Nelle orme di Dio

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Pietravairano, 25 dicembre 2013

NATALE DEL SIGNORE

MESSA DEL GIORNO

Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Mons. Arturo Aiello

Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

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Omelia

Come sono belli sui monti – esordiva così il profeta Isaia – i piedi dei messaggeri di pace: sono i piedi degli angeli che si poggiano leggeri e lievi senza lasciare orma sulla nostra terra. Invece Dio sì, lascia un’orma. Gli angeli no, gli angeli sono troppo spirituali per noi. L’angelo custode, di cui le monache che ci ospitano sono particolarmente devote, ci accompagna fin dalla nostra infanzia. Ma noi, stamattina, vogliamo baciare non le orme degli angeli sulla terra, che come ho detto non lasciano traccia, ma gettare la faccia con amore, anche se vi sembra un gesto violento, nelle orme di Dio, orme che si sono impresse nel DNA della terra, della storia, dell’umanità, di ogni uomo e di ogni donna; orme che hanno calpestato quella terra che noi diciamo essere santa – la Terra Santa – ma che è un fazzoletto di questa grande, e piccola al tempo stesso, nostra Terra, quella che amiamo perché Dio l’ha amata.

Simone Weil, una mistica del Novecento, intorno al Natale diceva: Bisogna amarlo questo paese di quaggiù, questa terra, anche se non sempre corrisponde all’amore. Lo abbiamo appena ascoltato nel grande Prologo del Vangelo di Giovanni: Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto. È venuto nella sua casa, nella sua terra, nella sua creazione, ma non ha trovato grande disponibilità. Appena qualche ora fa, nella rievocazione del Natale, nella notte, abbiamo ascoltato gli inutili rintocchi di Maria e Giuseppe alle porte delle case di Betlemme, secondo le poesie che hanno allietato e fatto sognare la nostra infanzia: Non c’è posto! Non ci fu posto per loro. Non ci fu posto per Dio. Ma Dio si impone, umilmente e dolcemente si impone e, pur di nascere su questa nostra terra, sceglie – è una scelta, anche se sembra una costrizione – di nascere in una stalla, perché il nostro cuore è tale, fratelli e sorelle: una stalla. Lo dice anche, non un padre della Chiesa, ma uno psicologo, Karl Jung: Non saremo mai il palazzo regale, ma sempre l’umile stalla in cui Dio sceglie di nascere.

Allora contempliamo quelle orme che hanno reso sacra la nostra terra, questo nostro piccolo paese, questo piccolo villaggio globale dove ancora ci si scontra, ci sono violenze, incomprensioni, sospetti, parole amare. Quelle orme trasformano tutto.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Quella dimora persiste da duemila anni e oltre, ha fondamenta salde che nessun terremoto, nessuna rivoluzione, nessun ateismo riuscirà a demolire, a sradicare, a far crollare, perché è una scelta di Dio per l’uomo. L’uomo ha sempre avuto questo sogno, lo ha inseguito autonomamente: il sogno di diventare Dio. Ma l’errore, ancora oggi perseguito, è di voler diventare Dio senza Dio, di voler diventare Dio al posto di Dio.

Il Natale è la possibilità aperta a tutti – per questo: Sono belli sui monti i piedi del messaggero di pace – di diventare Dio con Dio. Per questo Dio si è incarnato, perché ciascuno di noi, nonostante la sua povertà, i poveri giorni, la manciata di giorni che è la nostra vita, potesse cullare questo desiderio e, non solo, realizzarlo. Sono crollati tutti i progetti umani di diventare Dio senza Dio, a partire dal racconto di Genesi – la torre, se mangerete il frutto di questo albero diventerete Dio… – sono crollati i super uomini, gli umanesimi senza Dio; invece è ancora in piedi questo progetto e questo sogno, che oggi la Chiesa culla nuovamente per noi: diventare Dio con Dio.

Mentre venivo qui, non so da dove ma mi sono tornate nella mente le parole – gli habitué tra voi me le avranno già sentite commentare, dire e citare, sia pure di passaggio – le parole di un filosofo francese, Gabriel Marcel, un filosofo credente, un esistenzialista cristiano che del Novecento ha delle espressioni bellissime, che non sono direttamente collegate al Natale ma che trovano cittadinanza stamattina nel nostro cuore. È il brano – se ci avessi pensato prima, ve l’avrei letto per intero – in cui intercala l’espressione: Io spero in te per noi.

Adesso per chi fra voi l’ascolti la prima volta, non sembra significare granché: Io spero in te per noi. Significa che si ha fiducia nell’altro, perché dà fulgore, luce e senso all’Io. Da giovane ricordo d’aver improntato una celebrazione nuziale su questo slogan di Gabriel Marcel, ma mi sbagliavo, anche se l’applicazione è giusta per la coppia. Molti di voi, tanti di voi sono sposati o in progetto di sposarsi, e debbono sentire che l’altro non umilia, non limita l’io e le proprie possibilità, ma le esalta. Allora “Io spero in te per noi” è una bellissima dichiarazione d’amore che si può offrire alla persona amata e amante, perché è come se si volesse affermare che l’altro diventa fondamento dell’Io, diventa sostegno degli aspetti migliori dell’Io e, senza l’altro, l’Io sarebbe un esule, non avrebbe uno specchio in cui prendere consistenza e coscienza della propria esistenza. È l’altro, è il tu, che dà fulgore al noi. E il “noi” è il noi del Matrimonio, il noi della coppia, ma anche dell’amicizia, e poi, in una maniera più piena, il noi della Chiesa, che è una realtà completamente nuova, tu ed io, io e te nell’abbraccio che diventa il noi, il noi della coppia, il noi della famiglia, il noi del figlio, il noi del futuro.

Ma perché mi sbagliavo, da giovane, utilizzando – e ve ne ho dato un piccolo sunto – questa espressione di Gabriel Marcel applicata al Matrimonio? Perché poi, leggendo il testo per intero, il filosofo conclude dicendo: Perché disperare di te sarebbe anche disperare di noi. Certo, può nuovamente essere applicato alla coppia, ma è chiaramente un atto di fede: io credo in Te, Gesù, per noi. Io credo in Te, Gesù, Figlio di Dio incarnato per noi, per noi umanità, per noi Chiesa, per noi parrocchia, per noi famiglia religiosa, per noi comunità monastica. Senza di Te, questo noi, questo nostro essere insieme, questo alitarci l’ombra della vita – dice un poeta – come in uno specchio, cade, si frantuma nella precarietà dei nostri giorni così stretti, così poveri, così pochi. Invece Tu che sei venuto, Tu che hai messo la tenda in mezzo a noi, Tu che hai calpestato la nostra terra e noi, stamattina, a lanciarci nella polvere che Tu hai calpestato con amore, sapendo che quella polvere vale più dell’oro, Tu dai consistenza, valore, futuro, calore, colore ai nostri poveri giorni.

Per cui disperare di Te sarebbe come disperare di noi.

Mi piace pensare che il filosofo, scrivendo queste parole da grande credente, lanciasse come un grido di disperata speranza o di speranza disperata, perché dice: Se Tu te ne vai, se Tu smonti la tenda, se il Natale dovesse risultare, un giorno, una semplice invenzione umana – ma nessun uomo avrebbe potuto immaginare una cosa così bella e così dura per Dio – la nostra vita si sfalderebbe in un istante, i nostri amori, il meglio di noi, anche le opere d’arte, tutto perderebbe senso.

Carissimi fratelli e sorelle, siamo qui stamattina per lanciarci nel nostro futuro, nel futuro che Dio sceglie per noi, che Lui solo conosce, con la fiducia di questo “noi” che ci proviene dal Natale. È il noi di Lui con noi, del tu con l’io, è il noi nuziale, perché – ce lo ha ricordato il Salmo 44 dell’Ufficio delle Letture di questa notte o di questa mattina – il Natale è il giorno delle nozze, dove il cielo e la terra si baciano: La terra ha dato il suo frutto, ci benedica Dio, il nostro Dio. Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra – dice il salmista. E qual è il frutto che ha dato la terra? È Gesù, il figlio di Dio incarnato, il Salvatore, il Redentore, Colui che fa sperare.

Siamo approdati a questo Natale dopo un dicembre che ci ha fatto cullare, illudere che non venisse l’inverno, abbiamo avuto un dicembre meraviglioso. Patty Pravo – scusate questi riferimenti poco spirituali – quando eravamo ragazzi cantava: Come un raggio di sole fa dire a dicembre: l’estate è già qui. Così abbiamo vissuto questo dicembre, fino a ieri pieno di sole, le mimose stanno per scoppiare, gli alberi già stanno gemmando (la terra ha dato il suo frutto…). Quindi siamo già a Pasqua, siamo nell’estate matura, siamo già a cogliere il frutto più bello della storia, che non è prodotto dalle nostre mani, che non è un’invenzione umana, ma viene dall’alto, perché anche se nelle genealogie di Gesù, gli uomini si presentano nelle loro virilità, pronti a dare la vita a un figlio (Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe…), alla fine ci si arena nel grembo di una donna dove i maschi non hanno nulla da fare, perché quel grembo è fecondato da Dio stesso. Quindi questo frutto viene dall’alto, questo frutto viene da Dio, questo frutto è Dio stesso.

Sempre stanotte San Leone Magno, nell’omelia, ci ricordava: Gioisci, o cristiano, gioisci, perché se sei santo, sta per giungere il tuo premio; ma gioisci anche tu peccatore, perché il Bambino che vedi nella mangiatoia di Betlem (Betlem è casa del pane, è un bambino da mangiare), è la misericordia per te: i tuoi peccati non sono più computati, tu puoi cominciare daccapo, tu puoi essere santo. Gioisci – dice ancora San Leone Magno – tu che sei pagano, perché non è venuto solo per Israele, ma per tutti.

Ecco, fratelli e sorelle, il Vangelo del Natale, dolcissimo ma anche rivoluzionario: Io spero in Te, Gesù, per me, per noi; io spero in Te per la Chiesa, io spero in Te per l’umanità, io spero in Te per la famiglia, io spero in Te per il genere umano che fa di tutto per non corrispondere al Tuo amore.

In questa Eucaristia, stamattina, converge anche una celebrazione a latere, ma che trova cittadinanza nella gioia del Natale: il 60° anniversario dell’amministrazione del Sacramento della Confermazione da parte di un Vescovo, appena ordinato, che venne qui a Pietravairano, nella sua terra, la mattina di Natale, per dare lo Spirito Santo, la grazia della forza e della testimonianza, a 60 giovani di Pietravairano. Monsignor Castrillo – per il quale, come sapete, è in corso da anni un cammino per il riconoscimento della santità, un frate che ha vissuto il suo episcopato, brevissimo e intenso, insegnando dal letto della sua sofferenza – amministrava il Sacramento della Confermazione a qualcuno di voi (c’è qualche rappresentante di quel gruppo che è venuto a dire grazie). Se siete andati avanti per tanto tempo e se altri sono già approdati al Cielo, è anche grazie a quel pollice che, intriso di Crisma, vi segnava sulla fronte ponendovi il sigillo dello Spirito Santo. È la storia della grazia che trova il suo prologo nella grotta di Betlem e, poi, la sua completa realizzazione sul calvario e sulla croce.

Auguri! Buon Natale! Continuate a sperare in Lui per non disperare di voi, come singoli, come famiglie, come coppie, come parrocchie, come Chiesa.

Auguri! Buon Natale! Sentite che la nostra faccia, nella polvere calpestata da Lui, ritorna bellissima, con una bellezza supplementare a quella della creazione.

Buon Natale! Non abbiate presunzione di diventare Dio senza Dio, ma lasciatevi condurre da Dio: saremo dio con Dio, saremo santi col Santo, saremo belli con il più bello tra i figli dell’uomo sulle cui labbra è diffusa la grazia. Lo stesso Salmo 44 più avanti dice: Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre. Al Re piacerà la tua bellezza: egli è il tuo Signore, prostrati a lui. E la Chiesa è prostrata davanti alla culla di Betlem come dinanzi alla croce ed è lì, sta, rimane, guarda, culla, contempla, si lascia irrorare dal latte e dal sangue. Latte e miele era l’immagine della Terra Promessa. Noi beviamo latte e sangue: è il latte della nostra infanzia, è il sangue che scorre nelle nostre vene e nelle vene della storia. E continuerà a scorrere, nonostante tante precarietà e tante resistenze all’Amore, come diceva Simone Weil; continuerà a scorrere perché, prima che noi sperassimo in Lui, Lui ha sperato in noi, e prima che noi credessimo in Lui, Lui, Dio, ha creduto in noi, nella nostra povera umanità.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Dunque, Gesù, non in me, non in noi, ma in Te io spero. Io spero in Te per noi.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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