Sembra una tragedia, ma Lui prende l’iniziativa …

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Pietravairano, 9 luglio 2016

L’ORO DEL MATTINO

Celebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Arturo Aiello, ore 7:00

Teatro-Tempio Monte San Nicola

 

Saluto iniziale

 

Siamo alla nostra prima Eucaristia mattutina dell’estate 2016 che porta il nome “L’oro del mattino”. Vogliamo arricchirci e tornare a casa con le tasche, e ancor più col cuore, pieni dell’oro che il mattino contiene (è più facile pregare al mattino!).

Disponiamo i nostri cuori all’incontro col Signore che è qui, come abbiamo cantato, “in mezzo alle nostre case, in mezzo ai nostri campi”, in mezzo alle nostre vite.

Affidiamoci a Lui, abbiamo tutti bisogno di misericordia, ma c’è appena lo sforzo di chiederla.

 

Omelia

 

Siamo qui per gridare, da questa meravigliosa terrazza, quello che ci è stato sussurrato all’orecchio, come abbiamo appena ascoltato da Gesù: gridare sulla valle, sulla nostra Diocesi, sulle case, sui campi della nostra terra, che Gesù è il Signore … È Lui che ci salva, è Lui il Dio-con-noi, è Lui la nostra speranza.

Vi consegno due messaggi.

Dal momento che è il primo incontro di questa estate, voglio innanzi tutto rimotivarvi sul perché di queste Eucaristie mattutine (speriamo che, in seguito, tutte le parrocchie della nostra Diocesi possano spostare la Messa di mattina, anche per svolgere qualche attività pastorale la sera).

Perché si vede bene di mattina? Si vede bene al mattino e alla sera – questi sono i due momenti importanti – dove l’orizzonte è nitido, dove riusciamo a calcolare le distanze. Pensate al profilo dei monti la sera, al tramonto: è tutto così nitido, così chiaro, così ben delineato … ma basterà che passi un’ora, e il sole si fa forte, battente, cocente e le distanze si annullano, nel senso deteriore del termine, cioè non sappiamo più cosa sia vicino, cosa sia lontano, e la luce forte ci abbaglia e ci fa cadere.

Per cui, pregare la mattina e la sera (la Chiesa ha sempre privilegiato questi due momenti) significa utilizzare bene queste due grazie; c’è una grazia al mattino e c’è una grazia alla sera, perché quello che dico di un giorno vale anche della vita, cioè si vede bene quando si è piccoli e quando si è al tramonto. Quando si è nel mezzo della vita (nella stagione attiva) si fanno sempre tanti sbagli, un po’ perché veniamo presi dall’enfasi, da una falsa percezione di noi, pensiamo d’essere onnipotenti, ma al tramonto le cose si vedono bene, come si vedono bene all’alba. Al tramonto della vita si vede bene per che cosa valga vivere e morire, ma si vede bene anche quando si è piccoli, quando la vita è alle prime battute.

Quindi il nostro riunirci per varie settimane – per chi lo vorrà – in queste Eucaristie mattutine è riabituarci a utilizzare bene la grazia del mattino (la grazia “mattinale”, direbbe un poeta).

 

Il secondo messaggio riguarda la Prima Lettura, che è importantissima. Tutta la Parola di Dio, ovviamente, è ricca, è fonte di ammaestramento, ma nella liturgia di oggi la vocazione del giovane Isaia ci prende, perché vediamo un ragazzo al mattino, un giovane al mattino, preso da Dio. Voi li vedete ancora i vostri giovani figli presi da Dio? “Presi” nel senso di “innamorati”, come si è presi da una ragazza, da un ragazzo, quando si è adolescenti, giovani … presi, imbambolati, fuori da ogni logica del bisogno, e dentro, invece, alla logica del sogno …

Questo ragazzo è preso, forse durante una liturgia, forse durante un’Eucaristia mattutina, forse durante l’ora del Vespro, al momento dell’offerta dell’incenso, perché si parla di una nube che invadeva il Tempio. Spero che le nostre liturgie nelle nostre parrocchie vi prendano, vi sorprendano, vi affascinino, così come accade al giovane Isaia. La liturgia è una visione in cui poniamo dei segni che sono ben al di là della nostra portata, ma che ci mettono sulla soglia di Dio, sulla soglia del divino. Ci sono dei canti (Santo, Santo, Santo il Signore …), ci sono gli angeli, ci sono i cantori, c’è il sacerdote, c’è un coro, c’è l’incenso, ci sono i ceri … C’è tutto quello che fa parte della liturgia.

Questa esperienza immediatamente fa percepire una cosa, che adesso dico con un termine purtroppo oggi in disuso: la trascendenza. Se voi chiedete a un ragazzo cosa significhi, non vi saprà dire nulla. Isaia è preso e compreso della trascendenza di Dio. La trascendenza indica ciò che è al di sopra, oltre ogni tua visuale, ogni tua impalcatura concettuale, quello che tu puoi capire. La trascendenza di Dio è Dio che ci avvolge, stamattina, qui, sul monte San Nicola, tra l’altro – lo dicevo anche gli anni scorsi – anche in rapporto con la storia di cui queste gradinate sono memoria, in rapporto con le generazioni che ci hanno preceduto: è tutto sotto lo sguardo di Dio. E Dio è Santo, Santo, Santo … Lo diciamo anche dopo il Prefazio. Un aggettivo ripetuto tre volte, in ebraico indica il superlativo. Poiché la lingua ebraica è una lingua povera, per dire Santissimo si ripete: Santo, Santo, Santo. Santissimo significa irraggiungibile, in qualche modo, e lontanissimo da quello che tu sei. E cosa sei? Lo percepisce Isaia forse per la prima volta: peccato.

Io posso raggiungere Dio che è così alto, così bello, così azzurro come il cielo di questa mattina?, così saggio?, così sapiente? La risposta è no. Sembra che questa esperienza possa volgersi in tragedia: allora non possiamo far niente?, non possiamo farci niente con Lui? Ma ecco che Lui manda un serafino, cioè è Lui che prende l’iniziativa e fa un ponte tra Sé e noi. Isaia non sapeva ancora che questo ponte, poi, si sarebbe chiamato Gesù. Dio fa un ponte tra la Sua santità e la nostra povertà, tra la Sua ricchezza e la nostra miseria: un serafino che prende un carbone … Quando noi eravamo bambini, i nostri genitori ci angariavano con la visione dei preti che mettevano il fuoco in bocca … Mamma mia, che cosa terribile! Sono tempi passati, ovviamente! Questo tizzone preso dall’incensiere, preso dal bacile dove vengono versati gli incensi, i profumi, adesso viene accostato alla bocca del profeta con una molla. Sembra un’esperienza dolorosa, invece è un’esperienza beatificante, perché l’angelo dice: “Adesso le tue labbra sono state purificate”, cioè anche tu appartieni a quel mondo, Dio non è lontanissimo, ma Dio che fa un ponte tra Sé, Santissimo, e me che sono un peccatore, crea un collegamento tra Sé e me purificando il mio peccato, perché per me sarebbe impossibile raggiungerLo in alto, allora è Lui che scende. È un anticipo della Redenzione operata in Gesù, cioè Dio sceglie di scendere e venire verso di noi, parlare la nostra lingua, utilizzare le nostre immagini, avere i nostri bisogni, perché noi possiamo assurgere alla Sua Santità, “tutto senza sforzo” (dice Santa Teresa di Gesù Bambino, nella sua visione mistica).

Fin qui è tutto bello, ed è tutto semplice. Ma adesso che c’è questo ponte, il ragazzo pensa anche i pensieri di Dio, e i pensieri di Dio sono di preoccupazione per quello che succede laggiù: a Pietravairano, a Pietramelara …

I pensieri di Dio sono di preoccupazione: quelle persone che stanno facendo?, in quale estasi stanno?

Stanno nell’estasi della luce forte, e quindi stanno sbagliando! Stanno nell’ecstasy, nelle pasticche che utilizzano i nostri giovani, come gli altri acidi, perché la realtà non piace e, allora, la mutano a loro piacimento! E nasce un interrogativo: Chi manderò? Chi andrà per noi?

Adesso Io sono venuto da te, Isaia, e tu sei venuto da Me, perché c’è un ponte tra noi … e gli altri? E degli altri che ne sarà? Non ce ne possiamo disinteressare! Noi possiamo anche dire di star bene sul monte San Nicola, in questo meraviglioso teatro, e gli altri? Alla malora? … No! Perché se tu pensi i pensieri di Dio, i pensieri di Dio sono di preoccupazione per il mondo intero! Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Suo Figlio Unigenito, dice Gesù a Nicodemo che è andato da Lui di notte.

Nessuno risponde, nessuno si fa avanti, non gli angeli, non gli arcangeli, non i serafini, non le dominazioni, i troni, le potenze … (sono termini che una volta si conoscevano, era la varia classificazione dei cori angelici). Allora questo ragazzino, che è preso, compreso, affascinato, innamorato, alza il ditino e dice: Eccomi, manda me, vengo io.

Carissimi, questa è l’esperienza cristiana.

L’esperienza cristiana è Dio grande e tu misero, Dio grande che viene a visitarti. Ma tutto questo ha un futuro, ha delle conseguenze nella tua vita, e le conseguenze sono: tu adesso farai da ponte per gli altri. Isaia comincia così la sua vocazione di profeta.

Il Vescovo si augura che stamattina ci sia almeno un bambino, almeno un ragazzo (ce ne sono pochissimi), almeno un giovane (ancora di meno!) che sia così preso da dire, senza sapere cosa dice (quando si è innamorati si dicono cose esorbitanti, che vanno al di là di ogni sapienza e di ogni intelligenza umana): “Ecco, prendi me, assumi me, adesso faccio io, quello che ha fatto il serafino con me lo faccio io con altri” (non che il Vescovo non voglia bene agli adulti e agli anziani, sono anziano anch’io, però vi guardo e le assemblee, ad essere ottimisti, al 3% sono fatte di giovani).

 

Questa è l’esperienza cristiana del Dio che ti visita, del Dio che viene a purificarti, del Dio che tu non avresti mai potuto raggiungere, ma Lui ti raggiunge e poi ti dice: Adesso cosa vuoi fare? Ti vuoi tenere la grazia tutta per te o la vuoi portare a qualcuno? O la vuoi gridare dai tetti? (stamattina dal tetto del monte San Nicola)

Mi fermo un attimo in silenzio. Cercate, se possibile, di fare una sintesi di questa piccola riflessione sulla vocazione di Isaia, e ciascuno di voi, anche adulto, anche avanti negli anni, per quel poco di tempo che rimane (“curva minore del vivere m’avanza” dice il poeta), dica: Eccomi, manda me, vengo io, faccio io, faccio da microfono, da altoparlante, da portavoce!

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Il testo, tratto direttamente dalla registrazione, non è stato rivisto dall’autore.

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