Natale: un andare di popolo, un gridare di sentinelle, uno stuolo d’Angeli …

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Pietravairano, 25 dicembre 2014

NATALE DEL SIGNORE

Celebrazione Eucaristica presieduta da

S. E. Mons. Arturo Aiello

Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

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Saluto iniziale

Le voci delle Monache ci hanno riportato l’eco del canto degli Angeli e rimessi laddove dobbiamo stare: davanti alla grotta, alla stalla di Betlemme, da poveri, da pastori, da convocati da ogni povertà, per vedere ciò che non si vede, ciò che i grandi della storia, i grandi filosofi e i sapienti della terra non riescono a percepire e che, invece, l’occhio semplice e vergine riesce a vedere oltre il visibile.

Fratelli e sorelle, convocati insieme con me alla gioia del Natale, apriamo il nostro cuore forse un po’ assonnato per la veglia della notte (e non solo, purtroppo); il Signore ci doni di essere raggiunti da una stilla di luce – anche una sola – di questo Natale, capace di incendiare il mondo intero. Chiediamo perdono di quello che non crediamo, chiediamo perdono perché ancora pensiamo che l’impossibile sia tale. Tutto è possibile dal giorno in cui il Verbo si è fatto carne. Tutto il bene è possibile.

Per la nostra incredulità e per la nostra durezza di cuore, chiediamo umilmente perdono.

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Omelia

Una voce. Le Monache, i fratelli GAM e gli amanti della Parola di Dio sanno che questo inciso richiama immediatamente il Cantico dei Cantici (una voce, il mio Diletto). Si esprime così il profeta Isaia per dire che si ode una voce. Per il profeta è la voce delle sentinelle impazzite di gioia che annunciano non l’arrivo di un nemico, ma del Signore che ritorna a Sion, che ritorna alla Sua amata, che riprende possesso della Sua città, della rupe, come il re Davide, che torna ad essere insieme al Suo popolo nell’abbraccio dell’amore. Questa stessa voce ascoltano i pastori e si mettono in cammino: è la voce degli Angeli, impazziti anch’essi, come le campane sulla torre del campanile, irrefrenabili … Le voci degli Angeli, le voci delle sentinelle. Le voci dei pastori si richiamano gli uni gli altri per andare, lasciando le pecore chiuse nell’ovile, come Gesù insegnerà da grande, non in cerca della pecora smarrita, ma perché il bambino che sono invitati a guardare con occhi trasognati è Dio, perdutamente innamorato dell’umanità, al punto da fare follie. E se anche noi, nel nostro piccolo, nella nostra povera esperienza, pur così cattivi e limitati, quando siamo veramente innamorati, siamo capaci di follie, quanto più Dio! Ebbene, queste voci che si rincorrono – quelle delle sentinelle, quelle dei pastori, quelle degli Angeli, quelle della Chiesa – in queste ore così dense di grazia, indicano un Agnello deposto in una mangiatoia, pronto per essere sgozzato.

Cari fratelli e sorelle, per noi – abituati (male) a distinguere le cose – una cosa è Natale, altra è la Pasqua. Il Natale lo sentiamo in tanti, la Pasqua ancora deve sfondare i cuori degli uomini, ma è un unico mistero, perché anche qui c’è un uomo, un Figlio d’uomo, un cucciolo, un bambino, un Agnello deposto in una mangiatoia, nudo. Fu avvolto, come dicevano gli Angeli nella notte, in povere fasce: come non pensare al sudario e alle bende nel sepolcro del Signore il giorno di Pasqua? È un’unica grande storia. E quello che il Natale ci invita a guardare, a celebrare, è l’inizio di una grazia che ancora risuona e di cui avvertiamo l’eco profonda, potente, dopo più di duemila anni. Ci raggiunge qui, questa mattina, nella chiesa delle Monache, a dirci che c’è speranza, a dirci che anche il nostro cuore assopito, appesantito, invecchiato, può lasciare ciò che è certo (le pecore, il gregge nell’ovile) per metterci in cammino, alla ricerca di ciò che sembra perduto, ma che in realtà ci fa ritrovare, come uomini e donne, nel mistero che Dio aveva sognato per noi da sempre, cioè essere a immagine della Sua gloria, essere per Lui.

La Colletta è chiara: chiede, magari con una certa incertezza, che la luce del Natale, che risplende nel nostro spirito, possa rifulgere nelle nostre opere … com’è difficile! Com’è difficile che la luce interiore poi divenga anche luce di opere, divenga cammino, divenga conversione, divenga atteggiamento, modo di guardare la vita, di porre delle scelte!

Appena gli Angeli si furono allontanati – lo abbiamo letto nel vangelo di stanotte – i pastori si dicono l’un l’altro: “Andiamo, dunque, fino a Betlemme”. Non ci sarebbero andati da soli, vanno in gruppo, e anche noi veniamo a celebrare il Natale non da soli, ma con le persone che amiamo, con i nostri familiari, con tante presenze assenti visibilmente nella nostra vita (i defunti che abitano il nostro cuore).

Il Natale non è un’esperienza solitaria, ma è un andare di popolo, è un gridare di sentinelle, uno stuolo d’Angeli, un cammino di Chiesa: andiamo fino a Betlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Natale ci ripone gli uni accanto agli altri; non gli uni nemici degli altri, avversari, potenziali attentatori alla nostra incolumità, perché la grazia del Natale ci pone vicini. Non è solo un sentimento, né tantomeno un sentimentalismo. Un pastore non si sarebbe mosso da solo e, allora, si rincuorano. Anche noi ci rincuoriamo gli uni gli altri: andiamo insieme, andiamo come popolo, andiamo insieme alle Monache, andiamo con i nostri amici, andiamo con le persone che ci tengono per mano nella vita, perché – e sembra una scoperta nuova – nella luce del Natale abbiamo bisogno degli altri.

Anche Maria e Giuseppe hanno bisogno dei pastori: è avvenuto tutto così stranamente, in una maniera anche così “straniera”, perché sono fuori casa, perché sono pellegrini, perché – ci ricordava il Vangelo di stanotte – hanno dovuto mettersi per strada per una decisione presa a Roma (non lontano da qui!), e allora non sanno, come ciascuno di noi non sa di sé, come io non so di me e tu non sai di te. Ecco perché abbiamo bisogno di altri che ci dicano di noi, che ci riportino una storia, che ci rimandino un’immagine, lo “specchio fragile di uno sguardo” … Mi viene in mente ora questo verso di Barsacchi, peraltro in una poesia dedicata alla morte. Adesso anche noi ci stiamo guardando (forse mi state seguendo …). Ci guardiamo in questo Natale, e questo è un dono, perché come i pastori guardarono Maria e Giuseppe e il Bambino, così noi ci guardiamo, ci riconosciamo e ci diciamo la verità gli uni agli altri. E la mia verità, la verità di me (cioè la mia identità di uomo, di diacono, di presbitero, di vescovo, di credente) io non la so.

Pensate se il Vescovo dovesse celebrare il Natale da solo o se ciascuno di voi dovesse avventurarsi sul ciglio di monte che è il Natale … nessuno di noi si avventurerebbe. Invece siamo qui a dirci che siamo uomini, che siamo uomini amati, a dirci che non siamo perduti. Tante volte lo pensiamo: mi sono perso, ho sbagliato strada … ma quand’è che mi sono perso? E molti di noi ritengono che non si possa tornare indietro, che non ci si possa ritrovare, ma ci ritroviamo quando altri ci ritrovano: gli altri ci salvano, gli altri ci rimandano nello specchio fragile di uno sguardo ciò che noi siamo, cioè uomini, e donne, amati, amate, salvati, salvate, con un futuro, una nobiltà, una regalità!

Anche Maria e Giuseppe, così frastornati in queste ore, nella ricerca di un luogo dove deporre il cucciolo che è Gesù bambino, forse essi stessi non si sono resi conto. Ma adesso arrivano i pastori: pastori come Angeli, Angeli come pastori, a raccontare che c’è una luce, che c’è una stella! Per questo Maria conserva, e più volte nella liturgia di questi giorni, anche a Capodanno, noi sentiremo questo inciso che accompagna tutti i vangeli dell’infanzia: Maria, da parte sua – cioè per quanto le riguardava – custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore, come si custodiscono dei ricordi, dei fiori tra le pagine di un diario, come si custodisce la memoria di una persona cara, come si custodisce il primo bacio, come si custodisce la vita. E perché custodiva? Perché, sul momento, non capiva tutto questo andirivieni intorno a suo figlio, nato così avventurosamente, per le strade.

Natale è guardarci senza ostacoli, senza la paura che gli altri ci feriscano (perché a volte ci feriscono gli altri), guardarci e riconoscerci; dire all’altro: io chi sono?, e raccontare all’altro ciò che egli è. Il Bambino, che è al centro di tutto questo movimento di sentinelle, di Angeli, di pastori, di Chiesa, di sguardi, anch’Egli ci rimanda uno sguardo nel quale amiamo specchiarci: è lo sguardo della nostra infanzia, carissimi fratelli e sorelle; è lo sguardo vergine, è lo sguardo della novità, dello stupore, che rischiamo di perdere, è lo sguardo del sogno, è lo sguardo dell’amore, è lo sguardo della salvezza. Allora, se tu ti guardi in questo fragile specchio di uno sguardo, che è lo sguardo di Gesù bambino, senti che non sei perduto, senti che non tutto è perduto, senti che c’è ancora speranza, senti che forse vale la pena di vivere, come uomini, ad una altitudine, ad una caratura di vita che ci salvi dalla volgarità, che ci salvi dalla violenza, che ci salvi dalle leggi dell’economia, ci salvi dal commercio, che ci salvi da tutto ciò che infanga la nostra dignità (e non voglio assolutamente colpevolizzare i commercianti fra voi, se ce ne sono … e in qualche maniera tutti lo siamo!). Ci sono delle cose che ci sverginano nella vita, più di quanto non avvenga sul piano della sessualità: noi abbiamo perso l’infanzia forse il giorno in cui abbiamo assistito ad una scena di violenza, e i giovani genitori oggi non si rendono conto di quanto i loro figli siano sverginati e strappati dal grembo dell’infanzia con violenza davanti a scene di sangue, a scene turpi, più di quanto non accada per scene erotiche.

A conclusione, vi racconto il mio Natale. So che molti di voi sorrideranno, però è un modo per dirvi che si fa Natale con le piccole cose; anche il vescovo, che stanotte presiedeva la celebrazione del Natale nella chiesa Cattedrale, ha riportato da quel gesto più di quanto non abbia raccolto nella ricchezza della Liturgia (può sembrare una bestemmia, ma non lo è). Avevamo la celebrazione alle 23.30, e poiché avevo trascorso un pomeriggio molto difficile, perché a volte certi incontri ti succhiano l’anima, ti rendono un deserto, sono capaci di tirarti anche l’oceano dal cuore e di prosciugarti, alle 23 sono sceso in giardino. Avevo adocchiato delle rose (già durante la giornata avevo messo il naso su quei boccioli), ne ho colte quattro e le ho portate in Episcopio sulla mia scrivania: due rosse, una gialla e una rosa. Sapete, questo gesto per me ha avuto una pregnanza, mi ha immediatamente rimesso nella grazia del Natale, perché non si colgono delle rose a mezzanotte. Normalmente lo facciamo di mattina, ma a maggio, non il 25 dicembre! E allora già il fatto che il giardino avesse prodotto in pieno inverno delle rose mi intrigava; poi, averle colte, per me ha significato molto, perché è come se attraverso la natura Dio mi dicesse: non è notte, non è dicembre, non è inverno.

Voi starete pensando: beato il Vescovo che ha i roseti che fioriscono anche a dicembre, anche d’inverno!

Ma anche nella tua vita ci sono dei virgulti, ci sono delle speranze, ci sono delle candele accese, dei piccoli lumi o delle stelle nella notte che devi riuscire a vedere, perché anche il Natale del Signore, duemila anni fa, è avvenuto nella più grande ferialità. Chi si è accorto? Chi ha colto? Chi è andato? Poveri …

Ovviamente questa semplificazione – vera! – mi farà perdere quel poco di credibilità che ancora posso avere tra di voi: il Vescovo va a cogliere le rose la notte prima di andare a celebrare … sarà un folle!  Probabilmente è così, ma chissà che nella follia non ci sia più saggezza di quanta noi non ne vogliamo cogliere nelle filosofie e nelle teologie.

Attraverso questo segno, che è il mio Natale, desidero invitarvi a scendere nel vostro giardino in piena notte, quando tutto è tranquillo, ma anche freddo, anche buio, e vedere ciò che il Signore sta facendo. Vorrei che nella mia Chiesa, nella Chiesa di cui indegnamente sono Pastore, nel pieno della notte, nel pieno dell’inverno, ci siano rose da guardare, di cui avvertire il profumo discreto ma vero, colori che possano stravolgere il grigiore delle nostre vite, speranze irresistibili, irreformabili, nonostante tanta superficialità.

Buon Natale, carissimi fratelli e sorelle! Non vi affliggete eccessivamente, guardate oltre la notte, l’inverno, il dolore, il fallimento, il peccato, e apritevi alle rose che il Signore fa fiorire. Ce n’è una bellissima a Betlemme, avvicinatevi, sentitene la fragranza, baciatela: è il Bambino Gesù.

Come a Pasqua, l’annuncio è affidato alla voce per nulla autorevole di donne, così a Natale l’annuncio della Redenzione è affidato a poveri pastori. In ciò che è piccolo risplende ciò che è grande: anche nella nostra piccolezza, anche nella nostra povertà e perversione. Allora la Colletta è forse più un desiderio che una realizzazione: fa’ che la luce del Natale, che risplende nel nostro spirito, possa rifulgere nelle nostre opere. Amen.

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Saluto finale

Continuiamo a vivere nella grazia del Natale, riservatevi qualche angolino di solitudine, un po’ di preghiera davanti al presepe, magari al buio o in ombra. Utilizziamo bene le occasioni di incontro di questi giorni, a partire dal pranzo, per dirci le cose importanti della vita, e ce n’è una particolarmente urgente, come ricordavo stanotte in cattedrale, e cioè dire: ti voglio bene. Gesù Bambino lo dice a noi, a nome del Padre, ma dobbiamo dircelo anche gli uni gli altri. Tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra amici, tra parenti, ci diciamo tante cose, a volte anche cattive, e invece evitiamo, direi per una sorta di pudore, queste parole che ci scomodano, ma che sono rigeneranti nella vita di una persona. Alcuni si tolgono la vita perché non hanno più nessuno che dica loro: ti voglio bene. Il Vescovo lo dice a voi adesso, a nome della Chiesa, indegnamente a nome di Gesù, e voi ricambiate, spargete la buona notizia dell’Amore che si è fatto adesso carne visibile, che è in mezzo a noi, e che aspetta di essere propagato, duemila anni fa per voce dei pastori, e oggi attraverso la nostra testimonianza.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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