Natale sottovoce

Natività-angeli

Teano, 18 dicembre 2013

In punta di piedi in Episcopio

Riflessioni di

S. E. Rev.ma Mons. Arturo Aiello

Natale sottovoce

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Marianna Russo (soprano)

Maria Teresa Roncone (al pianoforte)

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Quest’opportunità, come gli altri anni, ci è offerta per ricuperare il tempo perduto in preparazione al Natale che, a differenza della Pasqua, ha un tempo breve, appena quattro settimane, quasi sempre non del tutto utilizzate neppure da un punto di vista liturgico, quindi mentre ci si assesta nell’idea che è cominciato un nuovo anno e si va verso il Natale, il Natale è già alle porte. E quindi quest’oretta e mezza circa, che vivremo insieme, come gli altri anni, ci aiuta a ricuperare, per chi fra voi, immagino diversi, non ha avuto la possibilità di fermarsi durante queste settimane, dunque arriva col fiatone alla vigilia di Natale, a dare la possibilità di ricuperare, di riprendere un po’ quota, in modo tale che la grazia poi non scenda e ci trovi impreparati. Ringraziamo Marianna, che doveva essere qui due anni fa, ma lo strumento più delicato dell’orchestra è la voce umana, dove non bastano le accordature, ma basta un semplice raffreddore per mettere fuori gioco un soprano, un tenore, un baritono, un contralto, e quindi grazie perché è un sacrificio arrivare qui dalla Penisola sorrentina, grazie a Maria Teresa, che è – come dire? – la sponsor dei nostri incontri, io dico la direttrice artistica, oltre che offrire anche la sua collaborazione poi fattiva al pianoforte. Ci introduciamo, avete la scaletta, poi di volta in volta vi offrirò qualche parola.

Canto portoghese: Adeste fideles

 

Vorrei innanzi tutto dare una motivazione su “sottovoce”. Ho pensato che avreste obiettato: ma già “in punta di piedi”, anche “sottovoce”? Ci sono cose importanti della vita, tutte le cose importanti, che avvengono non in piazza, non gridando, non con toni forti, ma con leggerezza. Il Natale appartiene a questi grandi eventi. “Sottovoce” perché il Natale non si grida, come d’altra parte anche il canto con cui ci siamo introdotti ci ha ricordato, non si grida perché l’annuncio viene dato nottetempo a pastori che vegliavano il gregge, e dunque non a saggi, non a professori universitari, riuniti in un Congresso internazionale, non su Internet, non su Facebook, non su una rete satellitare, che potesse fare in tempo reale il giro del mondo, ma in una maniera sottile, sottile come le città sottili, in una maniera sottile Dio interviene nella nostra povera Storia. E quindi non possiamo entrare con gli scarponi nella stanza del Natale, non possiamo arrivare con i nostri cingolati, dobbiamo giungere in questa stanza del cuore, è il cuore stesso il luogo del Natale, sapendo che vanno abbassati i toni, sapendo che vanno chiusi gli occhi, sapendo che bisogna abbassare la voce, perché solo a chi sa tacere parlano gli angeli. I pastori sono i rappresentanti un po’ – come dire? – i candidati eccellenti del Natale, perché sono abituati al silenzio, abituati al silenzio del gregge, al silenzio delle notti, a guardare le stelle, a vegliare, a difendere, con quella lentezza che la letteratura pastorale, che attraversa tutta la letteratura mondiale, in qualche maniera ci ha rappresentato, a volte anche con – come dire? – accentuazioni un po’ roccocò, ma è vero che il pastore è di per sé un contemplativo, perché ha tempo, perché non corre, perché il gregge ha un ritmo molto lento. E allora capire questo è molto difficile, noi che corriamo, noi che pensiamo che bisogna essere contemporaneamente in più posti, che cerchiamo di far quadrare il bilancio giornaliero delle ore in minuti, secondi, cercando di fare più cose contemporaneamente, “multitasking” dicono molti dei nostri figli, invece siamo chiamati dal Natale ad abbassare tutti questi toni, e a riprendere le cose essenziali della vita, che sono poche, che sono semplici, che sono sempre sottili, sottovoce. Ecco, vorrei entrare con voi così in questo Natale, perché ai bambini a Natale si parla sottovoce, le fiabe non sono gridate: C’era una volta… E il Natale è la fiaba più bella che sia stata mai raccontata. C’era una volta… Comincia così, c’era una volta un Dio lontano e un Uomo che si era perso. E Dio si mise alla ricerca di quell’Uomo perduto, che sono io, che sei tu. E allora in questo silenzio è possibile anche ascoltare i cherubini.

F. Schubert: Mille cherubini in coro

 

Il vangelo di Domenica prossima, che è anche quello che abbiamo letto quest’oggi nella seconda giornata della Novena di Natale, parla di Giuseppe che sogna e di un angelo che gli parla. Non è possibile accedere al Natale se non abbassando i toni a tal punto da addormentarci, perché, come vi dicevo, è la fiaba più bella che sia stata mai raccontata. E vorrei cercare veramente con semplicità di riproporvela, ovviamente inserendovi elementi e approfondimenti. Ma qual è questa fiaba del Natale? Parla di una lontananza, dicevo poc’anzi, che sembrava irreversibile, perché l’uomo e Dio erano ormai spalla a spalla, e non si sarebbero mai incontrati, se Dio non si fosse girato. E doveva essere compito di un uomo girarsi e tornare indietro, ma ciascuno di noi conosce se stesso e sa quanto, anche nel male, siamo orgogliosi, anche nella malattia siamo orgogliosi, non riusciamo ad ammettere d’aver sbagliato, Dio sì, non che Dio sbagli, ma Dio non è orgoglioso. Il problema del male, sapete, al di là dell’aspetto filosofico, è fondamentalmente un problema d’orgoglio, perché tutti possiamo sbagliare, ma è così difficile riconoscere e dire “ho sbagliato, scusami”. E avrebbe dovuto far così l’uomo con Dio, ma l’uomo è troppo presuntuoso, l’uomo che sono io, l’uomo che sei tu, l’uomo, la donna, e quindi quest’uomo che va via, sempre più lontano, sempre più lontano, e Dio dall’altro lato nella via del bene verso un orizzonte opposto, ma a un certo punto Dio si è girato. Il Natale è questo: Dio che si gira e dice: non voglio che la mia creatura preferita vada alla malora. E allora si escogita, e attenti che questo, almeno dal nostro punto di vista, nel tempo, nello spazio, ha richiesto millenni di storia sacra, ma e ancor più millenni di storia umana, una maturazione lenta, una speranza, un messaggio lanciato, lasciato in una bottiglia da parte di un naufrago, che doveva giungere attraverso mille peripezie sulla spiaggia della Storia e raggiungere un uomo. I profeti han fatto questo, hanno mantenuto questa speranza: non ci perderemo, non andrà a finire male. Molti di noi lo pensano della propria famiglia: sta andando a finire tutto a scatafascio, non c’è una cosa che vada per il verso giusto. Natale è la bella notizia del vangelo che non può andare a finire male, andrà a finire bene, ma questo chiede un costo altissimo, e questo costo si chiama Incarnazione, cioè riduzione di Dio alla dimensione umana. Noi purtroppo da duemila anni siamo troppo abituati a pensare l’Incarnazione appunto con le nenie, che tra l’altro fanno parte del – come dire? – del tema musicale di questa sera, e quindi tutto molto dolce, tutto molto pieno di stelle, pieno di cherubini, di ninne nanne, di presepe, di mistero, di…, In realtà al centro di questa grande meravigliosa impalcatura c’è uno scandalo, ed è lo scandalo del Dio che si gira, del Dio che viene a chiedere l’elemosina a Maria, e che cosa Le chiede? Quale elemosina Le chiede? Le chiede di assumere le sembianze, non solo, ma la dimensione umana, cioè questo Dio per cercare il naufrago si fa naufrago Egli stesso, per cercare il depravato veste gli abiti della depravazione. Questo i filosofi lo hanno avvertito in una maniera molto stridente, cioè hanno avvertito che il Natale non era così poetico, che il Natale era uno scandalo. Kierkegaard, per esempio, ma è uno dei tanti, dice che noi ci scandalizziamo davanti alla Croce, in realtà dovremmo scandalizzarci davanti alla grotta di Betlemme. E perché dovremmo scandalizzarci? Perché un Dio che diventa un bambino, che diventa un uomo, che diventa carne, che diventa Storia, che diventa istante, che diventa morte, perché tutto quello che nasce muore, non sta da nessuna parte. È un assurdo! Ecco, noi siamo i seguaci di questo assurdo, noi siamo i cultori di questo assurdo, ed è un assurdo filosofico, reso possibile dall’unica motivazione, che si chiama amore, amore. Qual è la motivazione? Che cosa ha mosso questo Dio? Perché questo assurdo? Perché questo bambino? Perché bisogna andare a Betlemme? Perché i pastori si muovono? Perché i Magi vengono da lontano? Perché da lontano viene Dio! E tutto questo per te, per incontrarti, per cui se io in questo Natale non mi dispongo all’incontro con Lui, tutto quello che Egli ha fatto va perduto. È inutile per me, perché poi Dio ha messo su questa storia meravigliosa e contraddittoria da un punto di vista filosofico, ma con tutto questo non significa che io mi salverò, che tu ti salverai, perché c’è bisogno che io dica sì tutto questo conto meraviglioso che è stato depositato per me in banca. Ecco, entriamo così, da un lato sentendo che tutta la poesia nasconde un pugno nello stomaco, nasconde un concetto che ha fatto soffrire tante grandi menti, e proprio che Dio possa venire a mia altezza, utilizzare le mie parole, come sto facendo io adesso con voi, utilizzare i miei sentimenti, sentire i miei sentimenti, vivere la mia vita, vivere, nascere e morire. Dio accetta l’arco del tempo, Dio che si fa carne e Dio che si fa Storia e Dio che si fa tempo e Dio che si fa malattia e Dio che si fa sentimento e Dio che si fa pane.

Pietro A. Yon: Gesù Bambino

 

Carissimi figli e figlie, non siamo qui per dimenticare i nostri mali. Il Natale non è un’epochè, non è una parentesi, e poi riprendiamo il 7 gennaio o il 2 gennaio la nostra stanca valigia di viandanti per affrontare mesi difficili. Il Natale è dentro la Storia. E questo è importante che voi lo sentiate annunciare, cioè lo sentiate dire, ed è importante che lo viviate. Vuoi vedere che il Natale è Dio che viene nella Storia e noi usciamo dalla Storia? Sarebbe una grande contraddizione, che Dio viene a cercarci nella Storia, ma noi ci siamo fatti il Natale nostro, il Natale romantico, sarebbe un dramma nel dramma, cioè Dio viene a cercarci laddove noi viviamo ma noi non ci siamo. Questa cosa adesso detta non proprio sottovoce significa che questo Dio che viene, sì, viene a salvarmi, ma in questo momento è come se io non volessi tematizzarlo, dubito, ma mi interessa che venga, che venga in questa valle di lacrime, che venga a piangere con noi, che venga alle nostre mense, che venga nelle nostre case, che venga a vivere la difficile situazione economica di tantissime famiglie, che venga, e a che serve che Lui venga? Non vi scandalizzate: a niente e a tutto. Purtroppo non a quello che noi vorremmo, e cioè viene e mi risolve il problema, e trovo mille euro stasera, e il figlio mi torna a casa, viene e la coppia si riconcilia… La sua venuta serve a niente e a tutto. A niente perché noi resteremo con le nostre valige cariche di dolore, io e voi, per evitare che questo Natale divenga un’illusione, una sorta di narcosi generale. Non viene a risolvere i miei problemi concreti, spiccioli, non serve e serve a tutto, e questo significa che qualsiasi cosa io stia vivendo adesso, in questo Natale, in questo momento, adesso, questa sera, qui in questa sala. Come sei venuto? Che hai sotto il cappotto? La rivoltella? Il cuore angosciato? Che ti porti in tasca? Che ti appesantisce? Cosa vorresti resettare da questo Natale? Tante cose, ma non è giusto, non è umano e non è cristiano. Questo Dio che viene, viene a dirmi che la mia crisi è divina, che la mia insonnia è divina, che la mia depressione è divina, che il dolore che sento, che mi rode, è divino. Adesso non so se io riesco a dirvi questa cosa così come mi suona dentro, perché le parole sono sempre traduzioni del pensiero, non sono il pensiero nella sua limpidezza, e non so neppure se voi riuscite a cogliere, al di là della limitazione del vocabolario, quello che io sto dicendo, che vi porrebbe, se compreso, dentro il Natale con una gioia dentro il dolore. E qual è questa gioia? È sapere che non sono solo, è percepire che qualsiasi cosa io viva, come uomo, come donna, come bambino, come adolescente, come giovane, come adulto, come genitore, come marito, come moglie, come prete, come vescovo, come fratello, come sorella, quello che sto vivendo Dio è venuto a divinizzarmelo. Voi starete pensando: poca cosa! Poca consolazione! Se il dolore mi resta dolore, e no, e no, perché se questo dolore è divino significa che Dio lo ha fatto suo e continua adesso nella mia vita a incarnarsi facendo suoi i miei sentimenti, suoi i miei problemi, sue le mie lacrime. Ecco, vedete, questo spazza via tutta la poesia, ma quella falsa, quella dei lustrini natalizi, e ci mette dentro il presepe, che è la vita, e se c’è un aspetto bello del presepe napoletano del ‘700 è questo fatto che c’è una vita, c’è una vita: vendono, la lavandaia…, una vita, c’è una vita, e poi c’è, c’è la grotta. Sembrano due cose disgiunte, in realtà sono nella stessa scena. Adesso cambia le scene del presepe classico, del venditore, del pescivendolo, dei soldati, di Benino che dorme, e qui la Cantata dei Pastori che si unisce alla letteratura propriamente evangelica, e mettici tu in ufficio, tu con tua moglie, i tuoi figli che non vengono a casa, quello che non scrive da tempo, l’altro che non ti telefona, mettici la bara, mettici tutte queste cose e senti che non sei solo, che non è poco, che non è poco, non sei solo, Dio sta con te, Dio in Gesù, nel Figlio incarnato, condivide le tue strade, i tuoi tempi, le tue fasi, il tuo ciclo, e quello che mi sta più a cuore, ma immagino stia a cuore anche a voi, i miei affetti e i miei dolori. Natale è questo! E se non è questo, diffidate, non è il Natale cristiano, cioè Dio dentro. E allora perché dico risolve niente e tutto? Niente perché il problema rimane problema, perché la tua valigia di dolori è ancora pesante, ma tu la porterai sapendo che non la porti da solo, perché anche Dio ha la sua valigia di dolore, anche Gesù ha avuto le sue ingiustizie da bambino. Io immagino che, come nella mia storia, anche nella vostra ci siano delle ingiustizie subite da bambini. È strano che delle ingiustizie subite da bambini noi ce le ricordiamo a distanza di cinquant’anni, limpide, magari un’ingiustizia a scuola, avuta da qualche parte. Gesù bambino ha subito le sue ingiustizie, allora ha nella sua valigia di uomo, di Dio uomo, la delusione di vedere che gli adulti non si comportano bene con i piccoli (vedi Erode, vedi la strage degli innocenti) ma pensiamo anche al picco, a quel picco di ingiustizie che adesso, raccontate, sembrano banalità, ma che sul cuore di un bambino, di un ragazzo, di un adolescente hanno delle conseguenze abissali, un’esplosione solare. Nella valigia di Dio-uomo c’è anche questo. Allora portiamo insieme la valigia, e se tuo marito ti ha tradita, anche Dio è stato tradito, e tu non risolverai il tuo tradimento perché rimane cocente, ma dici: questo dolore non è solo mio, è anche di Dio, anzi di più, questo dolore è divino, e io vivendolo mi avvicino a Lui, al Dio-uomo, all’uomo-Dio. Pensateci un attimo.

W. A. Mozart: Ninna Nanna

 

La ninna nanna ci ha riportato dentro, e magari ha lenito qualche ferita, perché ho l’impressione che vi siate sentiti un po’ graffiati. Ma quello che ho detto poc’anzi, ma superate questa prima reazione del sentirvi graffiati, cioè questo Natale che mi lascia un segno perché non risolve il problema, ed entrate dentro questo aggettivo: divino – “Divino” significa “di Dio”, significa una cosa sublime, al di sopra della portata umana, che diventa il comune denominatore di tutte le esperienze umane, tutte, anche quelle più squallide, anche quelle che noi definiamo peccato. Può essere divino un peccato? No, è una contraddizione, ma quello che io vivo, anche la mia debolezza, Dio l’ha assunto. Nella Lettera ai Filippesi Paolo è chiaro: Assumendo… tranne il peccato. Teologicamente ci siamo, ma adesso il percorso che vi stavo indicando è dentro, dentro, cioè scavando dentro l’annuncio del Natale, per dire che questo “Dio con noi” non è un bambinello qualsiasi da cullare, a cui cantare la ninna nanna e poi la mia vita va in un’altra direzione, no, perché Lui vuole stare con te, vuole che tu lo adotti, vuole che questo Natale finalmente coincida con l’accoglienza di questo Dio, che per non farti paura si presenta a te nella maniera più umile, e non esiste maniera più umile di quella del bambino bisognoso di tutto. Già ve l’ho detto gli altri anni: ma che ne è del Natale dell’anno scorso? Che ne è stato del bambino dell’anno scorso? Due anni fa, tre anni fa, cinque anni fa, dieci anni fa, venti anni fa? Dovrebbe avere vent’anni almeno quel bambino e invece non c’è, non è cresciuto, lo abbiamo riposto insieme con il bambinello di creta (nei presepi migliori) di plastica, di vetroresina, l’ho riposto, poi lo ritiriamo fuori con qualche nenia così, le luci dell’albero… No, questo bambino vuole crescere. “Vuole crescere” significa che tu lo accogli definitivamente con te, perché Lui vuole entrare nello stato di famiglia, entrare nello stato di famiglia umano, vuole entrare nello Stato della tua famiglia, quindi con te, tua moglie, tuo marito, i figli, i nipoti, le questioni, le divisioni ereditarie, i giorni no, le malattie, ecc. Questo significa “divino”. E allora la vita prende un’altra tonalità se uno sposa e accetta e vive questa dimensione del Natale. Un’altra tonalità, anche perché se tutto mi va male, so che Lui c’è, che Lui mi accompagna, mi tiene per mano, dice andiamo insieme, andiamoci insieme in questa malattia, entriamoci insieme in questo disagio, entriamoci insieme in questi ultimi anni di vita, entriamoci insieme in questo disagio. Dall’altra poi, dico per chiarire il concetto, anche la situazione più idilliaca, senza di Lui, è veramente una tragedia, perché anche quando le cose dovessero andarmi tutte a gonfie vele, immagino che nessuno di voi si trovi in questa situazione, col vento in poppa, se Lui non c’è sto per colare a picco con la mia nave, nonostante tutti i venti favorevoli, e questo momento, questo istante di felicità, perché abbraccio mia moglie, perché mi è nato un bambino, perché finalmente si è risolto un problema, è null’altro che il prologo di una tragedia. E quindi vi sto dicendo lo stesso concetto da un altro punto di vista, quello invece di una vita vincente, realizzata, ecc., ma dove Dio non c’è. Allora se questo momento di chiarezza, di gloria, di successo è senza di Lui è già amaro, è già amaro di per sé. Ranher in una meditazione, che ricorderete alcuni di voi, diciamo già vent’anni fa, intitolava il Natale: La fede che ama la Terra, la fede che ama la Terra. Noi siamo purtroppo abituati a pensare il contrario, e cioè che la fede ami il cielo, ami il paradiso, ami  quello che è in alto, non può amare quello che è in basso, non può amare il fallimento. La fede che ama la Terra significa che questo Dio che viene, che s’incarna, dice un padre della Chiesa, è come uno dovendo cominciare un lavoro, mette gli abiti adatti. È molto bella questa immagine, bellissima! I padri della Chiesa parlavano in maniera molto semplice, dicono: Se tu devi andare in giardino (anch’io stamattina ho piantato, ovviamente non potevo buttarmi nel terreno) allora tu metti gli abiti adatti, e Dio per venire a salvarti mette gli abiti adatti, cioè si veste di carne, si veste da giardiniere, come la Maddalena lo vedrà: Sei il giardiniere? Pensava che fosse il custode del giardino. Se non lo hai preso tu, dimmi dove lo hanno posto. È Lui, perché si è vestito come te, con gli abiti da lavoro, non è venuto in frack, non è venuto in tight, non è venuto con la cravatta, è venuto come siamo noi, è venuto con i panni usati, ci sono degli odori, che a me danno sempre un voltastomaco per motivi di sensibilità, di ipersensibilità, gli odori nelle trombe delle scale nei condomini, aglio fritto di mattina… Vedete, questi sono gli odori della vita, sono gli odori della vita. A volte sta lì a stagnare quello che ha fatto la signora Lucia, quella del primo piano, si fa un miscuglio di odori, di cucinato, di aglio, di cipolle… ecco, questi sono gli odori della vita, e Dio sta dentro, negli odori della vita. Non si mette il profumo francese, no, è venuto, sta tra il bue e l’asino (appartengono più alla tradizione dei vangeli apocrifi) tra gli odori della stalla, gli odori del gregge, gli odori della povertà, e poiché ognuno di noi ha degli odori non esaltanti, mi riferisco al cuore, mi riferisco ai pensieri, mi riferisco ai sentimenti, è bello che Lui dica: guarda che io questo odore lo conosco, questo sentimento l’ho provato, come uomo riesco a capirti. E questo, sapete, ci salva, ci salva, ma prima di salvarci ci fa contenti, perché in questa situazione così disagiata, qual è la vita, e più andiamo avanti, più ce ne rendiamo conto, il fatto che Lui ci sia, il fatto che sia passato anche Lui attraverso questa valle è una consolazione immensa. Non so per voi ma per me è così. Adesso ci chiediamo che nome daremo a questo bambino.

Anonimo: Nacque il suo bambino

 

Non lo farò ma mi piacerebbe che ciascuno di voi potesse dire: Gesù, Gesù!, perché è la parola più dolce che esista. Molte persone, superata l’infanzia, non utilizzano più questo termine. A volte anche dei preti hanno paura a dire Gesù, e vedete che nelle omelie dicono: il Signore, il Maestro… Gesù! Gesù! E perché hanno paura a dirlo? Perché questo nome chiama una relazione. Gli altri roboanti, freddi, asfittici, possono essere utilizzati senza che la mia interiorità, la mia affettività ne sia toccata, sia reclamata. Chiedetevi, anche nelle vostre preghiere, voi a chi vi rivolgete, chi è il vostro interlocutore quando pregate, chi pregate? Il Padre, Dio, il Signore… Gesù! Gesù, come lo chiamerà, dice questo canto di Anonimo, si chiede Maria: come lo chiamerò? L’angelo l’ha detto a Giuseppe, dice il vangelo di Matteo, anche il nome: Gesù. Voi avete messo il nome ai vostri figli, che grande responsabilità, ma che compito meraviglioso! Anche mettere il nome a un luogo, a una casa a un giardino, a un angolo, per dire cose molto banali, imporre il nome a un figlio è una cosa entusiasmante, perché poi in seguito, quando non ci sarò, si dirà quel nome e quella persona e quel luogo e quella stanza sarà sempre indicata come… Conoscete i problemi della toponomastica, per esempio, no? Perché questa via si chiama così? Adesso, con pochissima fantasia: Via dei fiori, Via dei tulipani… Si va molto in fretta, ma prima ai nomi non pensava il Consiglio comunale, i nomi nascevano dalla storia, e nascevano anche dalla decisione, a volte casuale, senza che la persona stessa se ne rendesse conto, di qualcuno che battezzava una via, un casolare, un villaggio con un nome che poi rimaneva. Io a volte ho anche dato dei soprannomi, che sono rimasti per omnia saecula saeculorum, per esempio. “Giovanni Niger” che è venuto a farmi visita l’altro giorno, che è un sacerdote di venticinque anni di presbiterato, che era nero, così nero, diverso dai tanti Giovanni al Centro; io ero giovane prete, ma poi come facciamo a distinguere questo? Era scuro di pelle, e in un brano, credo, degli Atti, quando si fa l’elenco c’è anche un certo Niger, mi venne di dire “Niger”, e Niger gli è rimasto. Sembra una sciocchezza ma i nomi sono importanti, perché è come se dessero un lancio, un la, dessero una connotazione alle persone, ai luoghi, alle stanze, ai giardini, agli angoli, alle piazze, alle strade, ai paesi, tanto più alle persone e tanto più a Te, Gesù. Lo chiameranno Gesù. Lo chiamavano Gesù i suoi compagni di gioco nella piazzetta di Nazaret, quando andava alla sinagoga a studiare la Torah, Gesù era un nome, indicava una persona, e oggi dopo duemila anni noi ancora stiamo a dire Gesù. E a re imparare questa parola dolcissima, perché vi sfido a utilizzarla, e lo so che penserete male, a utilizzarla sul letto di morte. Questa parola che vogliamo dire, come il buon ladrone: Gesù, ricordati di me quando sari nel tuo regno. Basta questo. Se voi direte “Gesù”, voi sarete salvi, noi saremo salvi, qualsiasi cosa avremo commesso. Dire Gesù in quel momento, e essere salvati saranno una sola cosa, perché questo è il nome del Salvatore. Tutti Gesù lo chiameranno, dice l’autore che mette sulla bocca di Maria, sul suo cuore, questi sentimenti che abbiamo appena ascoltato. Questa domanda – come lo chiameremo? – mi fa anche dire: ma come chiameremo questo Natale? Questo Natale duemilatredici come si chiama? Cominciate a pensarci, perché un Natale non può essere come un altro, perché è questo Natale, il Natale che viene è unico, e anche a questo Natale bisogna dare un nome. I nomi spesso non li scegliamo noi, li danno gli eventi: il Natale della morte, il primo Natale, in cui torna… in cui perdo… Come lo chiameremo questo Natale? E se voi, e questo diciamo un aiuto e per la memoria e soprattutto per la vita spirituale, se voi riuscite a dare un nome a un Natale, aspettandolo e poi vivendolo, potreste dire: il Natale che si chiamava… il Natale…, altrimenti diventano tutti uguali e si perdono, perché non hanno una loro identità, come le persone, per questo si mettono i nomi alle persone. Come lo chiamerai? Pensaci, come deve essere questo Natale? Come si sta presentando? Come ti sta venendo incontro? Che colori porta? Che sentimenti? Che vuoti? Che nome ha? E allora lo chiamerò Gesù, lo chiamerò Natale, con qualche attributo.

De Fidio: Ninna nanna a Gesù Bambino

 

Vorrei sviluppare brevemente questo tema: il Natale e i natali. Adesso non come ho detto poc’anzi, il Natale che viene rispetto ai Natali passati, cui dare un nome, una connotazione, ma al termine “natali”, così come lo utilizza la nostra Lingua, la terra che gli ha dato i natali. E il riferimento non è alla celebrazione della Notte Santa, ma ai primi passi della vita. Vedete, i natali sono importanti nel Natale, altrimenti non c’entriamo, perché qualcosa in noi si risveglia dell’antico bambino, quello che nacque, quello del natale povero, come immagino per tanti di noi, nella nostra infanzia, ammantato di misteri, di mistero. Questo Natale non è disgiunto dai natali, da quello che io sono stato, da quello che tu sei stato, quand’eravamo bambini, con certe persone significative della nostra vita, che ci hanno introdotti nel mistero della vita, e quindi questo canto che viene da così lontano, viene dagli anni della nostra infanzia, che ci accompagna anche in altri giorni, in altre festività, in questi giorni, nelle celebrazioni natalizie, ha un’eco particolarmente carica di nostalgia, e vanno chiamati questi bambini dal nostro interno, questo bambino, questa bambina, che io ero, che tu eri, quasi a dire loro: ma oggi, a cinquantotto anni, chi era il bambino Arturo di cinque anni, sei anni, sette anni? Bene, andiamoci insieme a Natale. Vorrei andarci, e non è, vedete, un pensiero romantico, vorrei andarci con i tuoi occhi, vorrei andarci non tenendoti per mano ma lasciando che tu mi tenga per mano, in modo tale che io guardi l’albero, il bambino, Maria, Giuseppe, il bue, l’asino, questi particolari che si vestono di significati. Vi invito, non c’entra, ma poi quando ho tolto al bambino questo tulle forse mi sono ricordato che ho appena finito il libro, che forse mi è arrivato da te, Katia, forse, “Attese” di Loewenthal, io ve lo consiglio se volete utilizzare bene questi giorni leggetevi questo testo, è un romanzo, Attese, tutto, vedete, legato a una stoffa, che da una generazione passa attraverso tante mani, è una storia che sa di ebraismo, perché l’autrice, Elena Loewenthal, è un’esperta di ebraismo; io per esempio ho pensato a Maria Rosaria, devo consigliare il libro a Maria Rosaria, l’ho finito ieri, ma vi consiglio “Attese” perché – come dire? – vi dà l’esperienza tattile di un tessuto, che attraversa generazioni come una sorta di bandiera e giunge molto, molto lontano. Perché mi è venuta questa ispirazione dal panno? Perché questo Natale, isolato dai nostri Natali, rischia d’essere monco, e anche se fossero stati tristissimi, ma ai nostri occhi di bambini erano sempre meravigliosi, pieni d’avventura, i genitori facevano miracoli con pochissime cose, quelle esperienze ci introducono nel mistero del Natale e nei misteri della fede, per cui è come se al bambino Gesù parlasse meglio il bambino, non posso parlargli io adulto, non mi capirebbe, non saprei utilizzare parole atte a entrare nel suo cuore, il bambino sa parlare al bambino, ma il bambino sa cos’è il Natale, ma il bambino sa cos’è la vita, ma il bambino sa cos’è il dolore, anche se non lo sa, lo ha visto, non lo sa esprimere, è un mistero anche per noi oggi, il bambino sa tante cose, e questo bambino va chiamato, perché è un interlocutore privilegiato. Ve l’ho detto anche gli altri anni, ve lo ripeto, se avete possibilità in questi giorni, chi fra voi abbia dei nipotini o dei figli piccoli è privilegiatissimo, perché ha la chiave per entrare nel Natale; e agli altri: cercatevi un bambino, cioè cercatevi un nipotino, qualcuno che vi educhi, cioè vi conduca, vi porti dentro il mistero, perché noi grandi queste cose non le capiamo più, i bambini sì. Ecco come il Natale richiama i Natali, i miei Natali, i miei primi Natali in certe terre, in certe case, nella casa della vostra infanzia, quello che si faceva, gli odori, i profumi, a cui i bambini sono sensibilissimi. Noi abbiamo perso tante abitudini nel corso della vita. I profumi del Natale. Adesso ci sono anche gli spray, ma oddio non è la stessa cosa, non è la stessa cosa, i profumi del Natale. I bambini annusano, sanno il tempo dai profumi. Ecco, è un invito questo a riconnettere il nostro presente con il nostro passato. Lo so che è anche doloroso perché in quei Natali c’erano delle persone che non ci sono adesso, ma che il bambino sa chiamare, sa dire: “ci sei ancora”, sa evocare, sa risuscitare. È sotto gli occhi di tutti, so di sfondare una porta spalancata, che il Natale è poi una grossa prova di vita, perché a Natale si danno convegno le assenze, sempre, sempre. Puoi organizzare la festa più scintillante, ma una nostalgia, un dolore ti raggiunge comunque, perché quando c’era mia madre, quando c’era, quando… e non lo dico per addolorarvi, perché Natale è dentro la Storia, la Storia è fatta anche di morti, e la Storia è fatta anche di abbandoni, la Storia è fatta anche di tradimenti, la Storia è fatta anche di persone che partono, di persone che ci sono e che domani non ci saranno, in questo caso approfitterei e dire: ci sta Concetta, buon Natale, Concetta…, adesso ci siamo, scambiarci gli auguri anche stasera significa dire: ci stiamo adesso, domani… Ah, ti ricordi quando c’era il vescovo? tutti quegli arzigogoli, e noi che guardavamo l’orologio, un’ansia… e ci teneva segregati e volevamo denunciarlo per sequestro di persona, perché per un’ora e mezza ci teneva nel salone dell’episcopio. Questa cosa vi sembrerà meravigliosa, adesso la state subendo… Ecco, il Natale è fatto anche di sedie vuote e di invocazioni e di lacrime e di… la volta in cui c’eri anche tu!

E. Morricone: Nella fantasia

 

Andiamo verso la conclusione. Mi sembra d’aver toccato i temi fondamentali, adesso si tratta solo d’entrare in questo mistero, da un lato decisamente, dall’altro da poveri. Il Natale ha degli interlocutori privilegiati, e sono i poveri, e sono quelli insoddisfatti di sé, di quello che hanno realizzato, di quello che hanno, insoddisfatti del già fatto e tesi a un di più, sul piano spirituale lo spero per tanti di voi, e di noi, vorrei entrare in questo Natale e ricevere il dono della santità, sul piano affettivo, sul piano culturale, sul piano professionale, sul piano sociale. Più avvertiamo lo scarto tra ciò che dovrebbe essere, la nostra società e ciò che è, la Chiesa e ciò che è, la parrocchia come dovrebbe essere e come stenta a camminare, la diocesi, le famiglie e ciascuno di noi, come persona, più avvertiamo questo scarto, e dunque ci avvertiamo, ci sentiamo, ci leggiamo poveri, più noi siamo candidati al Natale. Il Natale non è per i ricchi, non è per quelli soddisfatti che dicono: “va tutto bene”, per quelli che ritengono d’aver toccato già il cielo con un dito ma per quelli che si trascinano, come noi, e che si dicono, ed io lo dico a me stesso, e vi auguro che ciascuno di voi lo dica a sé: vuoi vedere che quest’anno va bene? Non è il dialogo tra il venditore di almanacchi e il passeggero, non è l’anno nuovo questo Natale, vuoi vedere che è la volta buona? Vuoi vedere che mi libero e faccio un salto dalla mia prosaicità tirando fuori un verso?

Nella Notte Santa, come adesso ascoltiamo in un testo, che tutti voi conoscete, di Adam, avvengono i miracoli, e tra questi non ci sono solo quelli che riguardano gli animali, ecc., come dice il testo, ma ci sono anch’io, anch’io povero che vado a Betlemme con i pastori. Andiamo a vedere questo miracolo che è accaduto. Voglio dedicare questo brano a don Vitaliano perché quando io ero qui il primo Natale, 2006, noi ascoltavamo tante volte questo brano, io convinsi Marianna già allora, eravamo, credo, al massimo venti persone, a eseguire, e c’era don Angelo al piano forte, a eseguire per noi questo testo, che poi è diventato anche, come ricorderete, il motivo conduttore di due Racconti di Natale un po’ di anni fa. La Santa Notte è la notte dei miracoli, è la corte dei miracoli, per dirla con un altro romanzo, corte dei miracoli, dunque in quella Notte può succedere che io cambi, che io faccia un passo avanti. Ecco, lo dico per me, e, ripeto, spero che ciascuno di voi lo auguri a se stesso, perché Gesù che viene e porta dei doni, e questo dono si chiama salvezza e questa salvezza poi si radica nel quotidiano, nelle scelte, nel fare qualcosa di folle, nel corrispondere a questo amore pazzo con un gesto di santa follia, di santa pazzia. Ascoltiamo il brano poi dopo vi do la benedizione.

A. Adam: O santa notte

 

Benedizione del vescovo

 

Canto: Notte d’amore

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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