Il presente per eccellenza

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Pignataro Maggiore, 22 luglio 2013

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Mons. Arturo Aiello

per le esequie di

Angiolina Del Vecchio

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Saluto iniziale

Quando la Chiesa si raccoglie lo fa sempre per rendere grazie, rendere grazie al Padre per ciò che ha operato nella Creazione e nella Redenzione, rendere grazie per i doni, che ci sono venuti attraverso il sacrificio del Figlio, per la santità che lo Spirito opera nella Chiesa, per i tanti doni ricevuti.

Angiolina, che si è presentata, dopo un lungo cammino, stanca di questa vita ma desiderosa del cielo al cospetto di Dio, rende finalmente grazie con un canto limpido e nuovo.

E noi vogliamo unirci a lei e alla liturgia celeste e oltrepassare, pur con rispetto, la tristezza del distacco, per fissare lo sguardo su ciò che non passa. Dio non cambia. “Dios no se muda”, dice Teresa d’Avila. I nostri defunti ne hanno fatto esperienza, noi invece stentiamo a crederlo. Adesso ci riuniamo intorno all’altare del Signore per pregare per Angiolina, per i suoi figli, per la sua famiglia, per noi, perché da viandanti  non abbiamo a perdere la fede.

Chiniamo il capo, chiediamo perdono dei nostri peccati, affidiamoci alla misericordia del Padre.

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Omelia

Carissimi fratelli e sorelle, carissimo don Pasqualino, Maria Pia, Gianpio (nei nomi che Angiolina ha dato ai suoi figli si avverte la memoria della sua amicizia, della sua figliolanza nei confronti di padre Pio, San Pio) carissimi tutti, celebriamo questa Eucaristia di commiato, un arrivederci e non un addio nei termini umani, nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di Santa Maria Maddalena, che, meglio di altre e più di tutte, esprime la santità nella dimensione femminile – parlo ovviamente dei personaggi del vangelo -: la donna della ricerca, che non s’accontenta, che cerca e piange,  piange e cerca,  chiede e va in giro, come abbiamo ascoltato nel testo del Cantico dell’amato del suo cuore. E mi sembra di cogliere già qui il senso della vita.

Noi ci raccogliamo intorno alle bare certamente per un saluto, ma anche per capire cosa sia questa vita, quale senso, quale direzione abbia o debba avere, e quale sia il senso della fede che attraversa l’esistere dell’uomo e della donna.

Una prima risposta ci viene dalla Parola di Dio, che ci dice che vivere è cercare. Anche credere è cercare. Molti, erroneamente, pensano che credere sia aver trovato. E in qualche maniera lo è, ma non nel senso del possesso, una volta per sempre, come vorremmo.

Gesù dice a Maria Maddalena: «Non mi trattenere», proprio all’atto in cui lei Lo ha trovato dopo tanto cercare.

In una maniera consapevole o inconsapevole nella vita siamo cercatori di Dio, Lo desideriamo, come ci ha ricordato il Salmo: «O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco». Ti ho cercato nell’infanzia, nell’adolescenza, nella maturità. Ti ho cercato nella maternità, nella sponsalità. Ti ho cercato nei figli, negli alunni. Ti ho cercato nella dolcissima immagine di Padre Pio, cui chiedevo anche le cose più semplici della vita.

C’è un senso della paternità spirituale, che rischia d’andare irrimediabilmente perduto oggi. “Ti ho cercato”, dice Angiolina. La mia vita è stata un cercare continuo. E questa Parola, se mi state seguendo, dovrebbe darvi grande consolazione, perché anche voi cercate e cercano anche quelli fra voi, che sono qui in chiesa, forse senza fede, o pensano d’averla perduta.

L’uomo è un cercatore di senso, di felicità, di pane, di stabilità, di comunione, di amicizia, di abbracci. Tutto questo e altro significa Dio.

«Ha sete di te, Signore, l’anima mia»: lo diciamo, lo ripetiamo, ma in questo momento vorrei che Angiolina ci aiutasse a capire di più che i nostri desideri, anche quelli più turpi, tanto più quelli alti, sono null’altro che desiderio di Dio.

Noi cerchiamo, a volte cerchiamo tra le lacrime, nel dolore, come in questo momento. Le lacrime ci fanno vedere meglio, ci lavano gli occhi, ci mettono dinnanzi alla verità e alla brevità della nostra vita. Cerchiamo chiedendo agli altri.

«Hanno portato via il Signore, non so dove lo hanno posto», dice Maria Maddalena disperata. Quanta speranza c’è in certe disperazioni! Lei è disperata per aver perso il centro d’orientamento della sua vita.

Spero che Gesù lo sia anche per noi. Certamente lo è stato per Angiolina. E poi lo chiede a Gesù presente, ma non percepito ancora nella sua verità, non sapeva che fosse Gesù. Gesù è accanto a te, bussa alla tua porta, mangia alla tua mensa, vive nella tua chiesa parrocchiale. E tu non lo sai. E ti sfiora e tu ne senti il profumo.

Siamo qui per dire che Egli è il presente per eccellenza. Il tempo, i secoli, i giorni, gli attimi, l’eternità, ruotano intorno a Lui.

«Donna, perché piangi?». È ciò che Gesù chiede anche a don Pasqualino, a suo fratello, a sua sorella, facendo una carezza particolare a Maria Pia, che ha consacrato la sua vita al servizio di sua madre. Ci sono delle figlie consacrate, consacrate ai genitori. «Perché piangi? Chi cerchi?».

Ascoltala questa voce, che è la voce del Maestro, che vuole farti comprendere come hai già ciò che cerchi; per dirla con Agostino, non Lo cercheresti se non Lo avessi trovato, e proprio perché Lo hai trovato Lo cerchi ancora.

Gesù si è accostato – ci ricordava Gregorio Magno stamattina nell’Ufficio delle Letture – e prima si accosta alla donna, chiamandola nella sua identità di donna, poi con il suo nome proprio: Maria.

Ieri Angiolina si è sentita chiamare per nome e ha detto: “Eccomi!”, e si è presentata a Dio, concludendo l’avventura tempestosa, meravigliosa e tempestosa, della sua vita terrena nello spazio e nel tempo. Ed è affondata nell’abbraccio di Gesù Sposo, di Gesù Maestro. E in Lui del Padre, dello Spirito, di Maria, dei Santi, e dunque di Padre Pio, di chi prima di noi ha varcato la soglia dell’eternità.

Dov’è quest’eternità?, a volte ci chiediamo. Vorrei farmi aiutare, farci aiutare dalle parole di Ungaretti nella poesia La madre, che Angiolina avrà insegnato tante volte ai suoi alunni, ma, si sa, le cose imparate a scuola sanno sempre troppo di forzatura. Poi un giorno, nella vita, le scopriamo vere, perché i poeti sono come i sacerdoti del creato. Credenti o meno – Ungaretti lo era – si avvicinano al mistero come dei mistici, mistici della parola, mistici del segreto e dei segreti della vita. Ungaretti nella poesia La madre (1930) inserita nella raccolta Sentimento del tempo, come molti di voi ricorderanno, ma purtroppo non i più giovani (queste cose non le hanno imparate più, e rischiano d’andare perdute), immaginando il giorno della sua morte, parla di un ultimo battito: “e quando il cuore d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra.

Ecco, questo è ciò che ci separa dall’eternità: l’ultimo battito.

Noi, che facciamo tanta attenzione, fratelli e sorelle, al nostro cuore, andiamo continuamente a fare controlli, eco cuore, elettrocardiogramma, pensando che il cuore debba battere, non sappiamo che il battito più prezioso del cuore è il primo e l’ultimo. L’uno e l’altro ci introducono nella vita, facendo cadere “il muro d’ombra”, a dire che i nostri defunti sono qui, a un passo da noi, ci abbracciano magari, ci parlano, ma non li vediamo perché c’è il muro, ed è il tempo e lo spazio, dove anch’essi hanno soggiornato con disagio, come noi, d’altra parte, e poi l’ultimo battito fa cadere il muro d’ombra. La caduta dei muri, finalmente, come quello di Berlino. “E il cuore quando d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra / per condurmi, Madre, fino al Signore, / come una volta mi darai la mano”.

Quanta dolcezza, fratelli e sorelle, in questa fiducia dell’uomo Ungaretti, del credente, nel sapere, nel pensare, nell’immaginare la morte, come un tornare bambini, per essere condotti “come una volta mi darai la mano”. Angiolina ha portato per mano i suoi figli, li ha portati in chiesa e li ha condotti nei passi incerti dei bambini. Poi diventiamo grandi e i genitori ci sembrano lontani, non capirci, in realtà l’infanzia è la verità della nostra vita. “Dall’infanzia veniamo e verso l’infanzia torniamo”, ci ricorda Bernanos. “Come una volta mi darai la mano”.

Le mamme, che prima di noi sono partite per l’eternità – è accaduto anche ad Angiolina nei confronti di sua madre – ci vengono incontro appena cade il muro, appena l’ultimo battito, come l’ultima nota di una sinfonia, è stato emesso, eseguito, perché in questo precipitare del “muro d’ombra” abbiamo paura.

Scende l’ombra, nel silenzio, sulle fatiche umane”, recita un Inno del Vespro. E il Vespro non è solo la conclusione di un giorno, ma è la conclusione della vita. Scendono l’ombra e il silenzio. Ma adesso il muro d’ombra può impaurire il bambino che sembra perduto e che trova fiducia nella stretta della mano di sua madre.

“Come una volta mi darai la mano. / In ginocchio, decisa, / sarai una statua davanti all’eterno, / come già ti vedeva / quando eri ancora in vita”.

Ci sono delle immagini della fede nella nostra infanzia che valgono più di tutti i trattati di teologia che abbiamo imparato nei nostri studi, nei nostri Seminari. Ungaretti ricorda, e lo proietta dopo l’ultimo battito della sua vita, sua madre in preghiera, in ginocchio, decisa.

Anche noi abbiamo guardato, con la nostra mente bambina, i nostri genitori che ci hanno trasmesso la fede. E la fede, don Pasqualino, non è quella che hai imparato a Posillipo frequentando i Corsi di teologia, più o meno negli stessi anni del vescovo e di altri sacerdoti qui presenti, quella è stata una esplicitazione, una elaborazione della fede, ma noi la fede l’abbiamo ricevuta a casa, tutti. E prima delle parole, prim’ancora del segno della Croce, prim’ancora di imparare le preghiere l’abbiamo vista la fede.

Mi viene da pensare se oggi i bambini la fede la vedano più, perché s’impara vedendo, s’impara la fede vedendo vissuta la fede, “in ginocchio, decisa, / sarai una statua davanti all’eterno, / come già ti vedeva / quando eri ancora in vita”, cioè tornano i ricordi della madre del poeta che pregava. Pregava e si estraniava, e pregava inutilmente, il bambino cercava di risvegliare la sua attenzione, ma lei era intenta a cose solenni, parlava con Dio. Anche quel giorno, quello della morte, il poeta la immagina così: come una statua, non guarda il figlio, non parla al figlio, parla del figlio a Dio.

Alzerai tremante le vecchie braccia, / come quando spirasti / dicendo: Mio Dio, eccomi”. È una preghiera d’intercessione quella della madre davanti a Dio. E questo figlio, probabilmente, come me, come te, come tutti, ha tante cose di cui essere perdonato. L’azione d’intercessione è l’azione di Gesù – lo sappiamo per la fede – ma Ungaretti la sente come l’intercessione di sua madre, che non si muove da quella posizione.

Vi ricordate? Bartolo Longo nella supplica alla Madonna di Pompei dice: Non ci staccheremo dalle tue ginocchia, finché non ci avrai benedetti.

Ci sono delle preghiere interminabili, finché Dio non cambia sguardo.

In ginocchio, decisa, / sarai una statua davanti all’eterno, / come già ti vedeva / quand’eri ancora in vita”.

Don Pasqualino, suo fratello e sua sorella ringraziano Dio per la testimonianza ricevuta, non tanto attraverso le parole su Padre Pio, quanto per quello che hanno visto nella fede della loro mamma.

E il poeta conclude: “E solo quando m’avrà perdonato, / ti verrà desiderio di guardarmi”. Prima no, prima la madre guarda Dio, perché è Lui che attira madre e figlio, anche perché c’è una lotta, forse, che avviene tra la madre e Dio, e Dio desidera questi lottatori, questi intercessori, perché il figlio sia salvo.

Quante notti le nostre mamme hanno vissuto in piedi accanto alle nostre febbri infantili, alle nostre malattie, ai nostri incubi notturni, ai nostri sogni con le streghe! Quante notti!

E quell’intercessione, quella presenza erano sacramento di un’altra intercessione, quella che le mamme svolgono, ovviamente per grazia e nella scia del grande intercessore che è Gesù. E solo all’atto in cui la grazia è strappata, e Dio dice sì, può entrare. “E solo quando m’avrà perdonato / ti verrà desiderio di guardarmi. Ricorderai d’avermi atteso tanto e avrai negli occhi un rapido sospiro”.

Può esserci un sospiro negli occhi? E come si chiama questo sospiro? Diamogli una parola, io direi: finalmente! Finalmente sei tornata, siete ritornati, finalmente siamo famiglia, senza più separarci, finalmente sei salvo, figlio mio.

Ecco, non è una lezione di letteratura, come ognuno di voi sa e sente. Quelli fra voi che hanno la mamma ancora in vita – una grazia! – e i tanti che adesso la percepiscono oltre “il muro d’ombra”, e quindi anche don Pasqualino, suo fratello, sua sorella, sono qui a pregare nella preghiera di Gesù, l’Intercessore. Siamo qui a pregare perché la nostra ricerca approdi al porto sospirato, perché le tempeste non ci fermino, perché in questo viaggio verso Itaca non abbiamo a perderci, a perdere la fede, la fiducia che il Dio che ci ha salvati ci attende, e prepara per noi un destino di gloria. Con queste parole ci consoliamo a vicenda, questi misteri celebriamo, questa comunione con i nostri defunti vogliamo sentire.

E Maria Pia, Gianpio e don Pasqualino e tutti noi sentiremo più forte questo legame, più forte del legame di sangue, più forte di quando eravamo seduti alla stessa mensa.

Continuino a intercedere per noi le nostre madri, a chiedere. Quando erano con noi, pregavano per la nostra salute, adesso pregano per la nostra salvezza.

 

E il cuore quando d’un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d’ombra

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come una volta mi darai la mano.

 

In ginocchio, decisa,

sarai una statua davanti all’eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo: Mio Dio, eccomi.

 

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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