Non è bene che l’uomo sia solo

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Teano, 4 ottobre 2015

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

Solennità di San Francesco d’Assisi

Convento Sant’Antonio

***

 

Saluto iniziale

A differenza delle grandi folle di Sant’Antonio, voi siete gli eletti, cioè quelli che riconoscono nel Santo di Padova la radice, la fonte: Francesco. A volte esaltiamo i figli e dimentichiamo i genitori, i nonni, quelli da cui gli altri sono partiti, da cui hanno ricevuto la vita.

Nella Solennità di San Francesco, vogliamo ringraziare il Signore, in casa francescana, per il “perdutamente” dell’innamorarsi di Francesco per Madonna Povertà, per la Madonna degli Angeli, per il Crocifisso di San Damiano, per la bellezza della Chiesa che storicamente non viveva un ottimo momento (come ora, d’altra parte).

Ci disponiamo a celebrare questi Misteri, che sono stati l’anima, il sostegno, la forza di Francesco nei giorni della sua vita.

Chiediamo al Signore la grazia del perdono per poter entrare nel Cuore trafitto del Redentore.

 

Omelia

Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita, abbiamo cantato a intercalare il Salmo 127, che è tra i più concreti del Salterio.

Ci benedica Dio tutti giorni della nostra vita, avrà chiesto anche Francesco.

 

La benedizione di Dio rallegra la vita dell’uomo, breve o lunga che sia. La bellezza di una esistenza non è nella lunghezza dei giorni, ma nella qualità della vita.

Francesco ha vissuto una vita breve e intensa; noi, invece, rischiamo di vivere una vita lunga e scialba.

Chiediamo la benedizione di Dio con lo stesso vigore, con la stessa forza, con lo stesso amore con cui Francesco l’ha chiesta per sé.

 

Com’è questa vita secondo il Salmo 127? (Tra l’altro, è il Salmo Responsoriale di oggi, una liturgia tutta nuziale, in felicissima concomitanza con i primi passi del Sinodo sulla famiglia)

È una vita dove il Signore benedice attraverso segni concreti: la moglie e i figli.

 

La tua sposa come vite feconda

nell’intimità della tua casa;

i tuoi figli come virgulti d’ulivo

intorno alla tua mensa.

Così sarà benedetto l’uomo

che teme il Signore.

 

Quando nel Salterio mi imbatto in questo Salmo, mi chiedo sempre come voi frati, i preti, le suore e quelli che non sono sposati guardano e pregano queste parole.

È la benedizione del Signore, che si fa concreta nello scorrere dei giorni sul telaio della sposa, che è come una “vite feconda nell’intimità della casa”, cioè una donna piena di possibilità, di energie, di potenzialità.

Fino a cinquant’anni fa, quelli che intagliavano le spalliere dei letti nuziali o il guardaroba della stanza da letto per degli sposi, utilizzavano l’elemento decorativo della vite, eco probabilmente di questo Salmo, perché la vite germina, ha una sua eternità nel tempo, pampina, germina i pampini. Poi c’è l’immagine sui figli, raccolti come polloni d’olivo intorno alla mensa. Il padre, che riceve la benedizione a Gerusalemme, torna con queste parole rassicuranti sulla sua famiglia, sulla sua casa, sul suo non essere solo.

 

Ho chiesto prima ai frati come loro pregano questo Salmo, perché immagino i miei preti, e me stesso, e i seminaristi e tutti i consacrati alle prese con questi versetti con negli occhi una sorta di “nostalgia” …

Noi abbiamo nostalgia di ciò che non siamo, di ciò che non abbiamo, di ciò che dolcemente siamo condannati a non avere. Anche Francesco avrà pregato il Salmo 127 con questa nostalgia negli occhi e nel cuore. Ma è una vera nostalgia? Siamo veramente privi della gioia della vite che si estende, che germina nell’intimità? Siamo veramente orfani di figli che non abbiamo generato?

Ovviamente la mia risposta è no, anche se bisogna fare uno sforzo per capire come questo Salmo nuziale sia il Salmo di ogni uomo, di ogni donna, qualsiasi sia la sua vocazione, tanto più per voi che siete sposati e che forse non avete occhi così poetici come il salmista per pensare così a vostra moglie e ai vostri figli.

 

Non è bene che l’uomo sia solo. In fondo, le immagini di benedizione del Salmo 127 null’altro sono che l’esplicitazione di quanto è scritto sul frontespizio della Bibbia. Siamo alle prime battute nel testo di Genesi, ascoltato nella Prima Lettura, su cui vorrei fermarmi con voi questa sera.

 

Non è bene che l’uomo sia solo, guai ai soli. Non c’è vocazione che si accompagni alla solitudine – meglio – all’isolamento, perché l’isolamento è una maledizione. Cos’è l’inferno, cosa sarà l’inferno se non un isolamento completo da sé, dagli altri, dal Creato, da Dio, dai Santi?

 

Non è bene che l’uomo sia solo. Ovviamente qui è l’uomo non ancora differenziato, perché questa espressione è detta prima che sia creata la donna.

Prima che sia creata la donna, Adamo non è un maschio: è אָדָם (Adamà) – dice il testo ebraico – cioè “tratto dalla terra”, è un’umanità non ancora differenziata, non ancora bipartita, non ancora polarizzata.

 

Com’è bello che la Bibbia sia umana, carissimi! E, come altre volte vi ho detto, diffidate di presentazioni della fede cristiana che non siano aderenti all’umanità.

L’umanità è voglia di comunione, è voglia di dirsi, di raccontarsi, di ascoltare, di incontrarsi … L’umanità è desiderio di stringersi, di stringerci con altri, di essere come la vite che si avviluppa intorno ai rami che sono stati posti dal contadino a sostegno.

 

Non è bene che l’uomo sia solo, perché non è bene che Dio sia solo!

 

Dio è solo? Dio è isolato?

 

Sappiamo, per la nostra fede, così come Gesù ce l’ha annunciata, che Dio è Trinità, cioè è comunione, ma Dio non risolve totalmente la Sua comunione al Suo interno: la Creazione è un effetto dell’esuberanza della vitalità di Dio, ed è la voglia di comunione. Dio crea per comunicarsi. Le cose esistono e noi esistiamo perché Dio vuole comunicarsi a noi e, attraverso di noi, agli altri!

Quindi l’iscrizione “non è bene che l’uomo sia solo” è un grande motivo di sinfonia: di sinfonia della fede, di sinfonia della storia. Noi non vogliamo uomini e donne divisi, ma la Chiesa è ἐκκλησία (Ekklēsía), cioè riunione, di cui noi ora stiamo vivendo la massima espressione che è la celebrazione dell’Eucaristia presieduta dal Vescovo con i presbiteri, i diaconi, i laici, i consacrati. L’Ekklēsía è “non è bene che l’uomo sia solo”, cioè non puoi essere Chiesa da solo, non puoi vivere isolatamente, privatamente, privatisticamente la tua fede, tu hai bisogno degli altri, tu hai bisogno del Vescovo e il Vescovo ha bisogno di te, tu hai bisogno dei presbiteri, i presbiteri hanno bisogno di una comunità, i frati hanno bisogno di una comunità religiosa … Abbiamo bisogno degli altri perché “non è bene che l’uomo sia solo”.

 

Questo grande tema della sinfonia della vita ha trovato un’eco meravigliosa nella vita di Francesco d’Assisi, che ha cercato, come Adamo nel racconto di Genesi, un po’ a tentoni, un aiuto che gli fosse simile, cioè uno che gli fosse di fronte, un’alterità, un altro. L’ha cercato nelle feste, l’ha cercato nelle donne, negli occhi delle donne d’Assisi …, tentativi che si concludevano, come a volte anche nella nostra esperienza, con una sorta di insoddisfazione.

 

Nella mia vita ho tentato più volte di aiutare i giovani a leggere la loro insoddisfazione, che è un grande vettore, una grande strada: perché non sei contento?, perché dopo una festa, dopo un incontro, dopo che ti sei ubriacato – cosa che adesso i nostri giovani fanno ad ogni festa – ti rimane ancora una tristezza? Perché?

Fu così per Francesco, fino all’incontro con il Crocifisso. Mentre stava andando in Puglia (lo raccontavo a uno di voi appena mezz’ora fa), per una spedizione dove sarebbe diventato cavaliere e raccogliere la gloria sui campi di battaglia, si sente dire: “Francesco, chi ti può aiutare di più? Il Re o il suo scudiero? Il Padrone o il servo?”. “Il Re! Il Padrone!”. “E perché stai a inseguire lo scudiero? Perché perdi tanto tempo col servo?”.

Questa cosa dovrebbe inchiodare tutti noi.

Perché perdi tanto tempo in cose inutili, mentre c’è un’urgenza nell’aderire a Dio Re, a Dio Padrone, a Dio Signore, che ti ha dato la vita e ti ha messo nel cuore questa esigenza smodata di alterità, degli altri? Anche voi sposati (spero di non dirvi nulla di nuovo, l’avrete sperimentato tante volte), a distanza di tanti anni dal Matrimonio dite: Sì, sono contento, ma mia moglie non è tutte le donne che cercavo! Mio marito è bravo, è fedele, ma non riassume quell’ideale di mascolinità, di virilità che io cercavo!

È una conclusione che, detta così, sembra drammatica; in realtà, è un’apertura sull’infinito, un’apertura su Dio. Anche tu che ti sposi, che concretamente ricevi la benedizione, ascoltata nel Salmo 127, della sposa “come vite feconda nell’intimità della tua casa” e dei figli “come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa”, anche tu che vai in cerca di risolvere la tua solitudine nell’incontro con l’altro, devi percepire che, attraverso tua moglie o tuo marito, e attraverso i tuoi figli, tu ti affacci su un desiderio più grande: il desiderio di Dio.

Questa pagina di Genesi si è realizzata nella vita di Francesco che guarda il Crocifisso di San Damiano. Qualcuno di voi dirà che è una forzatura, una spiritualizzazione. In realtà, i crocifissi antichi sono nudi; se guardate il meraviglioso Crocifisso medievale della nostra Cattedrale, c’è un piccolo velo che fa intravvedere una nudità.

E perché i crocifissi medievali, come quello che Francesco contemplò, erano nudi? Perché era Adamo nel giardino di Eden. E Adamo dev’essere ferito perché nasca altro, perché nasca l’altra. Ma, mentre nasce l’altra, nasce anche il sé, cioè mentre nasce la donna, nasce anche il maschio. Non c’è il maschio e poi dalla costola si fa la donna: c’è l’umanità da cui si estrae una costola; un simbolo, ovviamente, che dice “mancanza” in Adamo, ma questa mancanza lo fa maschio. Quella costola diventa l’elemento simbolico di una cosa che prima era dentro e adesso è fuori, e bisogna cercarla.

 

I Padri della Chiesa hanno ricamato molto su questo testo, indicando in Adamo il Cristo sulla Croce, addormentato nella morte.

Dio fece scendere un torpore sull’uomo che si addormentò. L’elemento del sonno – dice un grande commentatore protestante di Genesi – dice “mistero”. Adamo deve subire questo intervento, deve partorire con un taglio cesareo la sua donna, l’altra, l’alterità, ma non può assistere all’intervento e viene anestetizzato, si addormenta, perché la vita è un mistero, perché la nascita dell’uomo e della donna è un mistero, perché nel mistero si ritroveranno.

 

Come dall’Adamo addormentato Dio Creatore forma Eva, così dall’Adamo Cristo addormentato sulla croce è formata la Chiesa: dal Suo fianco squarciato.

Quindi la Chiesa nasce da una morte, nasce da un sacrificio, nasce da un atto oblativo, nasce dall’amore di chi ha dato la vita. E non c’è amore più grande di questo – dice Gesù – di chi dà la vita per i suoi amici.

 

Quindi, contemplando il Crocifisso di San Damiano, Francesco ha visto nascere la donna che egli inutilmente ha cercato in tutte le donne (forse anche negli occhi di Chiara di Assisi), la donna finalmente bella, la donna che costituirà il tu che lenirà la sua solitudine, perché non è bene che l’uomo sia solo.

 

Quali sono i figli di Francesco, dal momento che egli assiste a questo spettacolo nuziale davanti al Crocifisso di San Damiano?

Sono i suoi frati. Poi – dice Francesco nel suo Testamento – il Signore mi diede dei frati.

Erano dei frati o dei figli?

I frati, come frate Leone, nella loro semplicità, dedizione e affetto, si rivolgevano a lui chiamandolo “Padre”.

 

La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa: è la Chiesa nata dal costato aperto del Redentore.

I tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa: sono i frati che Francesco riceve da Dio come segno di questa fecondità, di una vita nuova che egli  ha originato (inconsapevolmente!). Tutte le cose grandi nascono per caso, cioè non c’è una scelta, non c’è “adesso faccio questo, poi faccio …”, no! I grandi artisti, i grandi scienziati, i grandi santi, si vedono scoppiare la vita in mano, vedono un progetto che va facendosi e che inizialmente neanche conoscevano. Così è accaduto per Francesco, così accade per la Chiesa, Madre di tanti figli.

Questi frati adesso si chiamano fra Giuseppe, fra Nicola, fra Gennaro … e anche loro sono figli di quell’amore, figli di quella solitudine finalmente appagata, figli di quella passione, perché senza passione nessun Matrimonio accade, ma anche nessuna vita consacrata può essere portata avanti.

 

I grandi – permettetemi l’espressione – sono stati grandi passionali! Pensate a Teresa d’Avila … è impossibile pensarla senza intuirne una femminilità dirompente, una passionalità. Così anche Francesco: se non fosse stato un passionale, non avrebbe avuto tanti figli. “Dal tuo seme una foresta” diceva il musical “Forza, venite, gente!” e, dopo tanti secoli, vediamo una foresta amazzonica: sono le famiglie francescane, tantissime nelle variegate diramazioni. Come sono nate? Dove sono originate? Da quale matrimonio? Da quale abbraccio?

 

E vengo al canto con l’espressione dantesca con cui abbiamo iniziato: Ma lui perdutamente si innamorò di Madonna Povertà. È la povertà vissuta da Gesù e poi portata avanti dalla Sua sposa, la donna estratta dal Suo fianco, che è la Chiesa.

Francesco è stato innamorato di Gesù e della Chiesa “in tempi difficili”. Adesso, magari, ci scandalizziamo per un monsignore romano che fa delle dichiarazioni sulla sua vita privata … Ma Francesco riderà di queste cose, perché quello che succedeva ai suoi tempi era di gran lunga peggiore! Quindi state tranquilli: da quel fianco è nata una sposa e noi non riusciremo a demolire quel Matrimonio! Anche se ci impegniamo tutti – e ci impegniamo molto! – a separare Cristo dalla Chiesa e la Chiesa da Cristo, con le nostre scelte, con le nostre devianze, non ci riusciremo!

Ma lui perdutamente si innamorò e da quell’amore è nata una grande tradizione, perché non c’è amore che non sia fecondo.

 

Ci sono figli che bussano e che vorrebbero genitori pronti ad adottarli, ad assumerli. Francesco non ha fatto opera di limitazione, non ha stabilito una pianificazione delle nascite, tant’è che, dopo tanti secoli, ancora vanno in giro i suoi spermatozoi nelle vene della Chiesa! Non è bello? Non è molto umano? Non è quello che nel piccolo facciamo anche noi?

E com’è che a noi vengono così male le cose? Mi verrebbe da dire sorridendo …

Forse un po’ d’amore in più, un pizzico di passione in più in quello che siamo, in quello che facciamo, certamente potrà produrre una moglie più bella e figli più numerosi intorno alla nostra mensa.

Amen.

***

 

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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