Cura dell’Amore. Amore della Cura

rut noemi

Pietravairano, 23 agosto 2013

PREGHIERA-GIOVANI

guidata da

S. E. Rev.ma Mons. Arturo Aiello

“Cura dell’Amore

Amore della Cura”

Sagrato della Chiesa della Madonna del Calvario

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Canto iniziale: Vivere la vita

Nel nome del Padre…

Stasera riprendiamo le fila dell’estate – anche se non è ancora terminata -, della vita, dopo il pericolo di disperderci. Alcuni di voi sono reduci dai campi-scuola e, quindi, hanno già avuto un’opportunità d’oro per non disperdersi, per riprendersi, per raccogliersi, per ritornare alle cose importanti. Anche il fatto che vi abbia fatto sedere per terra è una cosa importante, perché bisogna riprendere i contatti anche con la terra, che significa toccarla, voi che state sempre seduti in poltrona. Riprendiamo i contatti con la terra, riprendiamo i contatti con la nostra terra, riprendiamo i contatti con Gesù. Tra l’altro – man mano che scenderà la sera, sarà ancora più bello – stiamo su un palcoscenico da cui si gode di una vista meravigliosa, un belvedere. Abbiamo la valle ai nostri piedi: questa valle è la nostra terra e ci chiediamo se l’amiamo. È strano chiedersi se uno ama la propria casa, ma a volte non amiamo né la terra né la casa né la nostra vita. Ci fermiamo un attimo per fare mente locale. Non sto facendo un pic-nic, ma sono qui per la preghiera: voglio vivere questa ora in grande raccoglimento, forse Gesù ha qualcosa da dirmi, da dire a me e ai miei amici, questa sera.

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Vorrei invitarvi a guardare un attimo la foto che si trova sul foglietto e che riassume il titolo della nostra preghiera: Cura dell’Amore. Amore della Cura. Ci sono due mani che stanno per accarezzare dei bambini, i bambini che eravamo, i bambini che diventeremo. È un gesto senz’altro di tenerezza ed è quello che adesso ascolteremo da un brano che conoscete pochissimo (forse l’1% fra voi ha ascoltato questa storia). Si trova nella prima lettura di oggi e quindi ho pensato che era bello riascoltarla e commentarla insieme. È un brano tratto da un testo che si chiama il Libro di Rut che è una donna dell’Antico Testamento.

Dal Libro di Rut 1, 1.3-8.14b-16.22

Al tempo in cui governavano i giudici, ci fu nel paese una carestia e un uomo [chiamato Elimèlech], con la moglie e i suoi due figli emigrò da Betlemme di Giuda nei campi di MoabPoi Elimèlech, marito di Noemi, morì ed essa rimase con i due figli. Questi sposarono donne di Moab, delle quali una si chiamava Orpa e l’altra Rut. Abitavano in quel luogo da circa dieci anni, quando anche Maclon e Chilion morirono tutti e due e la donna rimase priva dei suoi due figli e del marito. Allora intraprese il cammino di ritorno dai campi di Moab con le sue nuore, perché nei campi di Moab aveva sentito dire che il Signore aveva visitato il suo popolo, dandogli pane. 

Orpa baciò la suocera e partì, ma Rut non si staccò da lei. Noemi le disse: «Ecco, tua cognata è tornata dalla sua gente e al suo dio; torna indietro anche tu, come tua cognata». Ma Rut rispose: «Non insistere con me che ti abbandoni e torni indietro senza di te; perché dove andrai tu andrò anch’io; dove ti fermerai mi fermerò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio». Così dunque tornò Noemi con Rut, la moabita, sua nuora, venuta dai campi di Moab. Esse arrivarono a Betlemme quando si cominciava a mietere l’orzo.

Parola di Dio.

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Normalmente si dice che le suocere e le nuore non vanno d’accordo. Sembri la suocera! – cioè quella che mormora sempre, che dice che la nuora non sa cucinare, non sa stirare le camicie e non sa fare il sugo, che il figlio si è deperito da quando si è sposato. Ecco, questo testo si chiama Libro di Rut ed è bellissimo. Il brano centrale, che è stato proclamato, parla di un amore dolcissimo tra una nuora, Rut appunto, e sua suocera Noemi. Siamo nei tempi in cui la gente camminava molto. I tempi sono cambiati: voi per salire quassù avete imprecato, avete pensato di ricevere una medaglia, una coppa; in realtà questo è un tragitto di ordinaria amministrazione, perché prima le persone si muovevano molto di più, già i nostri nonni, per non andare molto lontano. Qui siamo 2500 anni fa e più, quando si ha una piccola migrazione. Le migrazioni si avevano sempre per motivi di carestia: non c’era pane, non c’era grano e allora ci si spostava in luoghi  sempre più fortunati. Noemi si sposta con suo marito e i due figli per andare in cerca di fortuna, così come i nostri nonni e bisnonni andavano in America in cerca di fortuna, e vanno ad abitare in un territorio pagano che si chiama Moab. Qui c’è pane in abbondanza, ma, insieme al pane, c’è anche il dolore, perché a Noemi muore il marito e quindi rimane vedova, ma adesso per fortuna ha i due figli che intanto si sono sposati, i quali, non potendosi andare a cercare una fidanzata nella loro terra, hanno preso due donne del posto, due moabite, due straniere. È morto il marito di Noemi, grande lutto, ma almeno rimangono i due figli maschi. Piccola parentesi: gli uomini davano importanza alle donne. Adesso gli uomini non si impettiscano dicendo: Noi siamo i migliori! Allora era così, cioè una donna che non avesse un marito, non avesse un figlio, era alla mercé di chiunque, cioè era una donna senza diritti. Questo per farvi capire il dramma di Noemi quando, dopo la morte del marito, vede morire anche i suoi due figli, prima l’uno poi l’altro: una donna sfortunata, sfigata, disgraziata, a cui non va niente bene. Ha trovato il pane, ma anche tanto dolore. Allora comincia un pellegrinaggio a ritroso. Noemi pensa: Che ci faccio qui, in terra di Moab, con queste due donne che adesso dovranno rifarsi una vita? La mia è finita, ho perso marito, figli… Me ne vado, torno a casa: vado a morire nella mia terra (come molti che andavano negli Stati Uniti a cercare fortuna e poi desideravano tornare a Pignataro, a Sparanise, a morire, perché bisognava morire nella propria terra).

Così comincia questo pellegrinaggio. Sulle prime, l’accompagnano le due nuore, per convenevoli, ma ad un certo punto, dopo 200 metri, un chilometro, due chilometri, Noemi stessa si rende conto che devono tornare a casa, anche perché sono giovani e possono rifarsi una vita. Allora dice: Figlie mie, adesso potete andare; vi ringrazio dell’affetto, siete state bravissime, ci siamo volute bene, ma adesso torno nella terra di Israele e voi restate nella vostra terra; non è giusto che vi sradichiate.

La prima segue subito le indicazioni, è come se non aspettasse altro, era già stanca dei due chilometri fatti e quindi se ne torna a casa. Rimane solo Noemi. Noemi non vuole staccarsi, ci sono ancora altri due chilometri e, quindi, c’è un dialogo bellissimo tra questa giovane donna e una donna anziana. La giovane donna si chiama Rut, nome ebraico, e la donna anziana si chiama Noemi, un nome che è tornato da 10 anni a questa parte nelle nostre famiglie. Noemi significa “mia dolcezza” e se avrete una figlia, domani, mettetele questo nome, che è dolcissimo.

Noemi dice a Rut che se ne può andare visto che anche l’altra se n’è andata: Vai anche tu, lasciami sola in questo viaggio di morte. E Rut le dice: Io non ti abbandonerò, io andrò dove tu andrai, io mi fermerò dove tu ti fermerai, i tuoi dei saranno i miei.

Rut è una donna che, per amore, benché si siano rotti tutti i legami, benché la morte del marito non la colleghi più a questa donna straniera, dice a Noemi: Voglio rimanere con te, ti seguirò. Perché le dice questo? Perché le vuole bene e perché sa che una donna anziana può andare incontro a tanti pericoli. Lei è ancora giovane, potrà lavorare, si darà da fare per mantenere questa donna anziana negli ultimi giorni della sua vita in una maniera dignitosa. Ovviamente, Noemi non può rifiutare. Cominciano questo viaggio, arrivano a Betlem e qui succede una cosa bellissima, che a voi non dice niente, e cioè vanno a spigolare – è il prosieguo del racconto che non era nella lettura – cioè a raccogliere le spighe. “Spigolare” significa andare a raccogliere le spighe che cadono dai covoni dei ricchi, cioè andare a raccogliere quello che cade dal cesto dei grandi. Va a spigolare nel campo di un certo signore che si chiama Booz e scocca una scintilla: Booz si innamora di Rut. Voi dite: Che bella storia! Finisce bene! Ma la cosa bella di questo racconto non è E vissero felici e contenti, perché adesso Noemi può confidare in Rut che, a sua volta, è diventata la sposa di un proprietario terriero. Dovete sapere che questo Booz era della discendenza di Davide e, quando noi leggiamo la genealogia di Gesù, diciamo che Obed nacque da Rut che era una straniera. Succede, cioè, che questa donna, che è stata così generosa nei confronti di un’anziana, viene ricompensata in una maniera abissale: non solo vivrà lei e darà da vivere a sua suocera, ma il bambino che le nascerà, di cui sarà incinta, non sarà un bambino qualsiasi, ma uno che entra nella catena di carne che giunge a Gesù, il Figlio di Dio incarnato. È una storia bellissima, perché dice amore, affezione e dice come investire nell’amore a volte ha effetti ben al di là della vita delle persone.

Vi lascio con una domanda: questa estate – nella prima parte, perché se il Vescovo dicesse che è finita l’estate, vi suicidereste in massa, e invece manca ancora un mese – in questi primi due mesi dell’estate, come avete investito? Avete investito in amore, nel senso bello del termine, prendendovi cura di qualcuno? O avete pensato a voi stessi, avete impiegato i vostri soldini, il vostro tempo, la vostra giovinezza solo come un godimento? Ho fatto qualcosa di bello in questi giorni trascorsi, da quando ho lasciato la scuola o l’università? Ascoltando questa storia spero che vi vengano in mente fatti, storie, avvenimenti, dove Dio ha benedetto un’amicizia, ha benedetto un gesto di accoglienza, ha benedetto me che mi prendevo cura di qualcuno. E la parola d’ordine di stasera è questa: cura. Prendersi cura.

Tu ti prendi cura di qualcuno? Tanti si prendono cura di noi, ma noi ci prendiamo cura di qualcuno? Chiedetevelo un attimo, prima di dare la parola a Rut che canterà per noi una canzone.

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Prima di farvi ascoltare la canzone, che alcuni di voi già conoscono, voglio raccontarvi cosa dice la mitologia greca di Cura. Non so se conoscete questa storia e non so neanche se conoscete la mitologia greca che è come una lettura dell’universo, soprattutto dell’universo umano. Per spiegare questo termine – cura – i greci misero su una storia, che è quella che adesso vi racconto. C’era una volta Cura, una dea che un giorno passeggiava sul greto di un torrente e, passeggiando, si accorse che, poggiando i piedi, il terreno bagnato prendeva la forma del suo piede: erano le sue orme. Guardando questa cosa si rese conto che il greto del fiume – il bagnasciuga per dirla noi con la sabbia del mare – era modulabile, malleabile, e allora cominciò a lavorarlo. Cura prese del fango e cominciò a modellarlo.

Cura era un’artista, sapeva fare delle immagini bellissime, e fece due esseri, un uomo e una donna. Erano così belli che se ne innamorò. Anche Michelangelo si innamorava delle sue statue: ci parlava e lanciava i martelli se non si alzavano e parlavano. Cura, così innamorata di queste due statuine, perfette e meravigliose (non sapeva ancora che si trattassero di un uomo e di una donna), chiese al capo degli dei, Zeus, di darle una mano: di infondere un po’ di vita in queste statuine. Zeus acconsentì e cominciarono a muoversi, a parlare, a dialogare tra loro, a piantare dei fiori, a fare la vendemmia. Insomma, erano dei prodigi; oggi diremmo dei robot.  Ma quando si inventa qualcosa, ognuno chiede di avere i diritti d’autore. Subito Giove cominciò a dire: Sì, sono belli, li hai fatti tu, ma in realtà il soffio gliel’ho dato io; sono io ad aver creato questi due esseri e io devo decidere del loro destino e soprattutto dargli il nome.

Ovviamente la dea Terra si risentì e disse: Sì, è vero, ma chi ha dato la materia sono io perché il fango fa parte di me.

Cura li aveva forgiati, Zeus gli aveva dato lo spirito, la Terra aveva dato la materia prima, poi arrivò anche Kronos a dire: Io devo decidere quanto tempo devono vivere!

Insomma, le due statuine, che aveva fatto Cura, destarono una polemica infinita nell’Olimpo, per cui si dovette fare un processo e fu affidato a Nettuno, se ricordo bene, dirimere la questione, e lui risolse in questa maniera: Ok, ho ascoltato tutti; da oggi in poi, si decide che, quando queste due statuine, che si chiameranno “uomo” perché vengono dall’humus della terra, moriranno, lo spirito tornerà a colui che l’ha dato, cioè a Zeus, e la terra si riprenderà la sua parte, la polvere, ma, nel frattempo, tra la nascita e la morte, questi due esseri e quelli che nasceranno da loro saranno curati da Cura. Non all’atto della morte, ma durante il tragitto, tra la nascita e la morte, l’uomo e la donna saranno affidati a Cura.

Adesso ascoltiamo una Rut contemporanea, Alessandra Amoroso, che ci racconta cosa significa voler bene.

Prenditi cura di me (Alessandra Amoroso)

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Anche nelle vostre piccole esperienze affettive, come nelle grandi dei vostri genitori, c’è sempre una lamentela: non mi cura, non si prende cura, non è attento, è superficiale.

Rut decide di prendersi cura di Noemi, che è anziana, che va verso la morte. Cosa significa prendersi cura? Significa mettersi una persona sulle spalle e portarne il peso, le responsabilità, i ricordi, i dolori, le gioie. E questo chiede attenzione. Il verso più bello della canzone è: L’amore vuole attenzione, come io in questo momento la sto reclamando da voi, ma non io e non per me.

Se le cose vanno male nella nostra società, nelle vostre parrocchie, nelle vostre case, nella nostra diocesi, è perché c’è poca attenzione. L’amore vuole attenzione, che significa sapere il tuo nome, dire: Raffaele è arrivato tardi e adesso si sta appoggiando a un povero alberello d’ulivo. Fare attenzione a Raffaele significa – non lo sto rimproverando perché è arrivato tardi –: Allora il Vescovo sa il mio nome!

La prima attenzione è questa: sapere il nome. Andrea! Il vescovo sa il mio nome… Conoscere i nomi è la prima nota di attenzione. Poi il nome significa molto di più: significa conoscere i gusti dell’altro, conoscere ciò che all’altro fa piacere, andare incontro alle esigenze dell’altro – attenti – anche quando pensiamo di non poter risolvere il problema dell’altro, perché a volte non ci si prende cura dell’altro perché è un malato terminale, è una persona a cui non posso risolvere il problema. Invece tu puoi starle accanto, tu puoi donarle un sorriso, tu puoi condividere del tempo, tu puoi farle una carezza che vale più di cento medicine. Ci sono dei medicamenti che abbiamo nelle mani e mi riferisco a stringere una mano, fare una carezza, mettere una mano sulla spalla a dire: non ti preoccupare, passerà; gesti che hanno un potere immenso e che possono cambiare la tonalità di una giornata, di una persona. Ti sei ricordata del mio compleanno! Ti sei ricordato! Grazie! L’amore vuole attenzione. E questo, carissimi, lo dico ai giovani, ma anche, come qualcuno diceva a tavola, scherzando, a quelli dal cuore giovane, ai giovani fuori e ai giovani dentro: facciamo troppa poca attenzione.

L’amore vuole attenzione. Mio marito come sta? Mi madre come sta? Questo mio amico cosa sta vivendo? Dov’è? Voi pensate, in particolare voi che siete seduti qui: Io sto sempre col telefonino in mano a messaggiare! Ma non è quella l’attenzione… L’attenzione è qualcosa di più profondo di lanciare un sms, di fare una telefonata, di fare uno squillo. Come se uno squillo fosse risolutivo. L’attenzione è qualcosa di più profondo: chiede che io ti guardi negli occhi, chiede che io ti prenda per mano, chiede che io mi interessi della tua vita, che non sono le amicizie di Facebook, gli amici di Facebook o gli “amici” di certe trasmissioni televisive che voi amate (mi dicono che anche questa cantante viene da quel mondo, ma da qualsiasi parte può venire del bene. È stata lanciata da Amici, mi ha detto qualcuno. Pazienza…). Non è a quel modulo che mi rivolgo.

Prenditi cura di me – mi chiedono gli amici.

Prenditi cura di me – chiedono i genitori.

Prenditi cura di me – chiede l’AC, gli Scout o le associazioni cui aderite.

Prenditi cura di me – chiede la parrocchia. Non solo il parroco si prende cura della parrocchia, ma anche la parrocchia si prende cura del parroco. Ti prendi cura del tuo parroco? Angelo, si prendono cura di te a Pietramelara? Così potrei chiedere agli altri: si prendono cura di voi? Qui a Pietravairano si prendono cura di Don Pasqualino, che è ancora convalescente? Ci dobbiamo prendere cura gli uni degli altri. Il Vescovo si prende cura della Diocesi? Qualcuno dovrà pur prendersi cura del Vescovo. Ma non sto lanciando nessun messaggio subliminale…

Vi dirò di più: Dio che si prende cura di noi, chiede che ci prendiamo cura di Lui. Che cosa terribile, bella, strana… Io prendermi cura di Dio? Io prendermi cura di Gesù? Ma Gesù non ha già tutto? Gesù vuole che tu ti prenda cura di Lui, cioè che faccia attenzione a Lui, alla Sua Parola, al pane, al vino, alla croce. Siamo qui, in un luogo che si chiama Calvario nella geografia religiosa di Pietravairano. Sul Calvario, Gesù chiede che qualcuno si prenda cura di Lui.

Ci fermiamo qualche istante prima di concludere e, al di là di tante parole, di tanti messaggi, di tanti doni che possiamo fare, ci viene chiesto stasera di assumere, di prenderci cura di … in una maniera più piena. Poi fate un attimo una preghiera di gratitudine per tutte le persone che si prendono cura di voi. E sono tante. Di alcune conoscete i volti e i nomi, altre lavorano dietro la quinte, non so, come coloro che hanno preparato qui per noi stasera il luogo della preghiera; voi non li conoscete, ma si sono presi cura di noi. La preghiera grata è: Grazie, Signore, per tutti quelli che si prendono cura di me, che fanno attenzione, che mi chiamano per nome, che mi guardano negli occhi, che mi dicono: Passerà, non ti preoccupare, andiamo incontro a questa notte.

***

Adesso giratevi un attimo verso la valle. Potete vedere la Telesina con le auto che corrono ad una certa velocità. Dove vanno quelle persone? E ci chiediamo: Sono felici? C’è qualcuno che ha cura di loro? Alcune tornano a casa e non troveranno nessuno. Altri tornano a casa e hanno dei figli che li attendono e una mensa imbandita. Altri una casa fredda. Poi guardate in fondo: ci sono dei paesini o, a sinistra, ci sono le luci gialle di Pietravairano (salutiamo anche il Sindaco che è qui con noi a pregare). I paesi, quando si guardano dall’alto, da lontano, sono sempre belli, perché sembrano presepi, tutto ci appare bello. Ma immaginate qui, ai nostri piedi, a Pietravairano … ci sono tante case, tante luci, e dietro quelle luci ci sono delle famiglie, ci sono dei giovani, dei bambini, delle donne, degli anziani, degli ammalati… Ci sono delle violenze. Ci sono delle persone che stasera chiuderanno la giornata non poeticamente come noi, ma amareggiate, addirittura desiderose di morire, perché non hanno nessuno che faccia attenzione a loro. Anche guardare questa valle, i paesi là in fondo, le luci, la gente che cammina per la strada, è un modo per pregare con gli occhi, a dire: Signore, accompagna quelli che stanno per strada e fa’ che tornino a casa sani e salvi. Fa’ che questi paesini, che sembrano presepi, lo siano sul serio, cioè siano luoghi di comunione, siano luoghi dove gli uomini e le donne, come dice la mitologia greca, hanno cura, e aiuta anche noi ad assumere una responsabilità nei confronti di questa gente che non conosciamo, che corre, che soffre, che piange, che muore, cui forse possiamo fare una carezza. È quello che adesso faremo insieme.

Potete rigirarvi verso di me. Tenetevi per mano e anche questo contatto è importante. Prenditi cura di me – sto dicendo al mio vicino – anche solo per questo istante, anche se non ti conosco. E poi lo diciamo insieme, con le parole di Gesù al Padre, Colui, come dice Gesù nel Discorso della montagna, che si prende cura di tutti, fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi, sui giusti e sugli ingiusti e, se si prende cura degli uccelli del cielo e dei fiori del campo, quanto più si prende cura di noi, uomini e donne. Allora, con fede, diciamo: Padre nostro…

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Vorrei chiamare un attimo qui Alfonso, Luigi, Gianluigi, Pasquale e Pierangelo, perché la prossima volta che ci incontreremo per la Preghiera in Cattedrale, il 27 settembre, saranno agli Esercizi e non li vedrete. Allora li guardiamo adesso, perché questi cinque, il 2 di ottobre – siete invitati – saranno ordinati diaconi e poi, dopo un po’ di mesi, presbiteri. Perché? Che fanno? Che hanno di speciale? Da un lato potremmo dire niente; dall’altro, tutto. E il tutto dipende dalla volontà di prendersi cura di tanti. È stato romantico, soprattutto se accanto avevate un ragazzo o a una ragazza, dire il Padre nostro dandogli la mano, perché io vorrei prendermi cura di un uomo, di una donna, di un ragazzo, di una ragazza. Però quando si allarga il giro, si allarga la schiera, si allarga anche il cuore. E un prete – questi cinque saranno chiamati ad essere preti, pastori della nostra Diocesi – si occupa di tutti, di tanti almeno. Allora li guardiamo, li accompagniamo con la preghiera in questo mese e poco più che li separa dall’Ordinazione diaconale, dove stanno per fare un salto. Se io adesso dicessi loro di buttarsi giù in questa valle, sarebbe meno di quello che stanno per fare. Sarebbe folle dire: “Buttatevi giù”? Magari qualcuno sarebbe anche ubbidiente… Ma quello che stanno per fare è molto più rischioso che buttarsi giù. Allora li guardiamo e chiediamo che per questi che si prenderanno cura di tanti, fa’, o Signore, che ci sia, dietro ciascuno, una comunità che possa prendersi cura di loro, perché nessuno, neanche il prete, può dire: Io non ho bisogno di nessuno! Io vivo bene da solo! No, questa cosa è una bestemmia. Tutti abbiamo bisogno degli altri e tutti abbiamo bisogno di chi si prenda cura di noi. Nessuno può dire: Io non ho bisogno degli altri. Ma quelli che allargano il cuore a dismisura nei confronti degli altri, hanno bisogno di un supporto ancora più forte. Allora su di essi e su di voi invoco la benedizione del Signore.

Benedizione del Vescovo.

Canto finale: Amici miei

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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