Senza rimorsi né rimpianti

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Teano, 31 dicembre 2015

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

Chiesa Cattedrale

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Siamo pochi e, se ci disperdiamo, perdiamo quel senso di unità che, in certi momenti, deve essere anche fisico, come faremo questa notte con gli abbracci e con i baci. Ci tocchiamo per dirci che siamo vivi, ci tocchiamo per dirci che siamo ancora insieme e che, insieme, intendiamo affrontare il tempo che viene, che porta la cifra 2016 e che stasera ci fa paura.

Come si vivono le ultime ore di un anno? È come uno scompenso cardiaco, una crisi respiratoria che sia sopraggiunta ad una situazione clinica già intricata per un anziano. Dobbiamo portare a letto dolcemente questo anno 2015, come si porta a letto un anziano in crisi respiratoria, che forse sta vivendo le ultime ore della sua vita e va accompagnato, tenuto per mano. Gli anziani e coloro che hanno esperienza di vicinanza ai moribondi sanno che questo gesto fisico vale più di mille parole e più di mille trasfusioni.

Qual è la malattia di questo anziano che portiamo a dormire, alla morte? Il tempo.

Il tempo è una malattia, una malattia di cui ci si innamora. Dice Vecchioni, in un suo verso, che “il tempo non si innamora due volte dello stesso uomo”, a dire che l’innamoramento tra il tempo e l’uomo è una congiunzione che avviene una volta sola nell’arco di una vita. Fossero anche cento anni, carissimi, è sempre poco: abbiamo fame di tempo, come abbiamo fame di ossigeno.

Ci sono due pericoli – chi fra noi sia anziano lo sa, più dei giovani – quando si varca una soglia d’età (in napoletano, per dire “una persona anziana”, noi diciamo “ha un’età” … come se i bambini non ne avessero anch’essi!, ma è per dire “un’età sostanziosa”).

Il primo pericolo è il rimorso.

Noi anziani siamo perseguitati dal rimorso, che traduco così: “non avrei dovuto”. Ma c’è un’altra malattia, ugualmente presente e incidente nell’infelicità degli anziani (e dunque per noi di questo anno diventato anziano): il rimpianto.

Il rimpianto si coniuga così: “avrei potuto” o “avrei voluto”.

“Non avrei dovuto” riguarda scelte sbagliate: non avrei dovuto dire, non avrei dovuto fare, non avrei dovuto dire sì quella sera, non avrei dovuto imboccare quella strada … Ma ormai ciò che è fatto è fatto.

Il rimpianto (“avrei voluto”) è la percezione d’aver lasciato inesplorata una strada, d’aver lasciato delle opportunità, non averle colte: avrei voluto o sarei voluto essere …

Queste due tentazioni sono entrambe presenti stasera nel nostro cuore: il 2015 è un tempo che si chiude, è un anziano da portare a dormire sapendo che, all’atto in cui lo mettiamo a letto, sarà anche l’ultima volta. Come si vince questa duplice malattia, il rimorso per gli errori e i rimpianti per le occasioni perdute? Con la grazia.

Non possiamo più cambiarlo il 2015, è andato così per nostra scelta, perché altri hanno scelto per noi, al di sopra di noi. Penso alle vicende internazionali, alle sempre difficili congiunture economiche: eventi, avvenimenti, accadimenti, mutamenti …

Cosa dici ad un anziano che sta per varcare la soglia dell’eternità? Io gli direi: Coraggio! Coraggio perché Dio è più grande dei tuoi errori. Certo, avresti potuto o saresti potuto essere, ma ormai il tempo è scaduto: troverai Dio ad aspettarti oltre la soglia, oltre le tue colpe, oltre i tuoi rimpianti. Questa è una sorta di serata funebre, per chiudere bene, per chiudere e fare in modo che domattina non ci prenda il rimorso, il rimpianto. “Quod scripsi, scripsi” dice Pilato per altri motivi, ma vale anche per noi: ciò che ho fatto ho fatto, ciò che ho detto ho detto, ciò che non ho fatto non posso più farlo. Le occasioni perdute sono irrimediabilmente perdute, almeno sul piano temporale, non sul piano eterno.

Nella Liturgia della Parola di domani c’è un’espressione che, secondo alcuni, è la confessione più antica e più sintetica: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge”. È importante il termine “pienezza”, perché noi contiamo gli anni da quella pienezza: 2015 che chiudiamo stasera e, da mezzanotte in poi, 2016 dalla venuta di Cristo. Cioè Gesù, il Figlio di Dio incarnato, ha diviso in due il tempo, non solo per una cronologia ma – ed è quello che a noi interessa di più – per una redenzione del tempo di coloro che avevano vissuto, che vivevano e che sarebbero vissuti (dunque anche di noi). Lui è venuto a salvarci dalla spada di Damocle del tempo, liberandoci, liberandoci dai rimorsi e dai peccati, liberandoci dai rimpianti.

Mentre accompagniamo l’anziano 2015 sul suo letto di morte e gli diciamo “coraggio”, perché possa addormentarsi sereno, nonostante i rimorsi e i rimpianti, dall’altra parte abbiamo un bambino che si avvicina a piccoli passi, a piedi nudi, e ci viene incontro inerme. Si chiama 2016.

Anche un bambino, benché non abbia peccati e rimpianti, è pieno di paura rispetto alla vita. Noi abbiamo idealizzato l’infanzia, ancora portiamo i segni di una lettura romantica dell’infanzia, spesso dimentichiamo che eravamo attraversati da tante paure: la paura del futuro, della novità e di non essere amati, la paura d’essere abbandonati, di non farcela, la paura della luce e della notte … Quante paure nel cuore di un bambino! Quante paure nel cuore del bambino, che noi vogliamo accogliere stasera e un po’ cullare perché piange; porta la cifra 2016 e anche a lui – un po’ più semplicemente di quanto non abbiamo fatto con l’anziano – diciamo: Coraggio! Vai incontro a ciò che sei chiamato ad essere, vai incontro agli eventi belli e brutti (il non conoscerli ci aiuta), vai incontro a gennaio, febbraio, luglio, settembre, novembre, dicembre, con tutto ciò che comporterà, perché non sarai solo, perché quel Dio, che è entrato nel tempo, sarà avanti a te, sarà dietro di te, sarà accanto a te per una crescita in questi dodici mesi, che sono dodici possibilità, dodici tasti da premere, dodici numeri da comporre.

Con questi sentimenti siamo qui stasera. Impariamo a morire, impariamo a nascere, impariamo a vincere i rimorsi e i rimpianti, impariamo a vincere le paure del nuovo. E se siamo incoraggiati dalla presenza di Dio, più concretamente lo siamo dalla presenza degli altri. Quindi essere anche voi più vicini come presbiteri, ed essere insieme, questa sera, nelle nostre famiglie è un modo per dare coraggio al bambino con una testimonianza e una rappresentazione immediate. Ci siamo tutti in questa barca, ci siamo tutti in questa vita, che è meravigliosa e drammatica; ci facciamo coraggio a vicenda per quello che ci attende e, a occhi chiusi, diciamo “sì” senza sapere, prima che il bambino nasca. Prima che scatti la mezzanotte, prima che si apra la bottiglia di spumante, prima degli auguri, diciamo al Signore: Vado in questo anno, sapendo che è un anno di grazia, perché conta il novero degli anni a partire dal momento in cui Tu sei entrato nel tempo dall’eternità, perché il tempo potesse diventare eterno, divino, salvato.

Ciascuno di noi, con le proprie responsabilità – il Vescovo con le sue, il sindaco con le sue, i componenti dell’amministrazione, i parroci, i religiosi, i laici con le loro – abbia cura di questo anziano; non lo mettiamo nella bara prima d’avergli dato un bacio, una carezza, non lo seppelliamo violentemente: impariamo i riti della sera, i riti della morte, i riti della nascita. “Ci vogliono i riti”, dice la  volpe al Piccolo Principe che vorrebbe fare le cose in fretta, e anche la Messa del Te Deum è un rito, perché ciascuno possa tornare a casa alle fritture e alle altre incombenze con il cuore più leggero, senza colpe, senza rimpianti, senza paura.

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

 

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