L’inizio della nostra storia

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Teano, 5 agosto 2015

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

Chiesa Cattedrale

Solennità di San Paride, Patrono della Diocesi di Teano-Calvi

Ammissione agli Ordini Sacri di Marcello, Pino, Raffaele e Robertino

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Saluto iniziale

Carissimi fratelli e sorelle, la fede è sempre incarnata, non è mai solo un’idea, non è neanche una proposizione di fede, ma è sempre la fede di qualcuno e in qualcuno: è sempre incarnata, è sempre storicizzata, è sempre situata. Noi cristiani siamo i “banditori” e gli “sventolatori” del Dio incarnato. L’incarnazione non si conclude con i giorni e le opere di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio, il Salvatore Crocifisso e Risorto, come abbiamo cantato, ma continua nell’incarnazione della fede nelle persone, nelle comunità. Oggi, nella Solennità di San Paride, la nostra Chiesa diocesana si riconosce nella fede di Paride, nella sua adesione a Gesù Crocifisso.

Andiamo con nostalgia, ma anche sapendo che quei giorni non sono alle spalle ma davanti a noi, con profezia, alle parole, agli sguardi, ai silenzi di un Pastore del IV secolo che è all’origine della fede della nostra Chiesa diocesana, o “restauratore” di una fede decadente, di una fede accomodata, salottiera. C’è sempre questa tentazione.

In questa Festa, quest’anno, c’è un motivo ulteriore di gioia, ed è l’iscrizione di quattro dei nostri seminaristi nell’albo di coloro che si avviano verso il Diaconato e il Presbiterato, perché c’è una storia che continua, e in essi, in Robertino, in Raffaele, in Pino e in Marcello, noi guardiamo il futuro della nostra Chiesa. Li incoraggiamo con il nostro affetto e con la nostra preghiera.

Ci disponiamo a celebrare i santi Misteri con riconoscenza, confessando i nostri peccati, fiduciosi d’essere accolti e perdonati.

 

Omelia

Quando entrate in una città …, dice Gesù nell’inviare i discepoli a due a due.

Nel IV secolo c’era un pellegrino proveniente dalla Grecia, diretto probabilmente a Roma per venerare le tombe degli apostoli. Allora non c’erano indicazioni, forse pietre miliari lungo l’Appia, lungo la Casilina. Qualcuno dovette dire al giovane Paride: Fermiamoci qui, fermiamoci in questa città dei sidicini, facciamo sosta per una giornata, sei stanco (Che troppo stanco sono e troppo stanca sei… Ma questa è una poesia di Natale!)…

E forse così è cominciata la nostra storia che, come dice la Colletta del Proprio di questa Solennità, che i preti hanno ricevuto adesso e quindi possono celebrare d’ora in poi il 5 agosto: O Dio, che nella tua provvidenza hai unito per sempre la vita e il nome di Paride alla nostra città e alla nostra Diocesi…E nel Vangelo: Quando entrate in una città

Carissimi, nella Liturgia della Parola di questa Solennità, c’è un dinamismo, un andare, un non accontentarsi, un mettersi in viaggio. Si mette in viaggio il primo pellegrino, padre della fede, Abramo, e dietro di lui si mettono in viaggio tanti. La fede è questo: è un viaggio per tutti. Ci mettiamo in viaggio dal giorno della nostra nascita, ci mettiamo in viaggio dal giorno del nostro Battesimo. La sofferenza dei parroci è vedere comunità statiche, standardizzate, che non si muovono se non per le feste patronali e per le mille processioni che però non dicono dinamismo della fede. La sofferenza dei preti è vedere persone che vogliono fermarsi, che dicono “dacci il certificato”, che vogliono timbri, non biglietti ferroviari, aerei, non tracce per un cammino, non vogliono scomodarsi. Voi – non mi riferisco a voi qui presenti, beninteso – volete una fede comoda, ma la fede è dinamica ed è difficile, perché la fede innesca meccanismi, unisce vie. Paride per noi è il grande ponte con le Chiese della Grecia, fondate da Paolo, e lui si è fatto ponte tra noi e quelle Chiese, tra noi e Gesù. Un ponte unisce, ma per unire deve mettersi in viaggio: è viaggio esso stesso.

Da questa Solennità di san Paride del 2015 mi aspetto – e lo chiedo al Signore per intercessione del Santo Patrono – una rinnovata dinamicità delle nostre parrocchie e dell’intera nostra Chiesa diocesana, che riconosce in Paride un padre della fede, un pater patriae, uno che non è indifferente nella nostra storia e nella storia del nostro credere in Gesù Cristo.

La fede è sempre una fede situata, dicevo all’inizio, una fede incarnata, una fede gettata, direbbero i filosofi del ‘900, una fede che ha volti, che ha nomi di strade, di città, di persone, ha timbri di voce; una fede che non è intercambiabile, che parte da Gesù e attraverso mille rigagnoli giunge dovunque a irrorare, a rendere questa messe piccola una messe grande, dove speriamo ci siano anche tanti operai. Per noi di Teano-Calvi la fede ha il volto di Paride, ininterrottamente (questo è importante dal punto di vista storico): intorno al corpo di san Paride, venerato in questa Cattedrale, si è svolto un culto. A noi non interessa tanto sul piano devozionale – ne è quella solo una conseguenza – ma sul un piano identitario, cioè la fede da noi passa attraverso uno snodo, e questo snodo si chiama san Paride, che entrò per caso in questa città pagana, dicevo ieri, e pagana anche oggi, che aspetta discepoli di san Paride pronti a evangelizzarla, ma anche a rendersi conto che questa come altre città, altri paesi, settanta minuscole parrocchie sparse per monti e per colli, è malata.

Gesù entrò nella casa di Simone e la suocera di Simone era a letto con la febbre: gli parlarono di lei. Quando Paride è entrato nella Teano antica, nella Teano romana avrà visto templi, forse sarà rimasto abbagliato come Paolo ad Atene dal teatro, di cui ci sono ancora vestigia, dalle piazze, dalle statue; poi basta starci un po’ in una casa per sentire che non tutto va bene: basta entrare in una famiglia, e non per un aperitivo, per rendersi conto che ci sono dei drammi, ci sono dei dolori, a volte delle tragedie. E questa città, rinomata per la sua storia e per i suoi edifici, per le sue istituzioni, aveva un cancro e questo cancro la tradizione ce lo ha consegnato in un linguaggio simbolico con un drago, che ruba le energie migliori, a cui pagare il pizzo, un drago che ti strangola, un drago che ti toglie il sangue dalle vene, che uccide le energie migliori. Tranquillina, che come ho detto gli altri anni, tanto tranquilla non doveva essere, era la vittima designata per il signore del tempo (forse), con il diritto della prima notte o per altro, e stava per essere offerta al drago, così “il drago ci fa stare tranquilli”, “così il drago ci permette i nostri traffici”, “così il drago non viene a romperci le uova nel paniere”… È questo il modo, carissimi, con cui da sempre l’uomo ragiona: cerca di entrare in dialogo col male, cerca alleanze, cerca di pagare anche cifre esorbitanti pur d’essere lasciato in pace. È questo il messaggio che è a fondo di un racconto che la Tradizione (con la T maiuscola) ci ha consegnato sull’ingresso di Paride nell’antica Teano con la liberazione dal drago.

Quanti draghi oggi! Ma tu, genitore, dormi sogni tranquilli! Non aspetti più tuo figlio quando torna il sabato sera: sei rassegnato! Adesso si vive così – dicono i genitori, pagando il loro tributo al drago – purché mio figlio non dia problemi, purché non ci siano difficoltà con la legge, purché…

È un modo per venire a patti. Il Vangelo no: il Vangelo è eversivo, il Vangelo non è per la pace, è per la guerra, il Vangelo non fa trattati, non fa concordati con il drago. In effetti, questa offerta di Tranquillina e dei giovani che, di volta in volta, venivano immolati per il bene della città, era un modo di stabilire un concordato: concordiamo! La fede, carissimi, e vorrei che lo capiste in particolare voi giovani, non accetta concordati: la fede è guerra aperta, innanzitutto dentro di noi, perché il drago prima che fuori sta dentro di me, dentro di te. Il drago ti succhia il sangue. Tu mangi, ma il verme solitario (c’è un termine tecnico che vi risparmio, Taenia solium) si prende quello che tu mangi, e quello che mangi se lo mangia il verme, e quello che tu produci lo prende la camorra, e quello che tu sogni te lo svergina il drago…

La fede non ci fa abbassare la guardia. La Solennità di san Paride, rispetto a questo vangelo di Paride che si presenta, che convince Tranquillina ad essere tranquilla, a sposarsi, a vivere la sua vita senza dover pagare un contributo al male, ci scomoda: scomoda me, vostro Vescovo, scomoda i preti, scomoda quanti hanno a cuore la fede e hanno a cuore l’uomo, perché se entriamo in una casa, come ci ha detto Gesù nel Vangelo, se entriamo in una città, non possiamo disinteressarci, non possiamo far finta che vada tutto bene, non possiamo non sapere quello che succede la notte, non possiamo non vedere quello che scorre nelle fogne! E tutto questo è il male, è l’impero del male, ieri come oggi!

 

Paride è un rivoluzionario. Paride viene a togliere la pace a Teano, a strappare il concordato, a dire che i teanesi non debbono più sottostare, alza una bandiera di guerra, sguaina la spada, suona la tromba per arruolare dei soldati… Invece le nostre zone sono divorate dalla noia, come dice la canzone Che sarà: Paese mio che stai sulla collina, disteso come un vecchio addormentato, la noia, il niente son la tua malattia… Questa la foto di tante parrocchie, di tante piccole realtà della nostra Diocesi e dell’intera nostra Diocesi. La noia e il niente son la tua malattia, perché “il niente” è il drago del nichilismo: non esiste niente! È una polvere che si insinua e ti toglie la gioia di credere, la gioia di sognare cose grandi, la gioia di sperare lanciando te oltre te, oltre le tue possibilità! Avrà avuto paura Paride? Certo, come ne abbiamo noi! Ma la paura non l’ha fermato! Avrà avuto dei bravi consiglieri che gli avranno detto: Ma lascia stare, lascia che il mondo vada per la sua strada, è andata sempre così, si è fatto sempre così!

Avrà avuto tanti che gli avranno detto: Ma così ti bruci!Così finirai tu stesso vittima del drago, o vittima dei teanesi!Questo ci attesta la storia d’altra parte: colui che ha liberato diventa un nemico, perché toglie la pace, perché ha rotto l’equilibrio del male, perché riporta in una situazione di squilibrio. E quindi i teanesi si oppongono al liberatore, come accade anche a chi si ponga a capo di una rivolta.

Vengo a voi quattro – a te, Marcello, a te, Pino, a te, Raffaele, a te, Robertino – che vivete il Rito di Ammissione nella Festa di san Paride, davanti al vostro presbiterio al completo (nella nostra piccola Diocesi avvengono questi miracoli: che in certi momenti ci sono tutti, ci siamo tutti ed è bello!), e dite il vostro primo pubblico “sì”. In fondo, è questo, vi sembrerà poco ma è tanto, perché la vita, nelle sue grandi imprese, parte da un piccolo sì. Mi rivolgo a voi che vi fidanzate ufficialmente (è questo il Rito di Ammissione, un fidanzamento ufficiale): il Vescovo vi conosce già da anni e così anche molti dei nostri preti e così anche i Seminari, dove siete già in cammino da due, tre anni; ma a un certo punto, nella sua pedagogia, la Chiesa prevede questo rito, che è quasi a metà cammino, quando si sono un po’ “sbozzate” le statue dei preti che sarete. Allora, come se scrivessimo in un libro di quelli che sono in attesa, di quelli che bussano, di quelli che vogliono entrare, di quelli che chiedono di essere ordinati, vi iscriviamo nel libro dei candidati per il Sacramento dell’Ordine, del Diaconato e del Presbiterato. Che significa per voi questo? Significa “basta con i giochi”, significa “basta col drago”, significa “cominciamo a fare sul serio”. Non che abbiate giocato di rimando o in difesa in questi anni in cui il Vescovo e i vostri formatori vi hanno accompagnato, ma adesso si fa sul serio, adesso siete pronti a perdere la faccia, tant’è che, davanti alla Cattedrale colma di presenze, voi venite fotografati col cuore da parte di ciascuno che vi guarda e vi invidia, forse, di altri che ritengono il vostro gesto follia, pura follia, come molti ritennero la ribellione di Paride una follia.

Il vostro Vescovo, oggi, vi ricorda che i presbitèri non sono intercambiabili, cioè voi bussate e chiedete d’essere ordinati in questa Chiesa, non in un’altra. Certamente c’è la Chiesa universale, staranno pensando i preti, ma che forse la Chiesa di Teano-Calvi non è diversa dalla Chiesa di Napoli, dalla Chiesa di Salerno, dalla Chiesa di Aversa?

La fede è situata, questo vale anche per voi, cioè voi dovete sposare questo presbiterio. In questo presbiterio sarete diaconi e presbiteri, in questa terra, con i problemi che già conoscete bene e con i quali avrete ancora più familiarità in seguito, perché qui c’è Paride: oggi per gli altri è il 5 agosto, per Alife è san Sisto, per noi è san Paride (purtroppo ancora per troppi pochi credenti della nostra Diocesi, ma anche di Teano!)… Non si tratta di un calendario e di una data: si tratta di un timbro, si tratta di un volto, si tratta di un taglio, si tratta di una sfumatura, si tratta di una storia! E voi dovete amare questa Chiesa fin da adesso, con le sue luci e le sue ombre, con la sua santità e la sua depravazione, con i problemi che già intravvedete e altri che conoscerete in seguito. Magari, vi sembrerò un po’ spoetizzante, ma non è questo il mio intento: è dire che una Chiesa ha un volto, ha una storia. La storia di una Chiesa locale è un “luogo teologico” (spero che qualcuno ve l’abbia insegnato da qualche parte o ve lo insegnerà, nei vostri corsi e ricorsi accademici). È un luogo teologico anche la Chiesa locale, è un luogo teologico anche la storia di una Chiesa locale, è un luogo teologico anche il Santo Protettore di una Chiesa, il santo fondatore di una Chiesa. Dire che è un luogo teologico, significa dire che Dio si rivela lì, cioè per voi Dio si rivela con il volto di san Paride, con questa lotta col drago, con questa voglia di non accontentarvi. Dio si rivela anche nel volto – purtroppo per voi – del vostro Vescovo, indegnissimo successore di san Paride, ma per Provvidenza a questo posto, su questa Cattedra, si rivela attraverso i vostri preti, i vostri parroci, le mille beghe che tolgono ossigeno alle nostre parrocchie.

Quindi, mentre ci formiamo come preti per la Chiesa universale, abbiamo attenzione a collocarci, a radicarci, a situarci. Che significa? Che l’inno di san Paride bisogna conoscerlo! Per dire una cosa banale, ma che tanto banale non è.

Il Vescovo è contento di accogliere questo vostro primo sì, è contento di scrivere il vostro nome in questo libro d’oro ma anche macchiato di sangue, che è il libro dei candidati all’Ordine sacro. È contento che per quella messe che Gesù ha visto enorme e di cui nella Sua umanità ha considerato l’aspetto impari – la messe è molta ma gli operai sono pochi – voi, insieme ad altri, veniate a dire: C’è qualcosa da fare per questa Chiesa? C’è un posto da occupare? C’è ancora qualche sacerdote anziano che ha bisogno d’essere sostenuto? C’è ancora qualcuno che è vittima di un drago? Eccomi!

Il vostro “eccomi” – è il primo che dite ufficialmente, poi ci sarà quello del Lettorato, poi quello dell’Accolitato, poi quello del Diaconato, poi quello del Presbiterato – spero sciolga (adesso questo è un messaggio in codice) qualche riserva che ancora rimane nel cuore di qualcuno dei presenti, che certamente è chiamato ma che ha paura… Anche Paride ne aveva, anche loro quattro, che pure hanno fatto ferro e fuoco in questo anno (mi riferisco ai tre di Posillipo) per arrivare a questo giorno! Sono esplose le paure… Com’è normale! Una cosa è bella, quando la vediamo da lontano, anche per voi che vi sposate, ma quando si stabilisce una data, vengono su tutti i draghi a toglierci il sonno, a dirci “sei uno stupido”, a dirci “sei un folle”, a dirci “dove vai? Ma ti sei guardato allo specchio?”… Sguainate la spada, perché ci sono tanti draghi cui mozzare la testa.

La nostra Chiesa aspetta da voi un impeto di giovinezza, e in voi vede il futuro della messe, della Chiesa di Teano-Calvi, che s’affaccia, attraverso le vostre giovinezze, su quello che sarà tra dieci anni, tra cinquant’anni, quando voi ci sarete e noi no, e dice: Ci sarà pane anche domani, anche domani ci sarà Paride, un Paride qualsiasi (anche se non porta questo nome) che si pone, si interpone tra il drago e una ragazza che sta per essere offerta al potente di turno, il drago. Auguri!

I quattro sono seduti accanto alle loro famiglie, anche loro in trepidazione, e questo andirivieni, questo andare dalla famiglia al presbiterio lo vivremo parecchie volte nel prosieguo del cammino dei quattro e degli altri candidati, fino all’ultimo definitivo taglio il giorno dell’Ordinazione presbiterale, quando salirete questi scalini per dire: Ciao, mamma! Ciao, papà! È stato bello, grazie. Sono quello che sono grazie a voi. Ma adesso la mia famiglia è quella che mi chiama: è il presbiterio della Chiesa di Teano-Calvi.

Viviamo così questo primo passo.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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