Non capite ancora?

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Teano, 6 Febbraio 2015

Celebrazione Eucaristica

presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

per la

ORDINAZIONE PRESBITERALE DI DON FABRIZIO DELGADO

Chiesa Cattedrale

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Saluto iniziale

Gioia grande nei volti, negli occhi che sorridono, nell’attesa che inizi questo momento, atteso da voi, da Dio, dalla nostra Chiesa, prima ancora che fosse segnato sul calendario, come un appuntamento: prima ancora che io conoscessi questa data, prima ancora che Fabrizio si mettesse in cammino, prima ancora che Fabrizio nascesse era tutto già stabilito nella libertà di Dio che misteriosamente si innerva nelle nostre.

Ci disponiamo con animo grato a questo momento esaltante della vita della Chiesa che elegge un suo fratello all’Ordine del Presbiterato. Ancora pane, ancora perdono, ancora Parola, ancora compagnia, attraverso la vita, le opere, le mani, lo sguardo, il cuore di un prete che sta per nascere e che si chiama Fabrizio. Lo accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto.

Sentendoci indegni, il Vescovo per primo, di essere qui nei ruoli che la Provvidenza ha affidato a ciascuno di noi, sentendoci indegni a causa dei nostri peccati, ci affidiamo in un impeto di fiducia alla misericordia di Dio che si è rivelata in Gesù, perché divenga perdono e veste regale per celebrare questi Santi Misteri.

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Omelia

I discepoli erano saliti sulla barca con Gesù e, dice l’Evangelista Marco, che non avevano che un pane solo, e discutevano amareggiati, indispettiti: Non abbiamo pane!

Comincia così il Vangelo che è stato proclamato e che segnerà la vita di Fabrizio, perché il Vangelo e le altre Letture della Parola di Dio proclamate il giorno della nostra Ordinazione, in qualche maniera, ci accompagnano per la vita. È un testo problematico che appartiene ad un cammino spirituale all’interno del Vangelo di Marco che si chiama “Sezione dei pani” e che ha al centro due miracoli che riguardano i pani, due moltiplicazioni. Ma i discepoli fanno tanta fatica a capire, come noi nelle nostre parrocchie, come noi nei nostri gruppi, nelle nostre famiglie, come noi nel nostro Presbiterio; allora cominciano le lamentazioni, nelle quali siamo tutti bravi (Vescovo compreso, beninteso!). Tutti siamo laureati in “lamentazioni”: sappiamo mormorare, sappiamo dire quello che manca, difficilmente riusciamo a gioire per quello che c’è.

Guardiamoli un attimo questi discepoli ancora da formare, ma per i quali Gesù già avverte un senso di delusione, perché Gesù ha vissuto con loro, con i sentimenti che albergano anche nel nostro cuore, e quando tu insegnante, tu catechista, tu parroco, tu educatore, tu genitore vedi che i tuoi figli, dopo un po’ di tempo o addirittura dopo anni, non hanno compreso ancora, vieni assalito dalla delusione: Ma non capite ancora?

Chi sono questi discepoli? E come si raccordano a noi, alla nostra vita, alla vita della nostra Chiesa, a Fabrizio che sta per compiere un gesto che divide in due la sua vita? Ci appartengono: sono le “colonne” della Chiesa.

Un criterio interno di veridicità dei Vangeli, come altre volte vi avrò detto, è che gli Evangelisti non nascondono sotto il tappeto i difetti dei Dodici, ma ci raccontano tutto, anche le loro debolezze. Se i Vangeli fossero inventati, sarebbero un’epopea, una descrizione di santità, e invece vi troviamo tanta umanità, a nostra consolazione! Sono stati chiamati come è stato chiamato Fabrizio, come sono stati chiamati tanti di noi; sono stati chiamati come gli antichi profeti.

La Prima Lettura ci ha portato molto indietro nella storia di Israele, all’atto in cui un anziano profeta, Elia, getta un mantello sulle spalle di un giovane che sta arando, come avete ascoltato, e quel gesto cambia la vita di Eliseo: è una sorta di ordinazione ante litteram, perché Eliseo legge chiaramente il gesto del mantello come un “seguimi”, perché il mantello è il segno del profeta, perché questo mantello sulle spalle, dolcissimo ma anche pesante, Fabrizio – come sarà dolce e pesante la stola e la casula tra qualche istante – significava: tu sei profeta, tu sei chiamato ad essere profeta. Eliseo avrebbe potuto intrattenere il suo Maestro, il suo futuro Maestro con mille pretesti: Non è ancora tempo, sono ancora giovane. Anche le storie di vocazione sono un vocabolario di difficoltà che sappiamo opporre quando si tratta di impegnarci. Invece, senza parlare, compie dei gesti: va a salutare i genitori e dice loro addio, così come Fabrizio dice addio ai suoi genitori (ieri sera nella Preghiera-Giovani abbiamo celebrato la voglia di partire propria dei giovani), e sacrifica uno dei dodici buoi con cui stava lavorando e per bruciare questo sacrificio utilizza gli attrezzi per arare.

Questi gesti hanno un significato molto forte, perché dicono rottura col passato.

Un bue ucciso, gli attrezzi bruciati, i genitori ormai alle spalle, indicano vita nuova, indicano: oggi si cambia! Come dice Davide Maria Turoldo – mi hanno ricordato che oggi è il giorno della sua morte – in un verso che tante volte vi ho commentato forse fino a farvelo imparare a memoria:

Oggi mi sono detto addio,

spero, per sempre,

come un nauta che ha i remi spezzati.

Spezzati i remi, lacerata la vela,

contro l’onda contraria del sangue.

Oggi mi sono detto addio, spero per sempre, dice il poeta consacrato, sacerdote, dice Fabrizio che si dice addio. E più che dire addio agli altri, dice addio alla sua giovinezza.

Oggi Fabrizio diventa vecchio in un attimo: è entrato giovane e uscirà vecchio, perché “presbitero” significa “anziano”, e Fabrizio deve dirsi addio perché nulla nasce (anche nell’ordine naturale, tanto più in quello soprannaturale) senza morte. Tra un po’ lo vedremo disteso in segno di morte – è morto! – come si dice nel Vangelo (E così dicevano: È morto).

Bisogna dirsi addio per cominciare un’avventura, bisogna gettarsi alle spalle tutto ciò che si è stati e seguire il Maestro, Gesù, in un’avventura che non ha porti, che non ha luoghi dove riposare, come Gesù stesso dice nel Vangelo. Ci diciamo addio, e diciamo addio agli altri per un’avventura meravigliosa e tremenda, che è quella d’essere prete, che è quella d’essere prete oggi nelle difficoltà della nostra gente e nelle difficoltà della nostra terra.

In un passaggio, che il Vescovo ha gradito particolarmente ieri sera, Fabrizio ha detto che era per voi, era per questa terra arida, pietrosa … Pietramelara, Pietravairano …: quante pietre nella nostra Diocesi! E quelle sono poche rispetto alle pietre che ci portiamo sul cuore e che ci pesano. Per questa terra, per questa Chiesa di Teano-Calvi, egli sarà prete per sempre. Il Signore gli chiede di salutare la sua giovinezza.

Nella Seconda Lettura, Paolo, mettendo a punto la sua vocazione e quella della comunità di Corinto, dice che siamo poveri, che noi chiamati non siamo migliori degli altri, non siamo particolarmente dotati, non siamo Superman: siamo poveri come voi, eppure investiti di una grazia, di un Ministero, di una Parola che ci cambia, perché, Fabrizio, la Parola di questo Sacramento che noi celebriamo per te e su di te, che è il Sacramento dell’Ordine, ti cambia radicalmente; ma gli strumenti, ciò che vediamo, la materia, il pane sono poca cosa. Cos’è questo per tanta gente? Pochi pani e la folla è tanta, e la fame è immensa. E perché noi non avessimo ad inorgoglirci, Fabrizio, il Signore ci ha scelti tra i più poveri tra i poveri: non abbiamo titoli da esibire, ma abbiamo una forza e un amore che provengono dalla Croce di Cristo.

Dice Paolo che l’oggetto del suo Ministero non sono le discussioni, in cui i greci in particolare erano maestri, ma l’ignominia della Croce. E tu, Fabrizio, sei chiamato ancora di più – già nell’Ordinazione Diaconale è avvenuto, ma ora in quella Presbiterale avviene in maniera piena – a sposare questa ignominia, questa idiozia che è la Croce.

Com’è possibile salvare il mondo perdendo?

Gesù ha perso, si è perso, si è disperso, ha disperso il Suo Sangue per noi, e anche noi siamo chiamati dietro di Lui a entrare in questa follia! Bisogna essere sempre un po’ folli per dire: Sì, eccomi!, per presentarsi a queste celebrazioni, per incamminarci, per entrare in Seminario: c’è bisogno di un pizzico di follia e spero, Fabrizio, che la follia non si esaurisca con l’Ordinazione Presbiterale, ma che il tuo Vescovo o i miei successori possano intravvederla, coglierla e gioirne anche in seguito.

Per dirla con Ungaretti, Fabrizio è un paese innocente. Cerco un paese innocente.

Se c’è una dote che questo giovane ha, è che sembra un bambino, ma ha 36 anni, eppure, a 36 anni, ha lo sguardo mite, come già dicevo nell’Ordinazione Diaconale a giugno, ha lo sguardo lucente e chiaro di un bambino. Questa è la sua forza, questa è la bellezza della sua umanità.

Fabrizio non ha particolari doti di eloquenza; come dicevo ieri sera, sarà un grande ascoltatore, uno che raccoglierà le lacrime di tanti di voi, i problemi, le ansie, gli amori, sarà il custode delle vostre vite, come sono chiamati a fare i preti, e lo farà con il carattere che Dio gli ha donato, che è quello d’essere – continuo con Ungaretti – come quelle vite che non fanno rumore, come l’erba che cresce lieta, dove non passa l’uomo.

Questa semplicità, questo suo presentarsi inerme, è una forza, come il presentarsi inerme di Gesù come idiota.

L’Idiota di Dostovjeskij, per chi fra voi l’abbia letto, è un romanzo cristologico, dove un principe debolissimo (ma i principi nei romanzi di Dostovjeskij sono sempre dei poveri in canna!) non riesce a prendere le briglie della sua vita, a capire la storia. Così è Gesù. Gesù – sembra blasfemo quello che sto dicendo, ma è il Vangelo – è l’Idiota, e noi di questa idiozia ci siamo innamorati nella nostra giovinezza. E questa follia, più saggia di tutti i filosofi, questa insipienza noi vogliamo testimoniare.

L’autore della Lettera agli Ebrei, qualche giorno fa, diceva: Deposto tutto ciò che ci è d’intralcio, corriamo tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della nostra fede. È Lui, guarda a Lui, non guardare altrove.

Vengo al Vangelo e al dramma che ho voluto sottolineare per me, per il mio Presbiterio e per voi in questa Ordinazione, perché c’è un che di drammatico in questo racconto, dove i discepoli hanno visto tante cose, hanno sperimentato la potenza di Gesù nelle due moltiplicazioni dei pani, ma non hanno ancora capito! Adesso che hanno Gesù, lamentano l’assenza dei pani: avevano dimenticato di prendere i pani e non avevano che un pane solo. E questo Pane è Gesù! Ma essi guardano altrove, guardano nelle loro borse, fanno i conti, chiamano i loro economi che dicono: Ci mancano i pani, non abbiamo forza, non abbiamo idealità, non abbiamo soldi, non abbiamo potenza abbastanza. E Gesù cerca di far ricordare: Non ricordate?

Anche tu, Fabrizio, nello sguardo di Gesù resterai a contemplare questo Pane che ti fa pane, perché il prete che consacra diventa pane egli stesso. Guardando questo Pane dovrai ricordare quello che Gesù ha fatto per te, perché la sclerocardia è la grande malattia della vita spirituale: dimenticare il giorno in cui siamo partiti, dimenticare l’entusiasmo di certi momenti, dimenticare le parole che abbiamo ricevuto e che ci hanno strutturato. All’atto in cui dimentichiamo, ecco che ci assalgono mille bisogni e mille infelicità.

La verità, cari fratelli nel Presbiterato – lo diciamo con amarezza ma vorrebbe essere (spero che lo cogliate così) un incoraggiamento – la verità è che Gesù non ci basta. È possibile che Gesù non ci basti? Il Vangelo dice che è possibile, perché i discepoli si lamentano, i discepoli mormorano, i discepoli hanno fame e non guardano più Gesù che è il solo Pane, che è il vero Pane! E allora nascono tante diatribe. Nasceranno, Fabrizio, se non stai attento, anche nella tua vita: dimenticherai questo giorno, questo momento, la chiarezza di questi giorni, di questi ultimi anni, e comincerai a cercare altro, appoggi, sicurezze, soldi … cubature di chiese! Perché i preti misurano anche le loro chiese: Quanti metri cubi è la tua chiesa? Ho una chiesa con una cubatura più grande … !

Non ci basta più Gesù, eppure siamo partiti per Lui, con Lui! Eravamo pronti al martirio! Il giorno della nostra Ordinazione, Sì, lo voglio! Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio!, lo abbiamo gridato, come tra poco sentiremo gridarlo da Fabrizio. Poi le depressioni, le preoccupazioni della vita, dice Gesù nella spiegazione della parabola del seme e del seminatore, hanno la meglio, le spine crescono e non vediamo più.

Perdonaci, Gesù, quando non Ti vediamo più, cominciamo a lamentarci, ci iscriviamo ai sindacati, e vorremmo delle realizzazioni umane!

 

«Non capite ancora?»

«E quando ho moltiplicato i pani per quei cinquemila, quante ceste di pezzi avanzati avete raccolto?»

«Dodici»

«E quando ho moltiplicato i pani per i quattromila, quante ceste avete raccolto?»

«Sette» gli dicono.

 

Dodici sono le tribù d’Israele, sette sono i popoli pagani, quindi Gesù è Pane per tutti, e lo hanno visto all’opera! Ma adesso hanno dimenticato, hanno altri obiettivi, hanno altri amori…

Mi rendo conto che dicendo queste cose il giorno dell’Ordinazione è come se io inoculassi qualche dubbio, ma Fabrizio è deciso ad andare avanti. La nostra celebrazione potrebbe anche fermarsi qui, Fabrizio, se tu dicessi: Eccellenza, abbiamo scherzato! Ok, va bene, diciamo una messa normale, facciamo finta che non sia il giorno della mia Ordinazione!

Ma non è per te, è per me, è per loro, è per noi, è per questi che si avviano e che pure già hanno distolto lo sguardo e pensano ad altro; è per voi che pure siete chiamati alla stessa adesione e poi basta una tentazione, una difficoltà, un crollo, basta una crisi per mandarvi fuori gioco.

Oggi prendiamo questo santo proposito, che formulo così, nella maniera più semplice: da oggi decido che Gesù deve bastarmi, Gesù e null’altro. Solo Gesù. Un solo Pane.

Tra l’altro oggi è la memoria di San Paolo e dei compagni martiri, morti crocifissi. Questa memoria, che non facciamo ma che aleggia nell’aria, ci racconta di persone che sono partite e hanno mantenuto questa primazia di Gesù fino a rinunciare alla vita, fino a essere crocifissi: perché gli amici si assomigliano, perché l’amore ci fa uguali.

Concludo così questa riflessione che vuole essere un augurio per tutti noi, in particolare per i preti che vivono sempre l’Ordinazione di un loro giovane confratello come un’opportunità, l’opportunità di ricominciare daccapo, di riprendere l’amore d’un tempo, di ri-motivarsi abbassando tante motivazioni false che sono entrate e che hanno oscurato Gesù.

Sant’Ignazio nella sua preghiera, che il tuo Vescovo, Fabrizio, recita ogni giorno e che spero anche tu, frequentando i Padri Gesuiti nel seminario di Posillipo, abbia imparato, fa dire all’esercitante (ma non è solo la preghiera di un giorno, è un programma di vita) e tu, Fabrizio, di’ con me nel tuo cuore:

Prendi, Signore, e accetta tutta la mia libertà,

la mia memoria, il mio intelletto, la mia volontà,

tutto quanto ho e possiedo.

Tu me l’hai dato,

a Te, Signore, lo ridono, tutto è Tuo.

Disponine a Tuo piacimento,

dammi solo il Tuo amore e la Tua grazia,

perché questo solo mi basta.

Nel Salmo 22 abbiamo pregato: Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla.

Dammi solo il Tuo amore e la Tua grazia, questo solo mi basta; non voglio altro, Gesù, il resto tienilo per Te. Lasciami in questa grazia.

E tu, Fabrizio, di’: inchiodami in questa grazia, nella grazia di questa sera che mi fa prete per sempre.

E sia così. Amen.

 ***

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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