Dio accanto

nativit le brun

Teano, 11 dicembre 2013

PREGHIERA-GIOVANI

guidata da

S. E. Rev.ma Mons. Arturo Aiello

DIO ACCANTO

Chiesa Cattedrale

 

Canto iniziale: Innalziamo lo sguardo

Questa nostra Preghiera si colloca nel cuore dell’Avvento: vuole essere un pilone portante di questo ponte che stiamo costruendo e che Dio costruisce con noi in questo tempo di attesa. La Preghiera di stasera ha innanzi tutto questa valenza – tra l’altro è l’unica occasione che abbiamo prima del Natale – ma è anche una preghiera vigiliare in preparazione alle ordinazioni presbiterali di domani sera di Davide e Romano. Accompagniamo questi nostri fratelli sul baratro, sul ciglio, perché abbiano il coraggio di lanciarsi nel vuoto. È sempre molto difficoltosa la vigilia di un giorno importante, sia esso il Matrimonio o un’Ordinazione: tutto quello che è definitivo in qualche maniera ci impaurisce e quindi abbiamo bisogno di una comunità che ci accompagni, che ci lanci. E allora stasera siamo qui anche per questo. Il ritornello che abbiamo cantato e che adesso ripetiamo ci invita ad innalzare lo sguardo, a rinnovare l’attesa, perché il Signore non tarda. Il Signore non tarda nell’adempiere le Sue promesse, nel realizzare ciò che ha promesso e siamo qui con questa fervente attesa, non solo del Natale liturgico, ma anche dell’Avvento del Signore nella nostra vita in una maniera piena, trionfale, luminosa. Ripetiamo il ritornello e la prima strofa.

Innalziamo lo sguardo…

Invertiamo il percorso, il cliché normale delle nostre Preghiere in cui partiamo da un testo della Parola di Dio e poi cerchiamo un addentellato tra i cantautori che non sono sempre quelli che piacciono a voi (ma il Vescovo dev’essere ispirato, dicevo in un incontro personale), e stasera partiamo dalla canzone per arrivare al testo.

Voglio farvi una domanda: siete mai stati sotto un riflettore, come me in questo momento, che vi mette in evidenza? Le luci sono importanti nei teatri come nelle chiese, perché la liturgia ha un suo aspetto di teatralità. È comodo stare sotto questo riflettore? Magari starete pensando che fa freddo e che riscalderà un po’ il Vescovo che è freddoloso. È sempre comodo? O, qualche volta, il Vescovo ha il desiderio di sedersi tra i banchi e chiamare uno fra voi?, a dire: Stasera la Preghiera la guidi tu! La guida Pietro, per esempio… Quindi io mi siedo al posto suo e Pietro viene qui un po’ imbarazzato: Ma non sapevo di dover guidare la Preghiera questa sera! Credo che questo testo, che adesso ci propone Renato Zero, parta da questo disagio: il cantautore che parla ad un giovane del suo pubblico.

Il principe dell’eccentricità (Renato Zero)

Ho desiderato tanto

di sedermi accanto a te

alla fine di un concerto

senza luci su di me,

per sentire cosa senti,

smarrimenti se ne hai,

del futuro cosa pensi

e chi vorresti essere mai

più anima, che muscoli

saggezza oppure numeri?

son proprio io

la stella che inseguivi

il principe dell’eccentricità

sei proprio sicuro che cercavi me

o fu soltanto una fatalità?

un modo di evadere?

ho desiderato spesso

di raggiungerti laggiù,

ha dei limiti il successo

poi lo scoprirai anche tu.

devi amarti proprio tanto

per non rinunciare a te,

voglia di essere qualunque

perchè un’aureola

dimmi perchè è scomoda, retorica.

negli occhi tuoi

rivedo i miei trascorsi,

sogni opachi di periferia,

ragazzi arresi, mai compresi

c’ero anch’io,

inutili o miei dialoghi con Dio

lui adesso è qui,

mi chiede un bis

gli dico si, gli doco si.

sali e prendi tu il mio posto

questa sera il palco è tuo,

falli emozionare adesso

il primo applauso sarà il mio.

di più….

***

Sarete stati ad un concerto tante volte, con migliaia di persone. Ieri qualcuno di voi, non so se sia qui, è andato al concerto di Einaudi che, ovviamente, ha un pubblico non proprio giovanile, all’Augusteo a Napoli (avrei voluto esserci anch’io, perché adoro questo grande pianista e compositore, ma ero con i nostri preti).

Quando si va ad un concerto, si è in tanti; a volte in uno stadio, migliaia e migliaia di persone. Qual è il rapporto tra il cantante e il pubblico? Innanzi tutto riesce a vedere tutti i suoi ascoltatori? No. Non è il mio caso, perché non ho grandi riflettori o effetti speciali, non fanno parte della liturgia, ma immaginate questi enormi riflettori: il cantante non vede quasi nulla, è abbagliato, magari sentirà delle ovazioni, sentirà applausi particolarmente sonori, ma in qualche maniera il pubblico se lo deve immaginare. Magari non ci sarà nessuno o diecimila persone assiepate per questo concerto. Che tipo di feedback, cioè di ponte, di risposta, il cantante riesce ad avere? Gli applausi. Ma che ne sa dei problemi di Gennaro? Di Maria che è stata lasciata dal ragazzo, di un giovane ammalato, di una persona depressa? Non sa nulla, sono tutti paganti. Il rapporto tra pubblico e cantante è minimo o inesistente. Ecco perché a volte si soffre di una sorta di malattia di solitudine rispetto ai riflettori e, come esordisce il nostro testo, ho desiderato spesso di sedermi accanto a te. Renato Zero o il vostro cantante preferito, smette di fare il concerto, affida agli strumenti un intermezzo, scende in mezzo al pubblico e si siede accanto: Come ti chiami? Gennaro, Francesco, Emanuela… Che hai sentito? Che hai avvertito? Quale emozione sono riuscito a trasmetterti? E cosa dici?

Questo è anche il senso, non solo poetico, di questo testo.

Per capire cosa senti,

smarrimenti se ne hai,

del futuro cosa pensi

e chi vorresti esser mai

più anima che muscoli

più saggezza oppure numeri?

 

Vuoi essere un ingegnere, un cervellone o un poeta?

Questo rapporto non è solo un rapporto tra un cantante e un giovane o una ragazza del suo pubblico, ma è anche il rapporto tra un maestro e il suo discepolo, perché, soprattutto nella conclusione del testo, il cantante dice: Adesso è la volta tua. Sali e prendi tu il mio posto, questa sera il palco è tuo, falli emozionare adesso, il primo applauso sarà il mio.

Questo maestro è diventato un po’ un agitprop – si sarebbe detto una volta – un manager di una giovane stella ancora sconosciuta, ma che splenderà nel firmamento della canzone italiana o addirittura internazionale, e allora vuole investire su questo giovane e gli dice: Adesso mi siedo e tu sali sul palco, il concerto lo continui tu. Immaginate che sentimento deve provare questo giovane, questa ragazza nell’essere stata scelta tra 5000 persone, tra 10000 che sono assiepati! Ai nostri tempi, avremmo detto: Lucio Battisti mi ha convocato! Lui, in prima persona! Mi ha scelto dopo aver ascoltato mille esordienti in erba! Mi ha scelto.

Sapete che i grandi nascono da maestri? Spero lo sappiate. Anche semplicemente in palestra, un atleta nasce dallo sforzo, dai sogni del suo mister. E qui Renato Zero è un po’ il maestro e il mister di questo giovane e, umilmente, stasera permettetemi di diventare – per pochi istanti, state tranquilli – il mister di tutti voi o di alcuni di voi, dicendo: Ma tu che dici? Come ti sentiresti in questo cambio di ruoli? Che diresti al posto del Vescovo? Quale canzone avresti scelto per questa serata? A quali riferimenti ricorreresti al posto mio? Se tu avessi questo microfono cosa diresti? Non è solo un gioco, ma è la possibilità di mettersi al posto del maestro e dire: Adesso è venuto il mio turno.

Potrei diventare una stella anch’io? Non voglio unirmi alle illusioni che vi vengono dai mezzi della comunicazione dove, come si dice a Napoli, vi preparano un “pacco”. Il pacco è una fregatura, è un mattone al posto di uno stereo: voi vedete un meraviglioso stereo, lo pagate fior di quattrini, poi qualcuno vi mette tutte le casse a posto nei contenitori; voi ve ne tornate a casa gongolando – finalmente avete uno stereo! – aprite il pacco e ci sono solo i mattoni. Questo è il “pacco”. Tanti vi fanno il pacco, perché vi dicono: Tu diventerai una stella! Tu hai un corpo meraviglioso e puoi diventare la prima ballerina del San Carlo! Ma sotto ci sarà altro… Non è un pacco questo dirti “non accontentarti” perché negli occhi tuoi – dice il testo – rivedo i miei trascorsi, sogni opachi di periferia, ragazzi arresi, mai compresi, c’ero anch’io e addirittura anche con qualche tentativo sul piano della fede. Forse anche Renato Zero andava alle preghiere della sua Diocesi, dove c’era qualche Vescovo che imbastiva un discorso, imbandiva una mensa. Inutili i miei dialoghi con Dio: quindi anch’io sono stato come te, anch’io ho fatto fatica a credere. Rischiavo la rassegnazione e invece sono diventato una stella. Forse a 18 anni, a 20, a 25 o a 15 sono già rassegnato? Nessuno mi guarderà? Non valgo niente, sarò sempre una mezza cartuccia, una controfigura… Invece in uno di voi o in molti di voi si nascondono dei talenti. Chiediamo al Signore di illuminarci su questo punto. Forse sto giocando di rimessa.

***

Questi sono anche i sentimenti del Vescovo nei confronti, adesso, di Davide e Romano e, tra un po’ di mesi, degli altri cinque che fremono per essere ordinati presbiteri. Il rapporto di cui vi ho parlato, tra il mister e il giocatore, l’atleta, tra l’esperto d’arte e il concertista in erba (penso a Bruno in questo momento che si sta sforzando per noi, leggendo lo spartito, con questo brano di chitarra), questo rapporto tra chi promuove e chi timidamente si lascia avvincere è anche, in qualche maniera, il rapporto tra me e questi giovani. Tra l’altro ci sono qui, e li saluto, alcuni del seminario di Salerno che si preparano a ricevere il Lettorato.

Sono proprio io la stella che inseguivi, il principe dell’eccentricità (qui non c’entro io, è Renato Zero).

Sono proprio io, cioè vengo accanto a te e non mi accontento di metterti un autografo. Chiedo un autografo a quel cantante e poi ognuno per la sua strada. Magari lo metto in un quadretto e lo mostro ai miei amici: Guarda! Questo è l’autografo del mio cantante preferito! Poi ognuno per la sua strada. Ma non è così nei confronti del mister perché, incontrando il maestro, si crea una relazione, e questa relazione va crescendo negli anni, condividendo delle esperienze, a volte dei fallimenti. Non pensiate che il cammino di questi giovani sia tutto in discesa: è piuttosto in salita, vanno controcorrente, vanno contro – cito David Maria Turoldo – l’onda contraria del sangue, cioè il sangue va in una certa direzione – e qui il sangue sta anche per sesso – e invece si va contro l’onda contraria. È proprio uno sforzo immenso. Quindi non pensiate che sia una vita facile e neanche le nostre relazioni, neanche il fatto che ci sia il mister e la squadra (don Michele, don Tommaso, don Angelo, don Luca, don Antonio…) perché come in ogni squadra ci sono delle tensioni, non tutto va bene, però a volte è proprio la difficoltà che intensifica la relazione. Viene il giorno – e questo giorno è proprio domani –  in cui il Vescovo dice: Sali e prendi tu il mio posto, questa sera il palco è tuo. E non è solo per una serata, ma per una vita. Questa sera il palco è tuo, cioè d’ora in poi sarai pescatore di uomini, d’ora in poi sarai sacerdote per sempre. Parole belle e dure, dette dal maestro al discepolo, dette dal Vescovo all’ordinando, dette dal mister all’atleta. Adesso è il tuo turno.

Cari giovani, il problema della nostra società italiana è che non ci sono stati padri che hanno detto ai figli: Adesso è il tuo turno! Li vedete i nostri politici? Li guardate in faccia? Vi rendete conto di quanti anni abbiano? E com’è che non si sono impegnati a fare un figlio? È questo il nostro dramma! Questo è il dramma della vita politica italiana: non solo i genitori non hanno fatto figli, ma anche i politici non hanno generato! E abbiamo 40’anni di silenzio!

Questa sera il palco è tuo, dice il padre al figlio, dice il padre che ha generato il figlio, ma dice anche il mister all’atleta, dice anche il Vescovo al prete, il Vescovo a Davide e Romano. Anche il sindaco dice: Ho fatto il mio, adesso provate voi, forse farete meglio di me. Questa cosa è mancata, piuttosto tutti a tenersi segreti: come si fa un bilancio comunale? Non lo diciamo a nessuno! E così non sono nati figli. Per questo non ci sono uomini politici, perché nessuno li ha generati! Chiudo la parentesi (non sono molto bravo a fare queste invettive sul piano sociale).

È bello che venga un momento in cui il padre si metta da parte e dica: Adesso la parrocchia è a tua disposizione, fammi vedere quello che sai fare. È un rischio, certo. Il Vescovo rischia, ordinando domani questi due? Certo, rischia. Ma questo rischio si chiama vita, altrimenti ci mettiamo nelle bare già pronti e sistemati per i prossimi 40’anni, così ci trovano già pronti nella posizione giusta. La vita è un rischio, la vita sono le generazioni che si alternano. La vita è dire: abbiamo giocato al “piccolo prete”, per dirla con i giochi di una volta, ma adesso si fa sul serio, da stasera si fa sul serio, sei prete per sempre.

Stasera diciamo grazie perché si rischia ancora nella nostra Chiesa. Grazie perché ci sono dei giovani che, anziché fare gli smidollati e aspettare un posto, possibilmente dietro una scrivania, si avventurano per le strade dell’amore. Grazie perché ci sono dei figli. Grazie perché la vita continua. Grazie perché altri salgono sul palco e adesso hanno i riflettori puntati addosso. Ciascuno di voi si chieda: e io?

Il principe dell’eccentricità (Renato Zero)

***

Ho pensato a questa canzone anche come preparazione al Natale, anche se apparentemente non ci sembra che ci sia alcuna connessione. Ho desiderato spesso di raggiungerti laggiù. Laggiù è sopra il palco. E se fosse sopra il cielo?

Ho desiderato spesso di raggiungerti laggiù. L’incarnazione, che è un mistero centrale e scandaloso della nostra fede, si fonda proprio su questo, cioè su Dio che ha smesso il Suo ruolo, che è sceso nella platea. Ho desiderato spesso di scendere accanto a te. Che ne sapeva Dio delle lacrime? Che ne sapeva Dio del pane fresco? Che ne sapeva Dio del dolore, del tradimento, del biondeggiare delle messi, della bellezza e della dolcezza dell’uva e del vino? Della convivialità, dell’amicizia, del battere del cuore quando stai per incontrare la persona che ami? Che ne sapeva? Adesso i filosofi tra noi diranno: Ma Dio sa tutto, è onnisciente! Questa è una risposta riduttiva, vera ma riduttiva.

Cosa ne sapeva Dio dell’infanzia? Cosa significa essere bambino, cosa significa crescere, cosa significa notte e giorno, andare a dormire – Buonanotte! – e svegliarsi – Buongiorno! -?

Potrei continuare a lungo per dirvi che certamente Dio si è incarnato per salvarci, ma anche perché ha avuto il desiderio di vedere il mondo dalla nostra prospettiva. Ho desiderato spesso di sedermi accanto a te, alla fine di un concerto, senza luci su di me. Mi tolgo l’aureola, mi tolgo il manto di santità e scendo in mezzo al fango, entro nella storia. Questo mistero è grande ed è sconvolgente, è bellissimo perché domani mattina, se tu senti il profumo del pane, se hai difficoltà a svegliarti, se suona la sveglia e vuoi restare al caldo sotto la coperta, se hai desiderio di incontrare un amico e potrei, ripeto, continuare a lungo enumerando tutti i verbi che si coniugano da uomo, da donna, allora tu dirai: ma questa cosa adesso Dio la sa. Questa cosa, anche il dolore, è divina, perché prima era solo umana; adesso che anche Lui sa cosa sia il batticuore, cosa sia morire, cosa sia il desiderio dell’aria quando mi manca il respiro, tutto questo ci salva ma anche rende bella e divina la nostra vita. Non so se riesco a trasmettervi in pochissime parole, perché il tempo è già volato, il senso del Natale come Dio che viene ad annusarci, ad annusare l’umanità, e non da viaggiatore solitario, non da spettatore, ma come uno che si catapulta nella nostra storia di formiche. E che ci fa un elefante in un formicaio, una giraffa in un formicaio? Non c’entra e allora deve farsi formica e deve diventare piccolo piccolo piccolo perché così può entrare nelle vene della storia.

Sali e prendi tu il mio posto, questa sera il palco è tuo. Perché Dio viene sulla terra? Perché scende dal palco? Perché possiamo salirci noi sul palco e questo palco si chiama “cielo”, si chiama “divinità”:  noi come Lui e Lui come noi. Lui intrufolato nelle nostre storie e noi ad assurgere alla Sua divinità. Queste cose i Padri antichi, cioè i primi predicatori dei primi secoli, le hanno sentite in una maniera fortissima e si commuovevano: Dio si fa uomo perché l’uomo possa diventare Dio. Sembrano bestemmie, ma è la verità. È venuto a divinizzarci, è venuto a rubarci l’umanità perché questa nostra umanità, portata in alto, l’ascensione, potesse rappresentarci e in qualche maniera aspettarci, perché adesso c’è un ponte tra il cielo e la terra, e tutti possono salire su questa scala, anche i più deboli, anche i più peccatori.

Per questo motivo vi invito a mettervi in piedi, perché le cose importanti non si ascoltano in poltrona, stravaccati sul divano come fate voi, ma le cose importanti si ascoltano in piedi. Se una ragazza mi dice “ti amo” e io sono seduto, mi viene voglia di alzarmi, perché è un momento solenne. Cantiamo la prima strofa di Astro del ciel così  entriamo anche nell’atmosfera del Natale e poi ascolteremo il brano che trovate in seconda pagina. Questa stella che scende – sembra una stella cadente – scende perché noi, che non siamo stelle, possiamo arrivare nel firmamento e diventare una costellazione, diventare luminosi.

Astro del ciel…

Dal Vangelo di Matteo (1, 18-25)

18 Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19 Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. 20 Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. 21 Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».

22 Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

23 Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio

che sarà chiamato Emmanuele,

che significa Dio con noi.

24 Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, 25 la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.

 ***

Astro del ciel…

Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato è un sogno, perché Natale è un sogno, non si fa ad occhi aperti, bisogna chiudere gli occhi per vedere meglio. Giuseppe, solo dormendo, solo sognando, riesce a percepire che la gravidanza di Maria non è un incidente di percorso, non è una infedeltà, ma è questo sogno: Dio accanto. È possibile che Dio scenda dal palco e venga da me? È possibile che venga ad annusare il pane, a versare lacrime, a tenermi compagnia? Sì, è possibile, ma questa cosa è un sogno. E i sogni possono sognarli quelli che dormono. Adesso vi viene consegnato un Gesù Bambino velocemente, perché non torniate sguarniti a casa.

Lui adesso è qui – dice il testo della canzone – mi chiede un bis, cioè quel Dio che nell’adolescenza Renato Zero sentiva lontano, al quale parlava e dal quale gli sembrava di non ricevere risposta, partecipa ai suoi concerti, si rende presente, applaude. Dice: Adesso è qui, mi chiede un bis. Perché quello che facciamo, qualsiasi sia la vostra vocazione, cantare, ballare, essere celibi o amarsi, lo facciamo davanti a Lui e dunque Lui è qui e adesso mi chiede un bis, cioè mi chiede di rifare questo gesto umano.

Ci teniamo per mano e diciamo insieme: Padre nostro…

Benedizione del Vescovo

Astro del ciel…

Buona sera e auguri!

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

 

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