Grazie per averci insegnato che il dolore porta luce

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Pignataro Maggiore, 18 luglio 2015

Omelia di

S. E. Mons. Arturo Aiello

per le Esequie del prof. Giuseppe Rotoli

***

 

Per Angela, per Giorgio, per Rossella, per Katia, per tutti i parenti e gli amici di Peppe, per i suoi alunni e per i suoi colleghi, per gli Amici della Musica, questa Eucarestia è una carezza. Forse, poveramente, è una carezza la presenza del Vescovo, che potrei motivare in mille modi dicendo che la famiglia Rotoli è stata vessata dal dolore in modo tutto speciale e drammatico in questi anni, ma preferisco chiaramente motivare questa mia presenza (molti di voi potrebbero chiedersi perché il vescovo non presiede tutte le celebrazioni esequiali della Diocesi) nella maniera forse più indisponente che possa esserci, ed è l’affetto. Potreste chiedermi: ma non ci volete bene tutti allo stesso modo? No, perché chi dice di voler bene tutti allo stesso modo, non ama nessuno.

Più volte, sul letto del dolore, in queste ultime tormentate giornate, lunghe da passare, come il tunnel del parto, di cui parlai nella stessa celebrazione di addio per Elisabetta, con Peppe ci siamo detti le cose più importanti che ci diciamo quando non abbiamo più parole da dire, e cioè: ci siamo voluti bene.

Mi sono abituato a sentire questa frase sulla bocca dei miei nipotini messicani che incontro una volta l’anno al massimo, essendo a tanti chilometri di distanza, e che, fin da bambini e ancora oggi da grandi, dicono ad uno zio che sentono raramente: Ti voglio bene. Vale più di romanzi, di lunghi conversali, di parole che si aggiungono a parole. Ciò che ci lega, carissimi, in questa valle di lacrime, in questo “breve sabato del tempo” è l’affetto; ciò che ci salva è il bene che ci vogliamo, che ci siamo voluti o il bene che desideriamo, perché il bene, forse, non è tanto quello che riusciamo a dire o a fare, quanto quello che desideriamo per l’altro.

 

Vorrei tentare una riflessione, sia pure a singhiozzi, visitando qualche verso di Peppe, perché l’ho conosciuto così, appena arrivato in Diocesi. Vidi giungere, dopo pochi giorni che ero a Teano, anni fa, una poesia dedicata a me, che partiva dalle parole dette a conclusione della mia Ordinazione Episcopale: vela sbrindellata posta come bandiera sul pennone più alto della nave.

Era ciò che sentivo di me, povero e impreparato rispetto a ciò che mi attendeva qui da voi, e Peppe mi raggiunse con questa sua poesia che poi pubblicammo su un piccolo opuscolo: “Il primo bacio”. Mi sembrò strano che un poeta scrivesse al suo vescovo una poesia, perché ciascuno, poi, si manifesta col suo sentire: si può comporre una melodia, si può cantare, si può parlare, si può ballare, si può raccontare, si può tacere. I poeti parlano a versi.

Quindi tento una rilettura, breve ovviamente, della vita di Peppe, alla luce dei suoi versi racchiusi in “Porta luce il dolore”, una raccolta di stazioni della Via Crucis, di combattimenti col cancro, suo e di Elisabetta, di note in margine ad un’esperienza vissuta insieme in riva al lago di Albano.

 

Parto da questo verso:

Mia madre mi regalò uno straccio di carta e una matita rotta…

per dire che partiamo tutti con poche cose.

Uno straccio di carta: i bambini amano disegnare su qualsiasi superficie che sia messa a loro disposizione. Peppe parla della sua infanzia e del suo rapporto con la madre con la bellissima immagine di uno straccio di carta e di una matita rotta.

Che se ne può fare di uno straccio di carta? Io ne avrei fatto una barchetta di carta. Peppe, su quello straccio di carta, ha scritto versi e versi: quelli che ha scritto, quelli che non ha scritto, quelli che ha sofferto. Partiamo tutti un po’ perdenti nella vita e la vita ci fa perdere, ci disperde.

Ma, a volte, una vela sbrindellata può diventare bandiera sul pennone più alto di un veliero e uno straccio di carta può essere marmo su cui incidere un verso che rimanga oltre noi: un testamento, un grido di speranza, un modo per dire coraggio … Ciascuno utilizza questo straccio di carta come ritiene più opportuno …

Sembra di capire, da questo verso, che Peppe si sia avventurato senza sicurezze nel cammino della vita. Domani, rileggendo attentamente i suoi versi, anche quelli precedenti, troveremo l’autore che sbandierava altre bandiere, che si nutriva di ideali sessantottini, che militava … Quando l’ho incontrato era già in decantazione: le bandiere si erano afflosciate, le speranze polverizzate. Eravamo un po’ tutti reduci da una battaglia persa, ma alcuni di quei reduci si sono rassegnati a vivere nell’anonimato, magari nella depressione … Peppe no. Peppe ha voluto rigiocarsi la vita – l’ho conosciuto così – sul rischio della ferita, perché, carissimi, credere non è facile, credere non è scontato.

Quando, ieri mattina, Don Luigi mi ha annunciato la morte di Peppe, dentro di me mi son detto: “Finalmente … Ce l’abbiamo fatta!”. Lo dicevo a lui, come si esulta per il goal della vittoria della squadra del cuore, perché quando l’ho visto sul letto del dolore, ho avuto paura, Angela, che non ce la facesse, non a reggere il dolore, ma a reggere la fede, perché la nostra vittoria, carissimi, è credere quando ci sono mille ragioni per non credere, e Peppe ne ha avute, la vita gliele ha sciorinate dinanzi. Cosa c’è di più doloroso che vedere partire una figlia prima di sé? I padri vogliono andar via prima, ma a Peppe, nei confronti di Elisabetta, questa grazia non è stata data. E ieri Elisabetta lo ha accolto, gli ha fatto gli onori di casa, lo ha preso per mano per condurlo su, in alto: Vieni, papà, sei atteso. Ti conduco io.

Ma prima, carissimi, c’è il tormento del cancro, certamente quello fisico, ma quello più sottile e letale del dubbio.

In La pedagogia del dolore leggo:

 

Oh, mio Dio, mio Dio , il mostro

mi rode fibra dentro fibra,

succhia globuli e linfociti, mi sottrae

disonesto ogni ora

dello spezzato mio tempo. Dentro

le fauci un minuto, un minuto solo

è l’intero alfabeto del dolore,

tavolozza degli abissi, valzer

di ogni sorta di nero.

Non risparmia

Nessun supplizio la chemio sul mio corpo,

tutte le lacrime le chiama agli attenti

nella bufera della chemio e della radio,

il plotone del pianto disperde le sillabe,

i verbi vecchi – i nuovi han perso

necessità – dà smacco alle dita, alle gambe,

ai neuroni. È qui, è in questo lago, oh Signore,

nell’acqua di fuoco che

il furore del tormento assale

i quartieri dell’anima e resto solo,

solo nell’imminenza del buio.

[…]

 

Peppe ha cantato la fatica di vivere, perché è faticoso – e non solo in questi giorni di caldo – arrivare a sera ancora uomini, ancora donne, senza esserci dimessi, avendo fede.

Ma cos’è la fede?

Signore – dice Marta – se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma non è ancora questa la fede. La fede è dire: TU SEI QUI E MIO FRATELLO E’ MORTO!

La fede non ci salva dalla morte: la fede ci salva nella morte, nella morte del Figlio che diventa speranza per le nostre.

 

C’è il Peppe della fede, lo intravedo in alcuni versi dedicati al suo vescovo:

 

La salvezza, la salvezza la troveremo

anche prima dell’affondo dell’anima

se solo cederemo ciò che abbiamo

posseduto, se sappiamo lasciare

quelli che abbiamo amato.

È nel fruscio della croce che

la bufera ingoia ogni buio, tutti

i catafalchi del peccato,

ogni resistenza alla grazia. 

 

Ovviamente per chi fra voi ascolti per la prima volta questi versi, restano criptici, oscuri, ma sono attraversati da una grande speranza. È nel fruscio della croce che / la bufera ingoia ogni buio: sono versi scritti all’inizio della Via Crucis di Peppe Rotoli.

Fruscio della croce. Il fruscio noi lo avremmo applicato alla seta, ad un tessuto leggero, non alla croce, che è dura, pesante, che fa rumore. Ma Peppe, con il suo orecchio musicale, ne ha percepito l’armonia.

La bufera ingoia ogni buio, tutti / i catafalchi del peccato. I catafalchi sono quegli armamentari, che si usavano una volta, su cui si mettevano le bare; quindi è una sorta di schiaffo alla vita, di modo da parte nostra di addobbare ciò che invece era di estrema nudità. E qui la parola catafalco è usata per dire la complessità, è applicata al peccato che è spazzato via.

 … ogni resistenza alla grazia. Peppe ha resistito alla morte. Lo abbiamo visto combattente almeno per due mesi, non voleva morire, ha combattuto. Combattere la morte è anche resistere alla grazia, ma adesso che egli è nella luce – ci dice Peppe – che cancella i catafalchi del peccato, vince anche ogni resistenza alla grazia. Si lotta e si perde. E Peppe ha perso. Bravo, Peppe! La tua più grande vittoria è stata ieri quando ti sei lasciato andare. Vinciamo quando perdiamo e perdiamo quando vinciamo nella vita, soprattutto nei termini della grazia.

 

Carissimi, stiamo celebrando questa Eucarestia, che è la cosa più preziosa che abbiamo, non c’è caldo che tenga – lo dicevo stamattina a Giano che l’Eucarestia è un pasto leggero, una sosta breve – ma potremmo restare qui per secoli, tanto è lucente il mistero della morte e resurrezione di Gesù che noi riviviamo nel sacramento dell’Eucarestia, forza che vince ogni morte. C’è voluta la Sua morte per vincere la nostra.

 

Per questo chiudo questa mia riflessione, dando sempre la parola a Peppe, in una poesia che chiude tutta la raccolta “Porta luce il dolore”. Io ci avrei messo un punto interrogativo, lui no. Lui l’ha dato come asserzione, come certezza.

 

Ora la morte già vista regina

con tutto il suo nero esce dal tempo

e la rovina che lei minaccia si scioglie

nell’acqua di luce; scompare l’abisso

delle povere cose, delle anime minori,

del ricatto del buio,

del niente dell’oltre;

c’è già la differenza

dentro la Pasqua; non c’è il pulviscolo

del dolore né bocconi di terra tetra né

moncherini di giorni bloccati; c’è

la luce che non svanisce, i diademi

del sempre vedersi, le bocche d’argento

e di sole.

 

Pasquando e ripasquando

l’uomo chiama e

contento

Dio risponde.

 

Carissimi, questo è un atto di fede. E la fede ci salva, non la virtù … È la fede che ci salva! E qui Peppe ha espresso il meglio della sua fede.

Pasquando e ripasquando, cioè passando di Pasqua in Pasqua, l’uomo chiama e / contento / Dio risponde.

 

Peppe, tu lo sai che noi chiamiamo e Dio non ci risponde, ma un giorno ci risponderà nella Pasqua di cui le nostre sono solo una prefigurazione e un anticipo.

 

Grazie, perché la tua fede è costata tanto e, per questo, oggi risplende. E per questo risplenderà man mano che ci allontaneremo da te nel tempo, e non nell’affetto. Grazie per averci insegnato che il dolore porta luce. Questo è detto per voi e per me, per noi tutti.

 

Ora la morte già vista regina

con tutto il suo nero esce dal tempo

e la rovina che lei minaccia si scioglie

nell’acqua di luce; scompare l’abisso

delle povere cose, delle anime minori,

del ricatto del buio,

del niente dell’oltre;

c’è già la differenza

dentro la Pasqua; non c’è il pulviscolo

del dolore né bocconi di terra tetra né

moncherini di giorni bloccati; c’è

la luce che non svanisce, i diademi

del sempre vedersi, le bocche d’argento

e di sole.

 

Pasquando e ripasquando

l’uomo chiama e

contento

Dio risponde.

 

Amen.

š›***

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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