La misericordia? … Un quaderno squinternato con i fogli che volano per il mondo

fogli al vento

Teano, 18 giugno 2016

Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. Mons. Arturo Aiello

in occasione del pellegrinaggio giubilare

della Forania di PIGNATARO MAGGIORE, CALVI E SPARANISE

XII Domenica del T.O.

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Saluto iniziale

Ringrazio Don Geppino, saluto tutti voi, soprattutto i vostri parroci. Siamo qui per fare esperienza della misericordia, così come Papa Francesco ha desiderato e desidera per tutta la Chiesa.

La misericordia è un baratro nel quale cadiamo volentieri; altri baratri sono di morte, ma questo è un baratro di vita. Ci lasciamo attrarre dal vuoto, e ci lanciamo a corpo morto nelle braccia della misericordia di Dio confessando i nostri peccati.

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Omelia

 

Siamo qui, carissimi, per un momento di grazia, per rinverdire la nostra fede e – guardavo un po’ l’età media di questa assemblea! – per ringiovanirla …

A volte pensiamo che la fede sia come un evento statico, da tirar fuori, da scongelare in certi momenti, in certe feste (per la festa di Sant’Antonio, ad esempio, che adesso imperversa e imperverserà per tutta l’estate nella nostra Diocesi), per poi riporla nel congelatore e ritrovarla uguale l’anno dopo o nella celebrazione successiva, magari quella natalizia …

Invece siamo qui per comprendere come – ce lo ricordava Don Geppino all’inizio – la fede sia un cammino, sia una via da percorrere, un pellegrinaggio, come lo è la vita. In questo pellegrinaggio ci sono momenti in cui perdiamo la rotta, siamo disorientati, non sappiamo più dove sia Gesù, quello vero! Il fatto che Gesù interroghi i Suoi – La gente chi dice che io sia? Ma voi chi dite che io sia? – è segno che la Sua identità era ancora misteriosa o al centro di polemiche, di fraintendimenti … ma questo accade anche oggi.

Noi abbiamo pregato nel Salmo Responsoriale con le parole bellissime e poetiche: “Ha sete di te, Signore, l’anima mia”, ma andandole a studiare più a fondo, si scopre che non sono così idilliache. Mi riferisco all’incipit del Salmo: “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio” che l’iconografia antica ci ha presentato con un’immagine idilliaca: delle cerve che si abbeverano tranquille a fonti pure, eterne, in un prato verde … Credo che sia stato Gianfranco Ravasi tanti anni fa – permettetemi questo verbo – a “sverginare” l’immagine idilliaca del Salmo, quando, traducendo dall’ebraico in una maniera più precisa, non dice che la cerva anela, ma grida. E lui si chiede perché questa cerva gridi, perché alzi, nella notte o all’alba, un suono disperato … Perché – egli dice – è andata ad abbeverarsi alla fonte dove era solita trovare acqua, e non ne ha trovata! Allora piange … Tra l’altro, questa lettura è geograficamente più vera, perché sappiamo che il Mississippi non si trova in Terra Santa … Il Giordano, così cantato nei Salmi, è null’altro che una vena d’acqua, l’unica! Per il resto, piccoli rigagnoli temporanei, che soprattutto in primavera diventano anche torrenti, ma poi si prosciugano in una maniera impressionante.

Starete pensando: siamo andati in Cattedrale per trovare un po’ di speranza, e invece il Vescovo ci consegna un’immagine fondamentalmente disperata!

Non è disperata, perché se uno grida, sa che c’è qualcuno che ascolta.

Quando voi gridate, quando noi gridiamo nelle nostre famiglie, nei drammi della nostra vita, nei tempi duri del nostro vivere, se non sapessimo che c’è qualcuno che ci ascolta, non grideremmo. Gridare – dirò di più – bestemmiare è indirettamente una prova dell’esistenza di Dio.

Perché vi consegno questa immagine? Perché la nostra fede, quella che noi stiamo celebrando adesso nel Giubileo della Misericordia, è dolce ma anche difficile. È su questa difficoltà che Gesù ci mette in guardia nel Vangelo che abbiamo ascoltato: voi non sapete chi sono io, perché non sapete quello che mi attende.

Nella Prima Lettura, il profeta, anticipando e guardando da lontano (ovviamente con una grazia specialissima), dice: Guarderanno a colui che hanno trafitto.

Noi siamo venuti qui per questo, per alzare lo sguardo al nostro Crocifisso trecentesco, che è l’immagine di un fallimento, è l’immagine di un perdente, di un trafitto, ma quel Trafitto ci salva, quell’Uomo perdente ci fa vincere, quella tavola screpolata (mi riferiscono anche alla composizione dell’antichissima tavola trecentesca, pochi giorni fa al centro di un Convegno nazionale sugli allievi di Giotto), ci salverà dal naufragio del dolore e della morte.

Allora, carissimi, non abbiamo difficoltà a perdere.

Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, e chi perderà la propria vita per me e per il Vangelo la salverà. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?

Parole durissime, ma anche chiarissime su dove bisogna andare, dove bisogna bere, anche se la fonte ci appare arida.

Ci sono voluti tanti anni per far accettare la Croce. L’immissione della fede cristiana in nuove culture è stata sempre segnata dalla difficoltà del Crocifisso. Leggo così anche tutte le polemiche e le tensioni che, per un insano laicismo, portato il Crocifisso ai margini della nostra cultura italiana. Ha sempre fatto problema che un crocifisso possa essere un salvatore, che un perdente possa essere vincente, che uno, inchiodato, possa sostenere il mondo, che un morto possa darci la vita. È questo il paradosso della nostra fede! Siamo qui per rinnovarlo, per dire che è bello, per dire che vogliamo perdere con Cristo anziché vincere col mondo, per dire che non vogliamo unirci a quelli che corrono per ammassare ricchezze che puntualmente lasceranno, ma vogliamo fisicamente unire il nostro corpo al Suo Corpo piagato, e le nostre piaghe alle Sue piaghe, e il nostro dolore al Suo dolore, e il nostro fallimento al Suo fallimento. È questa la fede!

Detta così, se mi ascoltasse uno del tutto vergine, a digiuno di qualsiasi rudimento di fede, direbbe: questa è follia!

Questa è la follia della Croce, è la follia del Cristianesimo, è il paradosso del Cristianesimo!

Quindi siamo venuti a prendere misericordia dal Trafitto, ad alzare lo sguardo al Trafitto che ha il costato aperto, spalancato dalla lancia del centurione. Attraverso quel costato voi siete entrati; non attraverso le porte della Cattedrale, perché le porte della Cattedrale – e ogni Porta Santa sparsa nel mondo in questo Anno – è null’altro che sacramento di quel costato aperto, squarciato, spalancato, scardinato, senza più possibilità di chiusura.

La misericordia che Papa Francesco ha messo al centro del Suo Ministero di Vescovo di Roma, e custode della fede cattolica, è quel petto spalancato, squarciato, squinternato (non nel senso con cui utilizziamo questo termine: i quinterni sono i fascicoli con cui si compone un libro, e se un libro è squinternato, è rotto), “squadernato” direbbe Dante, con un altro verbo … Se è squinternato, allora i fogli volano per il mondo e raggiungono anche noi, e ciascuno di voi ne raccoglie un pezzettino, e porta a casa una parola, e questa parola è: “Tu sei perdonato. Io sono venuto perché tu ottenga la salvezza”. Varcare questa soglia coincide con una grazia che cancella anche ogni residuo di peccato che può essere rimasto nella tua vita, anche dopo aver celebrato il Sacramento della Riconciliazione! È questo il senso delle indulgenze. Quando ci confessiamo otteniamo il perdono, sempre, ma resta (come dicono le donne) un alone … s’è tolta la macchia? Sì, ma è rimasto un alone. Cos’è l’alone? È il residuo della macchia, non è più la macchia. L’alone è quello che rimane anche dopo una Confessione, per cui la grazia del Giubileo resetta, annulla, cancella ogni alone, ogni residuo, ogni reliquia di peccato, quello che rimane.

Da questo volume squinternato, da questi fogli che volano per il mondo, che il vento dello Spirito porta in giro da duemila anni, raccogliamo questo messaggio. Se anche tu stai gridando, dal fondo del tuo dolore, della tua disperazione, come la cerva che non ha trovato l’acqua al solito posto, e teme di morire, sappi che questo grido raggiunge il Cuore di Dio e lo commuove.

Ha sete di te, Signore, l’anima mia.

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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