Le madri, iniziatrici al mistero del corpo e educatrici del tempo

Orazio Gentileschi

Roccamonfina, 14 agosto 2015

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

nella Vigilia della Solennità dell’Assunzione di Maria Santissima al Cielo

Santuario dei Lattani

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Saluto iniziale

Il firmamento annuncia l’opera Sua: il firmamento astronomico e il firmamento della santità. E le stelle, le più belle, non son belle al par di Te, abbiamo cantato di Maria sin dalla nostra infanzia, perché è Lei la Stella che siamo chiamati a contemplare nel firmamento della Chiesa, la Stella che ci guida nella notte, la Stella che annuncia il mattino e che prepara la venuta del Sole di giustizia. La Chiesa ci raccoglie per questa Messa vigiliare della Solennità dell’Assunzione di Maria al Cielo: in alto i nostri cuori, oltre ogni volgarità, oltre ogni prosaicità, oltre ogni peccato di cui chiediamo umilmente perdono.

 

Omelia

Possiamo tentare una lettura del Mistero dell’Assunzione di Maria a partire dal mistero della maternità. Non parlo tanto della maternità divina di Maria, quanto dell’esperienza della maternità che segna le nostre vite.

Prendo le mosse dal Vangelo, perché abbiamo ascoltato una lode alla Madre.

Quando si incontra una persona importante, bella, affascinante, il pensiero va sempre a sua madre. È nel vocabolario universale – credo – quel grido che una donna dalla folla esprime, a nome di tutte le donne: “Beata quella donna che è stata tua madre!”. Anche in napoletano noi abbiamo espressioni di questo tipo, forse un po’ in disuso, perché oggi sono anche un po’ in calo le quotazioni della maternità, ma abbiamo espressioni di “osanna” nei confronti della madre e, poi, tutto un filone letterario, una sorta di litania di beatitudine della madre e della maternità.

Anche se non tutti siamo madri, tutti abbiamo avuto una madre.

La madre ci ha iniziati alla vita e a due dimensioni molto concrete e decisive della vita: innanzi tutto quella del corpo, perché le mamme hanno una consuetudine con il corpo dei bambini unica e che viene loro dalla natura. Nessuno ha insegnato alle madri come si prende in braccio un bambino: lo sanno dalla notte dei tempi. Conosciamo, invece, l’imbarazzo dei papà a prendere in braccio i loro figli, soprattutto nei primi momenti: sono terribilmente imbarazzati, non sanno da che parte cominciare. Le mamme sì, le mamme non solo conoscono il corpo dei figli, ma sono le grandi iniziatrici al mistero del corpo. Noi sappiamo del nostro corpo grazie all’abbecedario di nostra madre: il corpo che ha fame, il corpo che ha sete, il corpo che ha freddo, che ha caldo, il bambino che fa il primo bagnetto (grande liturgia ancora oggi, grande data da segnare negli annali). Le donne sanno cosa è un corpo. Noi non lo sappiamo. Noi impariamo dalle mamme il corpo con i suoi tempi, i suoi bisogni, i suoi sogni.

Le madri sono anche le grandi educatrici del tempo, della temporalità. Anche quelle che non hanno mai sfogliato un libro di filosofia sanno insegnare ai piccoli che è ora di dormire, che è ora di svegliarsi, che è l’ora della pappa, l’ora dei compiti, l’ora del gioco… Sono le mamme che scandiscono i tempi, o li scandivano, perché oggi non c’è più la scansione dei tempi, ogni tempo è uguale all’altro e, dunque, siamo nella piattezza del tempo (il tempo vuoto). Dico questo non per osannare le donne presenti. Anche se il Vangelo non ce ne parla (le poche cose che raccontano i Vangeli dell’infanzia sono super teologizzate alla luce della Pasqua), Gesù è stato un bambino come noi ed è stato educato da Sua Madre alla fisicità, alla corporalità e al tempo.

Pensate anche all’educazione alla morte. Per caso, qualcuno di voi ha sentito questa parola dal papà? Mai! Un papà che dica “morte” mai, ma le mamme sì. Le mamme ci hanno portato per mano a dare un bacio ai nonni che dormivano, e noi, sulle punte delle scarpine o dei sandaletti, a dare questo bacio che, in fondo, era una iniziazione alla morte. Come quando ci accompagnavano al letto, ci davano il bacio della buona notte e ci rimboccavano le coperte: così ci educavano non alla fine di un giorno che cede alla sera, ma alla fine di una vita che cede alla morte. Sono loro che ci hanno detto: “Il nonno è in Cielo”. Abbiamo ascoltato dalle nostre mamme queste parole, che sono rivelative e fortemente educative al senso dell’eternità. Spero che le mamme non vengano meno a questo ruolo determinante per il senso del corpo e del tempo.

Con il passare del tempo, abbiamo visto il tempo segnare il volto delle nostre madri. Sarà accaduto anche a Gesù di leggere il tempo non sulla meridiana (allora gli orologi non c’erano), ma sul volto di Sua Madre. Per i genitori il tempo sono i figli che crescono, e per i figli il tempo sono le rughe sul volto dei genitori, in particolare sul volto della madre: rughe per nulla segno di vecchiaia, ma decorazioni, addirittura un surplus di valore.

Noi siamo stati educati – ma non faccio il cantore dei tempi andati – con la poesia di Edmondo De Amicis:

Mia madre ha sessant’anni

e più la guardo e più mi sembra bella.

 

Cosa dicono questi versi, come tanti, che raccontano lo sguardo dei figli sul volto delle madri? Questi versi, come altri, raccontano la trasfigurazione della madre, perché colei che ti ha educato al corpo, adesso ha un corpo debole. Ci sono delle mamme che si assottigliano, che diventano leggere come foglie negli ultimi anni della loro vita; forse anche Maria, mi piace pensare, avrà vissuto questa esperienza di essenzialità. Ci sembra così strano vedere le mamme rimpicciolite, mentre i figli sono giganti: com’è possibile che un gigante sia uscito dal corpo di una donna così esile, così asciutta, prosciugata, come la roccia del San Michele di cui parla il Poeta?

Sono le due stagioni della vita della madre: la madre che partorisce, che fa la maestra della vita e che insegna l’arte del vivere; e poi la madre anziana, assorbita in pochi chili, in poche parole.

Ricordo le nostre mamme di un tempo, ancora più piccole e chiuse in Chiesa, con i loro fazzoletti, che allora si portavano come segno di venerazione nei confronti della presenza di Dio.

Perché vi dico queste cose stasera? Non solo per una nostalgia, ma perché – è una via dal basso verso l’alto – se capiamo cosa è una madre, allora diventa anche più comprensibile il Mistero dell’Assunzione di Maria in Cielo in corpo e anima: perché quando abbiamo sepolto nostra madre, noi abbiamo avuto la certezza che non smetteva d’amarci.

Chi – immagino tanti fra voi, dal momento che di giovani ce ne sono pochi – abbia compiuto il gesto, solenne e decisivo, di accompagnare il corpo della propria madre al cimitero, conosce questa sensazione, a dire: è qui ma non è qui. E queste esperienze, così umane, sono delle feritoie sul Mistero della Madre del Signore, perché una mamma non può morire, perché una mamma non deve morire, perché una mamma che ha generato è entrata nella vita con un’autorevolezza che nessuno le può togliere. Le mamme non conoscono morte, potremmo dire, anche solo su un piano semplicemente umano.

Allora ammettiamo che un figlio sia il Figlio di Dio incarnato. Quello che noi sentiamo nei confronti di nostra madre, o abbiamo sentito vedendola ripiegata sotto il dolore e il peso degli anni, volete che il Figlio di Dio, che ha avuto sentimenti umani nei confronti di Sua madre, non l’abbia sentito? E – potendolo!, ovviamente Lui può – non abbia aperto un varco d’eternità immediata per la Sua mamma, per quel grembo che l’aveva accolto, un grembo fecondato da Dio, un grembo dove Dio ha cominciato ad essere uomo, ha imparato il battito nel liquido amniotico? Se io avessi potuto, nella mia piccolezza e povertà, avrei compiuto questa cosa grande per mia madre.

Gesù l’ha fatta.

Ovviamente, a questa motivazione molto umana, si aggiungono quelle che gli altri anni, in questa stessa occasione, io vi ho esplicitato: l’Assunzione di Maria null’altro è che il compimento del Mistero Pasquale nella Sua vita e nel Suo corpo; Gesù, asceso al Cielo, ha nostalgia anche del corpo di Sua Madre: Egli che ha portato il Suo corpo maschile nell’eternità, un corpo risorto, senza bisogni, ha desiderio di abbracciare il corpo di Sua Madre che lo ha abbracciato e baciato tante volte.

Noi siamo cresciuti nell’affetto delle nostre mamme, noi abbiamo come timbri sul nostro corpo, prima dell’amante, prima della fidanzata, prima della moglie, i baci di nostra madre. E anche Gesù li ha avuti. E dunque: “Padre, che sia la Madre dove sono io!”, dico stravolgendo un tantino e applicando a Maria un verso che Gesù rivolge al Padre per i Discepoli.

Ecco come fiorisce in maniera immediata, semplice e umana questa verità che la Chiesa ha insegnato da sempre e che nel 1950 ha definito come verità di fede che deve essere creduta da tutti, cioè un punto di non ritorno: Maria è assunta in Cielo in corpo e anima. E come qualche volta abbiamo sollevato il corpo fragilissimo di nostra madre, soprattutto nei suoi ultimi giorni, proprio noi che tante volte in passato, nei decenni precedenti, eravamo stati portati in braccio da lei, così Gesù viene a prendere questo corpo e lo innalza. La tomba di Maria, come quella di Gesù, rimane vuota, perché tutto è assorbito dalla luce, perché tutto è innalzato, perché tutto è nella gloria, perché tutto è già in Paradiso.

Concludo dicendo che, oltre alla canonizzazione delle mamme che, in qualche maniera, tra le righe ho tentato di fare in questi balbettamenti notturni, ne viene di conseguenza, come ho detto anche negli anni scorsi, che noi siamo cultori del corpo, affermando l’esatto contrario di quanto si crede in una maniera erronea da parte di tanti nei nostri confronti: la Chiesa che limita i corpi, la Chiesa che nasconde i corpi, la Chiesa che privilegia l’anima, la fede cristiana che è una spiritualizzazione…

Questa Solennità, come quella dell’Ascensione di Gesù al Cielo, attesta l’esatto contrario: i corpi, che sono per la gloria, vengono investiti già oggi, nell’ombra del tempo e dello spazio, di una importanza, di una solennità, di una grandiosità che va ben oltre i nostri limiti, le nostre malattie, le nostre rughe, il nostro declinare verso la sera, verso il tramonto.

La Chiesa, attraverso i Sacramenti, ha sempre un riferimento al corpo: un corpo su cui si versa l’acqua del Battesimo; un corpo da cibare, che mangia e beve il Corpo e il Sangue di Cristo; un corpo su cui disegnare un segno di croce con le parole dell’assoluzione; un corpo da ungere con il crisma nella Cresima; un corpo da unire a un altro perché sia una sola carne nel Matrimonio; un corpo da ungere nelle difficoltà della malattia; un corpo (mani e capo) da ungere, da cospargere di olio profumato per il servizio ministeriale… Sempre corpi.

E com’è che tutta questa attenzione al corpo, poi, si riduce al messaggio che siamo i nemici del corpo? Forse c’è da dire, in questa “cosificazione” della fisicità che la nostra cultura ci presenta e ci inculca, che siamo gli ultimi cultori del corpo. E se dovesse venire meno anche la voce della Chiesa, non ci sarà più dignità, né per l’uomo né per la donna: sarà tutto un contratto e un contatto senza fecondità e senza futuro.

Auguri, dunque.

Auguri alle mamme, maestre di vita, che, giovani, si occupano dei corpi e del tempo dei figli, o anziane, prosciugate negli umori della vita.

Auguri a tutti voi, che siete saliti qui, sul monte, per essere guardati da Maria e ricevere questo messaggio stasera: Tu sei fatto per il Cielo. Tu, in tutte le tue componenti. Tu, in tutte le tue dimensioni. C’è un posto per te in Cielo laddove le nostre mamme ci attendono, come ci ricorda il grande Ungaretti.

E il cuore quando d’un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d’ombra

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come una volta mi darai la mano.

 

È la madre che viene incontro al figlio e dice: Bravo, ce l’hai fatta! Sei maturato anche tu! Hai varcato anche tu le soglie della vita! Un giorno ti ho generato, ma adesso entra nella gioia del tuo Signore.

E, ancora, continua Ungaretti:

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all’eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo: Mio Dio, eccomi.

 

Scene che nella mente del poeta, che ricorda sua madre, si ricamano e si mescolano.

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Com’è bella questa conclusione! Prima la madre ha portato per mano il figlio senza guardarlo. Non poteva guardarlo, perché il figlio era ancora peccatore, perché il figlio non era entrato ancora nella luce, perché il figlio sarebbe restato abbagliato dallo sguardo di sua madre gloriosa. Questo stare decisa davanti all’Eterno come una statua è il ruolo dell’intercessione delle mamme, della Madre del Signore innanzi tutto, ma anche delle nostre che pregano per noi: Fa’ che non si perda… Fa’ che non si perda stanotte… Fa’ che non si perda per strada… Mi raccomando – ci dicevano le nostre mamme – torna presto! Prima che faccia sera…

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro.

 

Questo per i poeti. Per Gesù è stato l’inverso: non è stata la Madre ad accogliere Lui, come sarà per noi, come per tutti i mortali. È stato Lui ad accogliere la Madre e a dirle: Finalmente sei arrivata anche tu! Finalmente sei maturata anche tu! Finalmente anche per te sono arrivati gli angeli ad aprire il tuo sepolcro per portarti in alto!

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Ricordiamo le nostre mamme stasera, quelle defunte, beninteso: è un ricordo dolcissimo e non un’aggiunta spuria alla teologia dell’Assunzione di Maria al Cielo.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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