Allontanarci dal volgo per abitare la Reggia

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Pietravairano, 28 maggio 2016

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello

Cappella S. Croce – Castello medioevale

 

Saluto iniziale

 

Quando recuperiamo il passato – prendendo possesso di un luogo, di un angolo, di un pezzo di storia – è sempre utile per il futuro, è sempre una base di lancio. Qui siamo in alto, per lanciare in alto gli aquiloni dei nostri sogni che altre volte, a valle, difficilmente riusciamo a fare.

Iniziamo chiedendo perdono dei nostri peccati, per poter celebrare più degnamente i Santi Misteri.

 

Omelia

 

C’è una provvidenza ulteriore – oltre quella che non vediamo – nel fatto che sia stata rinviata la celebrazione, a causa dell’inaccessibilità del sito, da sabato scorso a oggi: forse, per la prima volta in vita vostra, ascoltate una lettera di San Giuda, che non è il traditore (ce n’erano due di Giuda nel collegio dei Dodici). È una lettere brevissima e sconosciuta, in cui l’Apostolo cerca di invitare la comunità, a cui indirizza questa lettera, a tener duro rispetto alle difficoltà, rispetto alle persecuzioni, alle tentazioni, e utilizza un’espressione che vorrei vi rimanesse impressa: “Bisogna tenersi lontano dal male e dalle persone che lo compiono – è una frase molto dura, violenta per certi aspetti – stando lontano perfino dai vestiti contaminati dal loro corpo” (adesso non lo faremmo per motivi igienici, ma allora si era soliti farlo). Ovviamente lo spirito di questa espressione forte è: tenetevi lontano dal male, non entrate in familiarità con la tentazione, con quelli che operano il male … perché a volte i virus si trasmettono anche attraverso l’aria, si trasmettono in tante maniere.

Noi, oggi, celebriamo l’Eucaristia in un sito che fa parte della storia di Pietravairano e che, come tutti i luoghi abitati dai nobili, si trova in alto. È un fatto che parla di architettura, ma l’architettura era anche legata ad una visione politica: quale? Noi siamo più importanti, noi stiamo in alto, mentre voi, che state giù, valete di meno. Tra l’altro, nella storia, ci sono state anche delle contese per sapere se doveva essere più alta la torre o il campanile della chiesa (è più importante l’impero o la Chiesa?).

Vi sembra che io stia dicendo cose poco importanti; in realtà, mi danno la possibilità di aprire una piccola parentesi che riguarda gli aspetti positivi.

Voi subito dite: Quelli che stavano sopra, comandavano il popolo.

Tutti abbiamo una pre-comprensione di “sinistra” (anche il Vescovo), ma c’è anche una lettura positiva: stare in alto. Molti di voi hanno sofferto a salire quassù, perché non sono allenati, perché il fiatone …, perché gli anni … Intanto bisogna salire in alto, non solo, ma anche vivere ad una certa altezza.

Esistono dei termini di cui non andiamo alla matrice, pur facendo parte del nostro vocabolario; ad esempio “cortese”: una persona cortese, fare la corte … Sono termini che nascevano qui o in luoghi come questi, dove non solo c’era una distanza sociale tra chi stava in alto e il volgo, ma c’era anche un diverso stato di vita: uno stato di vita alto e uno stato di vita volgare, perché da “volgo” viene “volgare”.

Io ho l’impressione che noi dobbiamo tornare ad allontanarci dal volgo e a piantarci in alto, quindi ad abitare la reggia. Voi dite: Ma noi non siamo i proprietari di questo luogo! Magari il sindaco vorrebbe esserlo, e anche voi, ma desso stiamo parlando più in termini simbolici: i giovani, e non solo loro, hanno bisogno di tornare a fare la corte. L’amore cortese, il dolce stil novo, i movimenti cavallereschi sono nati in questi ambienti dove stavano le torri merlate, dove c’erano i cavalli, dove c’erano delle belle donne, dove bisognava conquistarsi le cose, dove si parlava anche con un vocabolario alto. Oggi si parla con un vocabolario basso …. E questo abbassa tutto, perché non è solo un fatto di linguaggio: diventa un abito di vita, uno stile di vita. Se San Giuda Apostolo dice perfino: “Tenetevi lontano dai vestiti contaminati dal loro corpo”, allora forse dobbiamo tornare anche noi a puntare in alto, perché c’è una regalità legata al Battesimo, che ci ha resi figli di Dio e non solo nominalmente, ma veramente! Dice San Giovanni nella sua lettera: “Siamo figli di Dio e lo siamo veramente” e questa regalità bisogna esprimerla.

La regalità si esprime anche con gli abiti, col linguaggio, si esprime anche col portamento, col comportamento (da “portamento” viene anche “comportamento”), cioè io vivo portando la mia vita in alto, conducendo uno stile di vita bello, che appassiona, perché sono a corte, e a corte non esiste volgarità. Certamente so che non era così storicamente, però ora stiamo parlando comunque di un ideale: la volgarità è del volgo, a corte ci sono cose alte, ci sono i cantastorie, si leggono i classici, magari si sfogliano libri antichi … La cultura era ovviamente solo dei signori, il volgo parlava il dialetto e basta.

Visto che stiamo quassù e abbiamo questa visuale, torniamo ad avere un atteggiamento aperto nel senso di ampio; non aperto come si pensa oggi del “va bene tutto”o del “tutti fanno così”.

Se tutti fanno così, io … voglio fare il cavaliere!

Se tutti fanno così io … pretendo che mi si faccia la corte!

Ho pensato che se “fare la corte” nasce negli ambienti dei castelli, nel volgo le cose dovevano andare in una maniera molto più terra terra … Oggi siamo tutti terra terra, nessuno più fa la corte, che significa: scrivere una poesia …

Le ragazze presenti pretendano che il ragazzo che vi vuole sposare scriva una poesia! Aspetti! Questo significa fare la corte. Dall’amore cortese viene “cortesia”, che noi utilizziamo senza più pensare alla corte, al re, senza pensare che siamo di stirpe regale: non è un fatto formale, è invece un fatto essenziale!

Vi lascio con questo messaggio riassuntivo, che sembra uno slogan: la forma non è solo forma, la forma è anche contenuto.

A volte si fa la differenza tra forma e contenuto, invece il contenuto da solo non esiste, ha sempre dei moduli espressivi. Quindi non diciamo: “Questa è formalità”, no, perché la formalità, tra l’altro, forma, dà forma, conforma.

Sono partito da San Giuda Taddeo (si chiama così per distinguerlo dal discepolo traditore) per contestualizzare la nostra Eucaristia a corte.

Speriamo, un giorno, che questo luogo possa essere sempre fruibile e portato al massimo splendore da tutti; lo auguro al sindaco e alla cittadinanza. Quindi voi verrete quassù e forse vi ricorderete di puntare in alto, ricordando le parole del Vescovo il giorno in cui dovevamo inaugurare la chiesina S. Croce: se siamo in alto, in alto devono stare anche il nostro stile di vita, le nostre parole, i nostri pensieri, i nostri progetti.

Tutto questo è difficile – mi rendo conto – e allora chiediamo al Signore la grazia di poter tornare ad essere cavalieri. Quei pochi che verranno in chiesa, domani, saranno i cavalieri, perché portano la buona notizia: vanno incontro a guerre, a difficoltà, ma difendono il Vangelo, Gesù, l’altare, giurando fedeltà.

Adesso lo incominciamo a fare nella preghiera, tra un’ora nel concreto delle nostre scelte, della nostra vita, e speriamo un giorno anche in una maniera più visibile. Si sappia chi sono i cavalieri a Pietravairano, cioè quelli che “zelano l’onore del Santuario”, quelli che sono affezionati, quelli che dicono: Per me la fede è vitale.

Ecco, questi sono i cavalieri dello Spirito, i cavalieri del Signore.

 

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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