Il silenzio

Il silenzio

Piano di Sorrento, 1 novembre 2014

PAROLE CONTROCORRENTE – 1° incontro

Basilica di San Michele Arcangelo

Intervento di S. E. Mons. Arturo Aiello

 

IL SILENZIO  

 

Affidare il tema del silenzio al sottoscritto è come invitarlo a nozze. È possibile dire tante cose sul silenzio che è l’assenza della parola?

Premetto che potrei parlare per ore, invece mi darò un tempo, semplicemente per fornire una griglia di riflessione a queste mie parole controtempo, come delle monete non più utilizzate. Parole controtempo è il titolo di una collana edita da Il Mulino di cui fa parte il volume Silenzio. La collana esprime il disagio di imbastire – non si tratta di un disagio mio, ma della nostra cultura – un discorso sul silenzio, perché l’atteggiamento che si ha nei suoi confronti è fatto di avversione o semplicemente di caduta di interesse. Parto da una frase che dovreste conoscere tutti, e che è incisa al Centro alla fine del viale d’ingresso. Ricordo che Rosaria Caserta, tanti anni fa, mi fornì un libretto, forse di una sua amica poetessa, con tante immagini poetiche di angeli. Una di queste mi colpì e la incisi sotto la statua dell’angelo del silenzio. I versi sono semplicissimi:

Nel frastuono della vita

pace di neve

il tuo cuore.

Il cuore è quello dell’angelo del silenzio, che nell’immagine della poetessa era portatore del dono, dello scrigno, della raccolta di poesie senza parole, di musica senza note che è il silenzio. Parto da quei versi per entrare più dentro la nostra riflessione.

Innanzitutto considero il frastuono della vita. Siamo tutti presi da mille cose da fare, occupazioni, sollecitazioni cui rispondere, telefonini che squillano anche in chiesa, impegni, salotti virtuali che ci chiamano, ci reclamano, e in cui i nostri ragazzi, e non solo, trascorrono ore ed ore, se non notti intere. È segno di una perdita della scansione notte-giorno, ma anche della perdita della scansione suono-silenzio. L’autore del volume Silenzio della collana Parole controtempo è un musicista e quindi ha un approccio al tema che parte dalla sua esperienza di violoncellista. È un artista di quelli che d’estate sulle Alpi organizzano concerti ad alta quota alle sei del mattino, in una cavea naturale o presso un rifugio. Perché hanno interpellato un musicista per parlare del silenzio? Perché nel linguaggio musicale vale tanto la nota quanto la pausa e la nota ha significato nella misura in cui e nella modalità, diversissima, in cui è abbracciata, imbrigliata, legata alla pausa che c’è prima e dopo. C’è silenzio, poi una nota e poi di nuovo silenzio. Pensate anche a quel silenzio bellissimo che precede una grande esecuzione, quando si abbassano le luci in un teatro o in un anfiteatro, e si crea quell’atmosfera di grande silenzio tra gli spettatori. Quello è un silenzio che dice attesa, predisposizione a ciò che sta per accadere, poi segue il concerto nei suoi movimenti, tre o quattro, e infine ancora il silenzio. Il primo silenzio è un silenzio introduttivo, che crea attesa, fa spazio, e produce una cassa armonica per ciò che sta per essere eseguito; il secondo silenzio, quello conclusivo, fa da cassa da risonanza oltre l’esecuzione, cioè in qualche maniera la perpetua, per cui l’ultimo accordo o il gran finale di una sinfonia o anche, nel nostro piccolo, di un’omelia, una catechesi, un incontro tra amici, diventa il luogo dove le parole dette o le note suonate si radicano e si estendono, altrimenti il concerto o la rappresentazione teatrale o la poesia o la predica o il dialogo con la persona amata finiscono col perdersi. Allora, vedete, a partire dal linguaggio musicale sentiamo che il silenzio non è un’opposizione alla parola, al suono, al canto, ma ne è il supporto essenziale, cioè senza silenzio non si dà parola.

Anche la Parola di Dio che viene dal silenzio, dice Ignazio di Antiochia in una delle sue lettere (I secolo), rimanda al silenzio. Da questo luogo da cui sto parlando – un luogo sacro, perché è il luogo della proclamazione della Parola – si proclama una Parola che prima era silenzio, poi si è incarnata nei suoni, nelle sintassi, nelle frasi, nelle immagini, nelle emozioni. Quindi un silenzio è diventato Parola, ma rimanda a un silenzio successivo che si chiama meditazione, senza la quale la Parola proclamata andrà perduta. Qual è il motivo per cui tante parole vanno perdute, la Parola di Dio ma anche parole di uomini e donne di valore? Perché non esiste recipiente, scrigno dove quella parola possa essere chiusa e conservata. L’evangelista Luca più volte utilizza un inciso per parlare delle reazioni di Maria agli eventi prodigiosi ma anche non sempre chiari della vita di Gesù: Maria conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. È un atteggiamento di silenzio, perché, se c’è una maestra del silenzio, quella è Maria. Tant’è che, nonostante il ruolo così importante nella storia della Redenzione, di Lei conserviamo pochissime parole e tantissimo silenzio. Il silenzio è evidente quanto la parola, evidenzia la parola e la scolpisce. Pensiamo al silenzio dell’opera d’arte, di una scultura, pensiamo a questi angeli settecenteschi che abbelliscono e impreziosiscono la balaustra della nostra basilica. Li avete mai sentiti parlare?  E tuttavia parlano dello scultore o degli scultori di scuola berniniana che li hanno scolpiti, stanno qui come una parola, perché la scultura è una parola, una parola nel marmo. Prima, cosa c’era? Un blocco di marmo, poi è stato creato l’angelo, e dopo l’ultimo colpo di scalpello non è stato detto più nulla su questi angeli: c’è stato solo il silenzio. Le opere d’arte parlano dopo che ha parlato l’artista e continuano a parlare nei secoli. Questo vale anche per il tessuto della nostra quotidianità: Perché non si capiscono marito e moglie, genitori e figli, generazioni diverse? Perché non ci intendiamo? Perché viviamo nel chiasso. Il chiasso, che è un’accozzaglia di rumori e di suoni, impedisce l’ascolto. Se in questo momento non vi fosse silenzio nell’assemblea, la mia parola sarebbe del tutto inutile. Ma non solo la mia, anche la vostra, che state parlando tacendo, e state facendo un passo indietro rispetto a un vostro pensiero per affacciarvi sul mio. Io sto parlando, voi state tacendo, noi stiamo dialogando, ma tutto questo è possibile grazie al silenzio.

Attenti che non c’è solo il silenzio acustico o verbale, il silenzio, infatti, non riguarda solo la facoltà di ascoltare e di parlare, ma l’intera vita e la dimensione del nostro essere. C’è anche un silenzio del pensiero che è molto più difficile da realizzare di quello della parola, e consiste nel far tacere per un po’ di tempo il flusso incessante dei pensieri o nell’abbassare i toni. Questo accade quando l’anima – dicono i poeti e i mistici – è quieta, s’acquieta, cioè si riposa, si tira fuori dal chiasso ed entra in una stanza segreta. Dunque anche la mente tace e vive il suo silenzio.

Esiste anche il silenzio delle mani. Quando l’elemento così misterioso e così bello delle nostre mani, che si muovono immediatamente dopo il nostro sguardo, come anima che si affacci attraverso il nostro corpo, quando il loro gesticolare, fare, manomettere, stringere si ferma, facciamo il silenzio delle mani. Il silenzio delle mani è espresso nel segno della Croce all’atto in cui a conclusione, come un bambino, congiungo le mani. E questo è il silenzio delle mani, il momento in cui esse sono ferme, unite, silenziose. Potrei continuare a lungo, indicando altri aspetti del silenzio, cui non facciamo abbastanza attenzione, ad esempio il silenzio del corpo, quello dei piedi. Forse sul silenzio dei piedi siamo più attenti noi oltre i cinquant’anni: i piedi vogliono fare silenzio. E ancora il silenzio della sessualità. Di per sé la sessualità nel suo aspetto genitale è chiassosa. C’è un silenzio della sessualità che si chiama verginità. La verginità è silenzio, e riguarda tutti, non solo noi, cioè nel momento in cui diciamo “taci”, come Gesù alle onde del mare, “taci, fermati”, allora ciò che è orgoglioso (mi riferisco in particolare alla nostra modalità maschile di esprimere la sessualità) si placa e fa silenzio. C’è un silenzio del rancore e, ancora più difficile, in una maniera più ampia, un silenzio dei sentimenti, che non vuol dire elettroencefalogramma piatto circa l’affettività, ma piuttosto avere un luogo interiore dove rifugiarsi oltre il rumore dell’invidia, della gelosia e di altri sentimenti che generano caos nel nostro cuore.

Nel chiasso della vita pace di neve il tuo cuore. Cosa voleva dire la poetessa e che cosa dirà l’angelo del silenzio anche alle generazioni che verranno dopo di noi? Che il silenzio è la neve che cade, pace di neve, e abbrevia i suoni, perché la neve ha il potere di attutire i suoni e di rendere tutto più dolce. Ecco, il silenzio, fosse anche inteso semplicemente come esercizio psicologico, implica varie gradazioni, da quella spirituale a quella psicologica, e consente di avere delle oasi nella settimana, nella giornata, per acquietarci e per rifugiarci in una stanza segreta (la cella del vino, dice il Cantico dei Cantici) dove poter riposare, perché dobbiamo abituarci a riposare, a riposare i pensieri, il corpo, i sensi, la psiche. Molti oggi parlano di ecologia acustica in riferimento ai suoni delle città, e non solo, si pensi ai rumori dei condomini, dei motorini che sfrecciano per le nostre strade e che tolgono pace. Chi fra voi abbia una casa al riparo da tali rumori sia riconoscente, anche semplicemente come ubicazione geografica. C’è un lungo viale alberato, magari di cipressi – immagino così una casa ideale – da attraversare, in cui mi lascio alle spalle la profanità e il chiasso della vita, per poi entrare in casa (magari nessuno di noi, ha questa grazia). Penso anche a certi luoghi della nostra parrocchia dove anche nella struttura della casa si è voluto esprimere la voglia di essere messi al riparo, attraverso un giardino, un agrumeto (se ne esistono ancora), un percorso insomma che mi tolga dal chiasso e mi faccia entrare come in un tempio. Ovviamente, il mio linguaggio è allusivo e tendente al poetico, ma non per sfoggio di cultura o per portarvi fuori in una parentesi infeconda, soltanto perché è così che si può parlare del silenzio e della pedagogia del silenzio e dello sforzo che dobbiamo fare per recuperarlo. Qualche anno fa, Mimmo Mastrianni mi chiedeva di fare due meditazioni: una all’alba, in un luogo particolarmente affascinante dove si vedesse sorgere il sole, e una al tramonto. Anche lì non era presente un desiderio semplicemente estetico, ma  una volontà educativa, perché ci sono dei momenti in cui il silenzio è evocato in una maniera più forte. Al mattino prima di entrare nella vita, di affacciarci sugli impegni, e alla sera, quando cala il sipario. Vedete, la natura ci aiuta in questo, e mi sembra che, quando domani si farà la storia di questa comunità, non si potrà fare a meno di passare attraverso certe esperienze. Mi riferisco per esempio al cammino del sole, al pellegrinaggio per vedere l’alba a Faito. Manie, si è detto in passato, e magari ancora oggi alcuni la pensano allo stesso modo. Qual è il valore (si tratta di un’iniziativa a forte connotazione pedagogica) inscritta in quell’esperienza? Perché portare dei Giovanissimi in cammino per sette ore per vedere l’alba? Perché c’è la notte, ci sono le stelle, perché qualche volta si faceva in modo che ci fosse il plenilunio, perché si faticava, perché c’era un tratto da vivere in silenzio, in preghiera, perché quell’istante dove eravamo tutti in attesa che s’aprisse lo scenario dell’alba sul Molare è un istante che ci raggiunge, nel momento in cui lo evochiamo, con una forza e una verità incredibili, perché il sole ci veniva incontro come un re, uno sposo dalla stanza nuziale, dice il salmista; ci veniva incontro e ci irradiava di luce e di calore, mentre eravamo un po’ infreddoliti per la salita e la notte insonne. Ecco, vedete, nell’armamentario, nella soffitta, forse, di tante generazioni di questa parrocchia, quell’esperienza è un’esperienza madre, un’educazione al silenzio. E non c’era Campo scuola dove non ci si fermasse dieci minuti distesi sull’erba a guardare le stelle. Cosa rappresentava? Una mania poetica o un modo per far gustare il silenzio? Mi auguro che quei Giovanissimi, adesso papà, portando i propri figli in montagna in vacanza possano, sia pure in maniera laica, proporre la stessa esperienza legata a una forte emozione, perché c’è il silenzio delle stelle, il silenzio siderale, il silenzio dei cieli, il silenzio del mattino, in quell’istante dove la notte e il giorno si baciano, che non possono essere guardati, ascoltati, vissuti se non in silenzio.

Ecco, queste esperienze, carissimi, sono importantissime, non fosse altro che per il nostro equilibrio, perché la ripetizione ossessiva dei suoni ha delle conseguenze nel nostro cervello, a volte irreversibili. Penso a certe forme di malattie nervose che nascono dall’esposizione a decibel altissimi, alle discoteche da cui il giovane esce imbambolato, anche se non si è impasticcato. Quindi, mettere a tema il silenzio non è solo un imperativo spirituale: Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo (Deuteronomio, cap. 6), ma è anche un’esigenza umana per non rendere invivibile la nostra vita. Come quando si accende il televisore appena alzati: una bestemmia! Anche se non si ascolta, se poi si ascolta, ancora peggio, perché, pur provenendo da uno stato verginale perché la notte ci ha purificati, finiamo immediatamente esposti ad una serie di sollecitazioni, di volgarità, di violenze, di cattive notizie, che non possono che farci iniziare di cattivo umore la giornata. Come minimo! Allora, se questo discorso deve avere una sua aderenza, credo che certi luoghi di comunicazione di massa debbano essere gestiti in maniera più intelligente da chi, adulto, ha la responsabilità di casa, cioè la mattina il televisore non s’accende. Possiamo svegliarci con una musica dolce, perché è importante introdursi nella giornata col piede giusto, mentre la TV accesa è il modo peggiore per iniziare la giornata. La giornata si comincia col silenzio. Se – e questo a volte lo fanno le mogli, le madri – hai la possibilità di svegliarti un quarto d’ora prima della famiglia, prima che cominci il tran tran e fare il caffè e sederti e respirare a pieni polmoni davanti alla finestra aperta, ebbene questa è una liturgia corroborante, che vale più di dieci psicofarmaci (che poi prenderai per rispondere a tutte le sollecitazioni della giornata!).

Questo tema ci riguarda, riguarda la nostra vita, la nostra salute fisica, psichica, spirituale, riguarda il grado di civiltà che vogliamo realizzare e lasciare ai nostri figli. Questo luogo, la basilica, per voi è il luogo del silenzio,  il posto dove rifugiarvi e vivere certe esperienze.

Chiudo con l’immagine della notte di Natale. La notte di Natale, quando è tutto buio e voi entrate, cercando di conquistare i primi posti, possibilmente quelli al bordo del banco, in modo tale da avere tra le mani o il bambino o il Libro, e si crea quell’attesa – l’abbiamo vissuta tanti anni –  e poi un po’ prima della celebrazione s’accende qualche luce che evidenzia un segno, un ornamento natalizio, un quadro, un’immagine, ecco, in quel momento la basilica ci educa al silenzio e, benché provenienti da cenoni e bagordi vari, ci rimette in uno stato di verginità tale da permetterci di contemplare il Dio bambino.

 

Il silenzio non esiste. Se leggete qualche opera più o meno specialistica sull’argomento, vi imbatterete più volte sull’espressione assurda, ma vera, che il silenzio non esiste, nel senso che il silenzio assoluto non esiste. Stare in riva al mare da soli (voi preferireste in coppia ma è lo stesso) e ascoltare la risacca è un’esperienza di silenzio, ma non si tratta di puro silenzio perché c’è l’andirivieni del mare. Stare davanti al camino è un’esperienza di silenzio, ma il movimento del fuoco e il suo sfrigolio, la sofferenza della legna che brucia rompono il silenzio, nel senso del silenzio assoluto. Il silenzio come astrazione, dunque, non esiste.

Abbiamo ascoltato meravigliosi silenzi nelle valli alpine: penso alla Valfurva, dove insieme ad alcuni di voi sono salito al rifugio Quinto Alpini più volte, dove, soprattutto nell’ultima tranche delle sette ore che si richiedono per arrivare lassù, si avverte uno scorrere da ogni parte di nevi che si sciolgono, amplificate dalla valle che fa da cassa di risonanza. Quello è un silenzio meraviglioso, che tuttavia non è silenzio nella dimensione assoluta. Quindi, quando vi imbattete nell’espressione “il silenzio non esiste” significa che ci sono sempre dei suoni, come nel brano che ha eseguito Mario, che ha accarezzato, sottolineato, evidenziato il nostro silenzio, che in realtà non è silenzio. Ecco, dobbiamo andare alla ricerca proprio di luoghi e di situazioni in cui i suoni possano distenderci, perché quella è per noi un’esperienza, una dimensione, un luogo di silenzio, un luogo di infinito. Forse l’ermo colle dove il Leopardi (che mi dicono essere tornato di moda con il film di Mario Martone appena uscito) si recava era il suo luogo di silenzio, da dove affacciarsi su quello che non si vedeva, che si portava dentro, sulle morte stagioni.

Chi si educa alla dimensione del silenzio ha in mano la propria vita – mi preme sottolineare questo concetto – e non incorre in gravi traviamenti. Chi ammassa esperienze in una maniera confusionaria, più facilmente può trovarsi in una situazione moralmente negativa. Come nascono certe storie, certi tradimenti? Nascono dal disordine, perché il disordine morale è disordine esistenziale, è disordine della mente, del cuore, frutto di una smania di vita che non è vita e porta a distruggere anche quello che si è costruito. Quindi la cella monastica, che tutti dovremmo amare e costruire (cella ideale e spirituale, beninteso) nel nostro cuore è anche il luogo dove leggerci, capire quello che stiamo facendo, che sta accadendo, dove risentire, come in moviola, le voci dei nostri cari. Se ci fate caso, la preghiera è entrare in questa dimensione. Più che un tempo è una dimensione, dove, lontani dal chiasso della vita, (chiasso=disordine) rimettiamo ordine nella nostra esistenza. E allora Dio è Dio e l’uomo è l’uomo. Dio è il Creatore e l’uomo è la creatura. Dio comanda e l’uomo esegue. E da quel luogo intimo, interiore, spirituale, ci raggiungono anche le voci dei nostri figli, delle persone che amiamo, le voci dei nostri defunti, per essere in tema con la giornata di domani. La devozione e la preghiera per i defunti non deve essere relegata al 2 di novembre, ma ogni momento di preghiera, se è rientrare in se stessi, costituisce un momento di comunione universale, dove sento i vulcani che brontolano nelle viscere della terra, i fiumi scorrere, avverto le stelle rincorrersi in una danza a velocità impossibili anche a computarsi, ma dove sento il mio cuore, il cuore di Dio e il cuore degli altri. Una persona che viva così più difficilmente entra in situazioni scabrose, perché subito si rende conto del pericolo, ha in mano la sua esistenza e sa distinguere le voci, perché mette ordine. Il silenzio mette ordine. Per questo le persone che si trovano in situazioni disagiate da un punto di vista esistenziale e morale non lo amano, ma piuttosto dicono: Che facciamo stasera? Dove andiamo? Sempre protese a fare cose, ad affastellare esperienze su esperienze, senza neanche chiedersi di che marca siano. Da questo punto di vista il silenzio è un maestro dello spirito, un maestro di vita, che ci insegna cosa veramente abbia valore e cosa, invece, sia così passeggero da non attaccarci il cuore, cosa vada seguito, inseguito, e cosa vada potato sulle prime, “quando è più facile” come ci insegna il Piccolo Principe.

 

Vorrei impiegare questi altri minuti per enunciare un tema di vita spirituale molto difficile anche solo nella definizione: il silenzio di Dio.

Parlare del silenzio, infatti, senza dire che è anche il modo, la modalità, la caratteristica, la chiave di violino con cui Dio entra nella nostra vita, appare riduttivo, cioè non possiamo nasconderci il fatto che fa silenzio anche Dio. E questo per noi è un problema perché vorremmo un dio interventista, che risolvesse i problemi, ci guarisse dal cancro, fosse pronto ad ogni nostra richiesta…, ma la vita matura ci insegna, invece, che Dio sta. Dio tace, come tanti testi letterari raccontano drammaticamente. Penso a La Notte di Wiesel, a Le stelle stanno a guardare, e a tanti altri temi e testi dove si parla di un dio che sembra impassibile e lontano dalla nostra vita.

Ecco, se si entra nel tema del silenzio, si deve anche familiarizzare con il silenzio di Dio come prova della fede, come vita di fede, cioè la fede è vera quando riesce a superare la difficoltà del silenzio di Dio. Il silenzio di Dio è quello intorno alla Croce di Gesù, come in tanti momenti difficili e terribili della nostra vita. Jesus autem tacebat. Dice un evangelista che Gesù, interrogato da Pilato perché faccia una lezione di teologia e si riveli,  non lo fa, anzi tace, e tace sulla Croce, ma quel che è più grave è che sulla Croce per Lui taccia il Padre. Anche la nostra vita è attraversata da questo silenzio che non è assenza, ma ci pesa e ci fa problema. Pregare senza avere riscontri; pregare senza ricevere feedback; pregare e avere l’idea, la sensazione, la tentazione di pregare invano, di pregare davanti a un muro (Turoldo parla di una porta di bronzo dove busso inutilmente). Questo è il dramma del credente che, educandosi al silenzio, sente rimbombare nel suo cuore la parola non detta di Dio che rimanda il suo intervento, la sua risposta, la sua consolazione, un segno della sua predilezione e del suo amore. Ovviamente, questo tema attraversa la vita soprattutto dei mistici che l’hanno tematizzata come San Giovanni della Croce e Santa Teresa d’Avila. Anche Madre Teresa di Calcutta ha vissuto decenni in un’assoluta e radicale estraneità  rispetto a Dio e lo si è  scoperto solo dopo nelle sue lettere e nei suoi diari. Noi tutti abbiamo guardato e accarezzato il suo volto dolcissimo, il suo sorriso, le sue rughe. È anche bello che molte delle persone che abbiamo conosciuto siano già sante, addirittura canonizzate: San Giovanni Paolo nel ’92 era qui, nella nostra terra; Giovanni XXIII è beatificato; Madre Teresa… Cosa c’era dietro quel sorriso che ci ammaliava? Il niente, la notte, il deserto.

Un credente adulto deve fare i conti con questi aspetti e pregare e continuare a pregare anche se Dio non risponde. O risponde col suo silenzio, un silenzio che sembra lontananza o ci appare tale, sofferto come lontananza ma che  lontananza non è.  E questo lo diciamo solo nei termini della pura fede. Punto.

 

Vorrei concludere questa piccola silloge sul silenzio, passando dal mio silenzio al silenzio di me.

Fino adesso ho tematizzato il mio silenzio, cioè il mio educarmi al silenzio, il mio porre le prospettive del silenzio. Pensate anche all’esperienza bellissima che molti di voi hanno fatto con don Pasquale e con me degli Esercizi Spirituali, immersi nel silenzio. Ma c’è un ulteriore passaggio, che non so neanche se riuscirò ad esprimere chiaramente: il passaggio dal mio silenzio al silenzio di me.

Il silenzio di me, prima della morte (quello sarà il silenzio di noi) è il silenzio inteso come l’educazione, lo sforzo che devo fare per sottrarmi ad una congiura (oggi particolarmente forte nella percezione dei nostri adolescenti, e non solo) che vorrebbe che esista solo ciò che si vede e ciò di cui si parla, e che quello che non sta qui non c’è. Questo, in fondo, è l’orizzonte di tutte le aggregazioni virtuali. Perché bisogna stare tutta la notte su facebook o su un canale che ci collega sempre, a qualsiasi ora, sempre pronti a…? Perché abbiamo paura che, non rispondendo, qualcuno possa pensare che siamo già morti. Lo dico in una maniera forte, come mi è congeniale, ma intendo esprimere un concetto: Perché i nostri adolescenti vogliono andare alla festa a tutti i costi e sono capaci di rubare i soldi o di scappare di casa? (ovviamente, sono ottocenteschi i miei esempi) Perché? Perché se alla festa non vado, non esisto. E in piccolo o in grande, se volete, i giornali cosiddetti di mondanità, che poi semplicemente parlano di amori, di foto, di vacanze di uomini cosiddetti importanti, di successo, sono tutti mossi dall’idea che bisogna parlare di loro. Magari anche male, purché se ne parli. Il fatto che gli altri parlino di me, mi fa arrivare un feedback di consistenza, di esistenza. Se gli altri non dicono niente, sono un emerito sconosciuto, sono uno, nessuno e centomila, sono nulla, sono morto. Questo è il motivo per cui ci dibattiamo per essere sempre presenti. Alcuni (magari io sarò ammalato dell’opposto) non fanno nulla senza il fotografo o il giornalista che li segue: il Papa ha fatto questo…, il deputato…, il sindaco…, il signor ics, ipsilon…, insomma affidano la propria vita all’immagine.

Il silenzio di me significa comprendere con chiarezza che non sono gli altri che dicono dell’importanza della mia vita, perché il suo valore è depositato altrove, al sicuro peraltro. È bene anche che, dopo lo sforzo del mio silenzio, ci sia anche il tentativo di operare verso il silenzio di me, cioè il silenzio di ciò che sono, che faccio, che dico, sulla bocca degli altri.

Vedete, questo non è solo il pericolo di chi ha un posto di rilievo, sto parlando di malattie che in vario modo sono presenti dappertutto: “Ma cosa hanno detto di me? E qualcuno s’è ricordato?” No, dimenticatemi!

Questo è il passaggio dal mio silenzio al silenzio di me.

Rubo l’espressione a Bruno Forte in una di quelle composizioni poetiche realizzate. Tanti anni fa sul silenzio di Tommaso abbiamo fatto anche un Ritiro al Centro, non so se qualcuno di voi lo ricordi, dove San Tommaso d’Aquino, teologo, maestro e colonna portante del Medio Evo, sul letto di morte chiede al suo segretario di bruciare tutto quello che aveva scritto. Noi diciamo che per fortuna non l’ha fatto, però era bella la voglia di Tommaso che scopre a un passo dall’eternità di avere scritto bazzecole. Questo era il senso: Bruciate tutto perché non voglio che rimanga nulla di me.

Potessimo almeno desiderarlo e fare anche qualche passo perché gli altri siano abilitati a dimenticarsi di noi!

Il silenzio di me se non lo attuo io, lo attueranno gli altri prima o poi. O è una scelta o diventerà una condanna, perché tutti prima o poi saremo condannati alla damnatio memoriae. Lo vedremo domani, passeggiando per i viali del cimitero, quando ci chiederemo: “Chi era quello?”. “Boh!?”. Anche i vostri nipoti, o i vostri pronipoti, e non vi offendete, davanti alla lapide che racchiude le vostre reliquie, domani diranno: “Ma chi era?”.

Il silenzio di me è più difficile del mio silenzio, della voglia di scomparire, perché non nella notorietà, non nel successo, non nei flash, non negli articoli, non “purché si parli”, ma in Dio è deposta la mia identità. E Lui sa, e Lui non dimentica. Lui mi raccoglie e saprà come utilizzare i miei giorni.

Come vedete, alla fine mi rendo conto d’aver balbettato delle cose, senza aver concluso molto, come succede sempre. Forse, per parlare del silenzio sarebbe stato meglio stare un’ora in silenzio. Tuttavia, le mie sono delle sollecitazioni, delle note in margine all’esigenza del silenzio come maestro di vita spirituale, fonte di equilibrio, cella di preghiera, impegno di un’ecologia di vita, non solo acustica, come voglia insomma di avere un luogo e un riparo.

Come desiderio che il silenzio da mio divenga silenzio di me.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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