Essere è essere stati

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Pietravairano, 23 novembre 2015

Presentazione del libro “Padre Agostino da Limosano” di Renato Cifonelli

Intervento di S. E. Mons. Arturo Aiello

Chiesa del Monastero S. Maria della Vigna e degli Angeli

 

Il Vescovo è riconoscente per il libro, per la ricerca, per la pubblicazione. Quindi grazie a tutti coloro che si sono fatti promotori di questa iniziativa. Il nostro territorio è pietroso, come indica il nome di varie località, ma è vivace e lo sarà ancora in futuro nella misura in cui terrà contatti con il passato.

C’è una parola che è ricorsa tante volte sulla bocca dei relatori questa sera: “storia”. Ultimamente è un termine imbattuto, ma vitale per l’uomo. “La storia siamo noi” è il titolo del programma e anche di una canzone del grande cantautore Francesco De Gregori, a dire che ci riguarda, anche quando non ne abbiamo conoscenza, nel senso che l’ultimo bambino nato qui, inconsapevolmente è debitore di quanti hanno dimorato, vissuto, respirato in questo paese oggi, ieri, l’altro ieri, un secolo fa, nei secoli dei secoli scorsi.

Il collegamento vitale per qualsiasi progettualità è espresso in una maniera sintetica ma efficace nello slogan “Radici e ali”. Noi abbiamo bisogno di radici e di ali: le radici sono la storia, i genitori, i nonni, i bisnonni, nonostante la difficoltà che oggi i giovani hanno a rapportarsi con quanto accaduto in precedenza; le ali sono la possibilità di essere e di fare altro. Le ali si radicano nella storia, senza radici non ci sono ali, per cui l’iniziativa di questa sera ci porta a radicarci di più in questo territorio, in ciò che è accaduto, per poter guardare avanti.

La difficoltà di voler progettare senza storia non è solo dei giovani, fa parte purtroppo della cultura frammentaria nella quale ci troviamo. Giustamente, il nostro “giovanissimo” studioso (“giovanissimo” perché bisogna avere un cuore giovane per poter affrontare certe ricerche) ci ha parlato di “fonti”, che è un termine che si va perdendo. Sulla fonte, poi, si basano storie e storiografie.

La storiografia è l’interpretazione della storia, e noi spesso abbiamo respirato storiografia (mi riferisco anche all’Unità d’Italia, alle vicende ottocentesche, ai moti carbonari …). Pensate molto velocemente a cosa noi abbiamo appreso della storia romana alle elementari sul sussidiario: quella è storiografia, nel senso che è un modo di leggere gli eventi con la lente più o meno distorta …

Questo libretto, che ho toccato veramente con grande devozione, è una fonte, come ci ha detto da esperto il Professor Cifonelli, cioè è un dato. Poi su questo dato si può argomentare, si possono fare tagli, offrire chiavi di lettura, però questa è una fonte, e la fonte è un fondamento su cui ciascuno, poi, può argomentare.

Adesso quasi nessuno, particolarmente oggi con l’ausilio di Google, va a vedere se una notizia è autentica, se una citazione è precisa. Lo stesso motore di ricerca (come sapete non sono un esperto) tiene presente semplicemente da un punto di vista tecnico quante volte una citazione sia fatta, ma non va a dire se è esatta. Se questa sera ci mettiamo d’accordo in cinquanta a fare una citazione sbagliata, Google la registrerà e la trasmetterà in questa maniera: grandissima responsabilità, ma anche grandissimo errore!

Quindi poter respirare la storia stasera, attraverso questo libretto preziosissimo, che è una reliquia del passato, per noi è un’esperienza entusiasmante!

La seconda osservazione riguarda i generi letterari. Non faccio il tecnico, ma qui ci sono due generi letterari diversi: la cronaca e il diario. Sulla cronaca ancora ci sarà futuro. Le monache, che ci stanno sopportando in questo dibattito, ancora redigono una cronaca, come avviene in ogni convento e in ogni monastero. Ad esempio, l’Abbadessa dice: “Quest’anno la cronaca la scrive suor Caterina”, e suor Caterina scrive: è venuto il Vescovo e ha fatto una predica noiosa…, c’è la Professione di … Quindi l’aspetto cronachistico in qualche maniera ancora esiste nei conventi, nelle comunità religiose, ma ahimè, i diari … Tra cento anni, di noi non si saprà nulla! Spero di non darvi una notizia cattiva – ma cattiva è – dicendovi che a furia di mandare messaggini sostituendo il “più” con il segno aritmetico, quindi contraendo quanto più è possibile il messaggio, di noi nessuno saprà nulla tra cento anni, perché il genere letterario diaristico è del tutto tramontato, e affidiamo, a messaggi veloci, riflessioni che si perdono nell’etere.

La mia riflessione sembra essere piuttosto catastrofica, ma non è così; forse bisogna tornare a scrivere, perché la storia (e il dottor Caiazzo ce lo diceva tra le righe) è la storia delle comunità, la storia dei piccoli. Il Manzoni, come ognuno di voi ricorda, nell’introduzione ai Promessi Sposi fa una specie di manifesto del concetto romantico della storia, cioè la storia non la fanno i grandi. Probabilmente, noi abbiamo letto la storia col cannocchiale o col telescopio, non con gli occhi. Adesso per noi è chiaro quello che è accaduto in questo convento, nell’arco di tempo di fine ‘800, ma al nostro cronista, o al diarista, non era chiaro … chi va, chi viene, c’è stato il vento, c’è stata la neve, poi s’è sciolta … L’evento più tragico è l’uccisione del frate da cerca, eppure quell’evento sembra (come diceva il professor Caiazzo) sminuito del suo dramma, cioè viene tramandato, inserito nella cronaca, come un evento fra gli altri, quindi sembrano non esserci sentimenti, ma attenti, perché attraverso questi eventi noi abbiamo la percezione che l’Unità d’Italia qui non ci sia; non c’è, non per una scelta politica, di campo o di spiritualità da parte del cronista, ma perché l’incontro di Teano (di Vairano o di qualsiasi altra località della nostra Diocesi) è stato letto dopo, perché la storia non si vedecon gli occhi, si vede “il particulare” direbbe Guicciardini.Ad esempio, arrivano a far la perquisizione e ci disturbano dal nostro riposo pomeridiano (vi farà sorridere questo particolare, ma tutto il mondo è paese!), cioè è quello che sta avvenendo adesso che io riesco a percepire, poi gli altri diranno, ma adesso noi facciamo le cose ordinarie, perché la vita è nell’ordinarietà: ha fatto la neve, ha fatto un caldo terribile, non si è fatta la processione perché pioveva, manca il pane … La vita è concreta.

Gli eventi si infrangono sulle mura di un convento, a dire una sorta di relatività. Questo spero che non dispiaccia al sindaco, a chi fra voi abbia responsabilità d’ordine civile. Tra l’altro, quando il Padre della cronaca dice: “Finalmente ho dimesso le chiavi da Guardiano”, cioè non sono più il Guardiano, ho sorriso pensando anche a me: “Finalmente, da stasera, non sono più Vescovo di Teano-Calvi” … Magari!

La storia, con i suoi marosi, con le sue tempeste, è come se arrivasse con tutta la sua forza sulla scogliera dell’Abbazia, del Monastero, del convento, direi della Chiesa (e qui parlo ai credenti), vi si infrange e torna indietro, perché poi alla fine rimangono gli uomini, rimane questa comunità, rimangono questi frati, rimane l’aver fatto una Messa … Ho sorriso quando ho letto: “È venuto un predicatore che, gratis, ha fatto un sermone gratis” … Due volte! Anche allora doveva essere un fatto piuttosto inusuale! È arrivato l’Impero Sabaudo, ma qui pare che non sia successo niente; con la sapienza del Qoèlet, è come se il nostro autore della cronaca dicesse: “Niente di nuovo sotto il sole, una generazione va, un’altra viene, la terra rimane sempre al suo posto”. Sembra una sorta di pragmatismo, e invece è sapienza: non ci preoccupiamo eccessivamente, la storia siamo noi. Quello che stasera preparerai per cena, incontrare tuo marito, i tuoi figli, la tua comunità, ha un valore grande perché tutto questo fa vivere le persone e le fa sperare, le proietta verso il domani. Mi sembra di cogliere questi sentimenti tra le righe. Tra l’altro, chi ha già letto l’opera ha visto, sia nel diario che nella cronaca,frasi quasi telegrafiche, essenziali, senza ghirigori: “è venuto questo, è uscito quell’altro, è andato a Napoli per i bagni …”. Sembra quasi una vita ridotta all’osso, nel senso bello del termine, oltre ogni passionalità da parte di chi ha vissuto in un convento, ma che ha sentito anche il rapporto della collettività.

Padre Agostino non è nativo di Pietravairano, ma è un cittadino a pieno titolo, perché ha vissuto qui e si è calato nella vita di Pietravairano, come il Verbo nella carne (per dire un mistero centrale della nostra fede), come se fosse nato qui, e qui ha vissuto e ha respirato, ha gioito, ha pianto, ha mangiato, dormito … In una parola: è stato.

Vi lascio con questa voce verbale: è stato. Mi richiama un episodio accaduto in un campo di concentramento, come racconta un grande psicoterapeuta, dove in un momento di grande disagio (alla difficile vita del campo di concentramento si erano unite delle ulteriori ristrettezze), molte persone avevano deciso di suicidarsi e avevano fatto il proposito malato di lanciarsi a corpo morto contro il filo spinato ad alta tensione, a dire: se questa è vita, allora facciamola finita. Poiché il capo del reparto conosceva le doti espressive di questo internato, lo chiama e gli chiede di dire una parola ai suoi compagni disperati. E lui dice: Noi abbiamo vissuto prima di essere qui; prima di essere catturati, eravamo dei vostri cittadini, avevamo le nostre famiglie, abbiamo dei ricordi, sapori, odori …

Perché questa definizione mi è rimasta impressa? Perché “essere è essere stati”. Per cui io ho sessant’anni e non invidio un ragazzo di diciotto anni, spero neanche voi, perché quel giovane non so se vivrà le cose che ho vissuto io, e non so neanche se arriverà alla mia età!

Essere è essere stati. Potrebbe essere la frase riassuntiva di questa cronaca e di questo diario. Padre Agostino c’è stato, ha vissuto, ha vissuto con i suoi frati cose semplici (come d’altra parte noi) e questa è la vita.

Allora stasera tornate a casa dopo aver ascoltato queste cose, pieni di gioia: anche se avete l’artrosi, anche se ci sono i problemi, anche se c’è la crisi, anche se … perché ci siamo stati, e questa è una cosa bellissima!

Il Vescovo vi trasmette – o ha nel cuore, di trasmettervi – queste sue piccole riflessioni in margine: c’è una storia che arriva potente, ancora oggi, sulle mura del Monastero di Santa Maria della Vigna, adesso abitato dalle Clarisse dell’Immacolata, con forza sembra far tremare il Monastero e poi … l’onda torna indietro, perde il suo vigore. Per attualizzare, anche per l’ISIS sarà così. Non vi fate angosciare dai mezzi di comunicazione, non ci mettiamo sul letto con il crocifisso e la corona, come se fossimo già morti! Pure questo finirà, pure questa ondata di terrorismo si sgretolerà! Invece rimangono altre cose, più semplici e più belle, rimane la vita che è essere, cioè essere stati.

Se ci mettiamo in piedi, vi do anche la benedizione, che forse è la cosa più importante di questa sera; non perché ve la do io, ma perché ve la dà il Signore. Chiediamo la grazia di vivere grati, grati d’essere qui, d’essere qui adesso.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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