Il male? Un bene impazzito.

fibre_ottiche

Teano, 3 novembre 2013

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Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Rev. ma Mons. Arturo Aiello

XXXI Domenica del Tempo Ordinario/C

Cattedrale di Teano

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Omelia

Il credere, carissimi fratelli e sorelle, appartiene all’uomo in qualsiasi luogo dimori, a qualsiasi cultura egli appartenga. La religione è il comune denominatore dell’umanità. Persino quelli che dicono di non credere hanno una loro religiosità.

Che cosa contraddistingue, tuttavia, la fede cristiana dalle altre?

Non lo dico per vanto, perché noi siamo solo privilegiati per grazia. L’intento delle religioni è alzarsi sulla punte dei piedi per raggiungere Dio. È un tentativo di raggiungere Dio, di avvertirlo, di afferrarlo, di percepirne i disegni, di commuoverlo alla nostra condizione umana, di farlo più vicino. Quindi è uno sforzo dell’uomo verso Dio. Questa dimensione, però, non appartiene alla nostra fede, anzi all’interno della fede cristiana ci troviamo nell’esatto contrario, dal momento che è Dio che cerca l’uomo. È Lui che viene a cercarci, a stanarci dalle nostre paure, dai nostri limiti, nei nostri peccati.

Ne è un ulteriore esempio il vangelo di oggi che presenta l’incontro di Gesù con Zaccheo. Un incontro programmato nei minimi particolari, come accade per le cose grandi, ma non da parte di Zaccheo, ma di Gesù. Chissà che anche quest’Eucaristia, che stiamo celebrando, per qualcuno di noi possa rappresentare lo scoccare della scintilla della fede, perché Dio ci ha voluto qui in una Domenica qualsiasi, nella prima Domenica di novembre del 2013, per cercarci. Quindi noi sfondiamo una porta aperta quando manifestiamo la volontà di metterci in contatto con Dio. Ma per Dio avviene piuttosto il contrario. È Lui che continuamente bussa alla nostra porta e chiede di entrare e di essere ospitato.

Solo qualche pennellata su questo vangelo interessantissimo. Zaccheo è un lontano, un pubblicano, cioè un pubblico peccatore; è dalla parte dei Romani, sfrutta i poveri a suo vantaggio, si è arricchito sulle loro povertà, come succede sempre. È preso solo da una curiosità: Voglio vedere Gesù. Ci sono alcuni che hanno le manie di procurarsi gli autografi – e non solo i giovani – di una persona importante, di scattare una foto, di conservare un’istantanea. In effetti, Zaccheo quel giorno voleva fare solo una foto, avremmo detto oggi. Non voleva nessun contatto. Tra l’altro, sapeva di esserne indegno. Sapeva di essere un lontano, un impuro. Forse salire sull’albero era un modo per nascondersi, un modo anche per non mettersi nella folla, che lo avrebbe scansato. Questo è il desiderio di Zaccheo, ma Gesù non vuole consegnargli una foto di sé, piuttosto vuole salvarlo. Vuole di più, molto di più. Desidera quello che Zaccheo neanche osa immaginare. E quando è sotto il sicomoro, sotto l’albero su cui Zaccheo è salito per vedere, ma anche per nascondersi, si ferma, alza lo sguardo, lo fissa: “Zaccheo, scendi subito perché oggi devo fermarmi a casa tua”.

Pensate se il vescovo adesso scendesse tra i banchi e dicesse: “Paride, vengo a pranzo da te”.  Paride starà pensando: Onore e piacere!, come dicevano i nostri nonni. Il vescovo non è nessuno rispetto a Gesù che si autoinvita. Sembra un gesto, diciamo, di scortesia. Normalmente si è invitati, ma non è il cibo, non è la mensa, non è la casa ricca di Zaccheo che Gesù concupisce, ma la sua vita, la sua solitudine. Le ricchezze, a volte, ci isolano, al punto da rendere impossibile il dialogo con gli altri. È paradossale come la povertà ci accomuni, ci faccia incontrare, ci faccia parlare, faccia aprire le finestre, le porte delle case. In questo momento si smette la presunzione, e ci si lascia coinvolgere dall’invito inaspettato: Oggi vengo a casa tua.

Tra l’altro, molti di noi in quest’Eucaristia faranno la Comunione. Cos’è se non Gesù che viene a casa nostra, dentro di noi, ci interpella, ci dice: “Ti aspettavo da tanto tempo; non guardare i tuoi peccati, ma guarda la mia misericordia; non ti fermare sui tuoi limiti, ma guarda e meravigliati del mio amore illimitato; non guardare al modo umano, se è possibile, guarda con gli occhi di Dio”.

E con gli occhi di Dio – ci ricorda la Prima Lettura – ci sono solo cose buone, cose da salvare. Non esiste il male. Il male è un bene corrotto, è un bene che a un certo punto ha perso la sua direzione, il suo equilibrio. A volte, il male è un bene impazzito, come le cellule nel cancro.

Ecco, una volta che Zaccheo si è lasciato sorprendere (e ci dovremmo far sorprendere anche noi dall’amore di Dio), scende, prepara, cerca di darsi da fare nel poco tempo che ha a disposizione. Gesù entra, siede a mensa con lui e con gli altri, mentre tutti mormorano – ci sono sempre tante mormorazioni intorno alla figura di Gesù – ed ecco che, alla fine del pranzo, Zaccheo alza il calice per il brindisi e dice: “Signore, Tu sei venuto da me e adesso comprendo che non posso continuare a vivere come prima”. Magari lo capissimo noi dopo la Comunione! Sei venuto dentro di me, non posso restare quello di prima. In questa settimana devo manifestarti, darti una prova di corrispondenza. Zaccheo decide di cambiare vita, di restituire non quanto ha rubato, non il doppio, non il triplo, ma il quadruplo. Nella risposta ha esagerato, perché esagerato è l’amore che lo chiama. Gesù dice: Ecco, la salvezza è entrata in questa casa!

Vi chiedo una preghiera questa settimana, perché insieme con i sacerdoti e i diaconi sarò impegnato negli Esercizi spirituali. Voi pensate che anche il vescovo debba convertirsi? Certo. Anche i preti debbano convertirsi? Certo. Ma anche… tutti! La conversione diventa più difficile per noi che per voi, perché noi stiamo sempre dentro, sempre a contatto, rischiamo di abituarci all’amore di Dio. Allora vi chiedo una preghiera per tutti noi. Se i preti sono santi, se il vescovo è santo, si santifica anche il popolo. Pregate per noi! Pregate per i vostri preti, che staranno a confrontarsi con la Parola in silenzio,  che dedicheranno quattro giorni solo alla preghiera, senza pensare alle beghe – tante – che animano ogni parrocchia. Pregate per noi perché possa realizzarsi la Parola che avete ascoltato, e Gesù possa dire (giovedì, quando concluderemo gli Esercizi), alzando il calice: Ecco, la salvezza è entrata nel cuore di questo prete.

Grazie!

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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