L’impegno di ogni giorno o il rimpianto dell’eternità

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Teano, 22 gennaio 2014

In punta di piedi in Episcopio

 “Affrettiamoci ad amare

Jan Twardowski

 

Meditazioni di

S. E. Mons. Arturo Aiello

***

Pianoforte: M° Luigi Marzano

Violino: M° Edoardo Amirante

 ***

Benvenuti. Salutiamo i Maestri che ci propongono un itinerario musicale, che, come avete visto dal programma, non rischierà di farvi addormentare. È un progetto di minima, perché il progetto di massima è di gustare gli arrangiamenti e i virtuosismi legati a questi temi, anche popolari.

Nel nome del Padre…

 

SCARBOROUGH FAIR – Ignoto

 

Questa sera vorrei farvi incontrare un poeta polacco di cui, dopo la morte, è stata pubblicata in Italia per la prima volta una raccolta. È Jan Twardowski (1915-1996) che, nella letteratura polacca, è ritenuto il più grande del Novecento. È un prete-poeta, più o meno coetaneo del Papa Wojtyla. Magari di questa serata potrebbe restarvi impresso il titolo, che è anche il titolo della prima poesia che commenterò in più parti.

Affrettiamoci

 

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto

di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto

solo l’inessenziale come una mucca si trascina

l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso

poi il silenzio normale perciò insopportabile

come la castità che nasce dalla disperazione

quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

 

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura

ci toglie  sensibilità  come ogni fortuna

arriva in coppia  come il pathos e l’humor

come due passioni sempre più deboli di una sola

e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

 

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco

per vedere davvero chiudono gli occhi,

benché sia più rischioso nascere che morire

amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

 

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre

e sarai come un delfino mite e forte

 

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto

e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano

e parlando dell’amore non si sa mai

se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo

Basterebbe questo testo, da solo, per il nostro incontro, il nostro salotto di preghiera ma anche di cultura. Ci coglie, questa sera, l’invito del poeta all’amore. Sembra rischiare la banalità, ma in realtà in questa lirica, come nelle altre, abbiamo i temi fondamentali della vita e cioè la vita e la morte. La vita, la morte, l’amore, il dolore. Cogliamo, innanzi tutto, un invito, che è l’invito che viene dalla brevità della vita, della nostra ma anche delle persone. Stavolta il senso della brevità non è solo della vita di chi scrive, e quindi del poeta, quanto la brevità colta sull’orologio dell’amato, delle persone che se ne vanno così presto; non ci danno il tempo di amarle, non ci offrono un momento per riflettere, per tirare fuori una parola magica e, quando se ne sono andate, restiamo con le parole mute, inutilizzate, non seminate, che non diventeranno mai alberi.

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto

di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto

Ognuno di noi conosce l’azione dolorosissima di andare a mettere ordine in certi cassetti dove qualcuno è partito troppo in fretta e le cose che restano sembrano così inutili. Qui il poeta parla di scarpe che nessuno mai calzerà più e di un telefono muto di cui tu, inutilmente, ricomporrai il numero, perché non ti risponde. E stavolta il telefono muto è il cuore che ha smesso di battere.

Poi c’è la lotta tra l’inessenziale che si trascina e l’essenziale che è così rapido che accade all’improvviso e quindi abbiamo un protrarsi di frasi inutili, di incontri inutili, di situazioni che ci appesantiscono e diciamo: Ma è solo una perdita di tempo! È bella l’immagine che il poeta usa della mucca, perché la mucca è grossa e si trascina, magari, portando con sé odori non proprio da profumeria. Così sono le cose inutili, come – mi verrebbe da dire, ma è una bestemmia – le persone inutili, certamente gli incontri inutili (le persone inutili non esistono). L’essenziale invece, a differenza di questo trascinarsi, di questa mole di cose inessenziali, accade all’improvviso e devi essere pronto ad accoglierlo, a dire: è questo il momento, devo dire una parola, devo dare un bacio, devo pronunziare una frase.

solo l’inessenziale come una mucca si trascina

l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso

poi il silenzio normale perciò insopportabile

Cade questa cappa di silenzio che è la morte, che è l’impossibilità di dirci una parola, perché non abbiamo avuto la percezione che quella persona sarebbe passata, sarebbe andata via. Dunque è tempo di amare, di amare veramente, utilizzando parole, gesti che sono parole condensate, per evitare il rimpianto di ciò che non si è detto, di ciò che non si è fatto a tempo debito.

CORE ‘NGRATO – Salvatore Cardillo, Alessandro Sisca

Torniamo alla mucca appesantita, che è ciò che è inessenziale, mentre l’essenziale scocca in un attimo e dovrebbe trovarci pronti a scattare per essere noi stessi, per essere uomini veramente in quell’istante, dopo il quale forse non ci è data altra possibilità. Il silenzio, che cade sulla partenza delle persone che se ne vanno presto e che forse non abbiamo amato, il poeta lo paragona alla castità che nasce dalla disperazione. Questo è un verso che poteva venire fuori dal cuore di un prete-poeta o di un poeta-prete.

Come la castità che nasce dalla disperazione: è possibile una castità che nasca dalla disperazione? Sì, quella imposta. Poi tornerà questo tema nella poesia alla madre.

Perché questa castità è come quel silenzio insopportabile? Perché è insopportabile! Perché non l’ho scelta, perché mi è imposta, perché è un silenzio che non avrei voluto vivere. È una vita monastica che mi è stata imposta – dice la vedova, il vedovo, la persona abbandonata – che io non avevo messo in conto e, per questo, è una castità che nasce dalla disperazione. Ovviamente questa immagine è sempre un invito ad affrettarsi ad amare le persone perché se ne vanno troppo in fretta.

E com’è la castità che nasce dalla disperazione? È quel senso di vuoto che avvertiamo quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso. La grandezza dei poeti è quella di raccontare la nostra vita con parole che noi non sapremmo usare, non sapremmo mettere insieme. Io non avrei mai pensato ad una “castità disperata” dal momento che vengo (come i preti presenti) da una castità più o meno serena, perché scelta. Invece quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso, perché è passato, perché non posso più dirgli “ti voglio bene”, perché ormai è fuori del mio raggio – E tu non tuorn ‘cchiù, diceva Core ‘ngrato – allora questo silenzio è insopportabile. E perché è insopportabile? Perché sarebbe dovuto essere un silenzio carico di frasi, ricco di frasi, un paniere di frasi, un romanzo, una fiaba senza fine e, invece, adesso cade questo silenzio.

La seconda strofa è rivolta a noi che diciamo: Sì, è vero, ma non è il mio caso: io ho le persone a cui voglio bene e stasera le ritrovo a casa.

Non essere sicuro d’aver tempo perché la sicurezza è malsicura, cioè non rimandare a domani ciò che potresti fare e dire adesso. Questa sicurezza malsicura ci toglie sensibilità, come ogni fortuna. Com’è vero! Chi ha fortuna, chi ha il vento in poppa, chi vive un momento di gloria è insensibile rispetto alle disgrazie degli altri. Quindi questa sicurezza ti pone in una insensibilità dove, dice il poeta, le passioni arrivano in coppia e, dunque, se arrivano in coppia, non hanno la potenzialità di una passione sola, come il pathos e l’humor. Se arrivano insieme, se arrivano a braccetto, dovrò fare 50 e 50, 70 e 30, dovrò fare 60 e 40, ma non sarà una passione con l’organo pieno o con il pianoforte con il pedale del continuo aperto, perché sono due note diverse, due accordi diversi.

E se ne vanno da qui così veloci, tacciono come il tordo in luglio

Chi? Sempre le persone che vanno via così presto e che noi non ci affrettiamo ad amare. Sentivo cantare questo uccello e ora non canta più, tace. A te sembra un soprammobile, una sedia, un complemento d’arredo, un soprammobile, un pianoforte: sta sempre lì. Così i genitori, così il marito e la moglie, l’amico, ma a un certo punto non c’è più il pianoforte, è scomparso. Il pianista dice: Ho tante note nelle mani e mi manca lo strumento!  Il nostro violinista avrà in mente tante variazioni, tanti virtuosismi, ma gli mancano le corde per esprimerle.

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto

di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto

solo l’inessenziale come una mucca si trascina

l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso

poi il silenzio normale perciò insopportabile

come la castità che nasce dalla disperazione

quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

 

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura

ci toglie  sensibilità  come ogni fortuna

arriva in coppia  come il pathos e l’humor

come due passioni sempre più deboli di una sola

e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

OCCHI NERI – Florian Hermann

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco

per vedere davvero chiudono gli occhi,

benché sia più rischioso nascere che morire

amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

Un suono un po’ goffo sono sempre le persone che se ne vanno così presto e, poiché il soggetto restano loro, per vedere davvero chiudono gli occhi. È il senso della morte e della vita: per vedere meglio chiudono gli occhi. Come ho detto in qualche altro incontro qui, in questa sala, questo appartiene anche al nostro vocabolario da vivi. Noi qualche volta chiudiamo gli occhi: in qualche passaggio particolarmente virtuosistico del violinista abbiamo chiuso gli occhi per sentire meglio quella nota altissima, sopra il pentagramma o, per il palato, per gustare – lo immagino, perché io vado avanti per immaginazione, anche nell’amore – si chiudono gli occhi per vedere meglio. E così anche nella morte: per vedere davvero chiudono gli occhi. Le persone che se ne sono andate hanno chiuso gli occhi, ma non per chiudere gli occhi sul mondo, e quindi su di noi, su di me (tu mi hai abbandonato, te ne sei andato, te ne sei andata). In realtà chiudono gli occhi per vederci meglio, per essere più accanto a noi, benché – e questo dovrebbe consolarvi stasera – sia più rischioso nascere che morire. Se questo è vero – come è vero – noi questa fatica ce l’abbiamo già alle spalle. Che fatica nascere! Che fatica! E qui non è solo il nascere fisico, il parto, l’essere partoriti o il partorire, ma la fatica del bambino, la fatica dell’infanzia oltre ogni romantica visione, la fatica dell’adolescenza, la fatica della giovinezza. Grazie a Dio queste cose le tengo alle spalle e mi resta una fatica minore, quella di morire, perché la fatica grossa l’ho già fatta per arrivare alla mia età, e voi alla vostra. Siamo già nati, il grosso è fatto, adesso ci resta un piccolo lavoro, un rischio minore che è la morte.

Amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi. C’è sempre un troppo. E qui è sulla avarizia dell’amore: siamo avari nel profondere, nel diffondere, nel seminare; qui pensiamo ad ogni tipo di relazione, anche quella di stasera: siamo qui per amarci, guardandoci, ascoltando la musica, ma siamo sempre così tirchi (Non ho niente! Sono povero!). Tirchi.

Sempre troppo poco e sempre troppo tardi. Quando ci convinciamo che forse conviene investire la nostra vita in amore, è l’ultimo istante. Ce ne siamo accorti tardi, avremmo potuto impiegare tanti anni, tanto tempo, tanti giorni, tante pause, tante crome, tante biscrome, ma adesso siamo all’ultimo accordo. Troppo poco, troppo tardi.

Dicintancello vuje – Rodolfo Falvo

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre

e sarai come un delfino mite e forte

Un delfino che gioca con le onde, che fa un salto, ma poi ricade nell’abisso: è questo scrivere dell’amore che va detto e va manifestato prima che le persone passino.

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto

e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano

e parlando dell’amore non si sa mai

se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo

Nelle persone che non passano, nelle persone che non tornano c’è un diverso morire: restano in vita ma non danno più la possibilità di interloquire, interagire, colloquiare. Sono quelle che non se ne vanno, ma non sempre tornano. Quindi c’è una morte fisica e poi una morte affettiva, un troncarsi del dialogo, un cadere del sipario anche su persone vive, che continuano a sfiorarsi senza mai vedersi.

E parlando dell’amore non si sa mai / se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo. Ci troviamo sempre in questa dimensione di incertezza: il primo che non si scorda, il primo che è l’ultimo o l’ultimo che è il primo, il vero primo amore. E qui ovviamente non è un invito – andrebbe fuori dalle righe della morale cristiana –  a “provarle tutte”, ma un’attenzione alle persone, un’attenzione alle parole che, una volta dette, non tornano più indietro; che una volta che feriscono, lasciano una piaga sanguinante per decenni, a volte per una vita. Noi soffriamo ancora di parole che ci sono state dette quando eravamo ragazzi, adolescenti. Quando marito e moglie bisticciano tirano sempre fuori cose dalla soffitta: Quando eravamo fidanzati…! E magari stanno al cinquantesimo di Matrimonio… È sempre così! Perché le parole feriscono e, per questo, bisogna stare attenti: un’attenzione fino al parossismo, se volete, a parlare pesando le parole. Siamo in un tempo in cui su facebook si dicono le cose più vere e più false, più infamanti e più infanganti con superficialità, come se non fossero parole! Come se la parola non costituisse un elemento su cui cade l’osservazione morale – dico questo senza riferimento di fedi – come se le parole fossero una moneta falsa di per sé. E invece hanno il potere di edificare e di abbattere, di umiliare ed esaltare, di creare un maestro o un portatore di handicap. Voi musicisti siete giovani e può darsi che la vostra arte sia legata a un maestro che, quando eravate ragazzi o adolescenti, a strimpellare le prime note che, soprattutto sul violino, sono sempre un po’ stridule, vi avrà incoraggiato: Guarda che hai talento! Guarda che puoi fare bene! E la parola detta da un maestro a un alunno ha un effetto tale da far venir fuori uno Chopin! Magari abbiamo abortito Chopin, se abbiamo utilizzato una parola di scoraggiamento: Sei un fallito! Non farai mai niente nella vita! Come sono importanti le parole! E noi stasera siamo qui per scambiarci parole e musiche. Anche le musiche sono parole, parole che ci edificano e che ci rimettono su, in questo tempo, in cui tutti ci dicono che andiamo verso il buio, il cattivo tempo, una crisi nera. Invece una parola buona, una parola di incoraggiamento: Ce la faremo, usciremo da questa situazione.

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto

di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto

solo l’inessenziale come una mucca si trascina

l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso

poi il silenzio normale perciò insopportabile

come la castità che nasce dalla disperazione

quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

 

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura

ci toglie  sensibilità  come ogni fortuna

arriva in coppia  come il pathos e l’humor

come due passioni sempre più deboli di una sola

e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

 

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco

per vedere davvero chiudono gli occhi,

benché sia più rischioso nascere che morire

amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

 

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre

e sarai come un delfino mite e forte

 

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto

e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano

e parlando dell’amore non si sa mai

se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo

LIBERTANGO – Astor Piazzolla

Lo stesso

I giovani corrono a frotte

gli adulti passeggiano a coppie

i vecchi alla fine da soli

il cuore soltanto è lo stesso

sfacchina al buio come un’ape

cerca l’amore nell’amore

cede alla morte grande e pura.

Abbiamo un assottigliarsi: dal gruppo di amici alla coppia, all’anziano. Dunque tre stagioni della vita e tre stagioni dell’amore, tre stagioni del cuore. E il cuore è lo stesso che pulsa nel petto dei giovani con le loro leggi del clan – a frotte – che pulsa nelle coppie che passeggiano mano nella mano, che batte un po’ più lentamente nel cuore degli anziani.

Questa lirica sembra incline al pessimismo ma non lo è, perché anche se c’è questa parabola – da tanti, a pochi, al solo – l’attenzione è al cuore che è sempre lo stesso, nei giovani, negli anziani e negli adulti che passeggiano mano nella mano (speriamo!). E com’è questo cuore? È un cuore che sfacchina, cioè affaticato, sempre al lavoro. E qui non è il muscolo cardiaco, ma il cuore, cioè la sede, il simbolo dell’amore, questa fucina sempre aperta, da cui vengono sempre scintille, sfacchina al buio come un’ape. Non si dà sosta il cuore.

Il cuore mi spinge, il cuore mi dice di fare di più, il cuore mi dice d’affrettarmi ad amare, come abbiamo letto nella prima lirica del nostro prete-poeta. Adesso questo cuore che sfacchina è un’ape che cerca l’amore nell’amore. Com’è bello questo verso: cerca l’amore nell’amore. Non cerca solo l’amore, ma cerca il cuore dell’amore, cerca l’amore più perfetto, cerca l’amore più luminoso, non si accontenta, va sempre più in profondità, non è superficiale, va a prendere il nettare da cui farà il miele e, alla fine, il cuore cede alla morte. Ma questa morte, molto presente nei versi che ho scelto stasera ma in tutta la produzione che ho letto di questo autore, è grande e pura. Non è la morte con la falce, la nemica; è una sorta di approdo di questo cuore che ha sfacchinato da ragazzo, che si è innamorato, si è invaghito, poi si è inscritto al conservatorio, poi ha trovato una donna, poi è andato in seminario. Il cuore che ha sfacchinato avrà pur bisogno di una pensione! Il momento in cui il cuore è pensionato è quando cede. Non dice cade: cede. Perché non è un incidente, ma una resa all’amore. Perché questa morte grande e pura è l’amore nell’amore, non è estranea all’amore, non è la nemica dell’amore, almeno così leggo tra le righe perché poi i poeti scrivono, ma bisogna anche leggere i loro silenzi, le parole non dette. Questa morte è l’approdo dell’amore, è l’amore massimo, quando non potendo più trovare parole per dire “ti voglio bene”, te lo dico col silenzio eterno. È bello.

Com’è il tuo cuore? Come sta il tuo cuore? Qui ci sono i nostri medici “Cosma e Damiano”, c’è anche Nello, abbiamo qui qualche infermiere, ma non è a loro che chiediamo. Ciascuno faccia il suo ecocuore: Svegliati, cuore – cantava Lucio Dalla che lo sentiva un po’ addormentato. Invece questo cuore deve sfacchinare da fiore in fiore, deve cercare l’amore nell’amore, non deve accontentarsi, deve chiedere a se stesso di più, fino a cedere alla morte. È possibile essere pensionati solo nella morte per l’amore. E non è una pensione: è un premio.

CSARDAS – V. Monti

Vorrei dedicare questa poesia a don Francesco, che è arrivato adesso. L’ho trovata bellissima e racconta del rapporto di questo prete-poeta con la madre.

È difficile

Lo vedi – diceva mia madre

hai rinunciato alla casa di famiglia

a una donna

a un bambino che corre sempre perché vorrebbe volare

all’emozione dell’amore che prende alla gola

 

e ora ti affligge

una tazza col bordo celeste

il mio posto a tavola ormai vuoto

le scarpe di cui dicevi che sono

come tutte – da vendere

e non da portare

un orologio che va a dispetto della morte

bussi a un vetro invisibile

guardi come un airone un punto fisso

vedi com’è facile rinunciare

com’è difficile perdere

Sempre sul tema dell’amore, dell’affrettarsi ad amare, c’è questa madre – e ognuno di voi evochi la sua – che fa le raccomandazioni  (Mettiti la maglietta! Non sudare!). Tutti abbiamo ricevuto certi avvertimenti e li abbiamo buttati dalla finestra per tempo. Adesso la madre parla al figlio prete e dice: Tu hai rinunciato a tante cose, alla casa di famiglia, perché sei andato via di casa, ad una donna, a un bambino, alla paternità, all’emozione dell’amore che prede la gola.

e ora ti affligge

una tazza col bordo celeste

il mio posto a tavola ormai vuoto

le scarpe di cui dicevi che sono

come tutte – da vendere

e non da portare

un orologio che va a dispetto della morte

È il figlio che torna a casa della madre e non la trova. È afflitto dalle cose, non dall’assenza: dalle cose. Mia mamma beveva da questa tazza color celeste, magari un po’ scheggiata, ma era la sua tazza. Il suo posto a tavola ormai vuoto, le scarpe lasciate lì, di cui dicevi che sono / come tutte da vendere / e non da portare / un orologio che va a dispetto della morte. Quell’orologio batte un po’ scolorito sulla parete da cucina e ancora cammina, ancora segna il tempo, ma non quello di mia madre che è partita.

Il figlio è partito, glorioso e trionfante, con la sua vita matrimoniale o consacrata, e ha rinunciato a tante cose. Ora torna a casa, come il cavaliere del Pascoli – ricordo una poesia di un poemetto conviviale – nella casa di sua madre, nella casa dell’infanzia, e trova le cose che utilizzavano i genitori. Pensate alle cose che assumono un valore. Io ancora dormo – faccio una confessione pubblica – con l’unica cosa che ho preso dopo la morte di mia mamma, un plaid che nelle sere d’inverno stendo. È un rituale. Quel plaid è un sacramentale. Queste cose parlano perché sono appartenute, perché sono state toccate, perché facevano parte dell’habitat, con un valore venale zero, ma con un valore affettivo 1000. La tazza col bordo celeste che volete che sia? Ma quella tazza lì, le scarpe e l’orologio che sembra irridere la morte perché continua a camminare a dispetto della morte… Fate questo esercizio mentre ascoltiamo la Boheme.

LA BOHEME

bussi a un vetro invisibile

guardi come un airone un punto fisso

vedi com’è facile rinunciare

com’è difficile perdere

Mi ha innamorato questo verso! Perché l’ho sentito vero e m’è parso un balcone da cui guardare la mia vita nel duplice versante dell’aver rinunciato e dell’aver perso. La madre defunta, che parla col figlio che guarda questa tazza col bordo celeste, gli dà un messaggio importante: Anche tu che sei partito con la tua armatura e in groppa ad un cavallo bianco, adesso fai i conti con la perdita, perché rinunciare è una cosa, perdere è un’altra (anche se l’oggetto fosse lo stesso!). Perché il rinunciare ha in sé una dose d’orgoglio, ha in sé una sorta di sicurezza – Posso fare a meno di questa cosa! – porta una sorta di prosopopea, se volete. Rinunciare è doloroso, costa, ma è facile, perché sono io che rinuncio, sono io che dico no, sono io che dico: No, grazie. Ma perdere è un’altra cosa. Perché perdere è vedermi sottratta una cosa vitale. La madre che parla al figlio prete dice: Sì, sei stato bravo, ma adesso qui ti voglio! Adesso devi imparare.

Lo dico a me, l’ho dedicata a Francesco perché quando l’ho letta la prima volta ho pensato a lui, ma vale per tutti noi che abbiamo rinunciato a delle cose, ma non costano chissà quanto. Però perdere costa. E qui, ovviamente, leggetelo sempre alla luce del titolo – Affrettiamoci ad amare – perché poi questo succede sempre, anche stasera: nessuno morirà, ma comunque perdiamo questo giorno, finisce questo concerto, finisce In punta di piedi, torno a casa, non sto più nel salone dell’episcopio, è finito il tormento del Vescovo, e quindi anche stasera ad un certo punto tu devi perdere. Anche addormentarsi, in qualche maniera, è perdere.

Dobbiamo allenarci non per non soffrire, perché soffriremo sempre, ma a dire: Sì, ho perso questa persona; però l’ho amata, le ho portato dei fiori, le ho fatto un dono, le ho procurato una vacanza. Sono dei pensieri che danno grande serenità quando si interrompe un rapporto. Perché è difficile perdere, è facile rinunciare.

Lo vedi – diceva mia madre

hai rinunciato alla casa di famiglia

a una donna

a un bambino che corre sempre perché vorrebbe volare

all’emozione dell’amore che prende alla gola

 

e ora ti affligge

una tazza col bordo celeste

il mio posto a tavola ormai vuoto

le scarpe di cui dicevi che sono

come tutte – da vendere

e non da portare

un orologio che va a dispetto della morte

bussi a un vetro invisibile

guardi come un airone un punto fisso

vedi com’è facile rinunciare

com’è difficile perdere

EDEN – Harry Kandel

Udito e scritto

La porte trema – chi è?

– La morte

Entra esile piccolina con la falce come un cerino

Stupore. Occhi sbarrati

E lei

– Sono venuta per il canarino

Perché “udito e scritto”? Perché se la morte fosse venuta per lui, avrebbe solo udito, non avrebbe avuto il tempo di scriverlo. Quindi questa è la morte di una creatura minore. Si rompe una tazza ed è la morte di una cosa, sfiorisce una camelia ed è la morte di un fiore, muore il canarino ed è la morte di un animale. Una morte. E la vita ne è piena. Tanti annunci.

Stavolta la morte ha bussato, la porta trema, ed è la morte. Forse è per me! Il poeta trema, ma la morte entra in una maniera molto dimessa, piccola, perché è a misura del canarino. Gli occhi sbarrati sono quelli del poeta che dice: È per me. Invece no, è venuta per il canarino.

Guardiamole le morti intorno a noi, anche queste piccole morti, anche una semplice buonanotte, anche sciogliere questo nostro salotto, come faremo tra poco, è una piccola morte. Guardiamole, celebriamole, perché ci aiutano a vivere quella definitiva, quella che sarà l’approdo.

TAMMURIATA NERA – E.A. Mario

Mi sembra di poter riassumere tutto questo cammino, fatto col poeta polacco, con una frase non sua, ma che dice bene la fretta dell’amare: L’amore o è l’impegno di ogni giorno o è il rimpianto dell’eternità. Una frase terribile! Non il rimpianto di un’ora! Cioè io potevo amare e non l’ho fatto, dire una parola e non l’ho fatto.

Grazie a Eduardo e a Luigi, che sono stati bravissimi, tanto che alcuni di voi si sono lanciati nell’applauso anche prima del tempo. Grazie anche all’adrenalina e al buonumore che proviene da questi testi, di cui abbiamo estremo bisogno in questo momento. Di marce funebri e di adagi ce ne sono già troppi. Quindi è stata una buona cura ricostituente per voi.

Ringraziamo il Signore di queste occasioni che ci vengono offerte per riprenderci, per dire che non tutto è perduto, perché stasera, per fortuna, è morto solo il canarino. Noi siamo ancora vivi e dunque possiamo ancora affrettarci ad amare.

 

Benedizione del Vescovo

Variazioni sul tema FUNICULI’ FUNICULA’ del M° Edoardo Amirante – Luigi Denza

***

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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