Adesso continua tu

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Teano, 28 Dicembre 2014

FESTA DELLA SACRA FAMIGLIA

Celebrazione Eucaristica

presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

Chiesa Cattedrale

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Saluto iniziale

Benvenuti a tutti all’appuntamento delle famiglie della nostra Diocesi che, nella giornata della Sacra Famiglia, guardano a Maria, a Gesù e a Giuseppe come ad un’icona, un modello, un faro per il nostro essere famiglia oggi, pur tra tante difficoltà. Chiediamo perdono dei nostri peccati all’inizio della celebrazione, per poter accedere più degnamente al Santo dei Santi.

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Omelia

Accogliamo, carissimi fratelli e sorelle, la grazia che ci è data di celebrare: innanzi tutto la grazia del Natale, perché siamo ancora nell’Ottava, e quindi è Natale anche oggi; poi la grazia del Natale filtrata attraverso la famiglia unica nella storia per la sua avventura umano-spirituale, che è la Famiglia di Nazareth, che viene indicata oggi alla devozione e di cui invochiamo su tutti l’intercessione.

In questi giorni abbiamo avuto e avremo ancora la possibilità, di celebrare in vario modo – tutti modi altissimi – il nostro appartenerci; mi riferisco innanzi tutto alle liturgie e poi anche alle liturgie familiari: pranzi, cenoni, momenti di gioco, di incontro, di convivialità, di confronto, di persone che vengono da lontano per sedersi con noi, famiglie che si ricompongono … Il Natale contiene in sé la grazia di tornare a casa, anche per quelli che vivono più lontano: tornare a casa significa tornare in un luogo familiare, tornare nel luogo dell’infanzia, tornare laddove sappiamo d’essere non solo conosciuti, ma riconosciuti (qui “riconosciuti” è una conoscenza ulteriore del cuore, che è possibile all’interno di relazioni forti).

La psicologia distingue due grandi famiglie di relazioni: quelle primarie e quelle secondarie.

Le primarie sono fortemente connotate sul piano affettivo, quindi la famiglia: l’essere padre, l’essere madre, l’essere marito, l’essere moglie, l’essere figlio, fratello, nipote, nonno, zio … Sono con varie tonalità, ma sono tutte relazioni primarie, perché vengono prima non solo in senso temporale, ma anche in senso qualitativo.

Poi vengono le altre: gli amici del lavoro, gli amici del club, gli amici della palestra, gli amici della piazza, i conoscenti, quelli con cui siamo in treno ogni giorno a fare i pendolari … relazioni secondarie. Le relazioni primarie sono quelle che formano, connotano, plasmano una persona. Ciascuno di noi, qui presente stasera, è certamente col proprio apporto (non tutto autodeterminato esternamente), ma, in qualche maniera,  è quello che sono state le figure di riferimento: innanzi tutto i genitori (la madre, poi il padre), poi i fratelli, poi altre relaziono significative che ci plasmano. Conoscerete l’esperimento fatto su un bambino allevato non in maniera umana, cioè senza sguardi, senza parole, senza carezze, che finisce per assumere suoni gutturali, l’ululato dei lupi. Forse nel mito dei gemelli allattati dalla lupa (di romana memoria) c’è, in qualche maniera, l’imprinting di persone allevate da animali: se un bambino viene preso e affidato come cucciolo a una cagna, imparerà ad abbaiare.

Noi impariamo – sto dicendo una cosa importantissima, anche se, presumo, a conoscenza di tutti – ad essere uomini nella relazione. C’è una predisposizione, c’è una predeterminazione, ma se non ci fossero delle stimolazioni uditive, visive, tattili, di ambientazione, noi non diventeremmo uomini. Quindi la famiglia, come intreccio di relazioni, è il luogo sacro, il luogo insostituibile dove l’uomo diventa uomo.

Da sempre si è tentato di scalzare la famiglia; anche Platone, nella Repubblica, ipotizza una cosa del genere, come togliere i figli alle famiglie, farli educare dallo stato, e ci sono anche esperienze più recenti, più vicine a noi, in cui si vuole bypassare la famiglia come se fosse un optional.

Stasera siamo qui per dirci che siamo uomini, siamo donne, siamo quello che siamo, quello che siamo diventati in bene (a volte anche in male), grazie alle persone che ci hanno allevato. La parola “allevare” contiene il verbo “sollevare” del padre dell’antichità che, se sollevava il bambino, lo riconosceva, se non lo sollevava, il bambino veniva gettato via, non poteva entrare nella comunità umana, anche se era nato, anche se era sano.

Allora stasera diciamo innanzi tutto grazie: grazie ai nostri genitori, vivi o defunti che siano, grazie ai nostri nonni, grazie a quelli che ci hanno allevato, sollevato da una dimensione animale e portati ad una dimensione umana. Poi guardiamo alla famiglia, tutti noi (anche io che vi sto parlando ho una famiglia alle spalle): ci riconosciamo debitori rispetto alle nostre famiglie e riconosciamo nella famiglia il luogo ideale della crescita. Questa cosa non è più così scontata oggi: non è più scontato che un figlio debba essere figlio di un padre, di una madre, di un uomo, di una donna … Lungi da me qualsiasi polemica, mi conoscete bene! Voglio semplicemente sottolineare alcune cose fondamentali alle quali dobbiamo restare fedeli e che, attraverso movimenti culturali, possano essere scalzate! Ovviamente, come cristiani, guardiamo alla Sacra Famiglia raccolta nell’episodio della nascita a Betlemme, o a Nazareth, o come ci ha raccontato il vangelo in una esperienza cultuale a Gerusalemme; guardiamo la Famiglia di Nazareth, l’arte di essere famiglia, perché è un’arte sempre nuova ed è un’arte che nessun libro, nessun corso riuscirà mai a insegnare. Tutti noi siamo alle prese con questo progetto, a vario titolo e in varie modalità, con vari moduli, e nessuno di noi può dire: io sono laureato in “famiglia” o in “sapienza familiare”!

Fermiamoci un attimo su questa scena del vangelo, particolarmente affollata di presenze tutte significative: ci sono Maria e Giuseppe, una giovane coppia, che portano al tempio il bambino per un rito, che è il rito della presentazione dei primogeniti, in memoria (come ognuno di voi sa) di quello che era accaduto nella notte della prima Pasqua: i primogeniti liberati. Allora si offrono a Dio i primogeniti. Quindi ecco una famiglia, all’atto in cui varca la soglia della propria chiesa parrocchiale: marito e moglie più o meno motivati – non Maria e Giuseppe, ma noi! -, più o meno spiritualmente scattanti, più o meno legati, e poi c’è un bambino, che bisogna inserire nella tradizione della propria famiglia, perché anche la Chiesa è una famiglia, perché anche la fede crea dei vincoli, è fatta di legami, anche noi stiamo celebrando l’Eucaristia nella Festa della Famiglia. A vario titolo, chi più chi meno, alcuni in una maniera intensa, altri in una maniera più sfumata, ci apparteniamo.

Portare il bambino al Tempio (la Presentazione è la festa che viviamo il 2 febbraio nel Calendario Liturgico) non solo significa ottemperare a un precetto, ma significa anche che questo figlio, che è nato nella mia famiglia, deve partecipare dei beni della famiglia: come parteciperà, a maggiore età, dei beni materiali, ancor più deve partecipare dei beni spirituali. Quindi se tu sei cristiano, tuo figlio non può essere che cristiano; se tu sei cattolico (sperando che la distinzione in mente vostra sia chiara!, è un’ulteriore specificazione), mio figlio sarà cattolico, e non per imposizione, attenti! Perché ritengo la fede una dimensione importante della vita, anzi la dimensione più importante dopo l’atto dell’esistere, per cui mio figlio non può che partecipare di questa linfa, bere questo latte, imparare questi canti, per quelli di Teano essere devoti di San Paride (ma i primi a disattendere questa devozione sono i teanesi!), per quelli di Vairano Patenora essere devoti di San Bartolomeo … Mio figlio nasce devoto dell’Arcangelo Michele o devoto di San Marcello a Pugliano … A voi sembra uno schema molto rigido, in realtà è l’esplicitazione del voler bene. Se un figlio nasce a casa mia, non è ipotizzabile quello che ancora si va dicendo (negli anni ’70 riguardava una piccola fascia, ma adesso una larga fascia di persone): “Quando sarà grande deciderà lui”. È come se vi nascesse un bambino e voi: “Vabbè, adesso lo lascio così allo stato brado e, quando sarà grande, deciderà se vuole essere nostro figlio … quando sarà grande, deciderà se vuole andare a scuola … quando sarà grande, deciderà se vuole essere maschio o femmina …”. Voi accettereste una cosa del genere? Magari su altri aspetti, per esempio quello della fede, diciamo che non dobbiamo essere troppo coercitivi … Non si tratta di essere coercitivi! Si tratta di sentire o meno questo figlio, figlio nostro.

Tornando alla scena, Maria e Giuseppe portano un bambino che è nato in un popolo, quello ebraico, quello d’Israele, e dunque il bambino è sottoposto a una ritualità diversa dalla nostra, per essere a pieno titolo un israelita, per essere appieno “nostro” figlio.

Quando voi portate a casa vostro figlio dopo il Battesimo – lo dico alle giovani coppie (ce ne sono qui alcune) – voi portate a casa vostro figlio diventato più “vostro”, cioè vostro figlio con un’addizione di valore. Così valga per la prima Comunione, per la Cresima, o per la semplice Celebrazione Eucaristica domenicale, sperando che voi a messa la domenica ci andiate … ovviamente il vescovo pensa sempre in bene!

In questa scena, si inseriscono altri personaggi, sembra una scena molto movimentata … Per esempio, entra il vecchio Simeone, un anziano che sembra preso dall’arteriosclerosi, un po’ sotto Alzheimer, che invece quella mattina s’è svegliato pimpante, ruspante, che scende le scale a due a due, non si sa bene da dove abbia preso questa vitalità. Ha un appuntamento con la storia, ha un appuntamento con l’eternità … un anziano che vede Maria, Giuseppe e Gesù, vede questa scena (ne entrano a centinaia quest’oggi nel Tempio di Gerusalemme di coppie con bambini per compiere il rito della presentazione e della purificazione) ed è immediatamente calamitato da questa coppia anonima e dal bambino. Simeone prende il bambino e Maria forse sarà stata timorosa: lo porta via, è un folle … Invece lo innalza dicendo che “è finito il suo tempo”. Sembra un annuncio di morte e, in qualche maniera, Simeone la invoca, così come in qualche maniera ogni anziano dovrebbe essere pronto a dirlo, e dice: Basta, Signore, ho vissuto abbastanza per vedere cose belle, ma questa è la cosa più bella che io abbia mai visto, Luce per illuminare le genti e gloria del Tuo popolo Israele. Quindi un anziano entra nella scena apparentemente come un estraneo, ma poi diventa un familiare della coppia, una sorta di nonno, che svela a Maria e Giuseppe l’identità del bambino. Vedete che bella storia? Come se voi incontraste per strada una persona che vi chiama per nome, e vi dice quello che siete, quello che dovete fare, quello che vi accadrà, e non è un mago! È semplicemente l’interazione tra persone, è il miracolo dell’incontro; questa è una famiglia, adesso è una famiglia un po’ più larga, una famiglia che adotta un nonno, una famiglia che si sente dire da un anziano: questo bambino non è un bambino comune, è un bambino speciale, come ognuno di noi lo è stato, come ogni bambino è speciale. Anche adesso io sto parlando e, se voi mi state seguendo, può darsi che una mia parola faccia scattare una scintilla nella vostra mente, e vi apra uno scenario. Spesso mi sento dire: “Eccellenza, mi è parso che la predica l’abbiate fatta per noi, per me” … io ovviamente non sono un mago, non sono uno che legge nella sfera di vetro: sono, invece, uno che dialoga. E nel dialogo, nell’incontro avviene sempre un riconoscimento, perché noi di noi non sappiamo nulla, lo sanno gli altri. Gli altri ci dicono di noi, gli altri ci rimandano delle immagini, gli altri ci lanciano, gli altri ci gasano, gli altri ci dicono: bravo! Questo è, se volete, una lettura molto umana di questo brano. Ovviamente Simeone non era sotto l’effetto di uno psicofarmaco, ma dello Spirito Santo! Ed è bello che dica a Maria: Guarda che soffrirai!

Poi arriva un’altra anziana, vedova, perché vedete le nostre relazioni sono anche segnate dalla sofferenza; questa donna è stata col marito pochi anni, sono tanti anni che è morto il marito, e vive una vedovanza, magari anche fra voi ci saranno delle persone vedove. Siamo ancora famiglia? Certo! Non siete più sposati, ma siete ancora famiglia, perché il marito è defunto, la moglie è defunta, ma restiamo famiglia, perché la famiglia è nel nostro DNA! Questa anziana (è come se fosse una nonna che entra nella scena) comincia anche lei a parlare del bambino come se lo conoscesse, come se lei e Simeone si fossero messi d’accordo; probabilmente s’incontrano anch’essi per la prima volta, ma s’incontrano in Gesù, incontrano Maria e Giuseppe e rivelano a Maria e Giuseppe ciò che essi vivranno. Anche a te una spada trafiggerà l’anima, dice Simeone; cioè (traduco molto terra-terra) voler bene = soffrire.

Ognuno di noi, ingenuamente e in maniera infantile (adesso utilizzo questo termine in maniera dispregiativa), pensa di poter voler bene senza soffrire … è impossibile! Anche a te una spada trafiggerà l’anima … Questo è un bambino che ti è entrato dentro così misteriosamente che è uscito facendoti soffrire, ti farà ancora soffrire, perché i figli fanno soffrire, perché i figli sono delle spade contro noi genitori. È una scena madre, direbbero gli psicologi: marito, moglie, un anziano, un’anziana, delle paure, un dialogo, un uomo che è pronto ad andarsene, è pronto a dare il posto a un altro. Oggi, nella nostra società, i posti importanti ce l’hanno solo gli anziani; voi avete visto qualche giovane che abbia una grande responsabilità sul piano nazionale? No, perché dicono gli anziani: Ne devi mangiare di forme di pane! Ma non è giusto! Non è giusto che uno debba avere responsabilità quando ha i capelli bianchi, quando non ha più capelli, non ha più idee, non ha più forza … E’ bene, invece, avere responsabilità quando si è in forze! Io ritengo, poveramente – ma quello che pensa il vescovo di Teano in materia è insignificante – che anche le nomine dei vescovi dovrebbero cominciare a quarant’anni e finire a sessant’anni. Io, tra poco, farò sessant’anni e dovrei essere già bello e cotto per essere messo “in aspettativa d’eternità”, a dire: Ora lascia Signore che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola … Perché se facciamo un vescovo a sessant’anni (a volte a sessantacinque …), non gira più niente! Invece, prima, girano le idee, si mettono in moto delle dinamiche fisiche che poi diventano psicologiche, diventano idee, diventano sentimenti … è bello che un anziano dica: basta così! C’è qualche anziano qui presente che possa dire: “Va bene così, contentissimo, possiamo chiudere!”? Questo fa Simeone, che significa: sazietà di vita; significa: è inutile che stiamo a tentare i giorni cercando di stiracchiare una vita blanda! Invece viviamo bene quel poco che ci è dato da vivere, morendo, come si dice tante volte nell’Antico Testamento, sazi di giorni. Oggi è difficile trovare un anziano, anche a novantanove anni, che muoia sazio di giorni e dica: Ah, non ne voglio più! Sono sazio! Invece siamo tutti affamati, ma siamo affamati di un tempo quantitativo, mentre ci è offerto un tempo qualitativo!

Mettiamo adesso i nostri sentimenti, il nostro essere famiglia (il tuo essere giovane, anziano, nonno,  padre, madre, figlio, figlia, fratello, sorella) dentro questa scena, dentro questa famiglia che non ha vergogna di celebrare la propria fede! Se teniamo fuori i nostri bambini dalle chiese, stiamo allevando dei potenziali atei: portiamoceli, anche se fanno chiasso! Portiamoceli, anche se disturbano, perché bisogna formarsi! Uno va in chiesa e si forma, si scolarizza (come si dice nei termini dell’iter scolastico). Poi chiediamo la grazia d’essere ancora insieme. Alcuni di voi sono sposati da pochi mesi (vedo una coppia appena sposata), altri hanno sulle spalle già un po’ di crisi, perché gli anni di matrimonio si pesano così, con il numero di crisi … dieci crisi, venti crisi, cinquanta crisi, cento crisi, cinquecento crisi … Supererò anche cinquecento e uno, cinquecentoventitré, seicentonovantanove crisi …

Oggi c’è una fuga dalla crisi, perché nessuno vuole stare in difficoltà. La crisi è una strettoia dove soffriamo. Le coppie devono imparare a soffrire, le coppie devono insegnare a soffrire ai loro figli, altrimenti non abbiamo capito nulla della vita e non nascerà più nessuno, perché la nascita stessa è attraversata da una spada, da un dolore, da una crisi!

Chiediamo al Signore, in questa Giornata della Famiglia, di essere insieme nonostante tutto, essere insieme con le nostre diversità, essere insieme in vari momenti, essere insieme nel momento del culto (lo dice anche la conclusione del vangelo), essere insieme quando torniamo a casa e ci togliamo gli abiti della festa, quando comincia la ferialità che rischia di uccidere tante famiglie e tanti amori.

Tornarono a Nazareth, dice l’evangelista, e il bambino Gesù cresceva: cresceva tra i pianti, cresceva mangiando, dormendo, cresceva nell’attenzione con Maria, con Giuseppe. E con Gesù crescevano anche Maria e Giuseppe, perché noi cresciamo con i nostri figli; non crescono solo loro, cresciamo anche noi, e guai se ci tiriamo fuori dalla crescita! La famiglia, anche per i nonni, è una crescita continua: più dialoghiamo, più ci confrontiamo, più soffriamo, più litighiamo, più cresciamo!

Ecco, vi auguro di non tirarvi fuori da questo grande progetto, che è l’unico grande progetto di umanizzazione, la famiglia, anche se oggi i cristiani, i cattolici, in un mondo che ha già cancellato famiglia e matrimonio, sono chiamati ad essere martiri, cioè testimoni di quanto sia bello essere insieme. Alla fine, quando starete per chiudere la porta su questa vita e sulla vostra famiglia, dovrete dire: è stato proprio bello! Anche se abbiamo sofferto, anche se abbiamo pagato prezzi alti, anche se ci sono state cinquemila difficoltà, è stato bello vivere, è stato bello vivere in famiglia … Adesso continua tu, vai tu, corri tu avanti: io mi metto a letto, mi addormento.

Ora lascia, o Signore, che il Tuo servo vada in pace secondo la Tua parola.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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