Trasformare l’inferno in paradiso

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Pietravairano, 23 novembre 2014

Solennità di Cristo, Re dell’Universo / anno A

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

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Saluto iniziale

Cristo Re dell’Universo è il sigillo di un cammino che è durato un anno intero e che oggi si conclude con questa Eucaristia, con questa solennità. Vogliamo riassumere idealmente tutte le feste, tutte le luci, tutte le grazie ricevute nel corso di questo anno nell’immagine di Cristo Re dell’Universo. Chiediamo di fare sintesi della nostra vita, della nostra vita cristiana, delle luci che abbondantemente la Chiesa ci consegna di Domenica in Domenica, di festa in festa e, ovviamente, quando si tirano i bilanci si è sempre in perdita, si è sempre perdenti. Abbiamo cantato: Cristo vince. Noi no: noi perdiamo. E perdiamo continuamente. Di queste perdite – e parlo di una perdita di grazia, di occasioni perdute, di conversioni non ancora pienamente realizzate – chiediamo umilmente perdono.

 

Omelia

È sempre un po’ difficile accedere alla categoria di Cristo Re così come lo intende la Liturgia, così com’è stata pensata questa festa che, prima del Concilio, era alla fine di ottobre e poi è stata posta giustamente a conclusione dell’Anno Liturgico. La difficoltà nasce dalla modalità dei nostri vocabolari, delle nostre consuetudini, dove il re è colui che tiene i sudditi sotto il suo potere, che ha potere di vita o di morte, che sacrifica gli altri a sé.

La regalità di Gesù, quella che noi celebriamo oggi e che speriamo di celebrare tutti i giorni della nostra vita, è di tutt’altra specie, ha un’altra caratura; spesso è contraddittoria rispetto alle modalità con cui si vive la regalità o si è vissuta in passato nella storia degli uomini, perché è un regnare legato al servizio, piuttosto che al pugno fermo, allo scettro, alla corona.

Gesù regna dall’alto della Croce. Gesù regna consegnandosi, servendo, facendosi pastore, come ci hanno ricordato la Prima Lettura e il Salmo (Pastore del Suo gregge). Il pastore non tiene in pugno il gregge, il pastore è padre e madre, il pastore si preoccupa, tiene a cuore ciascuna pecora del suo gregge, è colui che imbandisce una mensa, come ci ha ricordato il Salmo 22.

Cosa significa che Cristo regna? Significa che in Lui si riassume tutto il Creato, che in Lui si riassume tutta la storia, che un giorno potremo leggere tutta la storia dall’inizio alla fine sotto il segno della sovranità di Cristo. Questo non è ancora evidente, vediamo ancora tante ingiustizie, tante sopraffazioni, tante regalità che non sono servizio, tante autorità che non sono poste in ginocchio davanti ai propri sudditi. Ma questo significa che la regalità di Gesù è ancora tutta da venire: più che ciò che è accaduto è il racconto di ciò che accadrà. La regalità di Cristo è un sogno, è un’utopia (nel senso bello del termine), non è ciò che abbiamo alle spalle, ma ciò che abbiamo avanti. Poi ciascuno di noi, nel suo piccolo, dovrebbe vivere questa regalità nella sua vita, così come in passato gli abitanti di una reggia partecipavano della regalità del re, sia pure con tante limitazioni. Essere a corte era un motivo di grande gloria, anche se si svolgevano le più umili azioni … Ma si era a corte! Anche se si era calzolai, ci si occupava delle scarpe del re! Anche se si era cuoche, si era nelle cucine del re! La gioia di un uomo, di una donna, consisteva nell’abitare all’ombra del re, anche se era un’ombra lontanissima. Dovrebbe essere così per noi.

Quindi non è importante quello che io faccio, quello che io sono, quanto abitare nella reggia, essere a corte. Il termine “corte” è diventato un termine “architettonico”: fare la corte, per esempio, è ancora in qualche maniera nel nostro linguaggio; l’amore cortese era l’amore dalle belle maniere, non volgare … Sono termini che vengono dal mondo della reggia. Ecco come i nostri vocabolari parlano più di quanto noi non immaginiamo di quello che significava “corte” un tempo, e quello che adesso spiritualmente mi deve legare a Gesù nell’esercizio del mio mestiere, della mia professione, nello svolgersi della mia vita … perché il Regno di Dio avanza anche attraverso di te (o si ferma o addirittura regredisce): attraverso la tua vita, la tua sensibilità, la tua delicatezza, la tua ricerca della bellezza, il tuo amore.

Veniamo al Vangelo, che esprime al meglio il significato della regalità.

E’ una regalità che riguarda Gesù, ma deve trovare delle esplicitazioni anche nella nostra vita: anche la persona più sprovveduta a corte partecipava della regalità del re. Tra l’altro, qualcuno dice che la regalità ha qualcosa in comune con realtà, cioè è reale solo la vita del re e quello che avviene attorno a lui; quello che è fuori della Reggia non esiste: ciò che riguarda il popolo (senza entrare nelle categorie marxiste) è per nulla degno di menzione!

La regalità come diventa mia? Attraverso piccoli gesti, conditi, resi belli, resi appunto “regali” e “reali” dall’amore. Il giudizio, appena ascoltato nel racconto di Matteo, è di una chiarezza che non ha bisogno di commenti; ci viene anche detto su che cosa saremo interrogati alla fine, su che cosa si peserà la mia vita, la tua vita: non sui titoli, non su quello che abbiamo saputo o ignorato, non sui ruoli (sono stato vescovo, sono stato un laico, sono stato il papa, sono stato un mendicante) … Non saremo giudicati su questo, dice Gesù attraverso la redazione e il racconto dell’evangelista, ma sulla semina semplice e nascosta di amore che un giorno diverrà oro. C’è dell’oro nella mia vita. L’oro appartiene al re: pensate anche alle monete che venivano coniate … L’oro è il metallo del re! Allora a noi sembra di vivere una vita per niente significativa, fatta di tanti gesti quotidiani, ripetuti, che rischiano la noia … In realtà, in questi gesti, noi possiamo inserire la variabile indipendente (si direbbe in statistica) che si chiama amore: all’atto in cui la semino, forse è solo un’intenzionalità da nessuno vista, messa in conto, ma nel suo maturare diventa regalità.

Mi ha sempre meravigliato, stupito, intrigato anche, il fatto che anche i salvati, i benedetti, vivono la stessa meraviglia dei condannati: Ma quando mai? Gli uni e gli altri. I primi a dire: non ci siamo accorti; e gli altri: non è vero, non t’abbiamo mai visto! A sottolineare quanto i gesti siano puntuali, di un attimo, e poi dimenticati anche da noi, sia quelli buoni, sia quelli negativi o di negazione del bene. Badate che qui non si è condannati per le azioni cattive, ma per le azioni buone non fatte. Non si tratta di debolezze, di “problemi morali”, ma di un bene fatto e di un bene non fatto … a chi? A un passante, a un familiare, alla moglie, al marito, a quelle persone che sono così familiari da essere invisibili nella nostra vita. Ecco, questo amore è computato o non è computato! È annotato o non è annotato! C’è qualcuno che sta a “fare la conta” dei nostri gesti d’amore, fossero solo pensieri, piccole delicatezze nei confronti degli altri, e questo è il seme della regalità nella nostra vita. E un giorno diverrà il motivo della nostra benedizione o, se negata, il motivo della nostra maledizione.

Tuttavia non dobbiamo rendere l’amore macchinoso: vedo un povero o semplicemente mia moglie mi ha chiesto una cosa e può darsi che Gesù si sia camuffato in lei … Allora rispondo con un sorriso … No! L’amore fluisce come se si trattasse di una cosa del tutto normale, del tutto quotidiana … scontata, per certi aspetti! Ma l’amore non è mai scontato. È scontato per noi, non per Dio, perché questi gesti di amore nascosti trasformano il mondo in paradiso.

Forse qualcuno di voi (magari Maria Rosaria o Carmen) starà leggendo l’ultimo romanzo di D’Avenia. Non so se conoscete questo autore intelligente: un professore di lettere, siciliano, insegnante in un liceo al nord. Scrive delle cose interessantissime sul mondo degli adolescenti e ha dedicato questo romanzo a Don Pino Puglisi, un sacerdote trucidato dalla mafia e adesso beatificato. Il titolo è già di per sé un poema: “Ciò che inferno non è”.

Che cosa non è inferno? Un luogo come il rione Brancaccio, dove si svolge la storia di Don Pino Puglisi che semina, da parroco, in questo rione squallido come sanno essere certe periferie di città: semina amore, trasformando l’inferno in paradiso. Ecco, questa è la regalità: la possibilità di trasformare una vita infernale in una vita paradisiaca, una vita limitata in una vita meravigliosa, una vita sfortunata in una vita regale. Come? … No, qui non c’è nessuna bacchetta magica, nessuna fatina, nessuna parola segreta da pronunciare: attraverso piccoli gesti di amore.

Vi auguro di trasformare anche il vostro inferno in un paradiso, già adesso, già oggi. Magari qualcuno di voi penserà: la mia vita è un inferno … Ci sono tante difficoltà, tante prove, tanti dolori … Ecco, prova ad essere presente in quell’inferno con uno sguardo, una carezza degli occhi: questo trasformerà tutto, e un giorno sarai chiamato anche tu benedetto! Sei benedetto perché hai benedetto un luogo, un tempo, degli anni, un deserto, trasformandoli in una reggia, in un paradiso, in qualcosa di bello, attraverso piccoli semi.

Quindi la santità non è fatta di cose grandi, di grandi eroismi (l’eroismo è un fatto molto puntuale), ma attraverso questa semina nei confronti dei figli che crescono, dei figli grandi che non vengono a casa, di quelli che non telefonano, di quelli ingrati, tu stai in questa vita come un re, come una regina, anche tra tanti dolori, ma con la voglia di seminare.

Novembre è il mese in cui si semina nei nostri giardini: se avete un vaso, piantate qualche bulbo; è il tempo in cui si piantano le fresie, i narcisi, tutto quello che fiorirà in primavera. Non è proprio un tempo entusiasmante, è tetro per tanti motivi, eppure a novembre si mettono i bulbi! Mettici tanti bulbi nella tua vita, nel tuo giardino: pianta! Qualcuno domani passeggerà: il re? Cristo Re? I tuoi figli? Quelli che verranno dopo? Passeggerà e ti benedirà. C’è una benedizione umana, nella quale si inserisce anche quella di Gesù: Venite, benedetti dal Padre mio, perché abitavate in un deserto e l’avete trasformato in giardino. Ma quando mai? Sì, l’hai fatto, non te ne sei accorto: santità per sbaglio! Salvezze venute su, non si sa bene da dove, forse senza neanche una volontà precisa, ma con la semplice attenzione alle persone, alle cose, alle piante, agli animali, alla storia e, attraverso queste, a Gesù stesso.

Visto che Domenica prossima non starò con voi (oggi sono qui solo a sostituire, perché il Vescovo fa anche il “tappabuchi” di tanto in tanto!), vi auguro buon anno. Finisce un anno e Domenica ne comincia un altro. Non sappiamo com’è andato questo, lo affidiamo alla misericordia di Dio, ma a partire già da domani mettiamoci a piantare, mettiamoci a gettare semi, a fare in modo che questa vita squallida possa diventare reale, vera, regale!

Realtà, regalità, re … sono parole che si richiamano nel vocabolario italiano … e non solo!

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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