canto: Nessuno mai

 

Il vostro parroco, quest’estate, durante le preghiere itineranti, intende fare storie di mare, in cui ci sia il mare, perché il mare è il nostro orizzonte di vita e, anche se non lo è più per me, resta tale nel senso del ricordo. Le nostre terre non sono solo bagnate, ma anche attraversate dal mare, che è la storia dei nostri “golfi di bellezza”, come dicevano gli Alinari, fotografi di Firenze di fine ‘800, golfi di bellezza baciati dal mare. Il mare, inoltre, è l’elemento che ha dato vita alla cultura e anche all’aspetto del commercio nella nostra Penisola.

Questa sera il mio compito è  ricondurvi su una storia di mare dell’Antico Testamento. Il mare è presente in tanti Libri, in tanti momenti, ma adesso vi racconto la storia di Giona. Una storia strana, perché Giona (vi farò un piccolo riassunto, ma ognuno di voi conosce il testo) viene inviato a predicare a Ninive. Intanto mi va di sorridere, perché nel mio vocabolario, che condividevo con voi, tanti anni fa, Ninive era Sorrento, perché offriva il Corso, gli stranieri, le straniere, ecc., indicava un modo di vita un po’ dissonante rispetto a quello propriamente cristiano. Viene inviato a Ninive come messaggero, come predicatore. E qual è la cosa strana? È che Ninive è una città pagana,  quindi il libro di Giona è un libro rivoluzionario, perché un profeta, un uomo di Dio, viene inviato in una città che non ha nulla a che vedere con il popolo d’Israele. Si tratta di un Libro fuori tendenza, sopra le righe, di un testo e una storia che avrebbero già da questo punto di vista molto da dire alle nostre chiusure (noi siamo piuttosto quelli del mio clan, del mio club, della mia parrocchia, della mia chiesa…)

Il Libro di Giona ha dunque uno sguardo molto ampio, un’apertura universale.

La prima scena che vi presento è il mare come luogo di fuga, perché Dio dice a Giona: Alzati, va’ a Ninive a predicare la mia Parola, e Giona, per tutta risposta, s’imbarca a Tarsis, Tαρσός, (Tarsciscià, dice il testo ebraico). Dio gli dice: va’ a destra, e lui va a sinistra o viceversa, insomma prende la direzione esatta contraria dell’imperativo che riceve da Dio, e utilizza il mare come luogo di fuga. Il mare, infatti, è una porta aperta, non solo in entrata, come è accaduto tante volte per le nostre coste (sono arrivati in tanti, con buone intenzioni, ma anche predoni, invasori a violentare, per esempio, le monache dei vari monasteri – ce ne erano tantissimi – a Sorrento) ma anche come apertura verso un luogo, che è il luogo della fuga. Quindi il mare come luogo di fuga.

Qualche volta succede anche ai nostri giorni, è successo in passato e succede anche adesso, è il caso per esempio di quegli uomini che s’imbarcano perché non ce la fanno più con le mogli o con la famiglia, o che s’imbarcano non solo per sbarcare il lunario, ma anche per essere totalmente liberi, e sì, mandare lo stipendio a fine mese a moglie e figli, ma poi progettarsi una vita altra, alternativa, doppia, tripla… . Beh, insomma, ieri era l’unica possibilità, oggi ce ne sono tante altre, come ognuno di voi ben sa: basta avere due telefonini, tre telefonini, quattro telefonini, e abbiamo due, tre, quattro vite parallele. In ogni caso già nella mia infanzia, nella vostra infanzia, e ancor più nei secoli addietro, il mare era l’unica via di fuga. Adesso basta facebook, insomma adesso è possibile, allora ci si imbarcava, quindi il mare era inteso come fuga.

Giona si imbarca per andare lontano dal Signore.

La domanda che ci poniamo è : è possibile andare in un luogo dove Dio non ci sia? È possibile fuggire da Dio? Giona fugge dal compito che Dio gli ha affidato, in realtà fugge da Dio, va altrove, si organizza una vacanza. E il racconto – e mi fermo qui, in questo primo momento – dice che si imbarca tranquillo, si mette a dormire, ma scoppia una tempesta. Ma sulla tempesta dirò nel secondo momento.

Adesso qualche domanda che possa aiutarci, perché questa storia divenga anche nostra: Sto scappando anch’io? Ci sono tante possibilità e tanti motivi di fuga. Ognuno di noi, probabilmente, è in fuga da quello che dovrebbe fare, da quello che dovrebbe essere: sì, faccio il padre, il marito, ecc., ma poi prendo questa via di fuga. Giona sceglie la via del mare.

Poi ci sono tante altre fughe, anche semplicemente quella che consiste nell’estraniarsi da quello che succede intorno a noi per inserirsi in una vita immaginaria, seguendo “le voci di dentro” direbbe Eduardo De Filippo.

Ecco, vi lascio con questo interrogativo nel primo quadro, dove il mare è la grande via di fuga di Giona. Ninive? Tarsis? Nord Europa? Andiamo in Sud America dove c’è un Carnevale in corso…

Riuscirà Giona a scappare dal Signore? Lo saprete nella seconda parte.

 

A volte la fuga è anche la morte. Mi è venuto in mente, mentre ascoltavo le suggestioni musicali di Felice, che in Scalinatella longa longa, canzone che ovviamente gli anziani conosceranno e ricorderanno, c’è una frase terribile che dice: A ghiuorne ‘ammore mio se vótta a mare! È un gesto di disperazione. Ci sono fughe e fughe, a volte c’è anche la fuga nella morte, e in qualche maniera ci sono dei simboli di morte in questo racconto, perché si dice che Giona va a dormire (morte) nel luogo più recondito, più profondo della nave, nella stiva ultima, come se fosse una tomba, e non si accorge che, intanto, è scoppiata una tempesta.

Secondo motivo, secondo tema, seconda traccia: il mare luogo di pericolo, perché scoppia una tempesta.

La tempesta, secondo l’autore (ovviamente il Libro di Giona non è un racconto storico, è un racconto per l’edificazione, però rivoluzionario, come vi ho detto poc’anzi), la fa scoppiare Dio, per scuotere Giona dalla sua fuga-morte, perché, se si scappa da una cosa importante della vita, si muore. Dio, invece, vuole riportarti nella vita, a casa, a Itaca, nella condizione nella quale Lui ti ha pensato, e allora ti sconvolge, ti perseguita. Qui lo fa attraverso una tempesta, è Lui che fa scoppiare la tempesta. I marinai si danno da fare, svegliano Giona perché dia loro una mano, perché preghi il suo dio, ma più cercano di utilizzare gli strumenti della navigazione per limitare i danni e più il mare diventa impetuoso, le onde altissime. A un certo punto Giona deve confessare che il colpevole di tutto questo è lui. Il mare luogo di pericolo.

E di questo la nostra storia è piena, perché tanti lutti ci sono venuti dal mare. Tante volte le spose, le madri, i figli hanno atteso i mariti, i figli, i genitori, i papà che non tornavano, e ci sono dei nomi pure nel nostro inconscio collettivo, anche recente, basti ricordare l’affondamento della Marina d’Equa e tutte le tragedie che si sono susseguite. Il mare ci dà da mangiare, pensate a quanti marittimi ci sono nelle nostre parrocchie della Penisola, ma il mare ci dà anche da morire. Ci dà da vivere e da morire. Dal mare viene la vita. Il mare è anche la soluzione salina che è nel grembo materno, il liquido amniotico è salato come il mare, per questo dicono che il parto in piscina sia meno doloroso, perché il bambino nasce passando da un habitat liquido a un altro. Il mare luogo di pericolo.

Lo penso nei termini oggettivi, ma anche simbolici. E qui mi riferisco ai pastori:adesso don Pasquale, e poi in seguito anche Salvatore, Emmanuel, loro si preoccuperanno quando un giovane dirà: Dammi la benedizione, parto per il mio primo imbarco. Un padre, una madre, ma anche un prete si chiede: ma questo giovane mi tornerà? e come mi tornerà? Perché, da sempre, il mare è stato luogo di tempeste, quelle della navigazione, certo, terribili, ma anche quelle affettive, emotive, morali.

Quante storie abbiamo raccolto negli anni in Confessione, nel dialogo di dolore per pericoli nati sul mare, per le tempeste. Mio marito è partito, era uno sposo fedele, poi è diventato… com’è diventato? che è successo? C’è stata una tempesta, un pericolo, è successo qualcosa, c’è stata una ninfa, una Calipso, una sirena… (Il testo dell’Odissea, in questo senso, è quanto mai allusivo rispetto ai pericoli del mare).

Ci sono poi i pericoli della vita, eh, non che i vostri mariti che non hanno fatto i naviganti siano stati esenti – mariti e mogli, beninteso – da tempeste, ma ovviamente il tema è il mare, adesso è il Libro di Giona, e questo sconvolgimento ci fa pensare ai pericoli di mare.

Lo dice anche Paolo quando enumera i pericoli a cui è andato incontro per seguire l’evangelo, pericoli di mare, naufragi. Paolo, per esempio, naufraga sulla spiaggia di Malta.

Alla fine Giona deve confessare che il colpevole di quella tempesta è lui, e dice: è inutile che vi diate da fare, perché c’è una sola soluzione. E qui comincia un cammino positivo nella sua autocoscienza: liberatevi di me, qui il motivo di contesa sono io, se mi gettate in mare – “uomo in mare” è un segnale particolarmente drammatico nella vita di bordo –  si calmerà la tempesta. E così succede.

E qui – e chiudo questa seconda parte – ci sono delle cose negative che avvengono intorno a noi e che dipendono da noi. È molto vera, è molto graffiante questa riflessione. Alcuni di noi sono bravissimi a lamentarsi: tutti contro di me, la vita mi va male, non è andata bene una sola cosa, ma chiediamoci se l’elemento – come dire? – di negatività, non solo di te nella tua vita, ma anche di quelli che stanno intorno a te, possa essere tu, perché ciascuno di noi può essere un elemento esaltante nella vita degli altri, della propria famiglia, del proprio quartiere, della propria parrocchia, o un elemento di appesantimento. È come se le nostre vite, vedete, fossero collegate, come nel Principio dei vasi comunicanti: se uno fa bene, benefica tutti, se uno fa male, malefica tutti, cioè appesantisce un po’ tutti, in particolare quelli che stanno nella stessa casa, nello stesso quartiere. Pensate, noi adesso stiamo pregando qui, in questa casa, che è diventata un Museo della Tarsia, in un angolo che è un giardino sorrentino. Qui hanno abitato tante persone in passato, tante generazioni, noi siamo qui a pregare e non a battezzare un luogo, ma c’è un collegamento tra noi e quelli che hanno abitato qui, ci saranno stati, magari, dei delitti e non per insinuare non so un’atmosfera di: cerchiamo il colpevole, ma semplicemente per dire che siamo più collegati di quanto non appaia. Se la tempesta coglie tutta la ciurma, la colpa è di uno solo, è di Giona, che sta scappando dal Signore, e che adesso Dio vuole riprendere all’amo e perciò ha fatto scoppiare la tempesta.

Ecco, utilizziamo questo momento: il mare come luogo di pericolo, per chiedere perdono di tutti gli appesantimenti, che abbiamo portato involontariamente nella vita degli altri. Se la vita dei tuoi figli va bene, dipende anche da te, se va male, dipende anche da te, da quello che in qualche maniera tu hai prodotto nei pensieri, nei soprammobili, nei quadri, nelle parole, nelle frasi.

Si può far bene, si può far male; si può fare un mare di bene, si può innescare un mare di guai. Ecco, Giona è in un mare di guai!

 

Intermezzo musicale

 

Non è un caso che, quando vogliamo descrivere una situazione particolarmente drammatica, diciamo: “Sono in un mare di guai”, cioè circondato, avvolto da una tempesta. Quindi, il mare via di fuga, parte prima, il mare luogo di pericolo, parte seconda.

Il mare, cornice, luogo di riflessione, parte terza. Potremo anche considerare il mare maestro, perché ci si mette anche alla scuola del mare e il mare parla. Lo dice Eduardo, in una poesia sui colori, sui colori delle parole, “Il colore delle parole”, dove dice:

Nun siente ‘o mare,
e ‘o mare parla,
dice.

Ecco, arriva un po’ di risacca… . Perché il mare luogo di riflessione? Questo è un po’ anche nella nostra cultura: vado in riva al mare, non a ferragosto e neanche a luglio, per ricomporre i miei pensieri.

Questa dimensione, nel Libro di Giona, è espressa in una maniera drammatica e, se volete, anche un po’ grottesca, attraverso un simbolo, che è un cetaceo. Una volta che i marinai hanno gettato in mare Giona, e quindi tutto si calma, perché il pericolo era lui, l’indiziato era lui, il colpevole era lui, un cetaceo, con un sol boccone, lo ingoia, quindi Giona nel ventre della balena. Questo è un topos. Topos significa simbolo, che ricorre tante volte, che diventa una sorta di matrice. Ve ne faccio vedere alcune. Per esempio Gesù dice: Come Giona è stato tre giorni nel ventre del pesce, così il Figlio dell’Uomo starà tre giorni nel ventre della terra. E poi qui siamo a Sorrento, e nella storia del patrono, Sant’Antonino, c’è un episodio della liberazione di un bambino, che era stato ingoiato da un cetaceo. Il santo, davanti alle lacrime insistenti della madre che va a bussare al convento, al monastero benedettino, si reca sulla spiaggia a Marina Grande e chiama a rapporto il cetaceo, che restituisce il bambino. È un topos. Lo troviamo ancora nella storia di Pinocchio. Collodi lo ha ripreso, perché Pinocchio, finito in mare, nel ventre del pesce comincia a piangere, a frignare, perché vuole la fata turchina. È troppo tardi, Pinocchio!

Come vedete, ho fatto un volo, per dirvi che questo è un topos, perché proprio qui, nel ventre del pesce, solo qui, in una maniera tranquilla, Giona è come se fosse entrato in una cella: non si parla più del dramma, e per questo è un racconto di edificazione, ma come fa uno a stare nel ventre del pesce e a pregare? È come in una cella, e nella cella rientra in se stesso e dice: ma perché mi sono capitate tutte queste cose? Perché io stavo scappando dal Signore, e allora mi metto a pregare (c’è un lungo salmo, che è una sorta di polisalmo, perché risulta dalla composizione, l’intarsio, diremmo noi qui, di tanti versetti di salmi diversi, che vengono messi insieme in una grande preghiera) e mi rivolgo al Signore perché abbia pietà di me. Quindi il mare diventa atmosfera, orizzonte, ma anche luogo per rilassarsi, per ripensare a sé.

Vi ricordate quando “facevamo il morto”, da bambini? Ognuno di noi avrà questo ricordo. Fare il morto è l’esercizio di abbandonarsi, senza muoversi, senza aver paura, sulla superficie del mare quando è calmo, sentendo il rumore, il canto del mare, e guardando il cielo e i gabbiani che attraversano il cielo, ci sembra di essere in una situazione di beatitudine, no?

Ecco, Giona sta facendo il morto, ripensando alla sua vita: ma io chi sono? ma perché mi trovo qui? e perché non sono andato a Ninive? e perché sono fuggito dal Signore? E poi è successa la tempesta, e poi il cetaceo, e poi… Ecco, ritorna in te stesso! Il mare ci aiuta, è un grande maestro soprattutto sul far della sera, quando si chiudono gli ombrelloni. Non so perché gli ombrelloni chiusi mi hanno sempre dato una tristezza immensa, oltre che una pace. Quando, all’imbrunire, si chiudono, le persone vanno via e tu puoi passeggiare sul bagnasciuga, sentendo che stai vivendo, come noi adesso stasera in questo giardino sorrentino. Forse non ce ne accorgiamo, forse questa vita la stiamo sciupando, forse va impiegata in una maniera più intelligente, e forse la sto impiegando scappando da una cosa importante, che è quella per cui sono stato chiamato a essere qui sulla scena della vita. Ho preferito imboscarmi, però qui ci sono delle reti, che possono riprenderci (chi ha curato la scenografia di questa serata ha pensato che in questa storia di mare stessero bene delle reti, magari non saranno proprio reti da pesca, ma danno l’idea) c’è una rete che ti riporta dentro di te, nella cella interiore, perché tu possa rivolgerti nuovamente a Dio, come fa Giona, e puntualmente la preghiera è ascoltata, e Giona è depositato gentilmente, come il bambino nella storia di Sant’Antonino, sulla spiaggia. Immaginate di dove? Di Ninive.

Anche se non siamo in vista del mare, godiamoci per un attimo questa pace, e diciamo: Ecco, questo meraviglioso cipresso, che avrà cento anni e di più, quest’olivo, questo chiostro, perché è come un chiostro, è la cella che questa sera il Signore ha pensato per me, perché io rientrassi in me stesso, per chiedermi: Ma chi sono? e che cosa sono stato chiamato ad essere, a fare? Mi rivolgo nuovamente al mio Dio, che avevo estromesso dalla mia vita, ma Lui no, perché, come abbiamo cantato, se anche tu vai lontano, non ti abbandonerà. Mi rivolgo nuovamente a Lui, come Giona nel ventre del cetaceo, della balena.

 

Intermezzo musicale

 

Quarta e ultima parte: il mare come immagine dell’immensità di Dio e del suo amore. La conclusione del Libro di Giona è quanto mai stimolante.

Giona viene depositato sulla spiaggia di Ninive, viene portato gentilmente laddove non voleva andare, perché alla fine finiamo col fare quello che Dio ha scelto per noi, nonostante tutte le nostre ribellioni, e quindi si decide a fare quello che doveva fare, cioè a predicare. La predicazione di Giona è un po’ aggressiva:ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta.

Pensate, se sciogliessimo le fila e gridassimo per il Corso Italia o io o voi: Se non vi convertite… dai negozi supergriffati, dalle persone che passeggiano nell’isola pedonale, saremmo presi per matti. Forse un cristiano dovrebbe fare anche questo, ma non in questa maniera, cioè dovrebbe andare in giro per il mondo, ricordando che si vive per altro e non per i fermagli e le borse, per dirla nel linguaggio femminile, ma ci sono poi dei riscontri anche nel nostro mondo maschile, cioè dovrebbe ricordare che non si vive per i dettagli firmati, griffati.

Pensavo a Leonardo. Ve lo ricordate, Leonardo? Facciamo memoria di lui, che era il Giona delle nostre comunità. Leonardo era un clochard, quando non si chiamavano così, quindi un barbone, che da Meta, credo abitasse lì la mattina presto, a torso nudo, andava girando per le strade: Svegliatevi, poltroni, per il Corso Italia a Piano, a Meta, a Sant’Agnello… Ecco, quello era Giona. Adesso è defunto. A volte abbiamo giudicate le persone come lui dei dementi, forse, invece, erano saggi, gli unici che capivano qualcosa in mezzo a un popolo, noi, inebetito, un po’ su di giri per il vino, per lo stomaco gonfio. Ecco, come Leonardo, defunto da un po’ di anni, il nostro Giona grida, e gli abitanti di Ninive fanno quello che dice Giona. Questa è la cosa che innervosisce di più il profeta. Noi pensiamo: ma come, ti sta andando bene la missione popolare, e tu ti innervosisci? Sì, dice Giona, perché io sapevo che finiva così, cioè finisce sempre bene, sempre tutti promossi, sempre che Dio ha la manica larga, che noi dobbiamo gridare, ma poi Lui si muove a compassione e perdona tutti.

È terribile, sapete, questa cosa, perché, mentre la città pagana si converte, il re indice un grande digiuno, cui devono partecipare anche i piccoli, anche le bestie, insomma tutto il cosmo viene rimesso in ordine. L’unico che rimane, come nota stonata, è Giona, che ha un bruciore di stomaco che nessun Maalox riesce a placare, perché è un bruciore che gli viene di qui, dalla sua mente piccola, e Dio cerca di convertire lui, e il testo si chiude con un interrogativo: Ninive si è convertita, ma Giona si è convertito? Non si sa, perché Dio cerca di fargli capire: ma guarda che queste persone non sanno distinguere – dice il testo – la destra dalla sinistra, cioè il bene dal male, sì, hanno scelto il male, ma l’hanno fatto per disattenzione, perché non erano educati, e allora forse non debbo avere io compassione? E, per far capire a Giona questa cosa, Dio fa nascere, perché in Oriente il sole batte, picchia terribilmente, un kikaiòn – dice il testo ebraico – cioè un piccolo ricino sulla testa di Giona, perché egli possa avere un ombrello. Ah, finalmente un’attenzione anche per me da parte di Dio, dice Giona.

Vedete, c’è un’ironia in questo testo, che è bellissimo – andatevelo a leggere – poi un verme, durante la notte, crock, crock, crock divora il ricino, e la mattina Giona, quando il sole comincia a battere, si accorge che il suo ricino, il suo ombrello è seccato. Ahh, va su tutte le furie: neanche più il ricino, neanche più il kikaiòn, neanche più l’ombrello, qui non si capisce più niente, si innervosisce. E Dio dice: Ecco, ti sei innervosito perché ho fatto seccare un alberello, che io stesso avevo fatto crescere,  forse non mi devo preoccupare di queste persone, che non sono alberelli, non sono kikaiòn, e mandarle all’Inferno così, in quattro e quattro otto…?

Questo è un grande messaggio sull’ immensità dell’amore di Dio.

E qui il mare, adesso calmo, lo guardiamo con gli occhi della mente, ce ne facciamo una raffigurazione, “un fantasma”, si dice in termini tecnici, per contemplare le insondabili profondità del Cuore di Dio, che è misericordia. Noi in questo mare dobbiamo avere il piacere di naufragare, noi e gli altri, e non innervosirci, e non dire: io sono il primo della classe, sono il vescovo e allora ho bisogno del posto speciale. No, tutti presi insieme, tutti salvati, tutti, perché il Cuore di Cristo è come l’immensità del mare, e si chiama “misericordia”.

Andando verso la conclusione, vorrei cercare anche un aggancio con il luogo che ci ospita questa sera:il Museo della Tarsìa. Vedete, la tarsia è una grande sapienza che ci viene dai nostri antenati, non è solo un’opera d’arte, ma un modulo di vita, che consiste nell’armonizzazione delle diversità. Questa è la tarsìa.

Secondo la tradizione popolare, è stato sempre Sant’Antonino a portare l’arte della tarsìa a Sorrento. La cosa è verosimile perché i monaci nel Medio Evo, e anche in seguito, sono stati i grandi civilizzatori per l’agricoltura, la democrazia, le arti, e quindi spesso troviamo nei monasteri ancora oggi, per la verità adesso raramente, dei maestri intarsiatori, che sanno mettere insieme. La tarsia è mettere insieme legni diversi, perché si compongano in opera d’arte.

Questo, noi qui, anzi, voi qui, lo potete fare più facilmente, perché state sul mare, e la tarsìa prevede un’apertura che dà l’orizzonte marino, perché i legni venivano da lontano, venivano trasportati sulle navi, erano legni dalle colorazioni, dalle cromaticità più strane, che qui non c’erano. Chi li ha portati? Il mare. Vengono dal mare.

Le cose che vengono dal mare ci possono anche mettere sulla difensiva (costruiamo una cinta di mura, chiudiamoci, difendiamoci dai nemici), invece no, il mare è un maestro di dialogo, perché divide, ma anche unisce. Il mare è un ponte, un grande ponte che unisce tante sponde. Ricordate Sergio Endrigo quando cantava: Se tutti i ragazzi del mondo un giorno diventassero marinai, allora si farebbe un grande ponte con tante barche in mezzo al mare. Non c’è bisogno, sapete, perché il mare svolge già di suo questo compito. Il mare unisce. Allora dal mare arrivavano i legni. I maestri sorrentini mettevano insieme le diversità in una maniera artistica. La tarsìa non è solo un’arte, un’arte minore secondo alcuni, ma è anche una concezione di vita, dove culture diverse possono entrare l’una nell’altra, e non sovrapporsi, ma armonizzarsi attraverso un’opera di piallatura, di carezza. I maestri intarsiatori fanno proprio questo gesto, almeno quelli di una volta, ma immagino anche quelli che lavorano al computer oggi, di accarezzare i legni, di scegliere una variazione cromatica di un legno che viene dall’India, di un altro che viene dall’Africa, e dunque abbiamo la convivenza delle diversità.

Quando poi (e don Pasquale nella sua Canonica, perché è sua, ne ha una meravigliosa realizzazione) oltre ai legni si aggiungono anche delle parti di madreperla, allora abbiamo il cosmo, perché c’è il mare, la madreperla, c’è il mondo vegetale, la luce, perché, senza il sole, questo albero sarebbe morto già cento anni fa.

Quindi, come vedete – e non è altro che quello ho detto sul testo di Giona – dovremmo diventare tutti bravi intarsiatori.

I genitori che non sanno fare gli intarsiatori, sono dei pessimi educatori con i loro figli, uno diverso dall’altro: eh, mio figlio è adolescente, mia figlia così… ebbene, mettili insieme, fai l’intarsiatore, crea dialogo, stabilisci delle affinità, cerca dei momenti in cui far dialogare l’ebano con la madreperla. Questo è il compito dell’educazione, della civiltà, e laddove questo non si fa, abbiamo delle culture chiuse, degli ambienti chiusi, dove nulla accade di nuovo, dove si tritura il già fatto, il già sentito, il già visto. Come vedete, l’intarsio ha in sé questa caratteristica, poi il maestro ve lo farà vedere, per chi lo vorrà, in una maniera più professionale, ve ne indicherà la storia, ma adesso a me essa interessa da un punto di vista umano-spirituale e culturale. L’intarsio ci aiuta a vedere la vita come un incontro armonioso di diversità.

Noi abbiamo accolto tante culture, a volte diciamo tante dominazioni, però queste, sì, è vero, ci hanno appesantito, ma ci hanno portato anche dei doni, uno fra tutti, ad esempio, il dono delle Madonne Addolorate da parte della dominazione spagnola, che voi amate tanto, no? Se togliessimo dalle processioni del Venerdì Santo e del Giovedì Santo notte le Madonne addolorate, le donne si strapperebbero i capelli o le parrucche, a seconda dei casi, ma chi ce le ha portate? da dove vengono? Vengono dal mare, dalle dominazioni spagnole. Se andate in Spagna, le troverete a migliaia,  quindi quelle che chiamavo dominazioni, in realtà, sono state culture accolte, da cui abbiamo preso dei termini, delle intuizioni, delle parole: buatt, a’ buatt! ( forse ha una matrice francese, o no?) E perché? Abbiamo avuto anche i francesi! E Napoli, da cui in qualche maniera abbiamo ricevuto l’eco sulle nostre coste, è stata una città, qualcuno dice, una donna troppo “aperta”. Una donna troppo aperta può essere una prostituta, ma anche una donna intelligente. Ecco, Napoli (dico Napoli per dire noi) è stata una donna intelligente, che ha detto: È inutile chiudere le porte, fare la muraglia cinese (che è la più grande rappresentazione dell’inutilità), costruire una cinta muraria per difendersi dalla modernità. Ahimè! Costruite tutte le muraglie che volete, i vostri figli le scavalcheranno, forse conviene, invece, diventare maestri intarsiatori e mettere insieme e creare comunione.

Vi dico questo perché siamo qui nel Museo della Tarsìa e perché questo fatto culturale possa in qualche maniera agganciarsi anche alla nostra preghiera di stasera, dove al quarto punto il mare è visto come immagine, matrice, simbolo dell’immensità dell’amore di Dio e della sua misericordia. Tutto questo viene detto in una maniera sintetica con un’espressione che troviamo tante volte nell’Antico Testamento: “perché  eterna è la sua misericordia”.

Padre Nostro.

Benedizione del Vescovo

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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