Vorremmo preti così…

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Teano, 28 febbraio 2014 – Chiesa Cattedrale

 

Ordinazione Presbiterale di Gianluigi D’Angelo, Alfonso De Cristofaro, Luigi Migliozzi, Pasquale Sangiovanni, Pierangelo Sorvillo

Saluto iniziale

Chiesa di Teano-Calvi, gioisci! Perché questa sera il tuo Signore ti visita con doni prodigiosi, inaspettati, meravigliosi. Amazing grace, grazia meravigliosa, tanto più bella quanto più immeritata e inaspettata, benché gli ordinandi si siano preparati a questo giorno attraverso un lungo itinerario; ma ora che è scoccato il giorno, ora che siamo giunti all’ora della grazia, tutto sembra così immeritato e ci trova impreparati. Confidiamo nella grazia di Dio che riempie ogni vuoto, che accorcia le distanze tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. È per questo che, come all’inizio di ogni eucarestia, chiniamo il capo e ci affidiamo con fiducia alla misericordia del Padre.

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Omelia di S. E. Mons. Arturo Aiello

Nella Preghiera-Giovani di ieri sera, carissimi fratelli e sorelle, con La storia siamo noi di De Gregori, ci siamo detti che ci si preparava ad un evento storico. Ed eccoci qui, con il cuore che batte all’impazzata, e non solo nei petti dei giovani ordinandi presbiteri, ma anche nel cuore del presbiterio, della Chiesa tutta, di tutti voi che assiepate e illuminate la nostra Chiesa Cattedrale.

Già di per sé una singola Ordinazione Presbiterale, con i tempi che corrono, è un miracolo. Quando, come accade a noi questa sera, a dire sì al progetto di Dio per una strada meravigliosa e terribile si è in cinque, il miracolo è in fase esponenziale. E se aggiungete che, appena due mesi fa, abbiamo ordinato due presbiteri, sono in tutto sette. Don Mimì mi ha ricordato, qualche mese fa, che dobbiamo andare indietro al 1938 – l’anno in cui fu ordinato anche Monsignor Leonardo, che raggiungiamo con la nostra preghiera e con il nostro affetto, novantanovenne – dobbiamo arrivare così lontano per trovare un miracolo di questa misura.

Parlo innanzi tutto di me. Mi sento indegno di raccogliere questa grazia, benché in particolare per questi cinque l’abbia vista nascere, l’abbia accompagnata e cullata, pur tra mille difficoltà, con infinita tenerezza e con me il presbiterio intero. Una indegnità che nasce non solo dalla percezione d’essere impari come persona, dal sapere che altri potevano trovarsi a questo posto – e quello che dico di me vale anche per voi – e invece capita a noi, capita proprio a me, proprio a te, d’essere spettatore di questa grazia che non può lasciarci indifferenti, che ci convoca, ci ha convocati in tanti, che evoca in noi risposte analoghe, pur nella differenza delle vocazioni, che richiede una radicalità non solo nei cinque, che ora si presentano per bruciare vivi, come lampade, per rischiarare questa nostra Chiesa e la Chiesa intera, ma in ciascuno di noi, in ciascuno di voi. Che nessuno di voi si senta solo spettatore, ma avverta che la Parola che è stata proclamata, che l’evento che viviamo, che la liturgia che viviamo – e la liturgia fa ciò che dice – non può lasciarci solo freddi spettatori. Qui è in ballo la nostra fede e la nostra adesione a Gesù che ha momenti di entusiasmo e poi ha anche stagioni invernali, ha anche deserti da affrontare. Lo sanno bene i preti che guardano con tenerezza, ma anche con preoccupazione, Pierangelo, Alfonso, Luigi, Gianluigi e Pasquale: con tenerezza, perché il presbiterio non solo si avvalora di cinque nuovi presbiteri – l’età media del presbiterio ha un calo vertiginoso questa sera – ma anche con preoccupazione, perché essi sanno quanti deserti un prete debba attraversare (non che i nostri deserti siano più difficili dei vostri: a ciascuno il suo deserto e a ciascuno la sua difficoltà).

Ci lasciamo illuminare dalla Parola che è stata proclamata, che ha tre immagini, tre grandi quadri che illuminano e che illumineranno la vita, in avvenire, dei nostri ordinandi che torneranno a questa sera, come alla loro patria, per capire di sé. Nei momenti più importanti e più difficili faranno memoria della Parola proclamata, delle parole dette e forse della povera omelia del Vescovo e di quanto accaduto.

La Parola è lampada che illumina e che ci dice qualcosa di questo mistero che è l’essere chiamati da Gesù a continuare la Sua opera, come Lui. I preti sono Gesù Pastore per le singole comunità cui sono affidati.

La Prima Lettura ci ha portati lontano, all’esperienza di un giovane, Isaia, che racconta il suo momento di luce, il suo momento di verità. Era un’esperienza liturgica, forse come quella che stiamo vivendo, benché si tratti dell’Antico Testamento; c’era incenso, c’erano canti, il cuore batteva forte. Il giovane, forse per la prima volta, s’imbatte in Dio e nella Sua maestà. Isaia vede Dio come un re, nella sala del trono, che sta decidendo di cose importanti, e ci sono tutti i suoni, i colori, la solennità di una grande assise regale. Il giovane si sente impari come noi, come gli ordinandi in questo momento che sono qui e hanno desiderato ardentemente d’essere lontano da qui. E la lontananza non è paura dell’impegno – i giovani oggi hanno tanta paura di impegnarsi per sempre, nella vita consacrata come nel Matrimonio – ma è un voler andare lontano come il giovane Isaia, perché ci si sente indegni.

È possibile che io abbia visto questo? – si chiede il giovane che sarà un grande profeta – Possibile che questa visione l’abbia vista solo io? Che Dio si sia reso accanto, disponibile, fruibile ai miei poveri sensi? Io appartengo a un popolo di peccatori e sono peccatore io stesso.

Ed ecco che si getta un ponte tra la regalità di Dio e la povertà del chiamato attraverso un carbone ardente che va a purificare, a bruciare le labbra del profeta, perché sia degno di annunciare la Parola di Dio. Dopo questo momento di purificazione, che in qualche maniera ha accorciato le distanze – tante volte, nella storia di questi giovani, come di tanti di voi, c’è un senso di indegnità che poi la misericordia di Dio colma – c’è una domanda che preoccupa Dio nella visione di Isaia: Chi manderò per voi? Ho una missione speciale, di grande importanza, di grande rilievo, ma anche di grande rischio: chi si offre?

Nell’adesione del profeta – Eccomi, manda me! – c’è in qualche maniera, senza che il profeta lo sappia, un voler annunciare quello che avviene fuori del tempo, nel grembo della Trinità, quando dinanzi alla preoccupazione per il mondo, il Figlio dice: Eccomi, manda me! E si incarna e diventa storia e viene ad abitare in mezzo a noi.

Chi manderò? Chi andrà per noi? C’è un grande silenzio e qualcuno alza la mano: è questo ragazzo. Spesso i piccoli sono capaci di grandi sogni, ve lo ricordavo  anche all’Ordinazione Diaconale.

La Seconda Lettura, forse un po’ inusuale per un’Ordinazione ma piena di fascino, è un incontro di Paolo con i suoi discepoli, un incontro che dev’essere valorizzato al massimo. Adesso noi siamo tanti, molti di voi sono in piedi e spero che siano confortati dal sapere che duemila anni fa c’era una comunità raccolta in una casa, neanche così numerosa come la nostra, dove c’era Paolo – di certo non come il vostro Vescovo! Paolo parlava e ammaliava le folle – che parlò fino a mezzanotte. Quando si ama, non ci si vuole lasciare. Quando si ama, si vuole prolungare il tempo. Quando si ama, non si guarda l’orologio. Quindi durante questa liturgia che avviene nella stanza alta – ha tante assonanze, ci sono tanti richiami al Vangelo, è come se avvenisse nel cenacolo – sembra quasi che i discepoli dicano a Paolo: Continua! Continua! Magari anche voi – ma faccio un pensiero buono – mi starete dicendo: Continui, Eccellenza! Possiamo stare qui fino a mezzanotte! Ma qualcuno si addormenta. Anche qui si addormenterà qualcuno, ma non succederà quello che accadde quella notte: Eutico, si chiamava così questo ragazzo che sulle prime cerca di seguire Paolo, si addormenta, anche perché l’ora è tarda. E, addormentandosi, cade dalla finestra. È una tragedia nel bel mezzo di una festa, un momento di dolore quando si sta celebrando una grande coesione. Succede sempre così, carissimi fratelli e sorelle, nella nostra vita: quando tocchiamo il cielo con un dito, certamente c’è un dolore dietro la porta che bussa. Quindi la scena di Eutico che è precipitato e viene trovato morto quando tutti si precipitano giù dalla stanza alta, è un richiamo alla storia, a questo impasto di gioia e dolore dai confini incerti, come cantava tanti anni fa De André. Paolo stesso si precipita, prende il ragazzo e lo abbraccia, quasi a volergli trasmettere il calore della vita, perché possa tornare in vita: è una scena di resurrezione, ma anche una scena che dice agli altri quello che sta accadendo anche per loro, cioè Paolo sta risvegliando il bambino che si è appisolato in te, che è precipitato, che è morto, un’infanzia perduta.

I preti servono anche a questo: a svegliare un bambino, a risvegliare un sogno, a rimettere in piedi una ingenuità perduta, una verginità ormai alle spalle e che invece può essere rinvenuta. L’opera sacramentale, carissimi fratelli e sorelle, cui si dedicheranno i nostri cinque presbiteri andrà in questa direzione, nel ridare calore a un bambino che è morto, a far risorgere la speranza nella nostra terra piagata, a rimettere nel circuito dell’infanzia chi è invecchiato nei peccati. Ma il motivo per cui ho scelto questa Lettura è l’annotazione meravigliosa per chi ami la scrittura, che l’autore del Libro degli Atti non può aver scritto così, a caso. Dice che in quella sala, cenacolo, c’erano tante lampade, come qui stasera. Ognuno di voi è una lampada, ma i nostri cinque, com’è scritto nel libretto, hanno il compito di rischiarare e riscaldare la nostra Chiesa. Siamo qui ad accendere una lampada, come nella Veglia Pasquale all’accensione del cero. Siamo qui perché questa in notte così oscura – lo sanno bene i sindaci (anche i sindaci stanno in piedi e danno il buon esempio) – abbiamo bisogno di lampade, di chi rischiari, di chi apra orizzonti, di chi dica: Sono qui! Ti aspetto! Non perdiamo la speranza.

Nel Vangelo, Gesù dice: Voi siete la luce del mondo. Di nuovo c’è un richiamo alla luce, ma la luce non rischiara senza consumarsi, richiede una morte. C’è una morte nella Prima Lettura che è l’indegnità del giovane profeta e le labbra bruciate. C’è una morte nella Seconda Lettura ed è il bambino che è caduto giù ed è morto. Ma c’è una morte dietro le quinte, tra le pieghe delle parole di Gesù nel Vangelo, ed è la lampada che, per rischiarare, consuma la cera, si consuma.

A questo, carissimi Pierangelo, Alfonso, Luigi, Gianluigi e Pasquale siete chiamati. Oggi la nostra Chiesa è in festa, perché risplendete con le vostre giovinezze, ma ricordatevi che non si risplende senza consumarsi, che non esiste amore che non sia anche dolore, che non sia croce e delizia, come si canta in Traviata. Delizia al cor, ma anche sofferenza. Si impara a soffrire all’atto in cui si comincia ad amare. E un prete non è uno che si vieta all’amore. Un prete è uno che ama di più: non ama una persona, ma tante. E se nei confronti dei vostri figli (pochi), del marito e della moglie, c’è tanto dolore da offrire, quanto più questo vale per un prete che è lampada nella sala alta del cenacolo, dove Gesù si dà, una lampada che bisogna alimentare con la preghiera – ci ricorda la parabola delle vergini stolte e quelle prudenti – che, mentre rischiara si consuma, che, mentre dà gioia soffre, che, mentre si fa disponibile rinuncia a se stessa. Il prete rinuncia a se stesso.

Mi piace l’immagine dell’autore degli Atti: C’erano tante lampade. Noi ne abbiamo accese sette in pochi mesi e speriamo di accenderne ancora altre. E non solo ovviamente quelle presbiterali, ma anche quelle diaconali, nei vari ministeri laicali che voi vivete nelle case, che sia la lampada dell’amore che duri un po’ di più del viaggio di nozze, perché adesso gli amori, i Matrimoni, durano quanto il viaggio di nozze, quanto la luna di miele, proprio perché si fa fatica a perdersi. Anche il sale di cui ci ha parlato Gesù nel Vangelo dà sapore perdendosi, dà sapore disperdendosi, rinunciando a sé e, rinunciando a sé, esalta i sapori di ogni ingrediente, di ogni cibo.

Eccoci, cari giovani, pronti, scattanti per diventare lampade.

Chiudo questa omelia ricordandovi che siete andati dietro un canto. Nel 2007, come ho ricordato anche all’Ordinazione Diaconale, ad Avezzano è accaduto qualcosa nella vostra vita e nella mia, perché chi accompagna non rimane semplice spettatore, perché la grazia che tocca i figli tocca anche il padre, la grazia che tocca gli ascoltatori tocca anche il prete che parla.

Sentimmo un canto. Un canto nella notte mi ritorna nel cuore – dice il salmista.  E l’autore del Cantico pone sulla bocca della sposa queste parole: Il tempo del canto è tornato.

Voi siete andati dietro un canto. Ci cambia un canto. Anche la vostra vita è stata cambiata da un canto.

E se voi seguite un canto, entrate nell’incanto. Cos’è l’incanto? È stare dentro a un canto. Non solo eseguirlo, non solo sentirlo, ma esserne avvolti, a tal punto da dimenticare tante cose che pure urgono:il nostro corpo, il nostro cuore, le nostre giornate.

Cari fratelli e sorelle, che state qui e che vi impegnate a pregare per questi cinque preti che nascono tra qualche istante, cosa dovete chiedere al Signore? Gesù, fa’ che restino incantati, perché se escono fuori dal canto, diventano disincantati. E i vostri amori finiscono perché dietro il canto è venuto l’incanto e poi è sopravvenuto il disincanto. Allora ci si ferisce con le parole, non ci si parla più, non si guarda più verso la stessa direzione, non si condividono i sogni, si lanciano pietre. Anche la vita dei preti è così. Nasce da un canto che diventa incanto.

Preghiamo perché i preti siano incantati, sempre un po’ per aria, sempre un po’ dentro a una parola, sempre un po’ dentro una fiaba. E preghiamo per i preti disincantati perché rientrino nel canto, seguendo il canto, tornando ad amare, tornando a lanciarsi, tornando a consumarsi.

Canto, incanto e disincanto. La preoccupazione del Vescovo che vi ordina – e che, ordinandovi, si implica ancor più nelle vostre vite – è quella del padre che guarda i figli che si sposano, che partono, che progettano, che sognano, che seguono il canto ammaliante, che si incantano. La preoccupazione del Vescovo è che questo incanto possa un giorno finire. E se finirà, non finisce la grazia sacramentale. Lo sapete bene che diventate preti per sempre, che, come dice la teologia, tra qualche istante in voi avviene un cambiamento ontologico, che significa radicale, nelle radici dell’essere. Però sappiamo bene che non basta la grazia e la fedeltà di Gesù a voi, se non siete incantati e, dunque, dovrete essere nella tensione continua di corrispondere al canto col controcanto, al cantus firmus – direbbe Bonhoeffer – con la vostra giovinezza, la vostra creatività, i vostri doni, la vostra voce, i vostri occhi, la vostra sensibilità, la vostra cultura.

Signore, abbi pietà dei preti disincantati! E se ce n’è qui qualcuno – probabilmente no – rincantalo di nuovo, re-innamoralo, fa’ che questa celebrazione sia di nuovo un canto che ritorna nel cuore, già ascoltato e che ha portato nell’incanto.

Dio voglia che qualche giovane qui presente – l’ho detto più volte in questi mesi in cui vi ho parlato di giubbotti antiproiettile da mettere, perché saremmo stati sottoposti a una grandinata di grazia – qualcuno fra voi, a un certo punto di questa celebrazione, si senta estraniato, come se fosse solo, entri in questa dimensione di stupore; dimenticherà che siamo più di mille e dimenticherà che siamo in Cattedrale, che è ora di cena, che ha la ragazza, dimenticherà tante impellenze e esigenze ed entrerà anche lui in questo drappello di incantati. E gli incantati diventano incantatori, cantori ma anche incantatori, perché ci fanno vedere quello che ancora non si vede, ci parlano della speranza futura, ci fanno attraversare il dolore, ci aiutano in momenti assurdi che la vita ci impone e ci incantano con la loro parola, con il loro sorriso, con la loro vita.

Vorremmo preti così, che seguono il canto, che siano incantati, per diventare incantatori.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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