Se grazia avrai di sorridere, tutto sarà perdonato

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Teano, 20 gennaio 2016

In punta di piedi in Episcopio

 “Se grazia avrai”

Salone dell’Episcopio di Teano

Meditazioni di S. E. Mons. Arturo Aiello

***

Violino: Armand Priftuli

Violino: Domenico Mancino

Viola: Frenando Ciaramella

Violoncello: Artan Tauzi

 

Bentornati al nostro primo incontro 2016.

Riprendiamo le buone abitudini, che sono quelle del cuore e della mente, ma anche dei sensi, perché in un concerto sono chiamati a raccolta tutti i sensi, quelli del corpo e quelli dello spirito.

Viviamo quest’ora e mezza circa, con un tema che poi vi diventerà più chiaro: “Se grazia avrai”.

Salutiamo i nostri artisti: stasera abbiamo un quartetto d’archi, con un Cantabile di Cajkovskij e due concerti completi di Mozart e di Beethoven. Quindi telefonini spenti, cuore acceso, mente attenta, allarghiamo i sensi e iniziamo nel Nome del Padre …

P. I. Cajkovskij: Cantabile dal Quartetto n°1

Spero abbiate già letto questa poesia, che ho scelto per la nostra riflessione a partire da una richiesta di Angela, la moglie di Peppe, di fare memoria del marito e della figlia Elisabetta con un concerto. Un concerto è un canto di vita, come è un canto di vita la Messa, come è un canto di vita imbandire una mensa. Quindi, questa sera, è come se stessimo in compagnia di Peppe e di Elisabetta. Avrei potuto scegliere qualche poesia di Peppe, invece mi sono imbattuto in questo testo di David Maria Turoldo che spero abbiate già letto. Chi sono i protagonisti? Cosa vuole dire il poeta?

“Se grazia avrai” è il titolo della poesia ed è anche il titolo della nostra serata.

 

E quando verrà (forse angelo

a sorprenderti in sonno

o ladro che scavalchi

la ringhiera, o amica

invocata, o nemica che giunga

nell’attimo di una gioia rara

attesa per tutta una vita)

tu le dirai: Eccomi!

Andrai in silenzio tendendo le mani

quasi colpevole d’avere

vissuto.

Allora se grazia avrai di sorridere

tutto sarà perdonato.

E tu e Dio riderete insieme

delle occasioni perdute,

del grande piangere

sul guanciale la notte,

o sulla pietra d’altare al mattino

nell’offerta della tua fragilità

sempre più greve.

(Quanto, Signore, sperai di finire

per non offenderti ancora

e quanto desiderai di vivere

illuso di renderti più gloria!).

E insieme mi trascinavo lassù

l’insopportabile pena d’un amico,

l’impossibilità di credere

per altri, o il peccato inevitabile.

Ora impietriva mani e voci il dolore

di vocazioni infrante; e la bufera

che d’improvviso seminava sterminio:

i lupi hanno divorato gli agnelli,

i figli estirpati dal seno alle madri e tu la torre

assediata a ferro e fuoco,

che non doveva cedere.

Ora ti murava la certezza

d’essere preda al sospetto

più amaro,

e difesa non v’era;

ora la tua impossibilità d’amare

così gratuitamente; e ancora

il potere e la gloria e il peso

della terra. Se grazia dunque

soltanto avrai d’un sorriso,

i ricordi pioveranno in nuvola

distesa da un leggero vento,

e angeli ti vestiranno a nuovo.

E tu, Madre, finalmente riavrai

il fanciullo mai cresciuto per te;

e torneremo come allora per i campi,

io correndo per esserti accanto

e tu dicendomi: ecco,

ora non ti farai più male.

 

Questo testo non è immediatamente comprensibile, anche perché vi intervengono vari personaggi. Comincio dall’occasione di questa composizione di Padre Turoldo, fatta per i funerali di Pier Paolo Pasolini. È una poesia dedicata alla madre di Pasolini, che più di ogni altro ovviamente vive l’atroce dolore della perdita del figlio. Quindi padre Turoldo interviene in questa celebrazione esequiale con la sua vena poetica, portando in campo – attenti, altrimenti non ve l’avrei proposta – non solo il dramma specifico, personale, di quella madre, di quel figlio, di quegli eventi che ricordiamo drammatici, ma il dramma umano.

E quando verrà … Non è nominata, ma è la morte. E ci sono delle possibilità: viene come angelo a sorprenderti in sonno, come ladro che scavalchi la ringhiera, o come amica invocata, o come nemica che giunga nell’attimo di una gioia rara, attesa per tutta una vita. Viene da varie parti, viene sempre a sorpresa: viene amica, nemica, viene di notte, viene di giorno … Quando verrà, tu le dirai: Eccomi! Qui ovviamente c’è Ungaretti con la poesia “Alla madre”, dove anche la madre di Ungaretti è immaginata dal figlio-poeta nell’incontro, quando egli varcherà la soglia dell’eternità e l’ultimo battito farà cadere il muro d’ombra …

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo: Mio Dio, eccomi.

 

Quindi possiamo immaginare che questa madre desideri una morte … Ogni madre che sia privata del figlio, della figlia, dei figli, vive una situazione innaturale, perché la situazione naturale è che i figli seppelliscano i genitori, ma a volte accade il contrario e si sconvolgono tante cose … Quindi una disponibilità alla morte, a Dio: un atto di resa?

 

Andrai in silenzio tendendo le mani

quasi colpevole d’avere

vissuto.

 

Qui sentiamo tutto il disagio di chi parte prima e di chi resta e che si ricongiungerà con la pena d’aver vissuto, d’essere sopravvissuto.

Cominciate a pensare – per chi fra voi ne abbia memoria – al giorno della morte violenta del figlio. Per entrare dentro questo testo, pensate anche a quello che noi avvertimmo nella morte di Gesù, e a ciò che legava quel Figlio alla Madre sotto la croce. Tutti i figli sono legati alle madri, tutte le madri sono legate ai figli, ma quando si entra in una tipologia “identitaria” (si direbbe oggi), allora ci sono anche legami più forti di madre-figlio.

Cominciate a scorrere, mentre ascoltiamo il primo movimento del Concerto di Mozart.

W. A. Mozart: 1° Divertimento K136, I movimento (Allegro)

 

Vi sareste aspettati una serie di adagi e di marce funebri, invece è bello il contrasto tra i versi drammatici di Turoldo e il Divertimento di Mozart, perché il dolore è dentro la vita, e anche la morte è dentro la vita e la vita è dentro la morte.

Stiamo già entrando dentro al testo, con questa donna che rimarrà sola, che aspetterà con ansia, contando i giorni per ricongiungersi al figlio … perduto? Ritrovato? Lo ritroverà? Quindi le braccia tese dicendo: Eccomi, sono pronta, sono pronta dal giorno in cui mio figlio è morto, sono pronta dal giorno in cui Pier Paolo è scomparso dal mio abbraccio, dalla mia vista …

 

Andrai in silenzio tendendo le mani

quasi colpevole d’avere

vissuto.

Allora

se grazia avrai di sorridere

tutto sarà perdonato.

 

Questo è il verso centrale intorno a cui gira tutta la composizione:

 

Allora (momento della morte)

se grazia avrai di sorridere

tutto sarà perdonato.

 

A chi?, ci chiediamo. A te, a lui, al mondo … Questo verso è di una bellezza impareggiabile …

Il perdono – siamo nell’Anno della Misericordia – è concesso in seguito alla grazia di un sorriso; non è concesso dopo un “mea culpa, mea culpa”, dopo un atto di pentimento pubblico. È concesso, è offerto per la grazia tenue di un sorriso. Questa donna – e noi con lei, per i dolori che ci agitano – dovrà avere la grazia di sorridere … Attenti, allora … – Ve lo dice uno a cui rimproverano sempre di non sorridere molto, o quasi mai … “Eccellenza, ma lei dovrebbe sorridere di più!”, mi dicono – Il sorriso non è quello che fiorisce sulle labbra. Può darsi che questa donna resti impietrita, un po’ come quella scelta come immagine nel frontespizio del nostro foglietto; l’importante è che ci sia un’apertura delle labbra, il fiorire di un sorriso nel cuore.

Perché sorridere è una grazia? Perché mi fa scavalcare a piè pari, improvvisamente, tutto d’un colpo, i dolori che sembrano essere oppressivi, irrisolvibili, pesanti. Per questo sarà perdonato a te, a lui – questa donna avrà svolto il ruolo di intercessore per il figlio – se tu riuscirai a sorridere.

Allora ci fermiamo qui, andando incontro all’andante del Divertimento di Mozart.

Chiediamo la grazia di sorridere d’un dolore, di sorridere di una disgrazia, di sorridere di una giornata fredda, di sorridere d’un inverno, d’un tradimento, di un peccato. Questo non è scontato: c’è bisogno di una grazia. E se grazia avrai – perché la concede Dio e perché tu la chiedi – tutto sarà perdonato.

Fatevi passare davanti le scene di ciò che vi ha addolorato di più, di ciò che vi addolora, di ciò che vi portate con difficoltà sul cuore, e provate a sorridere dentro, o chiedendo la grazia d’un sorriso, che è il sorriso di Dio, il ridimensionamento anche di drammi che, vissuti dentro la parentesi, sembrano senza uscita ma che, sub specie aeternitatis (guardati dall’eternità), ci appariranno non dico leggeri, ma certamente meno drammatici.

Allora se grazia avrai di sorridere

tutto sarà perdonato.

W. A. Mozart: 1° Divertimento K136 II movimento (Andante)

 

Se c’è qualche donna incinta fra voi, sappia che ascoltare Mozart è il modo migliore per procedere nella gravidanza, perché gli esperti dicono che non esiste in assoluto musica più ottimista di quella prodotta da Mozart. Poi, andando a scavare nella sua vita, scopriamo che neanche lui ha avuto una vita del tutto facile, magari perseguitato dal mio confratello, principe e vescovo … Ma può nascere un sorriso anche dalle pietre che ci lanciano gli altri.

Allora se grazia avrai di sorridere …

Negli anni scorsi ho scritto centinaia di frasi per i ricordini dei trigesimi e me n’è venuta in mente una scritta per la mamma di Marisara. Marisara è una giovane ragazza morta di cancro e poi, credo l’anno scorso, dopo tanti anni, è morta anche la sua mamma, una donna dura e che ce l’aveva (giustamente) con Dio. Nel piccolo quadro ho scritto che questo broncio finalmente Dio lo avrebbe risolto, perché Dio le avrebbe chiesto perdono … è un’espressione un po’ grossa, ovviamente, ma che esprime bene il fatto di sorridere. Il sorriso ci salva da tante amarezze. Lo dice anche Quasimodo che l’ironia ricevuta dalla madre lo ha salvato da tanti dolori, perché sorridere è scavalcare, sorridere è bypassare, è guardare avanti, è sperare; sorridere anche davanti a colui che mi tiene prigioniero e mi sevizia (penso alle scene della seconda guerra mondiale), significa dire: Tu non hai potere su di me. Il sorriso è prova dell’immortalità dell’anima e di una vita oltre la vita.

 

Allora se grazia avrai di sorridere

tutto sarà perdonato.

E tu e Dio riderete insieme

delle occasioni perdute,

del grande piangere

sul guanciale la notte

 

Qui entra un altro personaggio sulla pietra d’altare, al mattino: è il poeta, padre Davide. Allora entrano personaggi che non ci aspettavamo, perché quando un poeta scrive una poesia, parla sempre di sé, entra, s’affaccia, occhieggia, parla d’altri con una frase, un’aggettivazione, ma alla fine parlerà sempre di sé. Per cui questa scena è certamente dedicata alla madre addolorata (in tutti i sensi) di Pasolini, ma è la scena di Davide, di sua madre, di Dio e di questo rapporto tormentato. Il pianto nella notte sul guanciale (piange la madre, ma piange anche Davide Maria Turoldo) continua sulla pietra d’altare al mattino, offrendo la sua fragilità di uomo, sempre più greve, col passare del tempo sempre più pesante.

Adesso capiamo questo inciso tra parentesi:

 

(Quanto, Signore, sperai di finire

per non offenderti ancora

e quanto desiderai di vivere

illuso di renderti più gloria!)

 

Vale la pena continuare a vivere o è meglio morire? Nel cuore del poeta consacrato, credente, combattono la speranza di finire presto – così finisco di peccare – e la possibilità d’avere un altro giorno, per rendere gloria a Dio e riparare tutti i mali della sua vita. Vedete come le storie poi si intersecano? C’è Pasolini, c’è Davide Maria Turoldo. C’è la madre di Pier Paolo, c’è la madre di Davide. C’è nostra madre, ci sono le madri, e ci sono i figli, c’è questo tempo, il 2016 appena cominciato: dobbiamo chiederci e chiederGli di prolungarlo? Di reciderlo?

Poi c’è questa scena:

E insieme mi trascinavo lassù

 

Questo “lassù” non lo possono capire coloro che non hanno vissuto la liturgia vecchia: “lassù” è salire i gradini dell’altare, con tutti i riti previsti nell’introibo ad altare Dei (non sto facendo il cantore nostalgico, per l’amor di Dio, però il “salire” non si comprende se non abbiamo davanti l’idea di questa liturgia).

Cosa si trascina questo poeta? Si trascina le pene di Pier Paolo, l’insopportabile pena d’un amico … Allora erano amici, allora si conoscevano, avevano parlato di Dio … Padre Davide gli avrà dato qualche consiglio per la regia del Vangelo secondo Matteo?

Ci fermiamo qui, e ci conforta il Presto del Divertimento di Mozart.

W. A. Mozart: 1° Divertimento K136 III movimento (Presto)

 

Lo vedete questo prete che si trascina dietro un fardello sempre più pesante man mano che vive? Sono i suoi giorni, ma sono anche tutte le sofferenze che ha raccolto in confessione, nelle confidenze, nelle pene di cui gli amici lo hanno reso partecipe.

Quindi cosa porta al Signore? L’insopportabile pena d’un amico, nella sua solitudine, nella sua diversità; l’impossibilità di credere per altri, perché la fede è un dono che si riceve e che si accoglie, lo hanno tutti; o il peccato inevitabile … Se trovate qualche pubblicazione, troverete un asterisco in questo punto (che a me fa sorridere) con sotto una piccola spiegazione, segno di una censura, perché questa poesia con “il peccato inevitabile” non doveva sembrare troppo ortodossa ai censori del tempo … Per cui troverete una piccola nota che il povero Padre Turoldo avrà dovuto mettere giocoforza, perché si pubblicasse la poesia, altrimenti, essendo religioso (e quindi sottoposto a una serie di vagli), la pubblicazione non avrebbe avuto l’imprimatur.

Ma questo peccato è inevitabile? Un peccato inevitabile non è neanche un peccato, perché se è inevitabile non c’è scelta (“piena avvertenza, deliberato consenso” ci dicevano quando eravamo bambini con il catechismo di Pio X). Credo che qui Turoldo alluda a qualcosa di più profondo e anche di più drammatico, e cioè a situazioni dove il peccare diventa un grido, diventa inevitabile, pur chiamando la responsabilità di chi lo compie (mi riferisco anche ai nostri, non pensate solo a Pasolini) ma con una sorta di avaria nel sangue … questo è il peccato originale: un’avaria nell’origine della vita.

Il prete che sale sull’altare si porta anche la pena di Pasolini, che forse gli avrà confidato i suoi amori. Alcuni un po’ più giovani non ne avranno memoria, ma la morte violenta di Pasolini per opera di uno dei suoi “ragazzi di vita”, come dice in un romanzo, portò forse per la prima volta in una maniera forte, eclatante, sul piano del dibattito italiano, la presenza e la possibilità dell’omosessualità. Ovviamente era più facile per un artista come Pasolini non nascondere questa identità (oggi le cose, come sapete, sono molto più semplici, più aperte, ma non sono chiusi però gli interrogativi sulle origini, sul perché e sul per come). Qui entra il peccato inevitabile: allargatelo a tutte le condizioni di vita, come una sorta di inclinazione.

Ma torna la madre:

Ora impietriva mani e voci il dolore

di vocazioni infrante; e la bufera

che d’improvviso seminava sterminio:

i lupi hanno divorato gli agnelli,

i figli estirpati dal seno

alle madri e tu la torre

assediata a ferro e fuoco,

che non doveva cedere.

 

Ovviamente le interpretazioni sono tante, le immagini sono profetiche, ci sono delle scene apocalittiche di figli tolti dal seno delle madri, uccisi (pensate anche al brano di Matteo della strage degli innocenti), gli agnelli divorati dai lupi, e tu … Tu chi? È la madre che deve difendere il figlio da questa onda di fango? È Padre Davide? È il sacerdote che ancora si trascina e quindi non deve cedere nella fede? Come vedete entra in questa composizione una sorta di coro, c’è una coralità di presenze, di sguardi, di dolori …

 

E tu la torre

assediata a ferro e fuoco,

che non doveva cedere.

 

Ci sono alcuni di noi che sono come queste torri assediate a ferro e fuoco, che non devono cedere: tu genitore, tu vescovo, tu prete, tu educatore, tu violinista … Continua a suonare in questo marasma! Tra l’altro, il testo che hanno scelto i nostri artisti del Quartetto sono a dir poco impegnativi, verso il virtuosismo. E tu devi continuare a suonare, tu devi continuare a cantare, tu devi continuare a vivere, perché se cade anche la torre, è finita! Se si spegne anche questa lampada, se non ci ritroviamo più qui in questo salone per illuderci, è finita veramente! Se le chiese non si aprono più …

Potrei fare mille riferimenti al nostro vissuto, dove c’è qualcuno (una comunità, un gruppo) che è una torre assediata, ma che deve rimanere lì, perché se alziamo bandiera bianca anche noi, è finita.

L. van Beethoven: Quartetto n°1 op.18, I movimento (Allegro con brio)

 

Ci fermiamo su questi versi che riguardano la madre (ma a mio modesto parere forse anche il poeta),  dopo la scena della torre assediata, che deve resistere, altrimenti precipita tutto.

 

Ora ti murava la certezza

d’essere preda al sospetto

più amaro,

e difesa non v’era.

 

Innanzi tutto c’è la madre, magari fatta oggetto di scherno, di vituperio, da parte dell’opinione pubblica per la morte ignominiosa del figlio. Magari tanti avranno detto: “Se lo meritava”.

È importante il verbo “murare” – ti murava – che dice di una sorta di clausura che forse durerà per tutta la vita, per i giorni che ancora le resteranno da vivere nell’amarezza.

 

Ti murava la certezza

d’essere preda al sospetto

più amaro,

e difesa non v’era

 

… non c’era possibilità.

 

Ora la tua impossibilità d’amare

così gratuitamente

 

A lei, che ha vissuto per questo figlio (e il figlio per lei), viene meno l’oggetto privilegiato di un amore gratuito, e quindi … perché vivere ancora?

 

E ancora

il potere e la gloria e il peso

della terra.

 

È bella questa alternanza di aspetti che riguardano la “terrestrità”, che è potente, gloriosa, pesante … è la nostra fisicità, il nostro essere dentro questa storia.

Ma forse – azzardo – dietro questa madre c’è anche il poeta. Perché sei andato alle esequie di Pier Paolo Pasolini? Perché hai scritto questa poesia? Eravate amici? Quindi l’uomo, il sacerdote, forse si vede oggetto di scherno e non può difendersi. Era necessario presenziare a questa celebrazione funebre? Sei sempre il solito …

Dovete sapere che Turoldo ha avuto una vita molto travagliata da questo punto di vista, non è mai stato più di due, tre anni nello stesso convento perché dalla Santa Sede ai suoi superiori c’era l’indicazione di farlo girare, quindi continuamente cambiava sede come una sorta di esule.

Mi è venuta in mente una cosa simpatica di Turoldo (io sono molto interessato a questo autore). Quando morì il cardinale Colombo a Milano, e quindi ci stavano tutte le hit parade sulla nomina del successore, lui ebbe il coraggio di presentarsi nella congregazione dei vescovi a parlare con il Prefetto per autocandidarsi … questo lo può fare solo un poeta!, perché lui sapeva in partenza che a tutti avrebbero pensato, tranne che a lui e si presentò: “So che state cercando un Vescovo per la gloriosa Cattedra di Milano … Mi autocandido!”. Potete immaginare il Prefetto e i suoi giannizzeri cosa dovettero pensare! Ma tutto questo dice libertà e anche andare fuori dagli schemi. Adesso però capiamo come un prete sia amico dei peccatori, sia amico di tutti. Un prete non può dire: “Questa cosa non mi può toccare, perché …”. No, anzi! Se c’è una scelta di campo da fare, è nei confronti dei più poveri! E qui non c’è solo povertà economica: c’è anche una povertà morale, c’è una povertà d’opinione.

Dunque, dietro questi versi, c’è certamente la madre addolorata, impietrita, che non esce di casa, ma anche Padre Turoldo, fatto oggetto di scherno per aver composto questa poesia e per averla forse declamata durante le esequie di una persona morta in flagrante … Ma un prete sta con i peggiori, un prete frequenta ambienti dubbi.

Un cardinale di Parigi si sentì male nella casa di una altissima prostituta di Parigi (“altissima” intendo di successo). Immaginate! Ecco, guardate così i vostri preti: come persone che sono amici di tutti, e sono amici di quelli in particolare di cui nessuno è amico.

L. van Beethoven: Quartetto n°1 op.18, II movimento (Adagio)

 

È bello sentire il respiro dei musicisti che segue lo spartito. Nelle registrazioni più fedeli, tu senti il respiro di chi esegue, che non è il respiro cadenzato, normale, ma dipende dallo spartito, da ciò che si sta eseguendo … Speriamo di vedere invertito anche il nostro respiro rispetto al testo sacro che meditiamo.

Vado verso la conclusione, che è il vero approdo poi di tutto questo dramma, dove torna il “Se grazia avrai”.

 

Se grazia dunque

soltanto avrai d’un sorriso,

i ricordi pioveranno in nuvola

distesa da un leggero vento,

e angeli ti vestiranno a nuovo.

E tu, Madre, finalmente riavrai

il fanciullo mai cresciuto per te;

e torneremo come allora per i campi,

io correndo per esserti accanto

e tu dicendomi: ecco,

ora non ti farai più male.

 

La grazia del sorriso basta (Se grazia dunque soltanto): non c’è bisogno di una grazia speciale, della grazia di una visione, di una certezza … Se vivrai il tempo che ti rimane, prima di rincontrare tuo figlio, se vivrai questa “vedovanza” (si è vedovi anche dei figli, in qualche maniera), i ricordi pioveranno in nuvola. Adesso entriamo in una scena d’eternità, in una scena primaverile, dove questa donna, finalmente liberata da quel peso, dagli sguardi che l’hanno crocifissa per anni e anni, con la grazia di un sorriso vede piovere i ricordi: i ricordi di quando era bambino, i ricordi della Prima Comunione, i ricordi di quando tornava a casa con le ginocchia sbucciate … Torneranno quei ricordi belli, sereni, di una convivenza, di una speranza colma, ripiena, e quei ricordi pioveranno in nuvola distesa da un leggero vento. Arrivano tutti, anche quelli che avevamo dimenticato, ci tornano come una vita riavuta finalmente in pienezza.

E angeli ti vestiranno a nuovo: vestiranno lei, vestiranno il figlio, tutti con l’abito della festa, con l’abito della Prima Comunione, con l’abito della Domenica delle Palme.

 

E tu, Madre, finalmente riavrai

il fanciullo mai cresciuto per te

 

Qui c’è un’allusione alla mania delle mamme di non voler far crescere i figli, che sono sempre bambini (vale per tutte le mamme). “Mai cresciuto per te”, almeno nella mia lettura, è anche la dinamica psicologica che quasi sempre sovrintende alla sessualità, che è la presenza forte della madre. Quindi “mai cresciuto a causa tua”. Se vi ricordate, qualche anno fa, in una silloge sulla madre, avevamo letto anche un testo di Pasolini.

E tu, madre, finalmente riavrai …, cioè lo riavrai; lo dico a tutte le mamme che abbiano perso un figlio, o chiunque abbia perso qualcuno.

 

E tu, Madre, finalmente riavrai

il fanciullo mai cresciuto per te

 

Ho scelto questa poesia stamattina, perché ieri era anche il venticinquesimo della morte della mia mamma (e quindi, i ricordi si intersecano).

Questa conclusione riguarda la madre e Pier Paolo Pasolini? No, perché questa è una scena del Friuli, e quindi una scena d’infanzia di Padre Davide, che ovviamente presta alla madre di Pasolini quello che lui ha vissuto, cioè i bambini che corrono dietro alle mamme: ovviamente con le gambette più piccole non riescono a tenere il passo e allora devono correre.

 

E torneremo come allora,

quindi c’è lui, o almeno c’è anche lui,

e torneremo come allora per i campi,

io correndo per esserti accanto

e tu dicendomi: ecco,

ora non ti farai più male.

 

È la madre che ha ritrovato il figlio, ma è anche una lettura su una vita graffiata. E la vita graffia sempre, etero o omosessuali. Insomma, in qualsiasi stato, si è sempre graffiati.

Questa madre è finalmente serena, non è più in ansia perché il figlio possa farsi male, perché altri possano far male al figlio o perché il lupo cattivo possa sbucare da qualche bosco e uccidere un’innocenza finalmente ritrovata.

Allora vada per lo Scherzo.

L. van Beethoven: Quartetto n°1 op.18, III movimento (Scherzo)

 

Concludiamo con la sorpresa del brano recitato.

Chiedo scusa ad Angelo, perché l’ho chiamato oggi alle ore 16, e mi ha detto, giustamente: “Adesso mi chiami?”. È stato Angelo a passarmi questo testo quindici o venti giorni fa, che poi ha avuto tutto un percorso dentro di me. L’ho letto, riletto, l’ho scomposto, e poi mi sono convinto a proporvelo. Fa parte di uno spettacolo che lui ha messo in scena, e quindi gli ho chiesto: adesso vieni qui a recitarci questo brano, in modo tale che concludiamo così. È bello che le cose passino in questa maniera tra noi. Spesso anche altri tra noi mi hanno dato una poesia, che poi è stata triturata in un’omelia o è entrata in una catechesi … Questo dice anche interazione. Le nostre serate “In punta di piedi” sono un dialogo; anche se a voi sembra di stare in silenzio, noi dialoghiamo: dialogano gli strumenti, dialogano gli artisti, dialogano i compositori, le epoche, i testi, e poi … dialoga il Vescovo che arriva con il tumulto che sempre si porta nel cuore, a sbandierare quelle che a volte sembrano solo parole.

 

E quando verrà (forse angelo

a sorprenderti in sonno

o ladro che scavalchi

la ringhiera, o amica

invocata, o nemica che giunga

nell’attimo di una gioia rara

attesa per tutta una vita)

tu le dirai: Eccomi!

Andrai in silenzio tendendo le mani

quasi colpevole d’avere

vissuto.

Allora se grazia avrai di sorridere

tutto sarà perdonato.

E tu e Dio riderete insieme

delle occasioni perdute,

del grande piangere

sul guanciale la notte,

o sulla pietra d’altare al mattino

nell’offerta della tua fragilità

sempre più greve.

(Quanto, Signore, sperai di finire

per non offenderti ancora

e quanto desiderai di vivere

illuso di renderti più gloria!).

E insieme mi trascinavo lassù

l’insopportabile pena d’un amico,

l’impossibilità di credere

per altri, o il peccato inevitabile.

Ora impietriva mani e voci il dolore

di vocazioni infrante; e la bufera

che d’improvviso seminava sterminio:

i lupi hanno divorato gli agnelli,

i figli estirpati dal seno alle madri e tu la torre

assediata a ferro e fuoco,

che non doveva cedere.

Ora ti murava la certezza

d’essere preda al sospetto

più amaro,

e difesa non v’era;

ora la tua impossibilità d’amare

così gratuitamente; e ancora

il potere e la gloria e il peso

della terra. Se grazia dunque

soltanto avrai d’un sorriso,

i ricordi pioveranno in nuvola

distesa da un leggero vento,

e angeli ti vestiranno a nuovo.

E tu, Madre, finalmente riavrai

il fanciullo mai cresciuto per te;

e torneremo come allora per i campi,

io correndo per esserti accanto

e tu dicendomi: ecco,

ora non ti farai più male.

 

Grazie ad Angelo, grazie ai nostri artisti, grazie a voi che ancora esprimete indulgenza nei miei confronti! Io so di strattonarvi quando venite qui, e di portarvi giù negli inferi, poi in alto e poi … come diceva Battisti in una sua canzone … Ma sento anche che questa è vita, e che, attraverso quello che stiamo tessendo, qui passa una storia.

 

Benedizione del Vescovo

 

Vi ricordo che è in corso “Teatri d’Anima”. Quindici giorni fa c’è stato un bellissimo spettacolo che ha avuto anche molte risonanze positive. Sono disponibili ancora degli abbonamenti, casomai qualcuno ne avesse bisogno.

Concludiamo con l’ultimo movimento.

L. van Beethoven: Quartetto n°1 op.18, IV movimento (Allegro)

 

Grazie a tutti! Grazie anche a Peppe Rotoli e a Elisabetta.

L’arte è per il tempo, ma anche per l’eternità.

Buona serata!

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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