La gioia d’essere al mondo è sempre la gioia d’essere insieme

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Teano, 29 dicembre 2013

Festa della Sacra Famiglia

Celebrazione Eucaristica

presieduta da

S. E. Mons. Arturo Aiello

Cattedrale di Teano

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LETTURE

Sir 3, 3-7.14-17a

Col 3, 12-21

Mt 2, 13-15.19-23

Omelia

Abbiamo ascoltato nel testo del Siracide – che è un testo antichissimo, dell’Antico Testamento – che se il padre perde il senno, bisogna compatirlo: è quello che vi chiedo in questo momento. Mettiamo il caso che il Vescovo abbia perso il senno e allora compatitelo, se vi tira un po’ le orecchie, dicendovi: Non sapete morire!

Non c’entra con la Giornata della Famiglia, ma c’entra con la scossa di terremoto. Non sapete morire! Nessuno di voi ha pensato: Che bello se moriamo qui nella Cattedrale col Vescovo! Nessuno di voi l’ha pensato e questo è grave, grave! Significa che le altre cose ci prendono più di quelle che invece devono assorbire tutte le nostre energie, in qualsiasi situazione e in qualsiasi momento. Sappiate che se anche dovesse arrivare una scossa tremenda e crolla tutto, io continuerò fino a che un capitello venga a chiudere la mia felicissima esistenza.

Dobbiamo essere pronti a morire in ogni momento e solo quelli che sanno morire, sanno vivere. Basterebbe questa lezione per chiudere l’omelia, ma purtroppo per voi torniamo alla Giornata della Sacra Famiglia.

Vi dicevo già all’inizio, ma eravate presi da altre preoccupazioni, il motivo per cui siamo qui. Siamo qui per guardare alla famiglia di Nazareth, che è la famiglia di Dio nella storia, per prendere fiducia sul “progetto famiglia” e ciascuno di noi ne fa parte a vario titolo. L’ultima parola del Vangelo, nella impalcatura di Matteo (si va ad abitare in una nuova regione, in Galilea), diceva: Sarà chiamato Nazareno. “Nazareno” significa che c’è una contrada, che si chiama Nazareth, in cui abita un marito, una moglie e un bambino, e questo bambino prende il nome dal paese. Come voi vi chiamate teanesi o a seconda delle parrocchie da cui venite, Gesù si chiamava nazareno, perché veniva da Nazareth, perché aveva giocato nella piazza, perché aveva respirato l’aria, perché aveva l’orizzonte negli occhi e “Nazareth” significa “terra”. Dio ha avvistato la terra e non solo, è venuto – come dice Giovanni nel Prologo – a piantare la sua tenda qui, in mezzo a noi. Allora guardiamo, adesso, non tanto il Bambino, il bue, l’asino, cioè il quadro natalizio idilliaco, ma guardiamo questa famiglia nella dinamica familiare che è – proprio perché dinamica – sempre in mutamento, sempre in movimento. Gesù cresceva, dice l’evangelista. Cresceva in altezza, cresceva pronunziando delle parole, cresceva gattonando, cresceva muovendo i primi passi, cresceva imparando i testi del libro sacro, cresceva intessendo relazioni, cresceva all’ombra di Maria e Giuseppe come ciascuno di noi è cresciuto sotto lo sguardo dei propri genitori. Noi siamo quel che siamo perché un bue e un asino – scusate l’accostamento – un papà e una mamma ci hanno riscaldato, dicendoci: Benvenuto al mondo, benvenuto nella storia! Per fortuna non hanno fatto come tanti genitori oggi – Sei nato? Hai 50000 euro di debito pubblico! – ma ci hanno trasmesso la poesia della vita. In realtà sono bugie le proiezioni economiche, sono bugie i problemi che trasmettiamo ai nostri figli prima di trasmettergli la gioia di vivere. Questo è il compito dei genitori: trasmettere ai figli la gioia di vivere. Ci sono tanti problemi, d’accordo, ma vedrai che questa vita è bella anche se c’è un terremoto e chiudiamo qui, ma è stata bella.

Se avessimo chiuso all’inizio della messa, saremmo stati contenti della nostra vita? Io sì. Starete pensando: Eh già! Hai 58 anni, hai fatto il tuo! Noi magari abbiamo qualche anno in meno… Ma non si tratta di anni, sapete. Qualche volta interroghiamoci sulla qualità della nostra vita: se finissi adesso come mi sentirei? Sarei soddisfatto? Che non significa non aver commesso errori, ma dire: è stato bello… Questo sentimento i genitori hanno il dovere di trasmettere ai figli prima di dare dei divieti, prima del “stai attento”, prima della bicicletta, prima del lupo cattivo, prima del “non prendere la mela della strega”. Devono trasmettere ai figli la visione che ha le sue radici nella Sacra Scrittura.

E Dio vide che tutto quello che aveva fatto – terremoto compreso – era cosa buona, cioè Dio non fa niente di sbagliato e questo ottimismo, oggi, manca, siamo tutti in riserva. Siamo venuti qui, questa sera, alla Festa della Sacra Famiglia, che ha avuto anche il suo fuoriprogramma, per riprendere la gioia di vivere anche a 80’anni, anche se gli assegni dei miei giorni dal carnet li ho staccati in gran parte, anche se le barche che devono partire dal mio porto sono pochissime, perché la flotta è già in alto mare, la gioia d’essere al mondo.

La gioia d’essere al mondo è sempre la gioia d’essere insieme. Non esiste progetto di vita al singolare, ma c’è il noi. Allora stasera chiediamo alla Sacra Famiglia di farci gustare il noi della coppia, marito e moglie, il noi genitori e figli, il noi fratelli e sorelle, il noi dei nonni e dei nipoti, il noi, perché la vita è sempre al plurale: Maria, Giuseppe e il bambino, marito moglie e figli, i fratelli e le sorelle, i nonni, i parenti, le famiglie d’origine, le famiglie nuove… noi.

La storia siamo noi – dice De Gregori nella canzone che conoscete – ma, anche, noi siamo la storia, cioè la storia non si fa al singolare. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna per formare una nuova cellula, una nuova entità, una novità. Abbiamo bisogno di recuperare una nuova dimensione del noi nel momento in cui l’io è ingigantito e c’è l’elefantiasi dell’io.

Il noi dal Vangelo – e non mi dite che mi contraddico – ci viene indicato anche come un “corriamo ai ripari”. Tante volte a noi sembra che i racconti dell’infanzia di Gesù siano fiabeschi. In realtà tutti questi racconti sono veri, e sapete perché?

Prendete quello che abbiamo ascoltato. È appena nato un bambino, c’è la gioia di guardare questo piccolo, di specchiarsi nei suoi occhi, cercare di capire a chi somigli (sono i problemi di tutti i genitori), ma ecco che un angelo viene in sogno a Giuseppe e dice: Giuseppe, prendi il bambino e sua madre e fuggi in Egitto. Questa coppia diventa una coppia di profughi, perché l’amore è così: l’amore ci fa profughi. Innanzi tutto perché ci stacca dalle famiglie di origine. E sappiamo quanti problemi nelle giovani coppie – io penso l’80-90% – nascano da un rapporto non equilibrato con le famiglie d’origine. Quindi già siamo profughi, perché lasciamo una famiglia ed entriamo in un’altra e non ne conosciamo ancora il volto; poi, ancora di più, drammaticamente profughi perché la vita chiede d’essere difesa perché è indifesa, perché c’è Erode, ieri come oggi, perché ci sono delle persone che attentano al vostro amore.

Ricordo, da ragazzo – ma allora non lo capivo – d’aver sentito dalla bocca del mio padre spirituale una frase, che adesso vi farà sorridere, ma che poi ho trovato verissima nella mia esperienza pastorale. Citava una sua nonna, credo, che diceva: “Davanti a certe crisi c’è una sola soluzione: il treno”. Allora era l’unico mezzo di fuga.

Lo sapete che, poi, nella mia esperienza pastorale di parroco e oggi di vescovo, ho scoperto che questa frase è sapientissima?

Non aspettare che la crisi si risolva da sola. No, devi scappare! Prendi il bambino e sua madre e scappa in Egitto, perché c’è Erode. Allora il treno non c’era, saranno andati a piedi o, come l’iconografia ce li presenta nei quadri famosi della fuga in Egitto, con l’ausilio di un asino, sono scappati e, a volte, da certe situazioni bisogna scappare.

Dicevano i padri antichi che il più forte scappa. Frase astuta. Loro si riferivano alla tentazione, ma cos’è il pericolo per una famiglia se non una tentazione? Che viene dall’esterno, dall’interno, che viene da facebook, da qualcuno che si è insinuato nel dialogo della mia famiglia, della mia coppia, in una voce che ha cominciato a martellare? Cosa bisogna fare? Bisogna scappare. Prendi il bambino e sua madre e scappa in Egitto: è inutile che pensi di iscriverti al sindacato o ai diritti umani dell’ONU, perché c’è Erode, bisogna scappare. E soprattutto voi giovani abbiate questa sapienza: vedete il problema e non riuscite a risolverlo? Bisogna andar via – che non è solamente un andar via geografico, ma un simbolo – cioè allontanarsi, prendere le distanze, cambiare il numero del telefonino (anche quello è un modo per scappare). Frequentare un altro giro di amici è un modo per scappare; portare mio figlio all’Azione Cattolica – faccio uno spot pubblicitario – è un modo per scappare. Dobbiamo imparare a scappare per imparare a vivere e a sopravvivere a certi eventi.

Immaginate questa giovane coppia in esilio, in Egitto. Ovviamente c’è anche un valore teologico, perché Israele è stato esule in Egitto e poi tornerà nella Terra Promessa. E allora anche il Figlio dell’Uomo fa il cammino di Israele in una terra straniera.

Oggi siamo in una terra straniera, soprattutto quelli della mia età, che guardando i linguaggi degli adolescenti si sentono stranieri: ma questi che lingua parlano? Da dove vengono? Da Marte? Che sono questi segni? Imparare a vivere in una terra straniera, creare una culla per i nostri bambini, per la nostra famiglia, per il nostro amore, perché i nemici sono a migliaia, gli amici del vostro amore sono pochi. Ce n’è uno su cui sarebbe il caso che voi puntaste di più e si chiama Gesù, l’amico del vostro amore e della vostra famiglia: certamente non vi divide, ma vi unisce. Vi ha uniti il giorno del vostro Matrimonio e vi unisce sempre più. Gli altri sono amici o nemici? Vengono a vendere o a rubare in casa nostra? Da questo vangelo – e concludo – viene fuori una battaglia continua e, o stiamo dentro questa battaglia e questa vita, o ci tiriamo fuori dalla battaglia e non viviamo più, siamo già morti, pensionati, su un binario dove non passano più treni.

Siamo qui per riprendere il discorso tra noi, tra voi. Riguardatevi negli occhi, voi che siete sposati! Ridatevi un bacio, rifatevi una carezza, riprendete l’album del Matrimonio! Quanto costa sfogliare certe foto nei periodi di crisi! Riguardate i vostri figli! Reincorniciateli nell’oggi che è diverso da ieri! Cambiate modalità di comunicare con loro!

Tutto questo è dentro la grazia del Matrimonio che voi vivete, ma che, ahimè, giace nascosta sotto un cumulo di regali, ancora quelli del Matrimonio, magari ancora tutti da spacchettare, inevasa, inesplorata, inutilizzata. Io ho l’impressione che noi distribuiamo grazie e voi tornate a casa col pacchettino infiocchettato e non lo aprite. C’è un assegno! Centomila euro! Si dice, per i sovvenzionamenti delle opere pubbliche, che se non vengono utilizzati certi fondi per un certo tempo, vanno in “perenzione”. I tecnici conosceranno questo termine, io l’ho imparato da parroco quando dopo i terremoti cercavamo di ricostruire le chiese: Mi dispiace, parroco, è andato in perenzione! Significa che non l’avete utilizzato per il tempo stabilito ed è entrato in un circuito, in una cassa che non si può più aprire. Anche certe grazie rischiano di andare in perenzione, cioè inutilizzate per 50’anni e quando apro il pacchettino è scaduta. Non è così la grazia del Matrimonio, ma vi do questa immagine per dire di un dono, una forza propulsiva per superare mille difficoltà che io tengo lì e non ho ancora aperto. Il tuo Matrimonio, forse, è tutto da riscoprire, è tutto da riaprirsi, è tutto da essere ricomposto, perché ci sono assegni che tu non hai ancora scoperto, assegni a tuo credito. Questa si chiama grazia.

Allora coraggio! Alla prossima scossa nessuno si muova.

Vi lascio un’immagine bellissima della nostra storia anche vicina. Mi è venuta in mente durante il terremoto. È ambientata a Montecassino, durante la seconda guerra mondiale (anche la nostra Cattedrale ebbe la sua razione di bombe). È bellissima questa immagine che forse pochi di voi conoscono. La mattina in cui Montecassino doveva essere distrutta, l’abate Martino – credo si chiamasse così l’abate di allora – era rimasto con pochi monaci e doveva lasciare il monastero: trovò un modo bellissimo di abbandonarlo, mandando avanti un monaco con la croce a stile e tutti gli altri monaci dietro, cantando. Per me è un’immagine di una forza di fede enorme, perché rischiavano la vita, perché avrebbero potuto cominciare i bombardamenti anche su di loro, perché avrebbero potuto puntare le armi contro questi monaci inermi. L’abate Martino avrà avuto in mente una frase della lettera agli Ebrei – Usciamo dall’accampamento seguendo il segno dell’obbrobrio, Gesù crocifisso – e, anziché scappare, esce in processione e avrà pensato: Magari ci uccidono. Ecco questa è la fede. E così avremmo dovuto vivere il terremoto all’atto penitenziale: Alleluia! Ma nessuno di voi l’ha intonato. Stiamo per morire nella nostra Chiesa Cattedrale: usciamo con la croce! Quale posto migliore! Adesso abbiamo fatto una prova generale, ma la prossima volta, tutti compiti, prenderemo la croce, faremo un’incensazione, un bel canto polifonico. Ecco, questo è un bel modo per chiudere.

Ricordatevi, se non impariamo a morire, non sappiamo vivere.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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