Mi accendi il cielo?

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Pignataro Maggiore, 11 agosto 2015

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

per la Solennità di Santa Chiara d’Assisi

Monastero Santa Croce

***

L’aver letto, l’aver ascoltato questo vangelo, nella Solennità di Santa Chiara, ci dice, tra le righe, che Chiara è rimasta nell’amore di Gesù: Rimanete nel mio amore. È un tralcio che è rimasto attaccato alla vite e per questo ha prodotto molto frutto. Dice il salmista del popolo di Israele che i suoi tralci hanno riempito la terra. È accaduto così di quel tralcio, fragile nella sua femminilità medievale, che si chiama Chiara di Assisi. È rimasta anche quando avrà pensato che stare a sostegno, accanto, visibilmente, a Francesco potesse sostenere di più il padre e il fratello. È rimasta anche quando tanti, ieri come oggi, ritenevano la clausura una follia, uno stare inerti, quando c’è tanto da fare nel mondo. È rimasta nella sua vocazione anche – e credo lo avrò esplicitato l’anno scorso – nella lunga attesa di incontrare lo Sposo. Ti farò mia sposa per sempre – abbiamo ascoltato per bocca del profeta Osea. È importante questa parola, perché una donna che non fosse “figlia di” e “sposa di” non aveva alcun valore fino a non tantissimi anni fa e, quindi, anche al tempo di Osea e anche al tempo di Chiara. Per questa bellissima ragazza dalla cascata di capelli biondi – Chiara, chiarissima – si sono rivolti in tanti a chiedere la mano; allora, si andava a spose presto, appena adolescenti, ma Chiara rimanda la sua decisione. Cosa aspetta? Quale sposo? Quale principe azzurro ha in mente, rispetto a proposte anche di tutto rispetto che le si sono prospettate? Chiara aspetta lo Sposo per eccellenza, Colui che nei vostri Matrimoni si affaccia, come si affaccia nelle nostre vite di consacrati. L’unico vero grande Sposo che può riscattarci, perché diventare spose significava anche essere riscattate da una vita di solitudine, di vituperio, di abbandono. Si diventava spose e dunque madri e dunque anelli di una catena di carne e di sangue. Ma Chiara attende che Gesù le rivolga il Suo sguardo con le parole del salmista: Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre. Al Re piacerà la tua bellezza; egli è il tuo Signore, prostrati a Lui. Comincia così questa storia, che è plurisecolare, e che – come ho detto all’inizio della messa – raggiunge anche i nostri lidi, anche le nostre terre sassose, riarse (per la verità quest’anno facciamo meno sauna degli altri anni perché, almeno, abbiamo avuto come dono, oggi, la pioggia, che è venuta a sospendere l’arsura aggressiva); le nostre terre restano riarse anche in inverno e questa storia raggiunge anche noi. Diciamo grazie al Signore per Chiara e per tutte le sue figlie, per la sua scelta che ha aperto tante altre. Accade sempre così nella storia della santità, che le persone pongono un gesto, a loro parere, limitato a quel tempo e, invece, quel gesto ha un’amplificazione che va ben oltre le loro scelte, il loro tempo, il piccolo spazio in cui pongono la loro scelta, in cui dicono il loro sì.

 

Vorrei utilizzare per questa breve riflessione alcuni versi di Peppe Rotoli, appena scomparso, che nella sua ultima pubblicazione, Porta luce il dolore, ha un’ultima parte proprio dedicata a questo monastero e alle monache che vi abitano. Spero che, in seguito, quelle poesie possano essere fatte oggetto di una speciale riflessione qui, perché è un poeta di Pignataro e perché ha scritto per voi, ha scritto salendo qui, a San Pasquale, tante volte, leggendo pur da laico il mistero della clausura. Tutte quelle poesie sono dedicate alla clausura e sono un tentativo di lettura della clausura. Voi dite: ma può un laico capire la clausura? A giudicare da questi versi, sì, può. Anzi, io dico spesso che noi vediamo meglio la vocazione degli altri più di quanto non riusciamo a percepire la nostra. Voglio dire che le monache stesse potranno trovare nei versi di Peppe Rotoli delle verità cui esse stesse non sono giunte, perché, dice il poeta libanese Gibran, la montagna si vede meglio da lontano. Chi la sta scalando non la vede. E, quindi, voi state scalando la montagna della consacrazione e della clausura nella consacrazione, e se uno vi chiede: ma cos’è la clausura?, voi dovete rispondere: Boh! – come si fa a Napoli – cioè non lo so. Come se noi chiedessimo a voi: ma cos’è il Matrimonio? cos’è la famiglia? Alla stessa maniera, dovreste rispondere: Ditecelo voi!

Noi vi parliamo della famiglia e del Matrimonio e voi ci parlate del presbiterato, dell’episcopato, del diaconato e della vita consacrata. Credo che bisogna accostarsi a questi versi con questa attenzione e cioè che il mistero lo si vede meglio da lontano. Questa è la prima delle composizioni, brevissima tra l’altro, di quella piccola raccolta nella raccolta di poesie che riguardano la clausura di San Pasquale.

 

Nella voce primaria della clausura

la vita non è una semplice ora,

un mai, un attimo acuminato

o una confusione di sillabe,

la clausura è persistente preghiera

che accende il cielo.

 

Peppe, poi, ha utilizzato quest’ultimo verso come verso di apertura di quell’ultima parte: che accende il cielo. Facciamo un attimo un po’ di esercizio di commento, come si faceva a scuola una volta. Innanzi tutto, nella voce primaria della clausura: perché la clausura ha una voce. In tutto questo silenzio, c’è un suono potentissimo, c’è un clamore nel silenzio, e questa voce, Peppe Rotoli la avvertiva come voce primaria, perché, ci saranno anche altre motivazioni, che poi nelle altre composizioni metterà in evidenza, ma il motivo fondamentale, fondante nella voce primaria della clausura, è la vita.

Cos’è la vita?

La vita non è un semplice ora, perché questo, purtroppo, è la vita per tanti nostri giovani, forse anche per voi adulti. La vita è questo momento, la vita è adesso – cantava Baglioni nella nostra giovinezza – la vita è l’attimo fuggente: bisogna approfittare, bisogna godere, bisogna succhiare, bisogna… Siamo diventati prigionieri di questo istante. Allora, la vita non è un semplice ora, non è un semplice adesso. Chiediamo al Signore, in questa eucaristia, di essere liberati dall’angoscia di pensare che la vita sia adesso. Piuttosto, la clausura dice che la vita è oltre, è domani, è in futuro, è ciò che ci attende. La vita non è un semplice ora, / un mai: tanti sono angosciati da questo “mai”. La vita non è un mai: non ho mai voluto, non sono stato mai felice, mai un figlio mi ha detto grazie, mai ho vissuto un tempo continuo di serenità… Quindi non è un semplice ora, né un mai. Un attimo acuminato, perché questo “ora” ti trafigge se tu ti giochi tutto solo adesso, senza conservare qualcosa per il futuro, senza protenderti verso il futuro, senza coniugare e cantare la speranza. Questo attimo diventa un attimo acuminato, cioè appuntito, che ti ferisce. Non ne può venire che dolore e sangue da questa accezione che la vita è adesso. Quindi, stasera i nostri giovani diranno: Dove andiamo? Andiamo a Caserta, andiamo a Napoli, andiamo a Roma… Un attimo acuminato –in questi attimi acuminati, con questi attimi acuminati, noi ci facciamo male continuamente, perché sono come coltelli appuntiti – o una confusione di sillabe, dove c’è un bla bla senza senso. Quindi, ci sono alcune definizioni negative della vita che la clausura ci rimanda: non è un semplice ora, non è un mai, non è un attimo acuminato, non è una confusione di sillabe. Allora chiediamo a Peppe: ma allora che cos’è questa vita nella voce primaria della clausura? E la risposta è: la clausura è persistente preghiera. Dice l’apostolo Paolo: Sine intermissione orate, cioè pregate senza fine, senza sosta, senza pause, insistentemente traduce la versione della CEI. Questa è la clausura: è persistente preghiera. Non pensate che le monache stanno qui a cantare vespro, lodi, a dire Rosari continuamente, giorno e notte, perché la preghiera non è la preghiera vocale. Molti pregano 500 Rosari però non sanno cosa sia la preghiera. Quando dice che la clausura è persistente preghiera non si intende dire che le persone stanno in ginocchio dalla mattina alla sera e anche durante la notte, ma che la loro vita è una invocazione perenne: anche quando stanno in refettorio, anche quando una di loro cucina, anche quando si va a raccogliere le olive sul colle, anche quando si spazza nel corridoio, anche quando… E poi anche qui, nel luogo deputato per la preghiera. La clausura è persistente preghiera.

Santa Chiara ha vissuto così, ha vissuto una preghiera continua, giorno e notte, seminando l’orto, accogliendo ma anche godendo della parte che bisognava lasciare incolta, perché vi nascessero i fiori che Dio stesso semina. La preghiera è respiro. Allora, voi venite qui a San Pasquale per respirare e non solo perché è un po’ più su di Pignataro, che comunque d’estate diventa una fornace ardente – noi a Teano siamo un tantino più su ma mi dicono che Pignataro è un forno – non salite qui solo perché è un po’ più su, siamo sul colle, c’è un po’ più di verde che speriamo nessuno venga a deturpare, ma perché qui c’è il respiro della vita che si chiama preghiera: quello che fai lo fai per Dio. A Lui i pensieri, a Lui i sentimenti, a Lui le azioni, a Lui i dolori, a Lui le parole, a Lui i silenzi, per Lui tutto ciò che sono, tutto ciò che ho. Questo significa persistente preghiera. Santa Chiara ha vissuto la clausura come persistente preghiera nelle mura di San Damiano, che è stato il suo abbraccio per una vita intera. Forse – azzardo – Francesco se fosse vissuto tutti gli anni di Chiara, non so quanto avrebbe resistito. Chiara ha resistito di più perché era nelle possibilità. Le donne sono più forti – vi riconosciamo questo dono – le donne sono tenaci; noi uomini siamo deboli, una idealità riusciamo a portarla non a lungo; le donne, invece, nel bene e nel male, sono tenaci. Quando una donna si mette in testa una cosa, io ho paura. Io ho paura per Marco, che ho appena consacrato come diacono, ho paura per fra’ Pasquale, che il mese prossimo farà la professione solenne, per i miei preti, perché se una donna si mette in testa: “Devo conquistare…”, ci arriva. Pensate, donne che mi ascoltate, se voi metteste questa vostra tenacia a servizio del bene, sareste l’esercito invincibile! Dicevo questo a proposito del perché Francesco è morto prima (per una mia lettura, ovviamente, questo è un parere terra terra): Francesco, da un lato, si è consumato; dall’altro, ha vissuto pochi decenni, perché noi maschi sull’idealità, nella tenacia, siamo piuttosto deboli. Chiara no. Chiara è rimasta per tanti decenni, anche dopo la morte di Francesco, da sola, a portare avanti questa persistente preghiera. Poi il verso più bello di questa composizione: la clausura è persistente preghiera che accende il cielo. C’è un cielo scuro, tu lo accendi e diventa luminoso; c’è un cielo senza stelle, tu lo accendi e appaiono tutte le costellazioni; c’è un cielo di luna nuova, tu lo accendi ed ecco la luna indora colli e pianure. Accende il cielo – bello questo verso. Grazie, Peppe, che dal Cielo, forse godi del fatto che il tuo Vescovo, per la festa di Santa Chiara 2015, utilizza una tua composizione.

Allora, quando avete un cielo buio,venite qui e dite: Suora, sono venuto… Mi accendete il cielo? Mi riaccendete la vita? Mi riaccendete questo amore che sta morendo? – voi sposati – Mi riaccendete questa idealità? Perché la clausura è preghiera persistente che accende il cielo. E quando il cielo si accende, riprende la speranza, uomini e donne, grandi e piccoli, guardano in alto, come nella notte di San Lorenzo, per vedere danze stellari, danze cosmiche.

Grazie, Sorelle, e grazie anche a Peppe che vi ha pensato e ha composto per voi questo piccolo breviario poetico. Ve lo riconsegno come un testamento da parte sua e come un modo di lettura della nostra vita, della vostra vita, così strana e così bella.

 

Nella voce primaria della clausura

la vita non è una semplice ora,

un mai, un attimo acuminato

o una confusione di sillabe,

la clausura è persistente preghiera

che accende il cielo.

Amen.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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