Con Dio o tutto o niente

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Pietravairano, 13 settembre 2014

Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. Mons. Arturo Aiello

per la Vestizione di Suor Maria Grazia

Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

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Saluto iniziale

Saluto i genitori, i parenti, tutti voi di Cervino che siete venuti non tanto a sostenere, perché non ne ha bisogno (è ben piantata!), ma ad essere sostenuti da Maria Grazia che, concluso il suo cammino da Postulante, viene ammessa al Noviziato, momento di cesura conclusivo e al tempo stesso momento d’inizio. Come tutti i grandi passaggi della vita, il tempo del Noviziato è un tempo di grande intensità formativa, spirituale, dove si riceve la forma che poi durerà per tutta la vita e che si concluderà con la Professione Semplice. Accompagniamo Maria Grazia, sosteniamola con la nostra preghiera, cogliamo nei segni che vengono posti su di lei, segni di rottura, segni di abbandono, qualcosa che provoca tutti noi, perché ciò che la vita consacrata rappresenta nella Chiesa è vissuta da alcuni per il bene di tutti, per l’edificazione di tutti, per esprimere una dimensione comune a tutti.

 

Omelia

Fratelli e sorelle,

il pane che noi spezziamo non è forse comunione con il Corpo di Cristo? E il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il Sangue di Cristo? … Domande retoriche. Si chiamano così le domande che si pongono già sapendo la risposta. La risposta è “sì”, il calice della benedizione è comunione con il Sangue di Cristo, il pane che spezziamo è comunione con il Corpo di Cristo. E come mai, ci dice Paolo (lo dice alla comunità di Corinto, ma questa mattina lo dice anche a noi), benché tu beva al calice della salvezza poi accosti le labbra ad altri bicchieri, ad altri calici, ad altre fonti inquinate? Come mai tu che mangi il Corpo di Cristo, e dunque fai comunione con Lui, poi hai altre consuetudini con altri corpi, con altri riti, con altre “celebrazioni pagane”? È questo il santo tormento dell’Apostolo, che attraverso di lui Dio stesso vuole comunicarci quest’oggi, vale a dire: vite che si barcamenano tra santità e paganità, vite sempre sulla soglia, sempre in bilico, indecise, o che placidamente mettono insieme (come diciamo noi nel nostro dialetto) il diavolo e l’acqua santa. Non facciamo così? E dunque, ricevendo oggi anche la testimonianza di radicalità di Suor Maria Grazia (da oggi la chiamiamo così), diciamo: è impossibile barcamenarsi tra due partiti, bisogna decidersi per Dio chiaramente e definitivamente. L’avverbio definitivamente non è ancora, dal punto di vista dell’iter della Chiesa, nella vita di Maria Grazia, ma certamente lo è già nel suo cuore, lo era già all’atto in cui ci siamo visti per l’ingresso, penso più di un anno fa, magari più drammaticamente perché c’era uno strappo cruento, soprattutto con la sua famiglia, con la parrocchia. Già allora Maria Grazia aveva fatto questa scelta di campo: ha scelto Dio totalmente, definitivamente, senza tergiversazioni, senza contrattazioni, senza nascondere nulla, dando tutto per il Tutto, che è Dio. Accogliamo questa testimonianza e lasciamoci mettere in crisi nelle nostre tergiversazioni … adesso vado a messa, faccio le devozioni, ma poi … faccio anche le devozioni ad altri altari, brucio altri incensi pagani davanti a idoli “falsi e bugiardi” (direbbe Dante).

Scegli. Scegli il campo che vuoi occupare. Scegli da che parte vuoi essere. Direbbe Sant’Ignazio di Loyola nella meditazione “sulle due bandiere”: non puoi appartenere “half and half”, non puoi essere “a mezzo servizio”: con Dio o tutto o niente. Questo per Maria Grazia significa quello che avete visto, anche nei segni duri, aspri, del taglio dei capelli, della corda al posto delle cinture scintillanti piene di Swarovski che mettono le ragazze, lo avete visto in questi segni: per lei significa questo, ma anche per noi. Anche per noi significa: scegli Dio, solo Dio, Dio totalmente, qualsiasi cosa ti chieda, qualsiasi sia il “prezzo”; è sempre e solo simbolico il prezzo che ci viene chiesto per aderire a Dio, perché Egli ci colma di grazia, ci colma di gioia.

Nel Vangelo di oggi troviamo l’attenzione al cuore. L’uomo cattivo, dice Gesù, dal suo cattivo tesoro (che è il cuore) trae fuori il male; la sua bocca, infatti, esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Questa è un’espressione sapienziale: ex abundantia cordis os loquitur, la bocca parla di quello che c’è nel cuore, soprattutto poi quando perdiamo le staffe, allora vengono meno i freni inibitori e diciamo quello che c’è nel cuore. Quando sei arrabbiato, quando perdi la pazienza, allora sei veramente tu. Quello che dici è quello che hai nel cuore. Altre volte magari ci camuffiamo, ci autocensuriamo … dall’abbondanza del cuore parla la bocca. E quindi Maria Grazia ha capito che bisogna guardare il cuore; non la veste, non il ruolo, non il luogo dove si abita, non i viaggi … La vita consacrata è null’altro che questo cammino nel deserto del cuore, cercando di resistervi; perché noi siamo sempre fuori di noi, perché stare nel cuore è una cosa molto disagiata, molto difficile. E voi, appena vi svegliate, perché accendete il televisore? Perché avete difficoltà a stare in silenzio, avete difficoltà a convivere con i mostri che sono nel vostro cuore, allora andiamo al cinema, andiamo in vacanza, andiamo di qua, andiamo di là, solo per sfuggire al cuore; perché ognuno di noi, all’atto in cui si ferma nel suo cuore, trema. Maria Grazia ha scelto di togliere tutti questi filtri, e di vivere nel cuore, nuda nel cuore nudo, cioè senza camuffamenti, senza illusioni. Se ci sono persone che non si fanno illusioni su se stesse, sono proprio i consacrati, che a furia di combattere sul campo sempre agguerrito dei propri cuori, sanno d’essere perdenti, sanno d’essere bisognosi di misericordia. E poi c’è questo lamento di Gesù, che Maria Grazia sente in tutta la sua tristezza: “perché mi invocate, Signore, Signore, e non fate quello che dico?”. E potrei continuare su questa stessa linea: perché mi chiamate Padre e non siete ubbidienti? Perché mi dite “tesoro” e cercate altre ricchezze? Perché chiedete misericordia, ma poi continuate a vivere nei vostri peccati? … Un lamento che viene dall’alto della Croce, una lamentazione che Gesù fa temendo – cosa che accadrà, perché c’è di mezzo la libertà dell’uomo – che il Suo sforzo titanico di salvare il mondo possa non essere raggiunto, efficace per tutti, perché alcuni si sottrarranno, alcuni diranno: no, non mi interessa, guardo altrove, vado altrove … Perché mi chiamate “fonte”, e non venite a bere alla mia acqua? Perché mi chiamate “amore” e poi cercate altri amori prezzolati, non degni di questo nome?

I religiosi consacrati, vivono questo lamento, e lo ascoltano e lo piangono e lo soffrono in una maniera fisica, perché sentono questo divario che, nelle comunità parrocchiali, tra i laici, tra i preti, tra i vescovi, c’è tra le parole che diciamo e poi le nostre scelte. E poi il Vangelo si conclude con la piccola parabola, che troviamo anche in Matteo, sulla casa costruita sulla roccia. E quindi ci verrebbe da dire: beata te, Maria Grazia, che hai capito come vanno le cose. Vedete, capire come va il mondo ci si impiega cinquant’anni, o quaranta (quando si è più intelligenti, più intraprendenti): quarant’anni per capire come vanno le cose, cioè da che parte sta la felicità. Capite bene che quando uno arriva a cinquant’anni (ma non è assodato che a cinquant’anni tutti capiscano dove sia il bene), è troppo tardi per fare scelte diverse! Ad alcuni, il Signore rivela anticipatamente (sono come dei “ragazzi prodigio”!) a cosa valga attaccare il cuore. Queste persone lo comprendono, ovviamente sull’onda di una grazia, non è frutto di buona volontà! Già lo vive Maria Grazia, e poi alla fine di questo tempo del Noviziato sarà “codificato” e scandito dalla Professione nella triplice dimensione di povertà, castità e obbedienza.

Beata te, Maria Grazia, che hai capito che le cose non rendono felici! Adesso io ve lo dico, voi dite: Eh, il vescovo ha ragione! Poi, appena uscite di chiesa, guardate il borsellino, andate a controllare su Internet il vostro conto, perché pensate che la vostra vita dipende dalle cose che avete, dalle case che avete, dai terreni che avete, dal deposito, dall’assicurazione …

Beata te, Maria Grazia, che hai capito che anche quando ci si vuole tanto bene, ci si detesta. Non me lo dite, lo so già da me: avendo fatto il parroco per tanti anni, e non solo allora ma anche oggi, parlando con gli sposi: che fatica fate a stare insieme dopo due anni, vent’anni, cinquant’anni … una fatica! Perché? Perché quando ci si vuole bene bene bene bene … ci si detesta! Ci si ferisce … Anche adesso: Ah, il vescovo ha ragione! Sì, perché io ho il mio ragazzo, ma mi fa soffrire! Lo dite, ma tra un attimo, se non vi manda un messaggino sul telefonino, se stasera esce con un’altra, siete capaci di suicidarvi … vedete? Per certe cose, a mente fredda, riusciamo anche a dire: è vero; però poi facciamo diversamente. Beata te, Maria Grazia che hai capito che una sola persona non tradisce mai, e ti vuole bene anche quando fai i capricci, ed è Dio. Amore da cui prende senso ogni altro amore. Amore, matrice da cui tutti gli altri amori vengono sempre male, quando sono altissimi (non parlo degli amori egoistici), e questo si chiama: castità.

Beata te, Maria Grazia che hai capito che quando facciamo di testa nostra sbagliamo sempre. Voi dite: è vero, infatti anch’io ho dato la testa nel muro, ma tu poi stasera farai lo stesso. Tra mezz’ora, quando sarà finita la messa (speriamo presto, starete pensando), farai lo stesso. Questo si chiama: obbedienza, cioè dipendere. Non spostare neanche uno spillo senza dire: Madre, posso spostare questo spillo di un centimetro? Posso fare quest’altro ricamo sul camice che don Francesco, che don Luigi e tutti gli altri chiedono a ripetizione? Sì, puoi farlo, oppure: no, domani. Allora si sospende. Voi dite: eh sì, beh, forse dovrei dipendere di più … Ma la prima cosa che farete è dire: io sono il padrone della mia vita!

Questi sono i tre fulcri della vita religiosa: povertà, castità e obbedienza. Cioè libertà dalle cose, libertà dalle persone, libertà da se stessi. E vi assicuro che la cosa più difficile non è la castità, è l’obbedienza, perché la mente è perfida! La mia, la tua, la nostra! La cosa più difficile in assoluto tra questi tre voti è l’obbedienza, cioè rinunciare a quello che io penso che debbo fare oggi: dipendere, che poi è dipendere da Dio.

Ecco, vedete? Questo significa costruire la casa sulla roccia, perché Gesù non viene meno, perché il Suo amore è per sempre, perché chi trova Lui trova un tesoro più di un amico, perché quello che Lui decide per noi è di gran lunga più bello, più luminoso di quanto avremmo fatto se ci fossimo gestiti in proprio.

Questa cosa vale solo per Maria Grazia o anche per noi? Vale anche per noi, ovviamente con modalità diverse, perché anche una persona sposata deve vivere la povertà, anche una persona sposata deve vivere la castità, anche una persona sposata deve vivere l’obbedienza, soprattutto l’obbedienza. Voi che siete sposati obbedite al marito, ai figli … Non è vero che i figli sono obbedienti ai genitori, è l’esatto contrario. Oggi c’è la festa dell’amichetto, domani di un altro amichetto e poi di un altro amichetto ancora … allora prendi e accompagnalo … Quindi genitori ai comandi dei figli.

Quindi, guardando Maria Grazia, augurandole buon cammino in questo tempo del Noviziato, anche noi dobbiamo dire: ma questa cosa è vera anche per me (non nelle modalità richieste a Maria Grazia, con modalità diverse, ma con la stessa intensità, con la stessa radicalità). Beata te, Maria Grazia, che queste cose le hai capite senza arrivare a cinquant’anni, sessant’anni! Beata te che hai intuito – non l’hai fatto tu, ma è il Signore che ti ha dato di comprendere – che suonare il pianoforte al San Carlo di Napoli non è come strimpellare dentro al Monastero su un harmonium senza pedali o … forato. Maria Grazia è diplomata in pianoforte, avrebbe potuto … e invece rinuncia! E se la Madre di oggi, quella di domani, dovesse dire: Maria Grazia, non mettere più un dito su una tastiera (non sarà così), Maria Grazia dirà: “Beh … una volta ero diplomata in pianoforte…!”.  Zac, zac … e strappa il diploma! E i genitori: Ma abbiamo pagato tanti soldi!! Sono immagini (è il mio mestiere quello di trasmettere delle idee).

Non sarà così, ma ubbidienza significa che so suonare e, invece, la Madre decide che debba suonare Suor Gioia (per esempio, non so, immagino non sappia suonare: saprà ricamare benissimo, ma non saprà suonare). Suona Suor Gioia! E noi tutti a sentire le stonature di Suor Gioia sulla tastiera, sull’harmonium, mentre c’è una diplomata in pianoforte che potrebbe tirare fuori un concerto, potrebbe suonare a meraviglia in questa messa.

Ci salveremo perché avremo fatto i concerti o perché la nostra vita è diventata armoniosa? Ci salveremo all’atto in cui la vita ricevuta noi la diamo. Maria Grazia, entrando in Noviziato, desidera donare totalmente, senza riserve, la sua vita a Gesù.

Con alcuni qui sul presbiterio siamo reduci da un pellegrinaggio in Polonia, e appena qualche giorno fa passavamo accanto alla cella di San Massimiliano Kolbe. Cosa avrebbe potuto fare di grande quest’uomo con la sua intelligenza, con la sua intraprendenza? Eppure dà la vita per uno che neanche conosceva. Cito San Massimiliano Kolbe perché è molto presente nella spiritualità delle Clarisse dell’Immacolata. Maria Grazia, ti affido anche all’intercessione di San Giovanni Crisostomo. Non sarà un caso che questa celebrazione avvenga nel giorno in cui la Chiesa fa memoria di lui, della sua grandezza. Crisostomo significa bocca d’oro, cioè che parlava con una eloquenza, con una bellezza, con una profondità ineguagliabili. Il grande Crisostomo che parlava, che predicava in Santa Sofia (perché era vescovo di Costantinopoli) fu ridotto al silenzio e mandato in esilio, dove morì a causa della fede, a causa della Verità. E allora, intercedano per te i Santi di cui sei devota, San Massimiliano Kolbe, e da oggi ti affido anche all’intercessione di San Giovanni Crisostomo, perché anche il parlare forbito può essere una vanità.

Una sola cosa, dice l’autore dell’Imitazione di Cristo, è importante: amare Dio e servire a Lui solo. Il resto è vanità.

 

Saluto finale

Sento di dover dire grazie a Maria Grazia (sembra un gioco di parole) anche per la gioia napoletana che ha portato in questo Monastero! Non perché non ce ne fosse di gioia, ma non era napoletana! Perché la gioia trentina è diversa, e quindi attraverso di lei (non solo per sdrammatizzare, ma perché così è) ci facciamo tante risate, anche sui racconti della vostra famiglia. Noi non ci conosciamo, ma poi attraverso i racconti di Maria Grazia, sappiamo della zia che sta in Africa, delle valigie … – com’era? – “nzardate” di roba! Ho quasi la certezza che anziché Maria Grazia prendere l’accento del nord, saranno le trentine e delle altre regioni ad assumere l’inflessione campana! È bello che vi affacciate anche, solo attraverso questo spiraglio, su una vita comunitaria che è certamente rigida, ma ha anche i suoi momenti di gioia, gioie semplici e autentiche. Qualche volta vi partecipa anche il vescovo e ne viene contagiato! Grazie nuovamente alla famiglia di Maria Grazia, che nuovamente ripete questo gesto dell’offerta della figlia! Il Signore ricolma di beni coloro che sono generosi con Lui, ricordatevi che Gesù non si lascia vincere in generosità, e quando noi diamo, Lui poi ci ricambia al doppio, al triplo, al quadruplo. Su tutti voi scenda la benedizione del Signore, e speriamo da oggi di poter vivere, ciascuno nella sua personale vocazione, più seriamente la nostra adesione a Gesù.

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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