Pellegrini verso la Pasqua

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Teano, 2 marzo 2016

In punta di piedi in Episcopio

 “Pellegrini verso la Pasqua”

Salone dell’Episcopio di Teano

Meditazioni di S. E. Mons. Arturo Aiello

 

Violino: Domenico Mancino

Pianoforte: Maria Teresa Roncone

***

Innanzi tutto benvenuti, bentornati.

Questi appuntamenti diventano un riaccordarci tra noi, con noi. È così difficile rientrare in se stessi, come dice la parabola del prodigo – Allora rientrato in se stesso – perché siamo continuamente fuori: fuori di noi, qualche volta anche fuori di testa … Allora per rientrare, ci è data questa occasione.

 

Nel Nome del Padre …

 

Diamo il benvenuto a Domenico e a Maria Teresa, che è la direttrice artistica dei nostri incontri “In punta di piedi”.

Telefonini spenti, ma anche cerchiamo d’essere disconnessi rispetto ad altri luoghi, ad altri impegni, dal momento che ci attende il piccolo percorso “Pellegrini verso la Pasqua”.

F. Gravina – Riflessioni

 

Di Francesco Gravina avete visto che, sul programma preparato per noi da Domenico e Maria Teresa, ci sono ben tre brani. Francesco ha suonato anche qui per noi qualche anno fa; è un compositore casertano, e quindi diciamo che è musica “di casa nostra” (si direbbe, in termini commerciali, “chilometri zero”: dal produttore al consumatore, senza passare attraverso tante mani).

Ho pensato che sareste potuti venire qui questa sera per capire cosa pensa il Vescovo della legge sulle adozioni, che sembra interessare enormemente la nostra nazione in questo momento. Anche sul WEB – mi dicono – circolano foto e commenti più o meno delicati …

Invece penso di rendervi un migliore servizio portandovi, per dirla con il Manzoni, in più spirabil aere

E in più spirabil aere

pietosa il trasportò

(la fede …)

Questo, non per non essere contemporanei, ma proprio per essere dentro alla storia: siamo tanto più nella storia quanto più svolgiamo – e oggi è molto difficile farlo – riflessioni apparentemente generali, diciamo universali. In qualche maniera ci aiuta la prima composizione di Maria Luisa Spaziani, poetessa che abbiamo già incontrato altre volte, vivente, una voce altissima della poesia italiana oggi.

 

Ibernati, incoscienti, inesistenti,

proveniamo da infiniti deserti.

Fra poco altri infiniti ci apriranno

ali voraci per l’eternità.

Ma qui ora c’è l’oasi, catena

di delizie e tormenti. Le stagioni

colorate ci avvolgono, le mani

amate ci accarezzano.

Un punto infinitesimo nel vortice

che cieco ci avviluppa. C’è la musica

(altrove sconosciuta), c’è il miracolo

della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.

 

Questa poesia potrebbe fare da apertura ad ogni nostro incontro “In punta di piedi”, perché noi stiamo facendo proprio questo da dieci anni a questa parte; siamo coscienti che veniamo da infiniti deserti, siamo coscienti di altri infiniti che di qui a poco – dice la poetessa – ci apriranno ali voraci per l’eternità, e siamo come tra due infiniti: tra quello che è accaduto nelle ere geologiche fino a un minuto fa, prima d’entrare in questa sala, e quello che ci aspetta qui. Ora c’è un’oasi.

“In punta di piedi” è un’oasi tra questi deserti, è un punto in cui finalmente ci fermiamo per dirci chi siamo e per raccontarci cose apparentemente inutili, ma che servono all’anima, e non solo, anche al corpo, anche ai sensi, in una maniera così forte che, senza, finiremmo per morire d’astenia …

Ma qui c’è l’oasi, e questa è un’oasi è fatta di colori. Voi, per giungere qui, avete attraversato (non so se ci avete fatto caso, ma spero di sì) un viale fiorito di fresie anzitempo. Quest’anno la primavera è in anticipo: la fioritura degli alberi, i fiori, le rose che nei nostri giardini hanno già messo i germogli …

Questa oasi è fatta anche di parole, è fatta di suoni, di silenzi, è fatta del battito del cuore, cose che mi dicono che sono ancora vivo stasera … Che bello! Stasera sono vivo, e sono qui!

Ma qui ora c’è l’oasi, catena

di delizie e tormenti.

… anche tormenti. D’altra parte, i percorsi che vi faccio fare, a volte sono anche un po’ pericolosi, sono sentieri un po’ – si dice nel linguaggio delle guide alpine – ferrati, cioè sentieri dove bisogna tenersi al sostegno che le guide hanno preparato anzitempo, perché i pellegrini non abbiano a precipitare. I tormenti servono quanto le delizie, perché ci aiutano a scavare oltre l’indifferenza, oltre la superficialità che avvolge le nostre vite.

 

Le stagioni

colorate ci avvolgono, le mani

amate ci accarezzano.

Un punto infinitesimo nel vortice

che cieco ci avviluppa.

 

Cos’è questo momento rispetto alla settimana, rispetto al mese? Non ci vediamo da circa un mese: un punto infinitesimale … Però questo punto può dare, come il sale, sapore a tutto il resto.

 

C’è la musica

altrove sconosciuta

 

C’è musica su Marte? C’è musica su Venere? C’è musica sulla Luna?

Qui c’è la musica, che è un miracolo … È la loro musica, è la musica degli autori, è la nostra musica, è il modo con cui noi accogliamo questi suoni, è la musica della vita.

 

C’è il miracolo

della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.

 

Vi chiederei che ci fosse il cuore: tiratelo fuori dalla borsetta, dal portafogli. Dice Gesù: “Dov’è il tuo tesoro, là è il tuo cuore”. Dov’è il tuo cuore? Tiriamolo fuori questo cuore che vuole sentire la musica, che vuole ascoltare una fiaba, che vuole riprendere la gioia della vita, oltre tutte le polemiche, oltre tutte le leggi che possano fare, anche le più sconvolgenti! Qui c’è un’oasi, e non nei termini di un rifugio per estrapolarci dalla storia o perché è un’isola felice. No. Quest’oasi (oasi nel deserto, oasi tra un deserto e un deserto) è la vita.

 

Ibernati, incoscienti, inesistenti,

proveniamo da infiniti deserti.

Fra poco altri infiniti ci apriranno

ali voraci per l’eternità.

Ma qui ora c’è l’oasi, catena

di delizie e tormenti. Le stagioni

colorate ci avvolgono, le mani

amate ci accarezzano.

Un punto infinitesimo nel vortice

che cieco ci avviluppa. C’è la musica

(altrove sconosciuta), c’è il miracolo

della rosa che sboccia, e c’è il mio cuore.

 

Dall’Abaco/Trecate – Largo

 

Potremmo fermarci anche solo sul titolo di questa nostra serata: “Pellegrini verso la Pasqua”.

Un tema è frutto di una lunga elaborazione. Inizialmente avevo pensato a “Pellegrini verso Pasqua”, ma poi mi è sembrato troppo riduttivo, perché avreste applicato queste riflessioni come una sorta di “vademecum” per la Quaresima 2016 e non per qualcosa di più grande. Per cui si è aggiunto l’articolo che apre un altro orizzonte, non per assumere degli atteggiamenti che valgono fino alla prossima Pasqua (verso la Pasqua liturgica, verso la Pasqua che sarà tra tre settimane, quindi alle porte). Invece la Pasqua liturgica è una sorta di trampolino, è il pilone di un ponte molto più ampio, che va oltre, va verso la Pasqua.  Quindi, anche nella formulazione tipografica, “Pasqua” è diventata più grande e “pellegrini” dà il senso di un percorso verso la Pasqua.

La prima cosa che mi viene da chiedermi è se io sono pellegrino, se io mi sento tale. Ovviamente quello che dico per me, vale anche per voi: ci sentiamo pellegrini? I pellegrini sono presi da una meta, aspettano con ansia di giungere a Gerusalemme, o a Roma, o ad Assisi, o in qualsiasi altro santuario. Ma a noi la dimensione della tensione sembra non appartenerci più, cioè stiamo perdendo il senso dell’attesa verso qualcosa di grande, a causa dei problemi che ci assillano, a causa della crisi che è iniziata dieci anni fa e che doveva finire nove anni fa, poi otto anni fa, poi sette anni fa, poi cinque anni fa … magari ci vorranno altri vent’anni! Quindi è come se non ci aspettassimo più niente dal futuro, se non problemi, se non un’altra legge, se non una dilazione ulteriore (per alcuni di voi) della barriera pensionistica per esempio! Invece dobbiamo recuperare la dimensione di viandanti, che ci fa bene, perché toglie dramma a ciò che dramma è adesso, relativizza ciò che in questo momento ci preoccupa o forse ci sta schiacciando. Se siamo pellegrini, siamo di passaggio, accadono degli incidenti lungo il pellegrinaggio, ma poi (a Gerusalemme) quando saremo a casa, ma poi quando saremo giunti, quello che noi adesso viviamo con difficoltà ci apparirà nulla, ci apparirà leggero. Anche la caduta di Luca! Il nostro Giubileo nella Cattedrale è stata preceduto dalla caduta di Luca, che stava sistemando la cornice verde intorno alla porta della Misericordia, e dunque abbiamo iniziato il Giubileo con un incidente! Il Vescovo, dall’inizio del Giubileo, si è portato una sorta di rimorso: se non l’avessi chiamato, tutto questo non sarebbe successo … va bene, ma anche questo si ridimensiona, perché è una difficoltà, ma stiamo per arrivare, la meta è dietro l’angolo, dietro la duna, e tra dieci anni, tra cento anni, tra mille anni, non sarà più così. Non dovremo aspettare mille anni, come potete immaginare!

Recuperiamo la dimensione di pellegrini che vanno certamente verso la Pasqua liturgica, ma per saltare allegri, nonostante tutte le limitazioni, verso quell’infinito di cui parlava la Spaziani.

Altri infiniti ci apriranno

ali voraci per l’eternità.

Siamo fatti per cose troppo grandi per lasciarci avvilire eccessivamente da cose anche gravi, ma che non debbono toglierci la voglia di riprendere il cammino. Ecco, anche questa oasi di “In punta di piedi” è una sorta di incoraggiamento. Coraggio, c’è ancora una tappa da fare, ancora qualche chilometro! “Ancora un poco, un poco appena”, dice l’autore della Lettera agli Ebrei, proprio in una descrizione, in una parenesi rivolta alla comunità. E in “un poco appena” è intesa la speranza.

Quindi non vi preoccupate, saremo felici, guariremo, ci capiremo, vivremo quello che adesso assaggiamo in questa oasi, dove c’è la musica, c’è la rosa che sboccia, ciò che il nostro cuore desidera nel profondo. Rideremo anche delle leggi, rideremo anche delle adozioni e di tante cose che in questo momento sembrano affliggerci. In realtà ci affliggono, ma adesso comprendiamo che dobbiamo relativizzarle.

E. Centola – Notturno

 

Renzo Barsacchi, un poeta sconosciuto che in passato vi ho insegnato ad amare, è l’autore di questa composizione.

 

Foglie del mio giardino

 

Quante volte vi ho visto cadere

e quante volte risorgere

foglie del bouganville, foglie del glicine

sotto gli stessi tetti,

sotto le stesse finestre.

Così mi specchio nella vostra morte

e nella vostra resurrezione.

Non braccia nude o intrecci

di vene senza sangue

quel che di voi rimane quando inverno

spopola di colori il mio giardino:

il vostro freddo è il mio, ora, ed i colpi

di forbice non sono

più la deserta rabbia

per ciò che deperisce,

ma i più teneri auguri e dolci spinte

al ritornar del verde, ai cari grappoli

dopo il martirio dell’aspettazione.

 

È importante che abbiamo un giardino nostro, o di altri, da guardare, in cui specchiarci, da arredare, da leggere. Sento così il giardino dell’Episcopio: una sorta di libro aperto che mi dice il tempo, che mi racconta l’alternarsi delle stagioni. Si assume una familiarità con gli alberi, con le piante, per cui si è come in attesa in questi giorni, e si gioisce anche per una gemma.

I giardini, nei romanzi dell’Ottocento e del Novecento, non sono mai solo un orizzonte verde, ma in qualche maniera il palcoscenico della vita dell’uomo, quindi partecipano alle vicende, alle passioni, alle gioie, ai dolori di chi vi passeggia. È il caso del nostro autore, che dedica questa poesia alle foglie delle piante che popolano il suo giardino, e che entrano come in uno stato di famiglia: le ha viste cadere e risorgere tante volte. La bouganville e il glicine sono i protagonisti di questa festa, o anche di una spoliazione, e quante volte il poeta avrà visto l’alternarsi del rosso della bouganville e del viola del glicine … segno che sarà vecchio (se ha visto tante volte, avrà molti anni sulle spalle).

 

Così mi specchio nella vostra morte

 e nella vostra resurrezione.

 

Questo è il verso centrale e la chiave attorno a cui gira tutta la composizione: nella morte del glicine c’è la morte del poeta, e nel rifiorire c’è la resurrezione e la speranza anche per colui che guarda.

Tante volte noi ci siamo fermati su questo aspetto (ricordo d’aver fatto degli “In punta di piedi” sui colori dell’autunno e sulla primavera), quasi facendovi tornare alle lezioni visive delle classi elementari dove si tappezzavano le pareti di foglie, di rondini, di castagne, a seconda della stagione …

 

Non braccia nude o intrecci

di vene senza sangue

quel che di voi rimane quando inverno

spopola di colori il mio giardino.

 

Quando nel nostro giardino interiore (quindi nel nostro cuore, nella nostra anima) scende l’inverno, non è la morte, perché non sono “vene senza sangue”: certamente si rallenta la pulsazione, la linfa sembra come congelata, ma in realtà sappiamo che c’è vita, tant’è che al primo calore, al primo zefiro – direbbero i poeti del Dolce Stil Novo – ecco che tutto riprende vita.

Facciamo attenzione anche alle stagioni dell’anima, cioè quando viviamo un momento desolato anche sul piano spirituale; facciamo una preghiera arida come la sabbia, partecipiamo a celebrazioni dove non ci raggiunge neppure una parola, e diciamo: “Non ho più fede …”. No, resta lì, è solo un inverno dell’anima, è solo un alternarsi di stagioni, è solo un’ansa del fiume, ma poi, se tu sai aspettare, tutto si riprende. Questo mi richiama alla mente tutte le piante che buttiamo; c’è un consumismo anche nel verde, e probabilmente bisognerebbe andare nei depositi dell’immondizia per salvare delle piante … Ricordo con Salvatore (adesso prete) d’aver salvato una rosa: lo chiamai per salvare una rosa che adesso è qui nel mio giardino, meravigliosa … ma nel momento in cui l’abbiamo salvata, io stesso dicevo: “Chissà se si riprenderà!”. Accanto a quella rosa, ce n’è un’altra pure salvata davanti alla chiesa di Visciano. Stavano facendo i lavori e sapete che, quando si fanno i lavori, non si innaffia più perché c’è polvere. Mi sono imbattuto in quella rosa che sembrava tramortita, e l’ho raccolta … (Ognuno ha le sue manie, starete pensando!) L’ho raccolta, l’ho curata, l’ho messa in infermeria per un po’ di tempo, e adesso anche quella rosa è accanto a quella salvata con Salvatore, e sta tirando fuori i suoi germogli nel giardino.

Dico questo non tanto e non solo per un’esigenza ecologica, ma per dire che ci sono tante cose che buttiamo e sono ancora vive! Quante stagioni chiudiamo dicendo: non c’è più niente da fare! Lo stesso valga poi per le storie sul piano affettivo che possono avere futuro, ma per noi che sono finite, si buttano! Quindi attenzione: forse qualcuno di voi, o molti di noi, si trovano in questa situazione, e vorrebbero buttarsi via perché non c’è più fede, non c’è più amore, non c’è più entusiasmo in questo percorso universitario, in questa professione, in questa relazione …

 

Non braccia nude o intrecci

di vene senza sangue

quel che di voi rimane quando inverno

spopola di colori il mio giardino:

il vostro freddo è il mio

 

Anch’io sento la desolazione del giardino invernale, del giardino senza colori, ma aspetta che viene Pasqua, ricordati che sei un pellegrino; per dirla col Vangelo di Domenica scorsa, può portare frutto anche quel fico per cui è stata decretata la morte. “Aspettiamo un altro anno – dice il fattore – vangherò intorno, metterò il concime … chissà che non porti frutto!”.

G. Fauré – Pavane op. 50

 

Il vostro freddo è il mio, ora, ed i colpi

di forbice non sono

più la deserta rabbia

per ciò che deperisce,

ma i più teneri auguri e dolce spinte

al ritornar del verde, ai cari grappoli

dopo il martirio dell’aspettazione.

 

Qui siamo in piena assonanza con il Vangelo di Giovanni sulla vite e i tralci, dove Gesù dice che il tralcio che non porta frutto viene potato perché porti più frutto. Ci sono alcune cose che devono essere assolutamente potate: le viti e le rose. Se volete far morire una rosa, non potatela. È strano e straordinario che più si taglia una rosa, più getta germogli. Lo stesso valga per la vite.

Mentre lo capiamo così bene sul piano botanico, poi ci risulta molto difficile sul piano personale.

Quindi tagliare qualcosa, o tagliarlo noi (e penso un po’ all’ascesi della Quaresima), o anche subirlo dalla vita con una disgrazia, è molto difficile accoglierlo. Non dico che sia facile – non è facile per nessuno – ma dovremmo sentire che c’è una supervisione anche nelle disgrazie (Dio non sceglie una disgrazia, assolutamente!) che rende possibile una rinascita ulteriore. Se fate mente locale a momenti drammatici della vostra vita, vi rendete conto come poi siano stati prologo di una stagione particolarmente feconda: sul piano artistico, professionale, affettivo, vocazionale …

 

Non sono

più la deserta rabbia

per ciò che deperisce

 

Non tagliamo ciò che è morto, e quindi questo gesto non è quello del becchino, ma il gesto della donna in attesa, che si vieta alcune esperienze perché c’è qualcosa che deve esplodere in lei, che sta esplodendo nel suo corpo, nel suo cuore.

Ai cari grappoli – è ovviamente riferito al glicine, di un odore dolcissimo – del glicine, dopo il martirio dell’aspettazione. Chiediamo di avere pazienza: se in questo momento si sta realizzando una potatura nella tua vita, abbi pazienza perché Dio prepara qualcosa di più grande. “Dio mai turba la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più grande e più certa” (I Promessi Sposi).

G. Fauré – Romanza

 

Sto per proporvi un brano inusuale e che forse vi scandalizzerà, tratto dall’ultimo libro di Erri De Luca, “Il più e il meno”, che include tante composizioni. Vi leggo il capitoletto che si intitola “A forma di altare”, che farà venire appetito ad alcuni di voi e indispettirà altri. Vi ho colto (non so se sono uno che spiritualizza tutto quello che legge), pur nella sensualità eccessiva degli odori, della cucina (ovviamente è un ricordo dell’infanzia) una spiritualità dei sensi.

 

Salivano dal fondo della strada gli odori di cucine, a ogni rampa di scale si davano il cambio a staffetta …

(tratto da Il più e il meno, Erri De Luca)

***

 

Ho trovato in questa descrizione una spiritualità. A parte la riconosciuta perizia letteraria di Erri De Luca, ateo come sapete, ma cultore delle Sacre Scritture in lingua ebraica, in questa successione di profumi c’è più che il descrivere la cucina napoletana, dai friarielli al baccalà, al ragù, alla pastiera … C’è anche qui un’attesa di Pasqua, perché il nostro autore, che adesso abita nel Lazio e che certamente non andrà alla Veglia Pasquale, aspetta che giunga la pastiera da Napoli, che è la possibilità di un memoriale, perché è il memoriale di quando intorno alla tavola c’erano tutti, mentre adesso c’è lui solo.

Ma come si accosta questo a “Pellegrini verso la Pasqua”? Si accosta bene, ovviamente da un altro versante apparentemente blasfemo … Anche nei “friarielli come l’incenso” o nell’“l’alleluia del ragù” ci sono delle assonanze liturgiche. È un ricordo di odori e di sapori, è il ricordo dell’infanzia, è il ricordo della Domenica, giorno di festa solennizzato intorno alla mensa. Il padre di Erri De Luca era socialista, e a quei tempi essere socialista coincideva con essere un anticlericale; quindi questa famiglia si riunisce intorno alla mensa, ma questa mensa sa di Eucaristia.

La parte più bella è la descrizione della sua passione della parmigiana di melanzane. Erri de Luca non l’ha più mangiata dalla morte di sua mamma: “Senza mamma, pratico l’astinenza da quel cibo, un esilio alimentare. Il lutto si sconta alla tavola, invece che al cimitero”.

Chi fra voi abbia un po’ di anni sulle spalle, sa che questo è vero: certi sapori non tornano più, e non perché sono i sapori dell’infanzia, ma perché sono i sapori organizzati segretamente – magari anche con qualche segreto finito nella tomba – da persone che erano accanto a noi, che si occupavano di noi, che dunque ci parlavano d’amore non con i cuoricini o con i sorrisini che voi tenete sui cellulari (dico ai giovani che sono qui seduti per terra!), ma con le pietanze. Ci parlavano di sé, ci parlavano degli antenati, ci parlavano della sapienza, della storia, ma anche di una promessa attraverso la cucina.

Per cui l’astinenza dalla parmigiana mi commuove, perché “il lutto si sconta a tavola, invece che al cimitero”, perché con le persone che sono partite dalla nostra vita, e sono già sul versante dell’eternità, sono partiti anche i sapori (soprattutto se donne).

Il mio (il rito della pastiera), una volta l’anno, e senza muovere labbra, è di tornare a sedermi a quella tavola della domenica, dove nessuno era ancora mancato.

 

Ho voluto proporvi, anche rischiando, questo brano, perché poteva essere un pugno nello stomaco rispetto al tema che ci tiene insieme, ma mi sembra quanto mai attinente, sia pure proveniente da un versante dichiarato non credente, dove invece sperimentiamo una spiritualità dei sensi: la spiritualità del palato, la spiritualità dell’olfatto, la spiritualità della vista. Uscendo dalla cucina e tornando nel giardino, penso al profumo delle fresie e delle violacciocche che si unisce alle note del Miserere, ed è il profumo della Quaresima e della Pasqua nella mente di alcuni di voi. È un tutt’uno sentire il profumo inebriante delle fresie e avvertire che torna il Miserere dentro, e questa associazione tra un suono e un profumo è una mistica sensuale.

E. Pasini – Cantabile n°2

 

In margine a quanto ci ha raccontato Erri De Luca direi soprattutto a quelli fra voi che hanno un compito educativo, che non bisogna escludere il gusto dall’universo dei messaggi. Collegare un messaggio a un motivo, a un luogo, a un colore, a un sapore, a un profumo è importante ed è una strategia educativa, oggi quasi del tutto dissolta.

Il Cardinale Martini, ricordava che nella sua infanzia, il primo venerdì del mese, lui, suo fratello e sua sorella venivano portati a Messa (erano bambini piccolissimi) e, dopo la Messa, la mamma offriva loro la cioccolata con una brioche. Per cui, nella mente del piccolo Carlo Maria, l’idea della Comunione del primo venerdì del Cuore di Gesù, prima ancora che divenisse gesuita, poi professore e poi vescovo, si collegava con una sensazione gustativa.

Quindi è importante che nella celebrazione della Pasqua si facciano delle cose e non altre, che poi non possono far parte di un menu qualsiasi … In questo gli ebrei sono molto attenti, ma noi stiamo perdendo questo collegamento. Io a volte dico che deve esserci un corrispettivo della Liturgia Maggiore nelle chiese, nelle famiglie, nelle cucine. Mangiare una cosa a Natale e un’altra a Pasqua è una strategia, un modo di collegare un messaggio, un annuncio, una verità di fede a un’esperienza sensibile, sensitiva, sensuale. Una certa strategia d’apprendimento astratta lascia il tempo che trova, e quindi penso anche al nostro stare qui. Voi arrivate qui con i vostri profumi, che si mischiano in questa sala e non si distinguono più, si crea una miscela; poi aggiungiamoci il soffitto, gli ambienti grandi, la musica … Per cui, voi non ricorderete il vescovo che parlava, ma un messaggio, e il giorno in cui risentirete questo profumo e riascolterete questa musica, andrete immediatamente al messaggio. Esprimono molto chiaramente quello che sto dicendo le colonne sonore dei film che rimandano alle immagini: uno sente la musica e ricorda la scena. Si chiama “associazione”, non di idee, ma un’associazione tra una sollecitazione visiva con una uditiva. Penso a voi che fate gli educatori: legate un messaggio a un luogo! Quindi quest’anno Sparanise andrà sulle Alpi e quello che metterete nel programma, nel menu dei vostri giovanissimi e giovani di Sparanise, dovrà legarsi per sempre alle Dolomiti.

Ho fatto questa piccola digressione educativa, per dire che se Erri De Luca ha potuto scrivere in una maniera così mirabile questo ricordo, è perché qualcuno l’ha aiutato a collegare messaggi a sapori (famiglia-Pasqua).

J. Williams – Remembrances

 

Non c’è rondine

ma la primavera è piena.

Un merlo frescheggia

nell’orto e dai campi

le allodole

riempiono di canti

l’aria. Ascoltare

è come se pregassi.

 

Questi versi vengono da una grande penna del Novecento, un grande prete, Don Primo Mazzolari, un prete pubblicista di Cremona e al centro di mille polemiche, anche di tante persecuzioni.

Ho chiesto a Maria Teresa di continuare sul tema dei ricordi, semplicemente per trasmettervi un messaggio semplicissimo: la preghiera è star dentro a queste voci. Ascoltare – dice Don Primo – è come pregare, perché pregare è ascoltare: ascoltare la primavera, ascoltare i merli che stanno facendo il nido, che cantano serenate meravigliose al tramonto e all’alba, ascoltare il germogliare dell’orto, del giardino, ascoltare la luce che di giorno in giorno fa un passo avanti nella conquista della vittoria sul buio.

Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.

Vi auguro di essere in questa sintonia, e quando siete nervosi, quando siete tesi, cercate questo rapporto di preghiera immediata con la natura, che vi rimette in pace, vi rimette nell’ordine, vi e ci rimette al nostro posto, cioè siamo creature anche noi, siamo merli che “frescheggiano” (bello questo neologismo di Mazzolari!). Siamo noi questi passeri di cui Dio si prende cura. “Neppure uno cade senza che il Padre vostro lo voglia”, dice Gesù nel Vangelo.

Chiediamo questo sguardo contemplativo, che è già preghiera esso stesso.

F. Gravina – Vento d’autunno

 

Prima della benedizione, ringrazio Domenico e Maria Teresa. Oggi la composizione è tutta Teano-Calvi, giochiamo in casa perché Domenico è di Riardo. È bella anche la relazione del Vescovo con questi musicisti, che va ben al di là dell’esecuzione, del loro aspetto artistico, e affonda le radici anche nella loro umanità, nei loro tormenti.

Di Domenico ammiro la signorilità nel maneggiare il violino con eleganza, con regalità, e quindi grazie a entrambi.

 

Benedizione del Vescovo

 

Sta per chiudersi quest’oasi. Torniamo nei nostri deserti, spero arricchiti.

F. Gravina – Giada

 

Grazie agli artisti, grazie a voi. Buona serata e buon ritorno.

***

Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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